Denaro caro ed imposta. (A proposito del prestito della città di Torino)

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/02/1914

Denaro caro ed imposta. (A proposito del prestito della città di Torino)

«Corriere della Sera», 9 febbraio 1914

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 620-623

 

 

 

 

Erano molti anni che le grandi città italiane non venivano sul mercato a chiedere denari in prestito. L’unica eccezione, se non erro, fu un prestito non grande della città di Cremona al 4,50% emesso circa due anni fa. Avevano ben ragione le città italiane di far capo alla Cassa depositi e prestiti per i loro bisogni di denaro; poiché anche pagando il 4 od il 4,50% esse riuscivano, per l’esenzione delle imposte di cui in tali casi godevano, ad ottenere credito a condizioni straordinariamente favorevoli. Oggi pare che la Cassa depositi e prestiti debba devolvere le sue disponibilità a fini diversi dai nuovi mutui alle città; sono cresciuti i bisogni per lo stato, per gli acquedotti, le bonifiche, le scuole ed ai bisogni cresciuti è impari il flusso dei risparmi nuovi. Le casse di risparmio ordinarie hanno superato i limiti massimi che statuti e prudenza consigliano di imporre ai mutui ai comuni. Cosicché è giuocoforza rivolgersi al mercato.

 

 

I risultati non sono davvero brillanti. Il primo a farne l’esperienza è il municipio di Torino, il cui consiglio ha deliberato or ora di emettere un prestito di dieci milioni di lire ammortizzabile in 40 anni a partire dal 1919 in obbligazioni da 500 lire al 4 percento. Notisi subito che, come ha fatto notare il Geisser, relatore della commissione del bilancio, le condizioni ottenute dal comune furono insperatamente favorevoli e che migliori sarebbe difficile ottenere. Notisi che Torino, lanciando il suo prestito in questo momento, profitta del buon mercato particolare del denaro che si ha nel mondo da un mese circa e che non si sa se potrà durare un pezzo. Notisi che chi prima arriva, di solito ottiene le condizioni migliori e che non è impossibile che le altre città, le quali verranno poi, debbano pagare tassi più elevati. Né si dimentichi infine che la città di Torino ha una clientela assai fida di risparmiatori locali, i quali hanno giustificata fiducia nella loro città nativa, ed assai si rammaricarono quando, alcuni anni fa, il comune decise di rimborsare anticipatamente un suo vecchio prestito in obbligazioni 4 %.

 

 

Con tutto ciò, sebbene nel caso della città di Torino si riscontrassero le condizioni quasi ideali per una emissione al minimo costo e quantunque in realtà si siano ottenute le migliori condizioni oggi possibili, ogni obbligazione da 500 lire costerà al comune:

 

 

Per interesse al 4% 

L. 20

Per imposta di ricchezza mobile, tutto compreso,al 21% sulle 20 lire

 

4,20

Per tassa di circolazione all’1,83 sul valorecapitale

 

0,91

Totale

25,11

 

 

Siccome il comune ha ceduto le obbligazioni da lire 500 ad un consorzio bancario al prezzo di lire 470, così in realtà esso paga lire 25,11 di interessi, imposte e tasse su un capitale di lire 470, il che vuol dire che il costo del prestito risulta del 5,35% circa.

 

 

Né basta. Il comune, incassando solo 470 lire, si obbliga però a rimborsare 500 lire all’estrazione. È una perdita ulteriore di 30 lire per obbligazione che viene ad aumentare il costo del prestito. Ho calcolato che l’onere di questo premio al rimborso equivarrà ad un 0,04% circa in più di interesse nel primo anno di estrazione, e via via salirà di anno in anno sino a giungere a circa il 0,30% nel quarantesimo ed ultimo anno di estrazione. Cosicché in realtà, aggiungendo questi apparentemente piccoli supplementi al costo sovra calcolato del 5,35 %, l’avere totale del prestito sarà del 5,35% sino al 1919, per diventare in quell’anno del 5,38% e crescere via via sino al massimo del 5,65% nel quarantesimo anno di estrazione; e ciò per puri interessi, senza calcolare la rata di ammortamento del capitale.

 

Non si può dire che il denaro costi poco ad uno tra i comuni italiani che gode di un credito di primissimo ordine e che fu singolarmente fortunato nelle condizioni di emissione! Né l’alto costo si può ascrivere ad ingordigia dei risparmiatori. Questi probabilmente acquisteranno le cartelle ad un prezzo di 485-490 lire e non godranno, tutto compreso, anche il premio al rimborso, un reddito superiore al 4, 10-4,20% del capitale effettivamente impiegato. Poche città al mondo riescono, in questo momento, ad ottenere mutui da risparmiatori così modesti nelle loro pretese.

 

 

La grossa ragione dell’alto costo del denaro per le città italiane ed in genere per i debitori italiani (privati, società anonime, ecc. ecc.) è data dal costo delle tasse ed imposte. Da sole, le tasse ed imposte crescono il costo del mutuo alla città di Torino nientemeno che dell’1,10 percento. Siccome le città e le società anonime non riuscirebbero a vendere neppure una obbligazione la quale non fosse munita della clausola dell’accollo al debitore di ogni tassa od imposta presente e futura, e siccome i privati imprenditori e proprietari bisognosi di credito debbono, se vogliono trovare denari a prestito, accollarsi tutte le imposte, così queste in realtà fungono come un fattore di costo dei prestiti o di rialzo del saggio dell’interesse. È una specie di taglia che lo stato preleva su quanti hanno bisogno di assumere capitali a mutuo; ed è una taglia che non di rado fa sì che i mutui non si concludano.

 

 

I privati cercano di sottrarsi alla taglia con mutui chirografari o cambiari, i quali solo in apparenza frodano l’imposta. Poiché se un industriale od un proprietario od un professionista ha un reddito di 20.000 lire e su esso paga imposte, è scorretto che l’imposta gravi sulle 5.000 lire di interesse che egli versa ad un suo creditore; od almeno l’imposta, per essere corretta, dovrebbe colpire lire 5.000 a mani del creditore e lire 20.000-5.000 = 15.000 a mani del debitore. Invece il fisco, salvo eccezioni, pretende di imporre tutte le 20.000 lire dell’industriale o proprietario o professionista, come se esse fossero tutte reddito per lui ed inoltre tassa le 5.000 del capitalista; e contro questa ingiustizia stridente – per cui si colpiscono 20.000 + 5.000 = 25.000 lire, mentre il reddito totale vero è solo di lire 15.000 + 5.000 = 20.000 – i contribuenti reagiscono stipulando i mutui sotto forma cambiaria o chirografaria. Fanno male secondo la lettera della legge; ma operano correttamente secondo equità; ed il fisco, prima di infierire, dovrebbe decidersi ad ammettere in ogni caso e per qualunque posta di debito la detrazione degli interessi passivi dai redditi dei contribuenti; cosicché l’imposta si paghi una volta e non due volte sullo stesso reddito.

 

 

Veggasi intanto in quali guai si trovano le città, le quali non possono ricorrere a mutui occulti: l’elevatezza delle aliquote è tale da rendere i mutui quasi proibitivi! Non è questo uno di quei non rari casi in cui, per accrescere il gettito dei tributi, converrebbe allo stato diminuire l’aliquota delle imposte?

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