Di alcuni errori e timori volgari

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Data di pubblicazione: 01/01/1954

Di alcuni errori e timori volgari

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 610-624[1]

 

 

 

 

Per ora nessuno propone di includere cinesi, giapponesi ed indiani nella costituenda federazione europea; epperciò questa potrà, se lo riterrà opportuno, difendersi, circondandosi di una barriera doganale bastevolmente alta, contro l’importazione delle merci a buon mercato prodotte dalle genti divoratrici di riso; ma non è fuor di luogo chiarire quanto siano infondate le preoccupazioni di coloro i quali temono, dalla costituzione di un grande mercato europeo, entro il quale uomini e merci possano liberamente muoversi, danni senza numero per il loro paese.

 

 

Questi danni sono convenientemente descritti in maniera pittoresca con frasi del seguente tipo: il paese sarà “inondato” da merci estere a buon mercato; ci sarà una “invasione” di merci a basso prezzo, contro la quale i produttori nazionali saranno impotenti a resistere; in breve ora, dinnanzi alla strapotenza dei concorrenti esteri agguerriti, forniti di capitali a buon mercato, la capacità di acquisto del paese sarà esaurita. Esaurite le poche scorte d’oro, incapace a vendere all’estero le proprie merci a prezzi abbastanza bassi, con che mezzi il paese acquisterà ancora il necessario per alimentarsi e vivere? Gli stranieri si precipiteranno come cavallette sul paese, acquisteranno a vil prezzo le nostre terre, le nostre case e le nostre fabbriche, sin che alla fine i nazionali siano ridotti allo stato di salariati proletari, al soldo del forestiero; – ovvero, se vorremo mantenerci indipendenti, mancherà il lavoro, i fumaioli saranno lasciati spegnere, le maestranze dovranno emigrare in cerca di pane; e il paese ritornerà allo stato di pastorizia e della caccia. Rimarranno nelle città guide per istruire e mendicanti per divertire i forestieri amanti di antichità, di musei e di rovine.

 

 

Il quadro è terrificante; ma deriva gran parte del suo valore dall’uso di figure rettoriche le quali non hanno niente a che vedere con la sostanza del problema. Le parole “inondazione”, “invasione”, “guerra economica”, “conquista” sono importate da fatti che appartengono ad un mondo tutto diverso da quello degli scambi economici, dei quali unicamente si tratta. Un terreno è “inondato” dall’acqua straripante dai fiumi e torrenti quando l’acqua, coprendolo di sabbia e di sassi, distruggendo raccolti, colmando canali, guastando strade e piantagioni, ne riduce per anni ed anni la produttività ed è causa di sforzo grande per ricondurlo alla fertilità antica. In che modo possiamo assimilare a tal fatto, indubbiamente dannoso, l’importazione a basso prezzo di prodotti esteri? Importazione di frumento a 15 lire ante 1914 al ql., invece che a 25 od a 30, per sé significa soltanto messa a disposizione di uomini di una massa maggiore di frumento. Anche se l’inondazione di frumento giungesse sino al punto, che è assurdo, di consentirci di entrare gratuitamente in possesso del frumento necessario ai nostri bisogni, il fatto in non potrebbe da nessuno essere considerato dannoso. Eliminata la necessità di fare lo sforzo necessario a procurarci il frumento, noi potremmo dedicare tutta l’opera nostra, resa così disponibile, a far qualcos’altro; per esempio, a fabbricare, perdendo all’uopo solo una parte del tempo reso libero dal regalo che qualcuno ci farebbe della materia prima, pane così ben fatto, di forme ed aspetti così diversi ed attraenti, paste alimentari così ben confezionate ed a prezzi così bassi, da essere accessibili a tutte le borse e così gradite al palato da crescere l’appetito e la salute dei felici consumatori. Questo, e nient’altro, vuol dire per se stessa “l’inondazione” delle merci estere.

 

 

Parimenti, “l’invasione” delle medesime merci non è connessa col clangore delle trombe, con il fischio delle palle, il tuonare dei cannoni, l’urlo delle bombe cadenti dall’alto, il fumo ed il terrore degli incendi, con cui nella immaginazione degli uomini è connessa l’invasione nemica vera e propria. L’invasione delle merci estere è per se medesima connessa con l’idea di offerte attraenti al prezzo 5 per merci che noi eravamo abituati ad acquistare al prezzo 6 od 8 o 10, di merci più solide o nuove al posto di altre di scarsa durata e di forma antiquata, di cataloghi ben redatti, i quali ci offrono piantine straniere di rose – novità al prezzo di 1 lira l’una al luogo di piantine nazionali al prezzo di lire 2, di commessi i quali ci assicurano che quella stoffa è pura lana forestiera, laddove quella nazionale è mista di cotone e di rayon. Se le allegazioni sono vere, quella è per fermo una invasione sui generis, dalla quale non ci sentiamo danneggiati, una invasione la quale per sé cresce la comodità della nostra vita. In fondo in fondo noi ci augureremmo che così gentile invasione giungesse sino al punto di riempirci la casa di ogni ben di Dio mangereccio, di mobili eleganti, di ninnoli graziosi, di scarpe e di vestiti durevoli e gradevoli all’occhio.

 

 

Se qualche dubbio rimane in noi dinnanzi ad inondazioni ed invasioni di indole così peculiare, esso deriva da una preoccupazione: di non avere i mezzi di provocare inondazione ed invasione, di essere ridotti allo stato del re Mida che moriva di fame perché tutto quel che toccava si convertiva in oro. Al contrario, noi non potremmo, per mancanza di mezzi, toccar nulla delle belle cose straniere, le quali ci inonderebbero, ci invaderebbero, ci assalirebbero da ogni parte. Non potremmo nulla toccare perché le merci stesse straniere ci avrebbero privati dei mezzi di acquistarle.

 

 

Come ciò possa accadere, si tenta di spiegare nella seguente maniera: il consumatore nazionale, provveduto di una data somma di denaro, andando sul mercato segue la regola della miglior sua convenienza; e se la merce straniera, di uguale qualità, gli è offerta a prezzo minore, sceglie questa. I produttori nazionali sarebbero nella impossibilità di vendere e quindi di produrre. E poiché nessun consumatore è tale, nessuno è provveduto di denaro se non ha prima venduto qualcosa – il suo lavoro, i servigi della sua casa, del suo terreno, della sua industria -, se nessuno ha potuto vendere niente per la concorrenza al ribasso della merce estera, nessuno è provveduto di denaro e nessuno può acquistare le merci estere delle quali benevolmente i produttori stranieri ci vorrebbero inondare, o con le quali essi vorrebbero invadere le nostre case. L’inondazione o l’invasione producono così l’effetto terrificante di inaridire i nostri campi, di spegnere i nostri fumaioli pure restandosene nell’alveo dei fiumi o non valicando i sacri limiti della patria. Basta, in questo genere particolarissimo di operazioni belliche, la pura minaccia per produrre l’effetto voluto dal nemico.

 

 

In verità non si comprende quale vantaggio possa il nemico ripromettersi da una siffatta condotta della guerra economica. Vuole o non vuole l’avversario – seguitiamo per il momento ad usare la barocca terminologia usata per indicare la persona di chi ci offre, senza costringerci ad accettare, una merce a noi presumibilmente gradita ad un prezzo minore di quello preteso da altri – vuole o non vuole venderci la sua merce? Se sì, quale interesse ha a privarci del mezzo di acquisto? Per lui la vendita non ha lo scopo di procurarsi denaro. In ogni caso non ha lo scopo di procurarsi la moneta nazionale, che oggi in ogni paese consiste di biglietti, pezzi di carta stampata con su certe parole e certi ghirigori, i quali non hanno corso se non nel paese d’origine. Lo scopo, al più, è quello di procacciarsi moneta universale, avente corso dappertutto, ossia moneta d’oro.

 

 

Ma l’esperienza, ovvia costante e generalissima, ci dice che neppure questo è il fine vero dello scambio. Gli uomini quando hanno ricevuto oro, moneta universale, non trovano ad essa nessun uso diretto. A meno di essere avari, assorti nella contemplazione e nel palpeggio delle monete d’oro, ognuno si affretta a cambiare l’oro, in merci, in derrate, in servigi (fitti di casa, rappresentazioni teatrali, viaggi, servigi personali di domestici, di parrucchieri, di manicuri, ecc. ecc.). Se, per il momento, l’uomo non ha desideri abbastanza intensi da indursi a separarsi dalla moneta, la deposita in banca, riservandosi di ritirarla più o meno presto, quando vorrà convertirla in merci o servigi; e la banca la dà a mutuo a chi se ne serve per comprare merci o servigi (materie prime e mano d’opera per l’esercizio dell’industria sua), salvo a restituirla quando avrà rivenduto il prodotto delle sue operazioni industriali.

 

 

In ogni caso il produttore produce merci e le vende non per procurarsi denaro, il quale non ha per lui nessuna utilità diretta, bensì, per mezzo del denaro, per acquistare le merci ed i servigi dei quali ha bisogno. L’avvocato dà pareri, in parte per il gusto di esporre la propria opinione su argomenti che lo interessano; ma dal punto di vista economico, dà pareri allo scopo di procurarsi vestiti, alimenti, casa, riscaldamento per sé e per la famiglia. L’artigiano intarsia, sì, con diligenza lo stipo, ordinatogli dal cliente, perché a lui piace il lavoro ben fatto; ma lo scopo del suo lavoro non è di fabbricare e possedere stipi intarsiati, ma, col mezzo di questi, provvedere sé e la famiglia di alimenti, scarpe, vestiti, casa, medicine e via dicendo. Lo scopo della sua produzione non sono le cose da lui prodotte; sono quelle da lui desiderate ed acquistate. L’avvocato e lo stipettaio hanno riflettuto che se volessero da sé produrre le scarpe, i vestiti, gli alimenti, l’appartamento di cui hanno bisogno, non verrebbero probabilmente a capo di nulla; e, volendo far tutto da sé, si ridurrebbero a vivere, come i selvaggi o come Robinson Crosuè, in grotte od in capanne di frasche, miseramente ed in continuo affanno di morire di fame o di freddo; ed hanno concluso che il partito migliore era quello di fabbricare solo pareri o solo stipi. Essi si sono specializzati in questa bisogna, e vi hanno raggiunto un grado più o meno alto di eccellenza.

 

 

Così hanno fatto tutti gli altri uomini; e così è nata quella la quale si chiama divisione del lavoro. La quale non conosce confini di stati o di province o di comuni. Se non esistessero dazi e confini e passaporti, tutto il mondo sarebbe un paese solo; e tutti gli uomini si scambierebbero i loro prodotti l’un l’altro. A nessuno verrebbe in mente di parlare di inondazioni di stipi in casa dell’avvocato e di pareri in casa dello stipettaio; perché tutti comprenderebbero che l’avvocato ricorre allo stipettaio soltanto quando desidera uno stipo e che lo stipettaio ricorre all’avvocato soltanto quando sa di avere vantaggio ad ascoltarne il parere. Non occorre, perché lo stipettaio possa vendere lo stipo all’avvocato, che egli attenda il momento, che potrebbe non giungere mai, di aver bisogno dei suoi pareri. A questo mondo basta che ci sia sempre qualcuno bisognoso di pareri d’avvocato, per esempio, il sarto a cagione di un cliente litigioso. Il sarto chiede e paga il parere dell’avvocato; questi, colla moneta ricevuta acquista lo stipo; e lo stipettaio a sua volta si fa fare il vestito dal sarto. Così il sarto ha avuto il parere, che era il bene da lui desiderato, l’avvocato possiede e gode lo stipo e lo stipettaio veste panni. Estendiamo a 100, a 1.000, ad un milione, a 100 milioni di persone l’esempio ora fatto per tre persone e, salvo la complicazione, nulla sarà cambiato al quadro.

 

 

In regime di divisione del lavoro, ognuno produce non per sé, ma per gli altri; ed ognuno valuta il prezzo della merce da lui acquistata in ragione del costo, della fatica sopportata nel produrre la merce da lui data in cambio. Per l’avvocato il costo dello stipo non è dato dal numero delle lire da lui pagate per acquistarlo, ma dalla fatica durata, dal tempo consumato nel pensare e nell’elaborare il parere da lui dato al sarto. Le lire sono numeri astratti, che per sé non significano nulla. Quel che conta è la fatica, l’energia mentale spesa nel produrre il parere. Si potrebbe anche dire che per l’avvocato il costo dello stipo è dato dal sacrificio sofferto nel rinunciare a quell’altro bene, ad esempio, un grande trattato giuridico, a cui egli ha preferito lo stipo. Mentalmente, lo stipettaio reputerà caro od a buon mercato l’abito nuovo paragonandolo al numero di giorni consumati ed all’abilità impiegata nel fabbricare lo stipo. Se egli, vendendo lo stipo, riesce a procurarsi un vestito, un paio di scarpe ed un cappello, riterrà di avere avuto tutta questa roba a buone condizioni; se solo il vestito, si lagnerà che il lavoro dello stipettaio è male remunerato. E così per il sarto.

 

 

Le merci ed i servigi si pagano con le merci ed i servigi; ed il denaro serve solo per facilitare gli scambi. Se l’avvocato e lo stipettaio si trovassero uno di fronte all’altro, non avverrebbe alcuno scambio; che l’avvocato desidera bensì lo stipo, ma lo stipettaio non sa cosa farsene dei pareri dell’avvocato. Per fortuna c’è il sarto, il quale ha litigato con il suo cliente ed ha urgenza del parere dell’avvocato; mentre lo stipettaio è disposto a farsi fare il vestito dal sarto; e così tutte le cose si accomodano.

 

 

Si accomoderebbero anche fra sarti, stipettai ed avvocati o meglio tra fabbricanti di panni inglesi, segherie produttrici di assi per mobili della Scandinavia e fioristi della riviera ligure, se i singoli stati non costituissero unità territoriali separate e non venisse in mente l’idea balzana che gli scambi, invece di verificarsi tra fabbricanti di panni inglesi, i quali hanno bisogno di mobili fabbricati con assi scandinave; segherie scandinave, i cui proprietari vogliono rallegrare le loro mense con fiori freschi recisi liguri, e fioristi liguri, i quali vogliono vestire panni inglesi, si verifichino invece fra Inghilterra, Svezia ed Italia. Ed allora, invece di concepire i tre scambiatori come tre brave persone le quali, dopo avere un po’ litigato sul prezzo, si mettono d’accordo per effettuare lo scambio tripartito conveniente a tutti e tre, si guarda a tre stati, a tre paesi, a tre nazioni le quali, ringhiando l’una contro l’altra, si “inondano”, si “invadono” reciprocamente con merci destinate a mandare in rovina il nemico, l’avversario intento a distruggere l’industria nazionale.

 

 

Nove decimi delle contese fra stato e stato derivano da finzioni e trasposizioni verbali di questo genere; ma questa è certamente la più balzana fra le figure rettoriche, adoperate nel linguaggio volgare e politico per rappresentare tragicamente un fatto elementare della vita quotidiana: gli scambi avvengono a causa della divisione del lavoro, introdottasi tra gli uomini per accrescere la massa di ricchezza prodotta da tutti, e per accrescere quindi la massa di beni che ognuno può procacciarsi vendendo agli altri le cose da lui stesso prodotte in maggiore abbondanza, grazie alla specializzazione del lavoro.

 

 

Non vi è uomo, per quanto inabile e scarsamente fornito di capitali, il quale qualcosa non sia in grado di produrre. Anche l’agricoltore italiano, il quale sia ridotto a coltivare un terreno ingratissimo, qualcosa è in grado di produrre. Egli può scegliere due vie: o coltivare in quel terreno tutte le derrate di cui ha bisogno; frumento, granoturco, erba per le pecore, bosco per trarne legna da riscaldamento, viti per il vino, olivi per l’olio, ortaggi per il desco familiare. Egli spera in questo modo di non aver bisogno di acquistare nulla, ché il poderetto gli fornisce tutto ciò di cui ha bisogno. Nel forno familiare cuocerà egli stesso il pane; la donna sua gli filerà e tesserà la lana delle pecore; nel frantoio e nella cantina produrrà olio e vino; ortaggi e frutta basteranno alla parca mensa. Oppure egli, osservando che nel pascolo l’erba viene grama, le viti non prosperano e le pannocchie di grano – turco riescono stente, si ridurrà a coltivare, oltre l’orto di casa, frumento alternato con colture erbacee miglioratrici ed a curare bene e rinnovare gli olivi esistenti sul fondo.

 

 

In verità, egli non ha la libertà di scelta fra le due vie; ché in ogni caso ha bisogno di vendere qualcosa per procacciarsi i beni ed i servizi, che assolutamente non può produrre da sé: le scarpe, i vestiti, il petrolio o l’acetilene o la luce elettrica per l’illuminazione, i servigi pubblici (imposte), i libri scolastici per i ragazzi, le medicine, ecc. Il contadino fa il conto, pressappoco, quale sia l’ammontare complessivo che egli deve spendere in denaro per procacciarsi le cose di cui ha bisogno e che non può cavare dal podere, supponiamo 3.000 lire; e, fatte le sue esperienze, si appiglia a quella combinazione di colture ed a quel reparto della superficie di terreno del suo podere che gli dà, oltre alle derrate da lui direttamente consumate, la possibilità di procurarsi, con il minimo di fatica le 3.000 lire a lui necessarie. Fra le tante combinazioni di frumenti, erbe foraggere (il che vuol dire bestiame grosso o minuto da vendere, latticini, formaggi) ed ulivi, una ve ne sarà che gli dà il desiderato risultato. Se la sua terra è povera, forse non riuscirà a cavarne le 3.000 lire per gli acquisti in denaro; ed in tal caso egli un po’ rinuncerà a consumare una quota ulteriore dei suoi prodotti ed un po’ ridurrà le spese fatte fuori del podere, ad esempio, da 3.000 a 2.500 lire.

 

 

La sterilità della sua terra non gli impedisce di vendere; riduce solo la massa dei beni che egli può offrire in vendita e quella dei beni che egli può comprare. Se un dazio aumenterà il prezzo del suo grano, non perciò cresce la quantità di grano che, con identica fatica, egli si procura; cresce solo la quantità dei beni che egli si può procurare. Egli sta meglio; ma sta peggio il consumatore del grano suo connazionale, il quale sarà costretto ad acquistare il pane a più alto prezzo ed avrà, ad ugual fatica, una massa di beni minore a sua disposizione. Potrà darsi e sarà in media anche probabile, che quel consumatore di pane stenti la vita ancor più del contadino produttore del pane.

 

 

Ad ogni modo, non è vero che la mancanza del dazio protettivo per il grano costringa ad abbandonare i terreni a grano. Costringe a variare le colture per produrre il sovrappiù necessario alla vita e che il contadino non può produrre da sé. Seppoi un terreno è veramente tanto sterile che il contadino, stentando e logorandosi, non riesce a cavarne il necessario ad una vita miserabile, forseché sarà un male se quel fondo ritornerà a pascolo od a bosco e se il contadino, rimasto disoccupato, andrà in città a fare un mestiere che gli dia qualcosa di più di quel che gli offre la terra grama? L’abbandono della montagna, attorno a cui si sparge tanto inchiostro, è un fatto economicamente logico. Invece di consumare 10 o 20 giorni di lavoro a produrre un quintale di segale su un terreno impervio, il montanaro preferisce lavorare 5 soli giorni in fabbrica, lucrando così la somma occorrente per acquistare un quintale di buon frumento. C’è sugo a indurre col dazio il montanaro a seguitar nella coltura della segale con gran fatica, quando, con minor fatica e col solo abbandono della terra a segale in montagna, egli si procura egualmente il buon pane?

 

 

Lo scopo dell’attività umana non è quello di faticare a coltivare terre in luoghi ingrati; ma di far vivere gli uomini in condizioni degne. Se gli uomini ritengono di potersi procacciare i mezzi di vita altrimenti che col coltivar terreni sulla cima del monte Bianco, sarebbe assurdo rendere conveniente ad essi faticar molto per ottenere poco. Anche se questo poco sarà venduto ad alto prezzo, gli uomini potranno nel loro complesso consumar poco e dovranno vivere malamente.

 

 

Posti così, nella loro nudità, i fatti, è evidente essere errata la concezione che comunemente si espone, nel parlare e nello scrivere quotidiano, delle importazioni e delle esportazioni. Per lo più, giornalisti ed uomini politici si rallegrano quando possono annunciare che le importazioni dall’estero sono diminuite e le esportazioni verso l’estero sono aumentate, sia in volume che in denaro. Sembra che il paese arricchisca perché incassa molto e spende poco. Può darsi che ci sia del vero nell’opinione così esposta; se ad esempio ciò vuol dire che noi, esportando un miliardo di più di quanto non abbiamo importato, abbiamo esportato macchine, locomotive, rotaie, ecc. ed abbiamo così fatto investimenti di capitale all’estero, senza subito ottenere il pagamento. Lo otterremo poi, si spera con utile, ricevendo negli anni futuri interessi, dividendi e quote di ammortamento. Può anche darsi che, esportando un miliardo di più dell’importato, abbiamo rimborsato un debito vecchio, liberandoci dell’onere di pagare in avvenire i relativi interessi.

 

 

Possono darsi altre ipotesi ancora, le quali spiegano razionalmente il fatto. Ma, parlando in generale, che cosa vuol dire importare? Evidentemente, ricevere merci e derrate che noi desideriamo e che godremo; le quali ci serviranno a soddisfare nostri diretti bisogni od a fare impianti industriali o migliorie agricole fruttifere in avvenire. Cosa vuol dire esportare? Altrettanto evidentemente, dare merci e derrate che a noi costano fatica, privarcene, rinunciare a farne uso. Le esportazioni sono il sacrificio, il costo da noi sostenuto; le importazioni sono il vantaggio, il bene da noi desiderato.

 

 

Razionalmente discorrendo, i nazionali di qualunque paese hanno interesse a ridurre al più possibile le esportazioni e ad aumentare il più possibile le importazioni. Le esportazioni sono il costo, che noi vorremmo minimo, delle importazioni che noi vorremmo massime. Se noi discorressimo, cosa che è fuor di luogo, in termini morali, dovremmo dire che le esportazioni sono il male e le importazioni sono il bene. Nella vita privata, quando di solito ragioniamo bene, tutti desideriamo esportare poco, ossia dare pochi pareri d’avvocato, pochi stipi o vestiti ed importare in cambio assai; ossia l’avvocato uno stipo preziosamente intarsiato, il sarto un parere ben elaborato che gli faccia vincere la causa col cliente, e lo stipettaio un vestito di lana pura ben confezionato. Poiché tutti desideriamo la stessa cosa: esportare poco ed importare assai, i desideri non possono per nessuno essere pienamente soddisfatti. Il mercato deciderà quali siano le ragioni di scambio, ossia il prezzo dei pareri degli avvocati, degli stipi più o meno bene intarsiati o dei vestiti di lana pura o mista.

 

 

Resta il fatto che nessuno, né individuo, né quella accolta di individui che è detta stato, corre il pericolo, che sarebbe augurabile, di restare soffocato dall’inondazione delle merci. Ognuno compra, ai prezzi del mercato solo quella quantità di beni e servigi che uguaglia quella che può dare in cambio; e nessuno, a meno che egli sia un mendicante od un lestofante, gli darà mai nulla in cambio di niente.

 

 

Una volta che ci si sia ben messi in mente che i beni ed i servigi si scambiano esclusivamente con beni e servigi, verrà meno la preoccupazione che, a sentir parlare di federalismo europeo, è messa innanzi da parti opposte; dai danesi, i quali pagando ai loro casari alti salari per la confezione del burro e del formaggio venduto in Inghilterra, temono la concorrenza del burro e del formaggio della Lombardia, dove i salari monetari sono uguali alla metà di quelli correnti in Danimarca, o, peggio, dei prodotti degli Abruzzi e delle Calabrie, dove forse non arrivano alla quarta parte; e nel tempo stesso dai lombardi e dagli abruzzesi i quali temono, quando tutto il mercato europeo fosse unificato, di non potere resistere alla concorrenza, nonostante i bassi salari da essi pagati, dell’industria casearia danese, fornita di impianti, di meccanismi, di frigoriferi tanto più perfezionati e di mezzi di comunicazione tanto più rapidi.

 

 

Intanto si rifletta che formaggi lombardi e caciocavalli abruzzesi coesistono in Italia; e sinora non si sono distrutti a vicenda, nonostante i bassi salari la primitività dei mezzi produttivi e le abitudini randagie di transumanza degli abruzzesi, ed i più alti salari, la sedentarietà nelle stalle e gli impianti più perfezionati dei lombardi. Se gli abruzzesi sono più sobri ed i lombardi più esigenti, c’è però un punto di incontro nel prezzo dei prodotti rispettivi, i quali, a parità di bontà e di altre qualità di sapore e di profumo variamente apprezzate dai diversi consumatori, debbono avere un prezzo identico sullo stesso mercato nello stesso momento. Se a parità di prezzo di vendita del prodotto, il casaro lombardo riceve venti lire al giorno di salario ed il pastore abruzzese solo dieci lire, ciò vuol dire che si è formato un equilibrio per cui le due industrie possono coesistere nonostante la diversità dei salari. Dobbiamo anche qui rovesciare la proposizione solita:

 

 

non già i salari determinano il prezzo, ma il prezzo determina i salari. Sul mercato italiano unificato, con molti attriti e molte deviazioni dovute alle peculiarità dei formaggi prodotti, dei gusti delle diverse regioni, dei costi dei trasporti, si forma dall’incontro delle quantità offerte e domandate di formaggio un prezzo dello stracchino lombardo e del caciocavallo abruzzese. Da quel prezzo dipende il ricavo dell’impresa casearia nelle due regioni. Se il salario è di 20 lire al giorno in Lombardia e di 10 lire al giorno negli Abruzzi, ciò vuol dire che l’impresa casearia è organizzata in tal maniera nelle due regioni, la qualità e la produttività dei prati e dei pascoli è tale, le razze del bestiame lattifero e l’offerta e la domanda di mano d’opera sono rispettivamente siffatte, che dal ricavo della impresa l’imprenditore è messo in grado ed è costretto dalla concorrenza degli altri imprenditori a pagare venti lire al casaro lombardo e solo dieci lire al pastore abruzzese.

 

 

Col tempo, tutte queste condizioni potranno mutare; anzi sono già mutate. La transumanza, ossia la emigrazione delle pecore dalle montagne abruzzesi alle piane della campagna romana durante l’inverno ed il ritorno alla montagna nell’estate, si è attenuata col progredire dell’agricoltura stabile nella campagna romana. Oggi, maggior copia di latticini si produce nelle grandi imprese della campagna, con mezzi tecnici perfezionati ed a cosidetto alto costo, ossia pagando alti salari non dissimili da quelli usati in Lombardia; ma l’alto costo è la conseguenza, non la causa, dell’alto prezzo a cui i nuovi latticini di qualità si vendono sulla piazza di Roma. Si sono trasformati i prodotti; e per trasformarli si è dovuto organizzare l’industria su basi tecniche moderne. Il pastore abruzzese, il quale si contentava di dieci lire al giorno, perché la sua produttività era quella che era e correlativamente le sue esigenze di cibo, vestito e casa erano quelle che erano si è trasformato in un operaio specializzato, di cui il numero, la produttività, le esigenze sono diverse; ed a queste differenti condizioni del mercato del lavoro corrispondono salari di venti lire al giorno; e questi salari maggiori possono essere pagati perché il latte è venduto in condizioni ed a prezzi diversi da quelli propri del caciocavallo abruzzese.

 

 

Se la trasformazione tecnica ed economica dell’industria continuerà, accadrà probabilmente che non si sentirà più parlare di pastori abruzzesi pagati a dieci lire al giorno, di transumanza delle pecore e siffatte tradizioni antiche. Ma il latte pastorizzato ad alto prezzo non avrà ucciso il caciocavallo pecorino; né gli alti salari avranno eliminati i bassi salari o viceversa. Nessuno sarà morto; ma si sarà, anzi si è già operata, una trasformazione nel tipo dell’industria casearia, per la quale, col progredire della tecnica produttiva, quei lavoratori, i quali prima dovevano contentarsi di partecipare al magro banchetto di una industria a bassa produttività per unità di lavoro impiegata, oggi ed in avvenire potranno partecipare al prodotto crescente di una industria progredita.

 

 

Che se l’industria danese è già oggi ad un livello più alto di produttività di quella lombarda ed i suoi casari possono perciò godere di salari, ad esempio, di 40 lire al giorno, né essi avranno a temere della concorrenza dei produttori lombardi od abruzzesi; né questi di quella dei danesi. Costoro pagano salari alti perché hanno saputo organizzare tecnicamente la produzione del latte in maniera più complessa, specializzandosi nella produzione del burro per il mercato inglese; epperciò rinunciando da un lato all’elaborazione del latte nelle singole aziende rurali e dall’altro all’alimentazione del bestiame lattifero col solo o col prevalente prodotto del podere. L’industria si è specializzata e diversificata. Importatori e produttori di mangimi, specialmente destinati alle vacche da latte, forniscono agli agricoltori una quota notevole degli alimenti necessari alla stalla; sicché quelli prodotti dal podere diventano quasi parte secondaria o subiscono essi stessi una trasformazione preventiva, aiutata da sostanze importate dal di fuori ed utili a conservare sapidità e freschezza. Né l’agricoltore elabora il latte; il quale invece due volte al giorno è trasportato, grazie ad una particolare organizzazione cooperativa di trasporto, a latterie pure cooperative, dove, coi mezzi tecnici più moderni, dal latte si ottengono i diversi prodotti ai costi minimi; ed i residui sono restituiti alle fattorie medesime per l’alimentazione del bestiame, specie porcino, laddove il burro, controllato e stampigliato ed impaccato, è spedito in Inghilterra da imprese di trasporti marittimi, pure essi facenti parte dell’organizzazione cooperativa danese.

 

 

I salari alti pagati ai contadini ed agli operai specializzati, i quali contribuiscono al prodotto ultimo, non debbono essere considerati come un costo dell’impresa, ma invece come il frutto dell’organizzazione diversa e più produttiva che in quel paese si è saputo instaurare. Il basso salario del pastore abruzzese non può fare concorrenza all’alto salario del casato danese; perché a raggiungere l’intento della concorrenza, quel salario, rimasto invariato, dovrebbe incastrarsi in una organizzazione simile a quella danese; ma in tal caso il casaro abruzzese non sarebbe più tale e, diventato operaio specializzato, pretenderebbe ed otterrebbe, data la sua diversa e maggiore produttività, salari uguali a quelli danesi.

 

 

Né i salari alti della Danimarca fanno concorrenza a quelli più bassi abruzzesi; perché ad ottenere l’effetto di porre eventualmente lo stesso prodotto (burro) sul medesimo mercato (inglese) a prezzo minore di quello possibile per l’industria casearia abruzzese, fu d’uopo che quella danese si attrezzasse in modo compiutamente diverso; sicché il prezzo eventualmente più basso del burro è il risultato non dei soli alti salari, ma della divisione del lavoro fra importatori e produttori di mangimi specializzati, agricoltori produttori di latte, cooperative di ritiro del latte nelle fattorie, e di una trasformazione nelle latterie, imprese di trasporto per mare, imprese di distribuzione nei centri di consumo. Se l’industria danese volesse anche conquistare il mercato italiano, dovrebbe attrezzarsi all’uopo, sopportare costi di trasporto e di vendita probabilmente più alti.

 

 

Alla lunga l’esempio delle imprese meglio organizzate reagisce su quelle antiquate; ma il processo non è rapido e lascia tempo agli adattamenti necessari per spingere in alto la produttività ed i salari dei luoghi più arretrati.

 

 

Una federazione economica europea, rendendo i mercati nazionali intercomunicanti fra di loro, accelera il processo, con vantaggio particolarmente dei paesi a bassi salari, obbligati dalla concorrenza a perfezionare i loro sistemi produttivi ed a mettersi in grado di rimunerare più largamente le diverse categorie dei propri collaboratori.



[1] Questo articolo è la ristampa parziale di I problemi economici della federazione europea, pubblicato in tre puntate su «L’Italia e il secondo risorgimento», 26 agosto 1944, 2 settembre 1944, 9 settembre 1944 [ndr].

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