Democrazia

Tratto da:

Risorgimento liberale

Data di pubblicazione: 03/03/1948

Democrazia

«Risorgimento liberale», 3 marzo 1948

 

 

 

Parla, nella sala detta del Mappamondo di palazzo Venezia il visconte Jowitt lord cancelliere di Gran Bretagna. Sessantatre anni, asciutto, forte eloquenza parlamentare senza enfasi, con sobrie punte di humour. Non è membro della Camera dei Signori per diritto di nascita; ma dopo una brillante carriera come avvocato e membro della Camera dei Comuni fu nel 1945, dopo la vittoria dei laburisti, elevato alla paria, per potere essere nominato cancelliere del regno.

 

 

«In tale qualità, egli dice, io vengo primo, nell’ordine civile, tra i sudditi di Sua Maestà britannica».

 

 

«Sono legislatore, e come uomo di partito, difendo le mie idee socialiste. Ma, quando presiedo la Camera dei lordi e seggo sul pacco di lana, cerco di osservare la più rigida imparzialità verso le contrastanti parti politiche. Sono membro del Gabinetto e perciò partecipo al potere esecutivo. Ma sono anche il più alto giudice del paese, il primo dei cento giudici inglesi e presiedo perciò le sedute d’appello della Camera dei lordi e quelle del comitato giudiziario del consiglio privato della Corona, che è la più alta corte dell’Impero britannico. Tutto ciò non è molto logico, perché nella mia persona si assommano poteri legislativi, esecutivi e giudiziari che la teoria vorrebbe disgiunti. Ma noi inglesi non siamo un popolo logico; siamo il frutto di un lungo sviluppo storico e cerchiamo di trarre il miglior partito possibile dalle nostre vecchie istituzioni».

 

 

«Noi ci sforziamo di attuare un sistema democratico di governo. Che cosa è per noi la democrazia al governo? Per noi, in ultima analisi, essa è a discussione. Cerchiamo di convincerci a vicenda; e siamo pronti a dar ragione agli avversari, quando essi, con argomenti convincenti, dimostrano di averla. Pregiamo sovra ogni altra cosa, la libertà di discussione, nel parlamento, nella stampa, nei comizi. Non intendiamo schiacciare l’avversario. Oggi, per esempio, è di nuovo sul tappeto la riforma della Camera dei lordi, di cui sono il presidente ed insieme, in essa, il leader del partito socialista al potere, partito che è in minoranza tra i lordi.

 

 

Dal 1911 i lordi hanno solo più il potere di ritardare per due anni le leggi votate dalla Camera dei Comuni. Noi socialisti laburisti proponiamo di ridurre questo potere di ritardo ad un anno solo. Ma abbiamo accettato la proposta dei conservatori di discutere prima ufficiosamente il problema, e di non forzarlo; e discutiamo attorno ad una tavola rotonda, senza impegno reciproco, ma colla speranza di arrivare ad un compromesso. Noi inglesi amiamo le soluzioni di compromesso, preferiamo una vittoria di compromesso al sessanta per cento che una vittoria piena al cento per cento che lascia l’amaro in bocca agli avversari».

 

 

«Questa, per noi, è democrazia. Ognuno ha diritto di vivere la sua vita secondo il proprio modo di vedere. Ad una condizione: di ubbidire alla legge. Noi siamo, per abito mentale e morale, essenzialmente un law abiding people; un popolo il quale ubbidisce alla legge che esso liberamente si è dato e non tollera che altri gli imponga per forza».

 

 

«Sino a ieri, c’era una eccezione all’impero della legge e riguardava lo Stato. Da una antica massima in The King can do no wrong, il re non può fare il male, non può aver torto, i giuristi avevano tratto la conseguenza che i cittadini non avevano il diritto di querelarsi contro i rappresentanti del re ossia contro i ministri, i ministeri ed i pubblici ufficiali in genere per le azioni da essi compiute. Noi laburisti, noi socialisti abbiamo rovesciato questa massima. Ogni cittadino può ora citare dinnanzi al giudice ordinario qualunque funzionario pubblico e farlo condannare, al risarcimento dei danni derivanti da un suo atto».

 

 

«Io designo al re il nome, degli avvocati più reputati del paese affinché essi siano nominati giudici ai posti che si rendono vacanti. Ma non li posso revocare. Nessuno li può revocare, salvo il parlamento, dopo regolare processo; ma da duecento anni in qua nessun giudice è mai stato revocato. Perciò gli inglesi hanno fiducia nei loro cento giudici. Tutti sappiamo che, finché ubbidiamo alla legge, nessun ci può torcere un capello».

 

 

Lord Jowitt non dice che questa definizione del governo democratico sia l’ottima e che tutti i paesi debbono adottarla. Ma augura che la legge internazionale la quale regola i rapporti fra i popoli sia anch’essa una legge democratica inspirata agli stessi principii; discussione, persuasione, ubbidienza non agli uomini ma alla legge. La legge discussa ed accettata dai popoli, la legge la quale può, dopo libera discussione, essere mutata: ecco il solo fondamento di una libera civile convivenza di popoli.

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