Tratto da:

Lezioni di politica sociale

Di alcuni problemi di politica sociale[1]

Lezioni di politica sociale, Einaudi, Torino, 1949, pp. 39-168

 

 

 

 

Capito I. I presupposti teorici della legislazione sociale

 

22. I presupposti teorici della legislazione sociale.

 

L’argomento della presente lezione è: I presupposti teorici della legislazione sociale[2]. Come accade per i titoli di tutte le lezioni, di tutti gli articoli e di tutti i libri, anche per questa lezione fu necessario ridurre al minimo le parole usate; e perciò è giusto dare qualche spiegazione intorno ai due aggettivi sociale e teorico:

 

 

  • legislazione sociale, in quanto è la parola più larga che si poteva adoperare per riassumere tutto quello che è intervento dello stato nelle cose sociali;
  • presupposti teorici, in quanto ebbi lo scopo di limitare a me stesso il campo della trattazione. In questa sala ancora arriva l’eco delle lezioni che tanti anni fa hanno tenuto in un’altra aula, in quella proprio a questa contrapposta, Leon Walras e Vilfredo Pareto, i due grandi che, creando la «Scuola di Losanna», hanno informato la scienza economica di tutto il mondo per almeno due terzi di secolo, e quell’eco mi dice che il nostro dovere di economisti, è quello di tenerci stretti e limitati al nostro specifico compito, di evitare qualsiasi divagazione e di usare nelle investigazioni che facciamo, quegli strumenti che gli economisti hanno imparato ad usare sempre meglio in due secoli (la nostra scienza ha suppergiù questa età) ed hanno dato prova di avere qualche efficacia nel campo investigativo. Se usciamo da questo nostro campo specifico potremo diventare politici, propagandisti, moralisti; cesseremo perciò di essere quel per cui possiamo dire qualcosa che meriti di essere ascoltato.

 

 

23. Il concetto di concorrenza.

 

C’è uno strumento noto, da tutti conosciuto, ma che per lo più è assunto secondo altri punti di vista, come se si trattasse di una istituzione storica o politica o giuridica[3]. Per noi economisti esso è semplicemente uno schema astratto che noi adoperiamo allo scopo di trovare una via per penetrare dentro la realtà.

 

 

Gli economisti si trovano di fronte ad una realtà più complessa di quella che si presenta ai fisici, ai chimici, ai naturalisti, agli astronomi, ecc. ecc. Noi non possiamo servirci dei loro strumenti di indagine e sovratutto di quello dell’esperimento combinato con il ragionamento, e dobbiamo per conseguenza inventare qualche imperfetto surrogato col quale si tenta di vedere la realtà attraverso una sua semplificazione. Non possiamo, come il chimico fa nei suoi crogiuoli, combinare i diversi elementi primi di una società e, variandone le dosi a piacimento, osservare le leggi del suo comportamento Non possiamo creare società; dobbiamo limitarci ad osservarle. Invece della compiuta realtà, afferriamo una parte sola di essa e ce ne serviamo allo scopo di penetrare dentro qualcuno degli aspetti della realtà intiera. Le conclusioni sono parziali; esse non sono vere di tutta la verità, ma ci servono per poter poi riuscire a capire qualcosa della realtà.

 

 

Quando hanno immaginato lo strumento di indagine detto della concorrenza, che cosa hanno voluto dire gli economisti? Essi hanno supposto un mondo con molti compratori e venditori, molti produttori e molti consumatori. Ognuno di questi lo supposero di certe non troppo grosse dimensioni; nessuno talmente grosso da poter con la sua azione influenzare l’azione degli altri. Ancora: tutti coloro che intervengono sul mercato – produttori e consumatori – sono mobili, e non solo possono muoversi, ma entrare liberamente in ognuno degli impieghi, professioni e mestieri, in ognuno dei mercati ed anche uscirne quando lo vogliano. Costoro hanno quel grado di prevedibilità massima che gli uomini possono avere. Cercano di intuire, di prevedere gli avvenimenti entro i limiti in cui l’occhio umano può farlo. Dispongono delle loro forze di lavoro e degli altri fattori di produzione (capitali materiali) per frazioni divisibili e possono quindi aumentare o diminuire i loro investimenti di lavoro o di risparmio a seconda della loro convenienza. Ancora i fattori produttivi sono riproducibili, in modo che le quantità ulteriori non presentino maggiori difficoltà di procacciamento di quelle precedenti.

 

 

Se noi supponiamo che lo schema astratto si attui, se noi supponiamo di vivere, di ragionare in un mondo in cui sia vera la ipotesi astratta della concorrenza, arriviamo al risultato che i prezzi praticati sul mercato sarebbero uguali a quelli che si chiamano i costi di produzione. Ciò vuol dire, che ognuno riceverebbe come prezzo dei propri prodotti, dell’uso del proprio capitale e delle proprie forze di lavoro, quella remunerazione che corrisponde esattamente al costo, al merito, al contributo fornito alla produzione complessiva.

 

 

Ognuno dei produttori, spinto dal proprio interesse personale, andrebbe avanti nell’applicazione dei propri fattori produttivi, lavoro, terra, capitali materiali, sino al punto nel quale il compenso ricevuto sia ancora uguale al costo dello sforzo sostenuto. L’impiego di tutti i fattori produttivi sarebbe un impiego di equilibrio, dato il quale non si otterrebbe in nessun punto una remunerazione maggiore di quella che si ha in ogni altro punto. Se per avventura in qualche impiego si manifestasse un margine oltre il compenso ordinario, subito quel margine verrebbe assorbito dai fattori mobili che esistono sul mercato, i quali si sposterebbero verso quell’impiego così da fare scomparire con tutta rapidità quei profitti che si fossero per qualche attrito manifestati. Né è necessario che lo spostamento abbia luogo, se non per eccezione, ad opera dei fattori già impiegati. Ogni giorno nuovi risparmi si formano; ogni giorno nuovi uomini giungono all’età produttiva. Basta lo spostamento dei nuovi sopravvenuti per ricondurre all’uguaglianza la remunerazione marginale dei fattori produttivi.

 

 

24. In regime di concorrenza non esistono problemi sociali di intervento dello stato.

 

È evidente che se questo schema astratto che gli economisti hanno inventato allo scopo di capire qualche cosa di ciò che accade nella realtà, si verificasse di fatto, il problema di questa lezione non esisterebbe né ci sarebbe occasione di parlare dell’intervento dello stato nelle cose economiche.

 

 

L’intervento non avrebbe ragione di essere quando ognuno fosse pagato in ragione dei propri meriti. Quando non ci fossero sacche di extra guadagni, lo stato non avrebbe ragione di intervenire. Le cosidette questioni sociali non esisterebbero. Gli imprenditori[4] sarebbero indotti a spingere l’impiego dei fattori produttivi sino a che la remunerazione pagata ad ognuno di essi non fosse superiore alla loro produttività marginale ed effettuerebbero l’impiego dei vari fattori produttivi uniformemente in guisa che la produttività marginale e la remunerazione fossero eguali per tutti i fattori produttivi e la somma delle remunerazioni eguagliasse il prezzo ricavato dal prodotto. Dico che la somma delle remunerazioni uguaglierebbe il totale ricavo della vendita del prodotto, perché ogni unità del prodotto sarebbe venduta, anche se ottenuta a costi più bassi ad un prezzo uguale al costo dell’unità marginale; ed ogni unità di fattore produttivo sarebbe remunerata con un compenso uguale al compenso marginale, non potendosi dare nel medesimo mercato due prezzi diversi per unità uguali di un medesimo bene o servizio. Il ricavo totale della produzione uguaglierebbe cioè il totale dispendio delle remunerazioni ai fattori produttivi, ossia il totale del costo per l’imprenditore. Nessun resto rimarrebbe da distribuire e tutti i fattori riceverebbero una remunerazione uguale alla loro produttività marginale[5].

 

 

25. Come lo schema della concorrenza non risponda alla realtà presente.

 

Se invece di parlare oggi, 1944, avessi parlato nel 1914, avrei potuto aggiungere subito che lo schema della concorrenza corrispondeva in gran parte alla realtà. Non era tutta la realtà, ma ne rifletteva gran parte. Era vero che esisteva, ed era vivacissima, la concorrenza tra prodotto e prodotto; era anche vero che non si erano ancora ingigantiti i grandi complessi monopolistici, sorti ed ingrossati nei trent’anni che corsero dal ’14 in poi. Era vero anche che nel ’14 funzionavano in più casi istituzioni di cui ora si è in parte obliterata l’opera (oggi, difatti, la banca non esiste, la borsa non esiste, non esistono stanze di compensazione, non esistono contratti a termine, non esistono arbitraggi, ecc.) tutte forze che facevano sì che la mutabilità, la mobilità, la permutabilità, la divisibilità, di cui gli economisti parlano in astratto, fossero cose vere e reali. Di una qualunque piazza di Europa era lecito dire che essa faceva tutt’uno con quelle dell’America; ed era vero quindi che se il prezzo dei grani, quello della lana e del cotone e del caffè ecc. ecc. erano un po’ superiori in un luogo in confronto di un altro, era in pochi istanti possibile concludere contratti a contanti ed a termine per parificarli. Tutte queste cose erano una realtà e facevano si che innanzi al ‘14 il campo in cui l’ipotesi astratta della libera concorrenza si verificava fosse un campo molto più vasto di quanto si immaginava di solito dai critici dottrinari anche allora numerosi. Se è vero che il secolo tra il 1814 ed il 1914, tra la fine delle grandi guerre napoleoniche e l’inizio della passata guerra mondiale, fu uno dei secoli più felici della storia del mondo, paragonabile solo al secolo degli Antonini, se è vero che non mai i salari aumentarono tanto, non mai si ebbe un così notevole incremento di benessere, questi fatti grandiosi di incremento nella produzione e di miglioramento nella distribuzione della ricchezza in gran parte derivavano dalla circostanza che l’ipotesi della concorrenza aveva trovato una attuazione abbastanza ampia. Esistevano anche allora attriti, ostacoli alla sua piena attuazione; ma attriti ed ostacoli erano stimolo a migliorare e perfezionare, non a negare.

 

 

Oggi tuttavia il campo in cui l’ipotesi della concorrenza si verifica è molto meno ampio che nel 1914. Per una serie di circostanze, in gran parte, ma non in tutto, dovute alla guerra, la visione che oggi si ha è di un mondo diverso. Esistono ancora molti produttori, molti agricoltori, molti medi e piccoli industriali ed artigiani, più di quanto ci possiamo immaginare; ma vi sono anche, in tutti i paesi ed in campi importanti dell’attività produttiva, grandissimi produttori i quali con la loro azione dominano il mercato e fanno sì che gli altri debbano conformare la loro azione a quella dei pochi. Banche, borse, contratti a termine, ecc., non esercitano più quell’azione uguagliatrice che ad essi spettava. Sono scomparsi i contratti a termine, grande strumento di parificazione; e le banche in molti paesi sono divenute organi di raccolta del risparmio per conto dei governi. I mercati controllati oggi non sono più dei mercati comunicanti. Al posto di una bella aperta moderna città fornita di edifici pubblici, di chiese, di abitazioni per appartamenti e di case individuali fornite di giardini e di spazi aperti, noi vediamo città irte di alte torri medioevali, di grattacieli che gittano la loro ombra sulla moltitudine di basse abitazioni che paiono ancora essere tollerate ai loro piedi.

 

 

Il quadro è tirato al nero, ché fortunatamente le imprese indipendenti non monopolistiche danno ancora il massimo contributo proporzionale al prodotto totale sociale; ma indubbiamente l’ombra proiettata dai grattacieli sulla moltitudine delle case ordinarie si profila minacciosa sull’orizzonte.

 

 

26. L’ipotesi del monopolio.

 

Gli economisti non hanno aspettato il trentennio dal 1914 al 1944 per formulare lo schema adatto a raffigurarci quest’altro aspetto della realtà. Risale al 1838 il libro delle Ricerche matematiche sulla ricchezza in cui Agostino Cournot formulava nitidamente l’ipotesi estrema opposta a quella della concorrenza. L’ipotesi è quella del monopolio. Egli disse: immaginiamo che sul mercato invece di molti ci sia un solo produttore. L’unico produttore domina completamente il mercato; egli decide come crede quanta merce si deve produrre, e, se non quanta merce, egli decide a quale prezzo essa deve essere venduta. A quale prezzo? La conclusione fu semplice, come sono sempre semplici, intuitive, le grandi scoperte le quali hanno segnato una tappa nel progresso della scienza. Il monopolista cioè – disse Cournot – stabilisce quel prezzo o quell’insieme di prezzi che diano a lui il massimo di guadagno netto.

 

 

In regime di concorrenza, il prezzo tende al costo, a rimunerare il merito, ad essere uguale alla produttività marginale dei singoli partecipanti alla produzione. Il monopolista invece non si occupa di vendere molto o poco, ma di guadagnare un massimo di profitto netto. Se questo è il prezzo od il sistema dei prezzi che si stabilisce sul mercato, e nei limiti in cui lo è, è evidente che esso produce due risultati principali:

 

 

  • 1) Quello di limitare la produzione. Invece di produrre la massa dei beni che gli uomini avrebbero avuto a loro disposizione se agisse la legge della concorrenza, si riduce la produzione. Il produttore che dalla concorrenza si troverebbe spinto a produrre sino al limite in cui il costo sia uguale al prezzo, ha, invece, in regime di monopolio, interesse a spingere la produzione solo sino al punto in cui la quantità venduta moltiplicata per il prezzo unitario e diminuita del costo di produzione gli dia un profitto netto massimo. E questa quantità è evidentemente minore. È certo che in regime di monopolio noi abbiamo una massa minore di beni e di servigi a disposizione degli uomini e questi si trovano meno bene perciò di quel che sarebbero in regime di concorrenza.
  • 2) Ed è vero anche che in regime di monopolio questa quantità minore di beni è distribuita in modo diverso dal modo osservato in regime di concorrenza. Invece di remunerare i singoli fattori in rapporto al rispettivo merito, qui nascono grosse sacche di profitti a favore dei monopolisti; Questi assorbono una proporzione notevole, più o meno grande, di una massa minore di produzione. La società rimane danneggiata.

 

 

27. La prima ragione fondamentale dell’intervento dello stato.

 

È evidente ora quale sia quindi una delle ragioni fondamentali di intervento dello stato nelle cose economiche. Gli economisti non danno giudizi di merito; ma questi sono le conseguenze logiche dell’una e dell’altra ipotesi. La esposizione dei due schemi estremi è fatta dall’economista come se si trattasse dell’analisi del moto delle stelle. Il giudizio spetta al politico, al filosofo, al moralista. Questi, constatando l’analisi astratta condotta dall’economista, probabilmente concluderà che il secondo sistema, del monopolio, conduce all’ingiustizia, ad una situazione socialmente insopportabile da modificarsi con l’intervento dello stato. L’economista non sa che cosa sia giusto od ingiusto; ma constata che la situazione da lui teorizzata nel caso del monopolio conduce a conseguenze che il politico, che il moralista, che l’uomo della strada definiscono ingiuste e ne trae la conseguenza che a lui è chiesto di indicare la via di evitare quelle conseguenze. Chiara è la linea da seguire, ed è quella della soppressione o della limitazione dei monopoli e della ricostituzione in una maniera o nell’altra della concorrenza o di una situazione simile a quella che esisterebbe se l’ipotesi della concorrenza si attuasse.

 

 

La lotta contro i monopoli ha due aspetti. La lotta contro i monopoli che si possono chiamare artificiali, e la lotta contro i monopoli cosidetti naturali.

 

 

28. La lotta contro i monopoli artificiali.

 

Se i monopoli si sono ingranditi tanto, se nel trentennio passato hanno assunto un’importanza prima ignota, non è che questo sia un fatto naturale, un fatto di Dio o della natura. No, la moltiplicazione dei monopoli, di quelli che si dicono trusts, cartelli, consorzi, fu dovuta a quello che si dice il fatto del principe, all’opera cioè attiva e determinata del legislatore. È il legislatore il quale ha creato i monopoli e dopo averli creati, si impaurisce delle loro risultanze dannose. La sola maniera logica di combattere e distruggere i monopoli che hanno una origine artificiale è di distruggere l’artificio. Prima del 1914 i dazi doganali, i dazi di protezione istituiti dagli stati ai confini del territorio nazionale contro le importazioni estere erano i grandi colpevoli dei sindacati che anche allora, in misura minore, esistevano. I produttori dell’interno si coalizzano molto più facilmente in un paese protetto di quanto potrebbero fare se i confini fossero aperti, se dall’estero si potessero importare merci in concorrenza a quelle nazionali. È molto più facile mettersi d’accordo con alcuni concorrenti nazionali che con molti concorrenti esteri. In quanto i monopoli devono ai dazi la loro origine, la loro forza, il rimedio è ovvio: per distruggerli fa d’uopo ridurre la protezione doganale, ridurre od abolire i dazi.

 

 

Accanto al vecchio istituto dei dazi doganali, il solo normalmente conosciuto prima del ‘14, sono sorti nell’ultimo trentennio tanti altri istituti creatori di monopoli: esagerata tutela dei brevetti, contingentamenti, licenze per poter ingrandire od impiantare fabbriche e stabilimenti in concorrenza con le fabbriche e stabilimenti esistenti, licenze da chiedersi ad uffici di stato, o, peggio, a congreghe in cui sono sovratutto rappresentati i vecchi produttori. Autarchia vuol dire monopolio dei nazionali, privilegi di ogni sorta. Se i monopoli si sono moltiplicati ciò accadde massimamente perché lo stato ciò ha voluto espressamente, perché ha dato forza di legge a norme le quali hanno favorito ed incrementato o rafforzato le tendenze monopolistiche. È chiara qui la via d’uscita. Aboliamo le leggi che hanno condotto al risultato di costituire delle sacche di profitti a favore di questo o quel complesso industriale, ed avremo risolto un grande problema: avremo aumentata la produzione e ne avremo migliorata la distribuzione.

 

 

29. La lotta contro i monopoli naturali.

 

Certo il compito non è finito. Col buttare a terra quei colossi coi piedi d’argilla che sono i monopoli artificiali, avremo fatto molto, avremo fatto il più, di gran lunga la miglior parte del lavoro antimonopolistico ma non avremo fatto tutto. Parecchio rimarrà di monopolistico nel mondo perché esistono monopoli i quali hanno cause che, in contrasto a quelle artificiali, si possono chiamare naturali: le ferrovie, le industrie elettriche, le imprese di gas, luce, di illuminazione, di acqua potabile, di tranvie e simili.

 

 

Non è la legge, ma la necessità economica, una necessità quasi fisica che crea qui il monopolio. Potremo noi immaginare che ci siano due ferrovie in concorrenza le quali servano le stesse città terminali, Torino-Milano, con lo stesso percorso intermedio? Non è un’ipotesi assurda; e la nostra legge italiana sui lavori pubblici del 1865 prevedeva già che ciò non potesse durare e, ad evitare inutili sprechi di capitali, lo ha vietato.

 

 

Non fu così dappertutto negli altri paesi: dal 1830 al 1870-80 negli Stati Uniti ci fu concorrenza nelle ferrovie. Non poteva durare. Se si costituisce invero una seconda ferrovia tra i medesimi punti terminali ed i medesimi punti intermedi a far concorrenza ad una più antica già esistente, quale mezzo ha la seconda impresa di attirare a sé una parte del traffico? Ridurre le tariffe; ma se così fa il secondo vettore, deve subito imitarlo anche il primo se non vuole perdere tutto il traffico. Se uno dei due da 10 passa a 9, così deve anche fare il secondo; ma allora il primo riduce la tariffa a 8 e di nuovo lo segue il secondo. Presto si arriva di questo passo sino a zero. E si è arrivati talvolta a meno zero! Si seppe di casi nei quali certe imprese ferroviarie americane per far concorrenza all’avversario, giunsero a promettere ai viaggiatori durante il percorso gratuito anche il pranzo gratuito. A quale scopo? Per mettere l’avversario ritenuto più debole nella necessità di cedere le armi. A un certo punto nella lotta economica tra due imprese legate alla linea ferroviaria, consapevoli che non possono rimuovere il capitale investito nelle gallerie, nelle massicciate, nei ponti, nelle stazioni, ecc. ecc. senza perderlo del tutto, c’è uno dei due il quale deve cedere per primo. Per accordo tra i due o per fallimento di uno dei due, rimane in vita una impresa sola la quale diventa monopolistica. Epperciò la legge italiana del 1865, prevedendo la fine fatale della concorrenza nel campo ferroviario, la vietò fin dall’origine, negando la possibilità della concessione di costruzione e di esercizio sulla stessa linea a due compagnie concorrenti. È ragionevole evitare uno spreco di capitali che darebbe risultati certamente negativi. Lo stesso si dica per le tranvie. In corso Vittorio Emanuele a Milano, o in via Roma a Torino, possiamo immaginare noi che si impiantino due o tre paia di binari per le tranvie? Sarebbe una confusione spaventosa. Se aggiungessimo poi alla concorrenza nelle tranvie, quella per il gas, la luce, l’acqua potabile, l’illuminazione, le nostre vie non sarebbero più vie, ma trincee nelle quali operai dovrebbero continuamente lavorare per riparare molteplici impianti mutuamente concorrenti. Con un solo impianto si fanno le riparazioni di notte, ma quando le imprese concorrenti fossero molte il tempo notturno non basterebbe. Mancherebbe la ragione stessa dell’impresa, che è di rendere servigio, non di disturbare i cittadini.

 

 

Dove il monopolio è naturale, fa difetto il rimedio proprio dei monopoli artificiali. Qui non c’è nessuna legge la quale abbia creato il monopolio. Il monopolio è venuto da sé.

 

 

Talvolta provvede inopinatamente l’ingegno umano a scalzare i monopoli esistenti, coll’inventare nuovi sistemi che costituiscano un’alternativa al vecchio sistema. L’invenzione dei mezzi automobilistici fu un rimedio spontaneo il quale ricreò la concorrenza nelle ferrovie con vantaggio grande degli utenti. Ma il fatto strano si fu che gli uomini si sono dati un gran da fare per impedire che la concorrenza risorta tanto vantaggiosamente producesse i suoi effetti. In quasi tutti i paesi le ferrovie, specie se di stato, chiesero ed ottennero coll’uno o coll’altro pretesto che fosse limitata la concorrenza che ad esse facevano i nuovi mezzi automobilistici.

 

 

Se non interviene l’ingegno umano a scalzare i monopoli naturali, bisogna riconoscere che il rimedio normale usato contro i monopoli artificiali (abolizione della legge creatrice del monopolio) non serve. Occorre l’intervento diretto dello stato, dei comuni, delle provincie, dell’ente pubblico in genere diretto a creare un surrogato al monopolio privato, a costituire una alternativa ad esso. Il principio generale, alla cui mera enunciazione mi debbo forzatamente limitare, è che l’ente pubblico deve trasformare il monopolio privato in monopolio pubblico, il quale dovrebbe vendere i suoi servizi al costo. L’ente pubblico, dichiarando che i monopoli naturali sono servizi pubblici, li può quindi esercitare direttamente o darli in concessione a compagnie private concessionarie stabilendo le modalità necessarie perché le tariffe di vendita dei servigi al pubblico corrispondano sempre al costo. Il concetto informatore è: mantenendo l’esercizio dell’impresa in quella forma monopolistica che è sua naturale, ricostituire, ad opera dell’ente pubblico, quella che era la conseguenza della concorrenza, ossia la vendita dei prodotti ad un prezzo uguale al costo.

 

 

Qui le difficoltà non sono nel concetto informatore, ma nella applicazione di esso. Esercizio diretto o esercizio per delegazione? Concessione a tempo lungo o breve? Concessione a tempo fisso o indeterminato? Quali controlli sono escogitabili per far sì che il costo pubblico non sia superiore al costo privato? E che le sacche di profitti a favore del monopolista non siano sostituite, nelle imprese pubbliche, da sacche di stipendi inutili a troppi impiegati politici? ecc. ecc. Ma trattasi di difficoltà che in un clima di continuo attento controllo dei cittadini nella cosa pubblica non sono del tutto insormontabili.

 

 

30. La seconda critica allo schema della concorrenza.

 

Gli economisti nel formulare lo schema della concorrenza avevano fatto e dovevano fare astrazione da quello che si può chiamare il momento originario dell’attività dell’uomo sul mercato. Essi hanno supposto che sul mercato intervenissero molti consumatori, ciascuno provveduto di una determinata potenza di acquisto, per lo più detta moneta. Ed hanno descritto quale sia, in quella ipotesi, il comportamento dei richiedenti e degli offerenti, quali siano i prezzi dei beni di consumo, i salari, gli interessi, le rendite, i prezzi dei beni capitali, ecc. ecc. La descrizione è continuamente perfezionata; lo è su linee pacifiche tra gli studiosi.

 

 

Ma gli economisti stessi videro che dietro a quella ipotesi del ciascuno provveduto di una determinata potenza di acquisto c’era un problema fondamentale insoluto.

 

 

John Stuart Mill fin da un secolo fa nei suoi Principî di economia politica (vedi traduzione italiana nella prima serie della «Biblioteca dell’economista» e numerose edizioni francesi) aveva detto che la produzione era governata da leggi fisiche, ma la distribuzione della ricchezza dalla volontà umana. Leon Walras aveva soggiunto: la produzione è regolata da leggi naturali, la distribuzione dalla giustizia. E Vilfredo Pareto concluse: la ripartizione dei redditi tra i titolari può essere modificata senza cessare di soddisfare a condizioni di massimo di ofelimità (utilità economica). Esprimerei il medesimo concetto notando, al seguito di Wicksteed[6] che lo schema della concorrenza non ha potuto tener conto del momento originario dell’attività dell’uomo quando egli si presenta sul mercato.

 

 

Lo schema parte dalla premessa che molti consumatori intervengano sul mercato. Questi intervengono con i mezzi che ciascuno di essi possiede. Ma la quantità relativa dei mezzi che ognuno possiede e con cui interviene sul mercato non è più un fatto che possa essere analizzato solamente con l’analisi economica; è un fatto giuridico, storico, politico, che dipende anche dalle istituzioni vigenti nelle diverse società (eredità, educazione, ambiente, monopoli esistenti, guadagni di concorrenza, ecc. ecc.). Noi possiamo, sì, constatare che chi ha 10 lire al giorno da spendere, impiega razionalmente queste sue disponibilità, dando ad ogni lira, ad ogni centesimo l’uso che a lui pare migliore. Se ha fame, certo non comprerà il libro perché gli occhi gli si annebbierebbero per l’appetito; ma acquisterà prima quel che gli occorre per cibarsi e poi penserà al resto. Egli cercherà di distribuire le 10 lire in modo da soddisfare innanzitutto ai bisogni più urgenti e in guisa che ogni unità (lira o soldo che sia) monetaria sia utilizzata al margine con uguale vantaggio subbiettivo. Sarebbe assurdo infatti che l’uomo spendesse 1 lira per comprare un bene che per lui ha una utilità solo come 8, quando potrebbe acquistare ancora un bene che ha per lui una utilità come 9. Le ultime lire spese debbono avere per lui una utilità uguale in modo che le utilità ottenute dalle ultime lire dei beni da lui acquistati siano uguali. Colui, però, il quale ha la disponibilità di 100.000 lire, per un kg. di pane sarà disposto a spendere anche 10.000 lire, mentre colui, che ha soltanto 10 lire, potrà anche darsi debba spenderle tutte per quel kg di pane, e rimanere privo di mezzi per acquistare altro. Potrebbe anche darsi che colui il quale, pur spendendo 10.000 lire per lo stesso kg di pane resterebbe ancora con 90.000 lire, glielo porti via tutto sicché l’altro non trovi più pane. Normalmente il pane è venduto a prezzi accessibili ai più, ma in tempi di scarsità, come sono i tempi di guerra, si fanno i razionamenti affinché il pane non sia distribuito in ragione dei mezzi che i diversi uomini hanno a loro disposizione ma tutti possano avere quel certo quoziente di pane che, data la quantità disponibile, spetta ad ogni consumatore. È evidente che lo schema della concorrenza (o del monopolio) rimane in ogni caso perfetto; ma ben altra è la qualità dei beni e dei servizi che si producono, ben altra è la distribuzione dei beni e dei servizi fra gli uomini, a seconda della maniera con cui i mezzi disponibili sono inizialmente distribuiti fra gli uomini. Se noi supponiamo che una società sia composta tutta da uomini che hanno 10 lire al giorno da spendere, i beni saranno distribuiti in una certa maniera. Se invece noi supponiamo che su 45 milioni la maggior parte abbia 10 lire soltanto e pochissimi 100.000 lire è evidente che sia la quantità che la qualità dei beni che si producono saranno diverse da quelle che si avrebbero nell’ipotesi ugualitaria. Il punto determinante è il possesso di una certa quantità di mezzi che ognuno dei cittadini ha al momento originario del suo arrivo sul mercato.

 

 

31. Diversità degli ideali possibili rispetto al momento originario.

 

Gli ideali degli uomini riguardo alla distribuzione delle ricchezze vanno dal caso estremo della uguaglianza assoluta a quello della disuguaglianza pure assoluta. Taluno può auspicare il verificarsi della tesi estrema in cui le moltitudini abbiano poco e uno solo abbia molto; ed altri aspirerà invece alla uguaglianza assoluta. E vi sarà chi propenderà a favore di soluzioni intermedie. Qui non decide l’economista. Io credo che oggi persino i dannunziani più invasati abbiano rinunciato all’ideale del superuomo di Nietzsche. Forse non ci sono neppure molti i quali sostengano l’idea dell’uguaglianza assoluta perfetta, non fosse altro perché questa non può durare. Ambe le soluzioni estreme sono foriere di tirannia. La maggior parte degli uomini probabilmente si pone l’ideale di una maggiore (maggiore in confronto ad una situazione giudicata ingiusta) uguaglianza nei punti di partenza. Che gli uomini nel momento originario in cui giungono alla maturità economica e si presentano sul mercato abbiano a propria disposizione mezzi non perfettamente uguali e nel tempo stesso non concentrati presso pochissimi o uno solo, ma distribuiti senza disuguaglianze troppo marcate tra individuo ed individuo è forse l’opinione dominante presso coloro che si dicono persone sensate. Quale sia l’equità ideale, è problema che ognuno risolve secondo il suo punto di vista. I più probabilmente aspirano ad una società lontana parimenti dagli estremi della assoluta eguaglianza ovvero della miseria delle masse e dell’opulenza dei pochissimi. Il primo è l’ideale del formicaio, il secondo quello della schiavitù. Le ripartizioni estreme sono antipatiche ai più, perché sinonime di tirannia, di perdita di libertà.

 

 

32. La seconda via dell’intervento dello stato.

 

Ed ecco qui il secondo campo aperto a quella che si chiama la legislazione economica sociale. Qui l’intervento opera nel senso di cercare di avvicinare, entro i limiti del possibile, i punti di partenza e si sviluppa secondo due linee: una è quella dell’abbassamento delle punte; l’altra quella dell’innalzamento dal basso.

 

 

33. L’abbassamento delle punte.

 

Istituzione antica è quella delle imposte progressive; ed al problema si tratta di trovare la soluzione ottima che sia lontana dal taglio delle teste dei papaveri di Tarquinio il Superbo o dal brodetto degli spartani, e più vicino possibile alle liturgie dei greci dell’epoca d’oro del secolo di Pericle. Per via di voto del popolo o in gran parte anche per spontanee donazioni delle classi alte, forse fu quella una delle epoche nella quale i cittadini facoltosi davano il maggior contributo proporzionale alle spese pubbliche. I monumenti dell’Acropoli di Atene sono una testimonianza ancora viva della coscienza sociale formata sotto la guida di un grande uomo di stato il quale aveva persuaso il popolo a non eccedere nelle confische e i grandi a donare volontariamente. Questi grandi monumenti ci danno la prova di quel che si era potuto fare grazie alla concordia degli animi, alla collaborazione tra grandi, medi e poveri che si era andata creando in quella città, situazione durata pochissimo e che venne a morire quando scomparve l’uomo che aveva operato il miracolo. L’abbassamento delle punte per mezzo delle imposte richiede un assai elevato senso civico ed un uso delle imposte che vada veramente a vantaggio della collettività. Assai anni fa, ho avuto la ventura di conoscere l’ultimo dei rappresentanti della dinastia dei filosofi Naville, il primo dei quali fu amico del conte di Cavour, il figlio e il nipote insegnanti ambedue di grido in filosofia nella università di Ginevra. L’ultimo nella sua modesta casa diceva: Veda, io posseggo questa casa e anche un piccolo podere al di là del confine, sul Saleve, in Savoia. Suppergiù il reddito dei due possessi è uguale. In Francia pago solo la terza parte delle imposte che pago qui, eppure di quelle mi lamento e di queste mi dico contento e le pago volentieri. Di quelle mi lagno perché non ne vedo i risultati, non vedo i vantaggi per la collettività. Di quel che pago io qui invece son ben lieto e contribuisco volentieri perché so a qual fine queste imposte vanno a finire, lo scopo collettivo cui esse sono consacrate.

 

 

Alla creazione di uno spirito civico simile a questo si deve mirare. Le imposte allora sono vantaggiose alla collettività quando le minoranze, che sovratutto sono chiamate a pagarle, sanno che non l’odio e l’invidia le hanno determinate, ma il vantaggio pubblico del raggiungimento di fini universalmente reputati buoni. Lo scopo delle imposte progressive non è quello di impedire la formazione dei profitti di concorrenza. Il ciel volesse che, in regime di concorrenza, molti imprenditori guadagnassero molto. Ciò vorrebbe dire che essi hanno molto creato, hanno inventato nuovi metodi di produrre a basso costo ed hanno avvantaggiato i propri simili.

 

 

L’imposta deve proporsi non di distruggere i profitti di concorrenza; ma di assorbirne a vantaggio dello stato quella parte che lasci sussistere l’incentivo a continuare a produrli. Quanto ai profitti di monopolio, lo scopo non è tanto quello di tassarli quanto di impedirne la nascita, come si dimostrò dianzi.

 

 

34. L’innalzamento dal basso.

 

Dopo l’abbassamento delle punte che si ottiene sovratutto con un efficace e nel tempo stesso stimolante uso delle imposte, c’è innalzamento dal basso. In un corso compiuto di legislazione sociale ci si dovrebbe occupare di tutti questi argomenti. La legislazione sociale non è cosa nuova nell’Europa continentale e sovratutto in Inghilterra. Qui il suo inizio data da secoli; e non l’inizio, ma la decisione più importante risale al tempo della regina Elisabetta ed ebbe poi un incremento grandioso in tutto il secolo scorso. il piano Beveridge, di cui tanto si parla, ridotto ad una cifra numerica in fondo avrebbe per risultato di far spendere al paese nelle varie forme di assicurazione sociale, invece dei 432 milioni di lire sterline che si sono spese nel 1938, 650 milioni subito dopo la fine della guerra ed 830 milioni dopo un ventennio. Non è una novità dunque, ma un ampliamento di istituzioni che già in varie forme sussistono. In Italia, possiamo ricordare gli scritti di Camillo Cavour e del suo collaboratore Petitti di Roreto che già verso il 1850 proponevano piani di legislazione sociale. Le leggi che a grado a grado, patrocinate da uomini di tutte le varie correnti politiche d’Italia, e tra i nomi più noti fa d’uopo ricordare quello di Luigi Luzzatti, entrarono in vigore, stanno a testimoniare che su questa via un notevole cammino è stato percorso e che l’opera avvenire dovrà essere non di creazione dal nulla, ma di riforma di integrazione e di perfezionamento.

 

 

35. Il minimo nazionale di vita. La limitazione dei beni.

 

Poiché non mi è possibile in questa lezione introduttiva, entrare nei particolari, dirò solo quale sia il concetto informatore della legislazione sociale. Si tratta di giungere per vie diverse ed adatte a far sì che ogni uomo vivente in una società sana disponga di un certo minimo di reddito.

 

 

Si può discutere se ciò significhi diritto al minimo. Repugno alla affermazione di un vero e proprio diritto, reputando più vantaggioso giungere altrimenti allo stesso risultato. Basti affermare il principio generale che in una società sana l’uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario alla vita. In fondo tutta l’opera delle trade-unions inglesi, un’opera che oramai dura da più di un secolo, mira ad obbligare l’imprenditore a pagare agli operai un minimo di salario, minimo che deve essere garantito a tutti coloro assunti a lavoro. Poiché quel risultato fu ottenuto dalle trade-unions inglesi, quelle stesse che da noi sono chiamate «sindacati operai», con sforzo secolare, con scioperi, ricorso a comitati di conciliazione, a trattative paritetiche, il minimo ottenuto con grande sforzo non è più un incitamento all’ozio. Non si spreca, come per tanti anni si temé e si rimproverò, nel vino e nell’ozio quello che è durato anni e anni di sforzo per poter essere ottenuto. Si spreca quel che si ottiene d’improvviso, per intimidazione e senza merito.

 

 

Se le classi operaie in Inghilterra ed anche in Italia (si ricordi il progresso compiuto tra il 1880 e il 1914, testimoniato da tanti dati e frutto anche di uno sforzo consapevole) sono riuscite ad affermare il diritto al minimo di salario, con ciò non si è fatto nulla che sia contrario ad alcuna legge economica. Si è affermato e conquistato il principio che il prestatore d’opera possa, forte della solidarietà con gli altri operai e dei fondi da lui volontariamente accumulati nel suo sindacato, trattare da paro a paro con l’imprenditore ed ottenere che siano garantite a tutti i lavoratori condizioni uguali minime di salario e di lavoro.

 

 

Non sempre, tuttavia, si lavora, non sempre si può godere del minimo di salario. Disoccupazione, infortuni, malattie, invalidità e vecchiaia, attentano alla continuità del lavoro. E allora la domanda è se lo stato per mezzo delle imposte non dovrebbe garantire a tutti un minimo in tutte le contingenze della vita nelle quali sia impossibile di lavorare. E c’è di più. Taluno sostiene invero la tesi che il minimo di punto di partenza dovrebbe essere garantito, astrazion fatta dalle circostanze in cui uno si trova nella vita. Egli dovrebbe fruire dell’assicurazione del minimo solo perché nasce.

 

 

Se un consenso abbastanza largo si trova, sia pure con le cautele necessarie, per la tesi del minimo nei casi di impossibilità a lavorare, i dubbi sono assai più grandi per la seconda tesi. Queste idee possono essere accolte; entro quali limiti necessariamente potranno essere accolte? La soluzione dipenderà sempre da molte circostanze, dalla ricchezza del paese, dal livello di vita, dalla distribuzione delle proprietà, circostanze che dovrebbero essere esaminate caso per caso prima di giungere ad una conclusione che abbia il marchio della attuabilità e non delle semplici fantasie che sono per lo più socialmente pericolose[7]. Anche chi ammette il concetto del minimo nei punti di partenza, sa che bisogna cercare di stare lontani dall’estremo pericolosissimo dell’incoraggiamento all’ozio.

 

 

Questo è il freno che deve stare sempre dinnanzi ai nostri occhi. Dobbiamo evitare il pericolo di ricreare qualche cosa come il panem et circenses che ha portato alla rovina del mondo romano. Non sono stati tanto i barbari che hanno fatto cadere l’impero romano; ma l’impero era marcio in se stesso; ed una delle cause della decadenza interna era che i cittadini romani sdegnavano di essere soldati, lavoratori, perché, mantenuti dallo stato, preferivano andare ad assistere nel foro agli spettacoli, alla caccia data ai cristiani dalle belve, ecc. ecc.

 

 

L’idea nostra dovrebbe essere un’altra, ossia che il minimo di esistenza non sia un punto di arrivo ma di partenza; una assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini. C’è del vero in quel che si dice che molte invenzioni non prendono corpo, che molti progetti non si attuano perché i più degli uomini sono costretti a una vita dura che assorbe tutte le loro forze e la loro intelligenza. Se un minimo di punto di partenza consentisse ai giovani di poter continuare a studiare, a fare ricerche, ad inventare, a trovare la propria via senza dover fin da troppo giovani lavorare nelle fabbriche, verrebbero fuori studiosi e inventori che oggi non ne hanno la possibilità. A questo ideale dobbiamo tendere.

 

 

Ma non dimentichiamo mai che quando Dio cacciò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre disse loro: «voi guadagnerete il vostro pane col sudore della fronte». Il pane deve diventare certo più abbondante per tutti ed anche altre molte cose dovranno essere messe a disposizione gratuita degli uomini. Ma in perpetuo durerà la legge per cui gli uomini sono costretti a strappare col lavoro alla terra avara i beni di cui essa è feconda.

 

 

Capitolo II. Le assicurazioni sociali

 

36. Le origini storiche.

 

A tutti gli uomini viventi in una società civile deve essere data la possibilità di elevarsi da un minimo tenor di vita verso l’alto. Possibilità non equivale a diritto. Questo è un concetto giuridico, di cui il contenuto è assai incerto e che qui non si vuole discutere. Possibilità è invece una situazione di fatto, alla quale si può giungere per molte vie diverse.

 

 

Una di queste è indicata dalle parole «piano Beveridge», le quali hanno corso il mondo nei due ultimi anni ed hanno acquistato il valore di un mito, uno di quei miti che improvvisamente fanno appello ai sentimenti, alle idealità dei popoli. Sessant’anni fa circa, un mito, assai vicino spiritualmente a questo, aveva reso tutta l’Europa ammirata dall’iniziativa assunta dal Bismarck quando volle dotare la Germania di un compiuto sistematico ordinamento di assicurazioni sociali: dalla vecchiaia alla invalidità, dagli infortuni alle malattie, dalla maternità alla morte, alla disoccupazione. In ogni evento della vita, il tedesco doveva sentire la protezione della mano preveggente e potente della patria, che lo doveva salvare dalla inopia, dall’angoscia del pensiero rivolto alla moglie ed ai figli derelitti, dalla incertezza del domani. Non monta che il Bismarck avesse, seguendo il consiglio dei cosidetti socialisti della cattedra, dei professori tedeschi di economia politica avversari della tradizione liberale classica, voluto sovratutto porre un argine all’avanzata minacciosa dei socialisti in parlamento ed in piazza e dimostrare agli operai che essi non erano paria e che ad essi paternamente pensava e provvedeva il vecchio forte stato tedesco. Dinnanzi alla creazione dell’euritmico sistema di assicurazioni sociali in virtù del quale i lavoratori ed i datori di lavoro erano chiamati a contribuire in parti eguali ed i cittadini – contribuenti, per mezzo delle imposte, dovevano integrare il contributo delle due parti, interessate l’una, quella dei lavoratori, ad ottenere aiuto negli eventi sfortunati della vita e l’altra, dei datori di lavoro, alla pace sociale, l’Europa ammirò ed imitò. Anche l’Italia imitò, un po’ alla volta per avvicinamenti successivi compiuti a mano a mano essi erano consentiti dalla situazione della pubblica finanza e dalle esigenze dell’opinione e finì per creare un sistema di assicurazioni non dissimile da quello tedesco.

 

 

L’Inghilterra non aveva imitato; perché le sue tradizioni erano più antiche e diverse. Risalivano al 1601, quando un atto della regina Elisabetta sancì il diritto del cittadino britannico, lavoratore o non, caduto in povertà, ad essere mantenuto dai guardiani dei poveri. Costoro prendevano il luogo dei conventi e delle altre fondazioni religiose che nel medioevo avevano assolto l’ufficio dell’assistenza ai poveri. Riformata la chiesa da Enrico ottavo, confiscate le proprietà dei conventi, secolarizzate le fondazioni ecclesiastiche, lo stato assunse su di sé i compiti prima assolti dalla carità dei fedeli e fu sancito il diritto del povero a porsi a carico dello stato, diritto che ancora oggi è il fondamento della legislazione sociale britannica. Le date storiche le quali ricordano le variazioni di questa legislazione sono:

 

 

  • 1834: quando in virtù di una grande inchiesta e di un celebre rapporto si abolirono quasi in tutto i soccorsi elemosinieri distribuiti a domicilio ai poveri, e distribuiti con larghezza siffatta che essi erano divenuti quasi una integrazione del salario dei lavoratori, salario che perciò non era necessario fosse sufficiente al mantenimento della famiglia operaia. Data dalla legge del 1834 l’ascesa della classe lavoratrice: l’industria non più parassita delle imposte locali a carico della terra e quindi non più interessata alla protezione agricola e costretta a pagare salari normali agli operai; questi ringagliarditi nella loro lotta (favorita dalla abolizione del 1824 delle leggi proibitive del diritto di associazione) per la osservanza dei salari normali, sufficienti a mantenere la famiglia tipica del lavoratore normale, orgogliosi di non cadere mai a carico della legge dei poveri e persuasi fosse quasi un marchio di indegnità morale l’essere stati ricoverati in una casa dei poveri (Work-house).
  • 1909: quando una seconda grande inchiesta e particolarmente il rapporto di minoranza steso dai coniugi Sidney (ora Lord Passfield) e Beatrice Webb, socialisti fabiani ed autori di classici libri sulla storia del movimento operaio e sulla democrazia industriale[8], diedero impulso ad una trasformazione iniziata fin dal 1897 dell’antico indistinto sistema dell’aiuto ai poveri attraverso la casa di lavoro ed i guardiani dei poveri, in un sistema di assistenza e di assicurazione, differenziato a seconda dell’evento dannoso: indennizzi in caso di morte e di invalidità, pensioni di vecchiaia, sussidi di malattia e di maternità, sussidi di disoccupazione, sussidi per le famiglie numerose. Ma, come accade in quel paese in ogni campo, la legislazione assicurativa erasi formata a pezzi e bocconi, senza un piano d’insieme, con dei grossi buchi male tappati da norme occasionali e con bizzarre sovrapposizioni involontarie di provvedimenti successivi non coordinati. L’opera di assicurazione e di assistenza sociale costò nel 1938-39 ai lavoratori, ai datori di lavoro, allo stato ed agli enti locali la somma grandiosa di 342 milioni di lire sterline e costerebbe, anche rimanendo immutata, 432 milioni nel 1945. Ma le bizzarrie del sistema, non dissimile in ciò dalla costituzione medesima del paese, che nessuno sa precisamente in quali documenti sia scritta, eppure esiste ed opera e non diverso dallo stesso cosidetto impero britannico, che nessun giurista continentale oserebbe definire eppure è una realtà vivente, sono senza numero; e basti dire che il cittadino il quale vuole ricevere il sussidio assicurativo contro la disoccupazione deve rivolgersi a certi funzionari del ministero del lavoro; ma se vuole riscuotere il sussidio assistenziale (dato quando per il trascorrere del tempo di disoccupazione cessa il diritto al sussidio assicurativo) deve rivolgersi agli ufficiali locali del Consiglio di pubblica assistenza. Se poi egli cade malato o diventa invalido, deve far capo alle associazioni autorizzate (società di mutuo soccorso, leghe operaie, società mutue di assicurazione, ecc.) di cui egli è socio e sono controllate dai ministeri della pubblica sanità d’Inghilterra, Scozia e Galles. Se egli è cieco deve ricorrere ai consigli di contea, di borgo e di città e questi a lor volta dipendono in genere dai sopradetti ministeri della pubblica sanità, ma per quel che tocca l’educazione, dal ministero dell’educazione. L’infortunato sul lavoro deve accordarsi col datore di lavoro rispetto all’ammontare dell’indennità; che se l’accordo falla, decide l’arbitrato della corte di contea; salvo, per le controversie di carattere medico, il parere conforme di un perito medico. L’incrocio di competenze è ancora più singolare per le pensioni di vecchiaia; se si tratti delle pensioni gratuite concesse a tutti i vecchi, perché tali, sono competenti certi comitati nominati dai consigli di contea, di borgo e di città, su informazioni fornite dai funzionari dei commissari alle dogane ed alle accise (imposte di fabbricazione), ai quali accidentalmente era stato in origine affidato questo servizio; se si tratta invece di nuove pensioni assicurative dovute in aggiunta ai lavoratori i quali hanno pagato i relativi contributi, fa d’uopo ricorrere ai tre ministeri inglese, scozzese e gallese della pubblica sanità; ed infine il supplemento di pensione, concesso in taluni casi, deve essere richiesto ai funzionari locali del consiglio di pubblica assistenza. Ma il povero generico al quale le indennità ed i sussidi specifici ora elencati non sono applicabili o non bastano, deve per aiuto rivolgersi ai comitati di pubblica assistenza dei consigli di contea e di borgo. Né i vecchi guardiani dei poveri sono scomparsi del tutto; ché, nell’aggrovigliato sistema venuto su nel secolo presente, anch’essi hanno talvolta la loro da dire.

 

 

37. Il piano Beveridge.

 

Forse, la spiegazione insulare più ovvia e decisiva del piano Beveridge è quella di mettere un po’ di ordine nelle indicibili bizzarrie di cui è intessuta la legge vigente britannica, le quali costringono le persone afflitte da qualche disgraziato evento a correre da Erode a Pilato, a pagare ed a riscuotere a e da uffici diversi, a dolersi di vuoti di legislazione, i quali lasciano scoperti taluni casi ed a profittare di sovrapposizioni, grazie alle quali l’interessato ha la scelta, per l’identico caso, fra sussidi differenti e sceglie naturalmente quello a lui più favorevole. All’uopo l’autore del piano semplifica, coordina, integra e sfronda. Il cittadino con una carta unica, con un contributo unico acquista il diritto ad ottenere, ricorrendo ad un numero limitato e chiaro di ufficiali competenti, i sussidi che a lui spettano nei diversi eventi della sua vita; e l’ammontare dei sussidi è calcolato in maniera razionale, intendendosi per razionalità l’osservanza di certi rapporti laici fra il beneficio dell’un sussidio e quello degli altri, di maggiore o minore importanza. Fissato, a cagione d’esempio, la pensione di quiescenza per la coppia marito di 65 anni e moglie di 60 anni in 40 scellini alla settimana, quella dell’individuo solo è fissata in 24 scellini; e così pure in 40 e 24 scellini sono determinati i sussidi alla coppia ed all’individuo solo in caso di infortunio dai 21 anni in su, in 20 per gli individui soli dai 18 ai 20 anni ed in 15 ai ragazzi e ragazze di 16 e 17 anni. E così via.

 

 

La necessità della semplificazione e del coordinamento, se è più urgente in Inghilterra, dove gli istituti vengono su in ogni campo per caso, per esperienze successive, sotto l’impulso di circostanze contingenti, è però ugualmente sentita in ogni paese. Anche in Italia la legislazione sociale si è formata a poco a poco, dalle prime leggi sulla prevenzione e assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e sulle pensioni volontarie di vecchiaia e di inabilità dopo il 1880 a quelle sulle casse malattie, sulle pensioni obbligatorie, sulla disoccupazione, sulla maternità, sugli assegni famigliari. Anche la nostra legislazione è ricca e varia e farraginosa; ed anch’essa richiede un’opera di sfrondamento e di coordinamento, con semplificazione degli strumenti amministrativi e quindi dei costi.

 

 

Ma il piano Beveridge ha mire più ambiziose di quelle di un semplice coordinamento delle membra disjecta della legislazione vigente. Esso si inspira ad un principio: quello di garantire in tutti gli eventi della vita nei quali venga meno il guadagno od il reddito personale, «un reddito minimo sufficiente ad assicurare la sussistenza della famiglia». Ed il minimo è uguale a quello sufficiente a coprire le spese del vivere (alimenti, vestiti, casa, riscaldamento, ecc.) secondo il tenor di vita considerato sufficiente nell’ante – guerra (1938). Le cifre sono riportate provvisoriamente ai dati di prezzi previsti per il 1945 e dovranno essere di tempo in tempo rivedute per tener conto del mutato livello dei prezzi e del mutato tenor di vita.

 

 

38. I principi dell’assicurazione sociale.

 

Si astragga per un momento dalla questione di principio: se un minimo debba essere garantito. Così come è presentato, in verità il piano non affronta il problema nella sua più semplice formulazione e si limita ad affermare che, ove si verifichino certi eventi dannosi od onerosi economicamente: infortunio, invalidità, vecchiaia, morte, matrimonio, figliuolanza, vedovanza, malattie, disoccupazione, un’indennità o sussidio o pensione deve essere attribuita all’assicurato. I problemi che debbono essere discussi in proposito non sono specificatamente inglesi o italiani o tedeschi. Si presentano uguali in tutti i paesi. Le particolarità locali, imposte dalla diversità del tenor di vita, dal livello dei redditi, dalle possibilità finanziarie, dovrebbero essere esaminati a parte. Qui si vogliono soltanto toccare i problemi di principio, i quali debbono essere risoluti partendo dalla premessa dell’intervento statale determinato dal verificarsi di dati eventi dannosi od onerosi.

 

 

Deve un piano di sicurezza sociale riferirsi all’uomo cittadino ovvero al lavoratore? A questa prima domanda l’esperienza continentale risponde al lavoratore, quella britannica all’uomo. La legislazione continentale, inspirata al modello tedesco, bismarckiano, supponeva l’esistenza di un rapporto di dipendenza fra datore di lavoro e lavoratore, la tripartizione dei contributi in ragione dell’interesse dei datori di lavoro e della collettività (stato) alla pace sociale e dell’interesse dei lavoratori alla pensione o indennità o sussidio. Poiché a fondamento del piano è posto l’ideale della pace sociale, l’intervento non ha ragione di essere là dove non esistono parti contrapposte od attriti sociali. Quindi i piani continentali non contemplano, in principio, le persone non occupate a scopo lucrativo, quelle poste al disotto dell’età lavorativa, le donne di casa, gli artigiani, i professionisti, gli artisti indipendenti, gli industriali, i commercianti.

 

 

La legislazione britannica, date le sue origini connesse con la antica legge dei poveri, sorta in un’epoca (1601) nella quale non esisteva l’industria moderna con i suoi rapporti di lavoro fra industriali ed operai, non si ispira al concetto della pace sociale tra parti contrapposte, bensì all’altro della pace pubblica, dell’ordine di giustizia che lo stato, rappresentante della collettività, ha per scopo di mantenere sul territorio nazionale. Perciò nel piano Beveridge, che è, ripetesi, sovratutto un riassunto ed un coordinamento ed un ampliamento di istituti vigenti e di principi accolti, noi vediamo rientrare nel campo assicurativo contemplato 18.100.000 salariati (classe prima), 2.600.000 altre persone occupate a scopo di guadagno, inclusi i datori di lavoro, i commercianti di ogni specie (seconda), 9.450.000 donne di casa (terza), 2.300.000 persone in età lavorativa non occupata a scopo di guadagno (quarta), 9.800.000 persone al disotto dell’età lavorativa (quinta) e 4.750.000 persone a riposo, le quali hanno oltrepassato i limiti dell’età lavorativa (sesta). Ogni classe contribuisce naturalmente, e riceve, in ragione delle proprie particolari esigenze. Solo le classi quinta e sesta non contribuiscono nulla, i primi perché troppo giovani, i secondi perché appartenenti all’età in cui, invece di contribuire, si ha diritto di ricevere. La classe tipica è la prima, dei salariati, i quali ricevono tutti i benefici; la seconda dei lavoratori indipendenti e la quarta non partecipano ai sussidi di disoccupazione ed alle pensioni di infortunio, perché gli eventi relativi non hanno per essi rilevanza od applicazione.

 

 

Tra i due tipi, quello britannico è il solo generale; né si vede come la legislazione degli altri paesi possa sottrarsi alla tendenza verso una uguale generalizzazione. Ogni uomo non è forse uguale ad ogni altro uomo? L’evento «infortunio» o «malattia od «onere di famiglia numerosa» o «morte» o «matrimonio» non produce gli stessi effetti in tutti i casi? Quale differenza vi è fra il lavoro prestato al soldo di un datore di lavoro e quello indirizzato senz’altro intermediario dal negoziante, dall’industriale, dall’artigiano, dal professionista, dall’artista al servizio del pubblico? Il vecchio non è forse tale, quale sia stata la sua vita precedente? Si può discutere sulle difficoltà di applicazione ai casi diversi da quello dell’operaio alle dipendenze altrui, non sul principio. In una società nella quale non esistono privilegi di classe, nella quale ogni uomo è uguale giuridicamente ad ogni altro uomo, il concetto della pax publica non può non essere riconosciuto preminente e prevalere su quello della mera pace sociale.

 

 

Taluno può dubitare che la generalizzazione del sistema urti contro il rimprovero di attribuire indennità, pensioni o sussidi a chi, provveduto di mezzi propri, non ha bisogno di ricorrere all’aiuto pubblico. Perché versare, ad esempio, la pensione di 40 scellini[9] la settimana alla coppia di vecchi che possiede già un reddito indipendente uguale o superiore a quell’ammontare medesimo? Alla domanda il ceto operaio britannico ha risposto in modo decisivo ed unanime: «meglio dar la pensione a tutti, anche ai ricchi, anche ai ricchissimi, piuttosto che costringere tutti e perciò anche noi lavoratori, a dare la prova della mancanza di mezzi propri. Se v’ha istituto odiato dalla grandissima maggioranza della popolazione, questo è il means test; il giudizio che dovrebbe essere ed è oggi istituito in Inghilterra per chiarire se il vecchio, se il malato, se l’invalido possiede o non possiede mezzi propri siffatti da scemare il nostro diritto alla pensione o sussidio. Noi non ne vogliamo sapere; sia perché è impertinente inquirire nelle nostre cose private, sia e sovratutto perché è immorale ed è economicamente scoraggiante togliere a noi il diritto di pensione solo perché e nella misura nella quale noi siamo stati morigerati e previdenti ed abbiamo durante la nostra vita lavorativa accumulato un peculio per i giorni di avversità o per la vecchiaia. La prova dei mezzi è un premio all’imprevidenza ed allo spreco. Perché risparmiare, perché far rinunce se poi noi saremo trattati alla stessa stregua di chi non ha mai pensato all’indomani? Non monta che la pensione debba essere data anche ai ricchi. Innanzitutto essi avranno, come noi, pagato i contributi obbligatori; nella stessa misura nostra, e cioè del 22,4% del costo totale del piano; e non si vede perché il loro beneficio debba essere minore del nostro. In secondo luogo essi avranno contribuito inoltre, essi soli e non noi, il 15,4% se datori di lavoro e certamente la massima parte del 60,5% dell’onere totale, che è la quota spettante allo stato ossia ai contribuenti. Quindi essi avranno versato assai di più di quanto riceveranno; e non v’ha ragione perché essi non siano trattati alla stessa stregua degli altri. Come nelle scuole non è fatta, nell’assegnare le borse ed i premi di studio, alcuna distinzione di classe ed i premi sono assegnati al più meritevole, povero o ricco egli sia, così i benefici della sicurezza sociale devono andare a vantaggio di tutti. Sicurezza nell’avvenire non vuol dire abbassamento di nessuno; significa innalzamento di tutti. Perciò noi lavoratori, che respingiamo la prova dei mezzi propri come lesiva della dignità umana e moralmente nemica dei nostri sforzi individuali di previdenza, e vogliamo rinvenire nella legislazione assicuratrice una spinta a salire e non a discendere, chiediamo che anche i ricchi partecipino ai vantaggi del programma di sicurezza sociale».

 

 

Questa la risposta dei lavoratori, questo il verdetto della opinione pubblica britannica. Che sono, risposte e verdetti informati a criteri che l’economista non può ignorare, ancorché posti fuori del suo territorio specifico. Poiché egli deve partire da premesse, che non lui, ma il politico, il moralista, il filosofo pongono come fini della vita, giova riconoscere che la risposta dei lavoratori britannici è virile ed è conforme ai principi fondamentali che alla legislazione sociale erano stati assegnati qui nella lezione introduttiva.

 

 

Nel giudicare invero, come adesso si deve fare, di questo o di quel ramo di assicurazione in particolare, quali criteri dovremmo usare? È chiaro che, volendo mantenere fede ai principi posti, la bilancia del pro e del contro si muove in un senso o nell’altro a seconda che quel particolare tipo di assicurazione giova o nuoce all’elevazione della persona umana (principio del minimo che è punto di partenza e non meta di arrivo), favorisce e non ostacola la mobilità, la divisibilità, la prevedibilità, la riproducibilità del lavoro e la libertà di entrata e di uscita dal mestiere (principio della concorrenza).

 

 

39. L’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

 

Non si vede come l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro – per ora la legislazione, anche semplicemente proposta, dei paesi civili si limita a questi e non si estende agli infortuni in genere; ma il ragionamento potrebbe essere generalizzato – contrasti con i criteri ora chiariti. L’infortunio è un evento paragonabile all’incendio. Nella medesima maniera come la traslazione del rischio dell’incendio dalla casa incendiata su tutte o su moltissime case incendiabili scema il rischio del costruire e del tenere case, cresce il grado di prevedibilità del reddito futuro e per tal modo dà incremento alle costruzioni, aumenta l’offerta delle case e ne diminuisce il prezzo d’uso per i consumatori e perciò giova alla collettività; così l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro riparte su un gran numero di datori di lavoro (ed attraverso ad essi su un grandissimo numero di consumatori dei beni e dei servigi da essi prodotti) il rischio che altrimenti colpirebbe un solo lavoratore od un solo datore di lavoro, obbligato al risarcimento; scema il rischio – quello almeno che sarebbe calcolato individualmente nel caso di non assicurazione – del lavoro; dà tranquillità e fiducia al lavoratore, il quale guarda all’avvenire (prevedibilità) con maggior sicurezza per sé e per la famiglia; ispirando fiducia lo incoraggia a dar prova di tutta la sua attività lavorativa; e per conseguenza innalza moralmente l’uomo. Se colui che, lavorando, rende servigio altrui ha le proprie membra od attitudini menomate e se coloro – che sono tutti gli altri cittadini – a cui egli ha reso servigio non si sforzano, almeno con indennizzo pecuniario, di restituire in integro la sua persona, nasce nella società un sentimento di torto non risarcito; e la pax publica, che è il fine supremo dello stato, non è osservata. L’assicurazione, levando di mezzo le conseguenze economiche dell’infortunato sul lavoro, elimina le differenze di rischio fra l’industria pericolosa e quella immune e rende più agevole il passaggio del lavoro dall’una all’altra. Crescendo la mobilità del lavoro ed agevolando la concorrenza, aumenta la produttività del lavoro. In una società di uomini perfetti e previdentissimi in cui lo schema della concorrenza si attuasse perfettamente, i salari nelle industrie rischiose sarebbero, è vero, più alti che non nelle industrie comuni; ed i lavoratori non consumerebbero il dippiù ma lo accantonerebbero per il giorno della disgrazia. Ma rimarrebbe pur sempre la necessità della assicurazione volontaria per trasferire il rischio dal singolo, che non ha ancora compiuto l’opera di accantonamento sufficiente, alla collettività dei lavoratori, che per la legge dei grandi numeri accantonano, in una società perfetta, di giorno in giorno le somme necessarie a coprire il rischio totale; e poiché gli uomini non sono né perfetti né previdenti, giova che l’assicurazione sia obbligatoria. Giova tanto più in quanto è norma osservata in tutte le legislazioni ed anche in quella italiana che, a differenza degli altri tipi di assicurazione, nei quali l’onere è ripartito per lo più in varia misura fra assicurati, datori di lavoro (se ci sono) e contribuenti, nel caso degli infortuni i lavoratori sono esenti da ogni contributo, reputandosi che la macchina, ossia l’impresa, ossia ancora i consumatori dei beni venduti dall’impresa siano, essi, chiamati a restituire economicamente in integro la persona fisica menomata dell’infortunato.

 

 

40. L’assicurazione per le pensioni di vecchiaia.

 

Fondamento della pensione di vecchiaia è il vantaggio morale, dal quale deriva il vantaggio economico. Soltanto l’uomo fiducioso in se stesso e nel suo avvenire risparmia e si eleva. Colui il quale non è sicuro rispetto al futuro, colui il quale sa di dover chiedere ricovero all’ospizio o di dover vivere della carità dei figli o del prossimo, non tenta neppure di provvedere colle sole sue forze all’avvenire. Il compito gli appare troppo duro e la fatica eccessiva. Ove invece egli sappia che un minimo di vita gli è assicurato nella vecchiaia, non solo è spinto a lavorare con tranquillità durante gli anni migliori, ma è incoraggiato ad aggiungere qualcosa a quel che è già suo. È difficile cominciare a prepararsi col risparmio attuale la prima lira di pensione per quando si saranno compiuti i 65 anni; ma se le prime 100 lire (ante-1914) di pensione sono già assicurate, è assai più probabile si rifletta ai vantaggi che si potrebbero ottenere se, mercé uno sforzo attuale di rinuncia a beni presenti, ossia di risparmio, a quelle 100 lire certe si potessero aggiungere altre 10 o 20 o 50 o 100 lire supplementari. Non sempre il ragionamento: «è più facile partire da 100 che dallo zero» è vero; ché molti uomini hanno saputo prendere le mosse dal nulla; ma pare non infondata la tesi di coloro i quali affermano essere la volontà umana spesso debole e soggetta alle tentazioni immediate e pronta allo scoraggiamento dinnanzi alle difficoltà iniziali.

 

 

La pensione di vecchiaia è tuttavia un povero surrogato di quel più alto tipo di società nella quale essa è inutile perché il vecchio possiede nella casa propria, nel podere ereditato o costrutto a pezzo a pezzo, nel patrimonio formato col risparmio volontario, nell’affetto di una famiglia saldamente costituita il presidio sicuro contro l’impotenza della vecchiaia.

 

 

La pensione di vecchiaia è il frutto fatale – e qui si adopera l’aggettivo sia nel senso di inevitabilità storica come in quello di inferiorità morale – del tipo di società che a poco a poco si è venuto creando sotto i nostri occhi: di grandissime imprese dalle quali dipendono migliaia e decine di migliaia di impiegati e di operai, di città enormi, tentacolari, dove in caseggiati a molti piani si accumulano moltitudini di persone ignote le une alle altre, viventi di giorno in giorno col provento di salari, di lavoro, scissi dalla terra e dalla casa, senza altro appoggio nella vita fuor del libretto di risparmio, su cui sono scritte cifre, le quali non dicono nulla al cuore ed alla mente di chi pur ha rinunciato a consumare i beni rappresentati da quelle cifre. In questo tipo di società la pensione di vecchiaia è una sciagurata necessità, pallido surrogato di quel che in altri tipi di società sono il possesso della casa, dell’orto, del campo, la possibilità di vegliare, da vecchi, ai giochi dei figli dei propri figli ed ai lavori dei ragazzi, l’orgoglio di dare ancora una qualche opera ai lavori dell’orto e della casa, che non sia una prigione melanconica di due stanze in fondo ad un cortile nero ed oscuro, ma sia aperta al sole e si apra su un po’ di terra propria. Il tipo di vita imposto dalla grande città contemporanea è davvero fatale? Non è possibile la ricostruzione, nei modi imposti dalla grande industria, di tipi diversi di vita? Ardue domande, che qui basti aver posto, allo scopo di affermare che la pensione di vecchiaia è un surrogato di metodi moralmente più elevati immaginabili allo scopo di provvedere alla vecchiaia.

 

 

Il pregio suo specifico, che sopravviverebbe anche in un tipo superiore di convivenza umana, è un altro: quello di offrire anche al vecchio provvisto di mezzi propri e tanto più a colui che ne è sprovvisto, una ragione autonoma di vita, destinata a perir con lui e a non essere tramandata ai figli ed agli eredi. Può sembrare contraddittorio e paradossale, dopo quanto si è detto intorno alla eccellenza del presidio offerto al vecchio dalla casa, dall’orto, dal terreno od altro patrimonio tangibile e visibile, affermare che al vecchio giova anche il diritto ad una pensione vitalizia, destinata a morire con lui. Ma gli uomini sono quelli che l’eredità, i costumi, la religione, l’educazione, le leggi li hanno fatti; ed in essi vivono talvolta, non troppo di rado, purtroppo, i residui inconfessati e subconsci dei sentimenti che, millenni or sono ed ancor oggi in mezzo alle tribù selvagge, spingono i vecchi, divenuti impotenti alla battaglia ed alla caccia, a radunare essi stessi i figli, i discendenti ed i vicini ed a condurli nel luogo dove, per loro comando, è scavata la fossa, nella quale si adagiano per essere tolti di vita e coperti di terra. La loro giornata è finita ed essi non sono più buoni a nulla. Meglio morire che essere di peso alla tribù che deve muoversi per sfuggire al nemico o combatterlo o andare alla cerca del nutrimento. Così è di tanti vecchi ancor oggi. Impotenti al lavoro essi si ritirano umiliati dinnanzi ai figli ed alle nuore che hanno preso il governo della casa e della terra. Casa e terra appartengono tuttavia ad essi; ma a che vale se non sono capaci a coltivarla? Essi hanno il senso della propria inutilità e questo li uccide anzi tempo. Abbiano invece una pensione la quale duri per tutta la loro vita e non oltre ed essi non saranno più impotenti ed avviliti. Uomini tra uomini, sentiranno e con essi sentiranno figli e nuore e nipoti, di apportare qualcosa alla cosa comune; qualcosa che verrebbe meno se essi morissero. Epperciò essi vivono e sanno di poter vivere senza essere del tutto a carico di altri. Rispetto ed affetto ed affermazione della propria personalità sono il frutto della pensione di vecchiaia; sicché questa contribuisce a poco a poco ad attenuare il senso di dispregio in che i giovani tengono i vecchi, i quali li hanno preceduti ed oggi sono incapaci a seguitare la fatica, la quale ha consentito ai figli, ora dimentichi, di intraprenderla nella pienezza delle loro forze[10].

 

 

Nella società moderna la pensione di vecchiaia deve tener conto di una tendenza: quella dell’invecchiamento crescente della popolazione. Si legge nel rapporto Beveridge che nella Gran Bretagna i vecchi (di 56 anni compiuti se uomini e 60 se donne) erano il 6,2% della popolazione nel 1901; ma crebbero al 12% nel 1941 e si calcola saranno il 14,5% nel 1951 ed il 20,8% nel 1971. Tende cioè a crescere in modo preoccupante la quota della popolazione totale la quale non lavora più ed è a carico altrui ed a diminuire la quota di coloro i quali producono e contribuiscono. Quanto più la tendenza (dovuta alla diminuzione della natalità, al prolungamento della durata della vita umana e ad altre cause) si accentua, tanto più il problema finanziario dei beni e dei servigi, in cui si concreta la pensione, diventa difficile a risolvere. Né la soluzione può trovarsi in una dilazione generalizzata dai 65 e 60 ai 70 e 65 anni dell’inizio della pensione; ché questa sarebbe causa di disparità di trattamento tra coloro che a 65 anni sono davvero impotenti al lavoro e cadrebbero, nel tempo innanzi ai 70 anni, in miseria dolorosa e quelli che a 70 anni sono vigorosi e floridi. Il rimedio si trova nell’incoraggiare il prolungamento volontario dell’età nella quale si chiede la pensione; così come fa il Beveridge, il quale alla pensione di vecchiaia sostituisce la pensione di quiescenza; e questa si distingue dalla prima, perché il vecchio può se vuole e se ne è capace, continuare a lavorare anche dopo i 65 anni se uomo e 60 anni se donna ed in tal caso la pensione cresce di 2 scellini la settimana per ogni anno di ritardo per la coppia di marito e moglie e di 1 scellino per la pensione individuale. Il ritardo a 70 anni recherebbe la pensione da 40 a 50 scellini la settimana per la coppia e da 24 a 29 scellini per l’individuo. L’erario vede notevolmente diminuito, grazie al ritardo, l’onere da esso sopportato; la collettività si giova del prodotto del lavoro dei vecchi, che altrimenti deperirebbero in un ozio forzato; e la possibilità offerta ai vecchi di lavorare allontana effettivamente l’inizio della decadenza fisica e quindi della vera vecchiaia.

 

 

41. Le assicurazioni di matrimonio e maternità e gli assegni famigliari.

 

I sussidi assegnati per l’evento del matrimonio, della maternità e gli assegni famigliari (questi in ragione del numero dei figli a carico, oltre al primo ed al secondo od altro numero) hanno di solito una spiegazione, che si enuncia con le parole politica demografica. La protrazione dell’epoca del matrimonio e la diminuzione del saggio di natalità avevano fatto sorgere in Francia sin dal principio del secolo lo spettro della decadenza demografica. Ma quello che allora si diceva il mal francese, oggi è divenuto una caratteristica di tutti i paesi civili; né l’Italia vi si sottrae e la decadenza sarebbe già iniziata, se l’abbondanza dei figli nell’Italia meridionale non ponesse ancora un freno precario alla tendenza già spiccatissima nell’Italia settentrionale. I premi al matrimonio ed alla maternità (le cure gratuite per le madri partorienti possono essere equiparate all’assicurazione malattie) e gli assegni famigliari, ossia le aggiunte al salario del capo-famiglia in ragione del numero dei figli a carico dovrebbero avere per scopo di incoraggiare la costituzione di nuove famiglie e di dare una controspinta alle ragioni di prudenza le quali persuadono a limitare il numero medio dei figli al disotto di quei tre – ma in taluni paesi il numero sale a quattro – che sembra il minimo necessario, tenuto conto dei celibi e delle nubili e delle coppie infeconde, a mantenere invariato, di generazione in generazione, il numero dei viventi.

 

 

Se il mezzo pecuniario (sussidi a matrimoni e maternità, assegni famigliari, esenzione di imposte ai padri di famiglie numerose) sia adatto a raggiungere il fine dell’aumento o del freno alla diminuzione della popolazione, è problema il quale non si risolve se non in parte, forse irrilevante, con ragionamenti economici. Non si mettono al mondo figli allo scopo di lucrare un premio di 100 lire ante-1914 od un assegno famigliare di 50 centesimi (sempre di lire ante-1914 che pure erano qualche cosa in potenza d’acquisto); o così accade solo ad opera della quota più imprevidente della popolazione, di quella parte che per la lunga miseria, l’eredità morbidica, l’alcoolismo, i costumi rilasciati sarebbe invece socialmente vantaggioso si astenesse dalla procreazione, perché i figli a lor volta andranno a crescere le file dei grossi e piccoli delinquenti, degli alcoolizzati, dei vagabondi, delle prostitute che vivono al margine della società. Le variazioni della popolazione non dipendono se non in piccola parte da fattori economici, e sono sovratutto in rapporto a fattori morali. È ragionevole che i genitori si preoccupino della sorte riservata ai figli; e non desiderino di averne se non quel numero che essi si sentono in grado di poter allevare ed educare, sicché essi serbino e migliorino la posizione sociale che era propria della loro generazione. Ma il miglioramento delle condizioni economiche dei genitori non è bastevole all’uopo; anzi può produrre l’effetto contrario. La pratica del figlio unico da parte del piccolo proprietario terriero francese, il quale vuole conservare intatto al figlio il fondo paterno ed anzi crescerlo con l’apporto della dote della nuora, anch’essa figlia unica; la sterilità peculiare delle famiglie ricche provano l’inefficacia del mezzo economico in se stesso considerato. Solo con grande titubanza è lecito indicare mezzi adatti: la ricostruzione della vita famigliare in case individuali, fornite di orti e di giardini, poste all’infuori del centro delle grandi città, dove le moltitudini vivono ammucchiate in una o due stanze in casolari rassomiglianti a formicai, dai quali si fugge all’osteria o sulla strada; la sicurezza di dare ai figli custodia istruzione ed educazione in asili infantili, scuole elementari e medie, dove ai ragazzi è consentito di ricevere, senza onere incomportabile, libri, assistenza sanitaria preventiva, sorveglianza durante i giochi e le ginnastiche e gli esercizi sportivi; la promessa di borse di studio in gran numero, le quali rendano possibile l’ascesa ai volonterosi; il rifiorimento dei legami fra città e campagna, grazie ai quali la famiglia non dipende più esclusivamente dal salario settimanale, ma questo è integrato dalla proprietà, anche minuscola, di una terra che dà alla famiglia luce, aria, ortaggi, frutta, che occupa nelle ore di ozio, in modo piacevole l’opera del capo-famiglia e rende vivo il vincolo fra genitori e figli. Più che sussidi pecuniari, al matrimonio ed alla maternità paiono efficaci le cliniche dove le madri abbiano ospitalità e cura prima e dopo il parto, l’offerta di concorsi nell’acquisto delle suppellettili necessarie all’inizio della vita famigliare, la provvista di case economiche e sane alle nuove coppie, le quali non posseggano già casa propria. Tutto ciò, infine, il quale giovi a diminuire le incertezze della vita, e, senza togliere lo stimolo a migliorare le proprie condizioni, scemi l’incubo dell’evento imprevedibile apportatore di disoccupazione, è fattore, indiretto sì ma efficace, di saldezza sociale ed è ostacolo a quella specie di lento suicidio collettivo che vien fatto palese dalla diminuzione del saggio di natalità.

 

 

Ma gli assegni famigliari hanno una propria spiegazione indipendente dalla politica demografica. Il salario è fissato dal mercato e dai contratti collettivi di lavoro, in un importo, ragionato a tempo od a cottimo, il quale non varia in funzione del numero dei figli del lavoratore. Né potrebbe variare senza creare un interesse nei datori di lavoro a preferire i celibi agli ammogliati e gli ammogliati senza figli agli ammogliati con famiglie numerose; preferenza atta a provocare disoccupazione in questi ultimi. La norma di mercato contraddice tuttavia ad una esigenza di equità, la quale vorrebbe che i padri di famiglie numerose potessero, col frutto del loro lavoro, provvedere al mantenimento ed alla educazione dei figli. Che la miseria sia in funzione del numero dei figli, pare probabile. Una recente inchiesta condotta nella città di Bristol ha dato i seguenti risultati (tutti in per cento del numero totale):

 

 

Numero dei figli al disotto dei 14 anni per ogni famiglia

0

1

2

3

4 e più

Totali

Proporzione corrispondente delle famiglie aventi il numero indicato di figli

57,4

21,8

12,1

5,1

3,6

100

Su 100 famiglie del gruppo sono al disotto della linea della povertà

8,4

6,5

11,1

24,8

51,3

10,3

Delle famiglie del gruppo sono in un luogo che sta almeno del 100% al disopra della linea della povertà

53,3

35,8

15,9

4,3

1,2

40,5

 

 

È difficile che questi risultati siano eccezionali o casuali. Essi riguardano tutti famiglie il cui capo lavoratore manuale guadagna, se non specializzato, 42 scellini o se impiegato non più di 5 lire sterline la settimana. Le variazioni sono regolari. A mano a mano che il numero dei figli aumenta:

 

 

  • diminuisce la proporzione delle famiglie del gruppo: dal 57,4% per le famiglie senza figli al 3,6% per le famiglie con 4 figli e più;
  • aumenta di gruppo in gruppo la proporzione delle famiglie del gruppo medesimo, le quali si trovano al disotto della linea della povertà. Laddove in media il 10,3% del totale appartiene a quello che gli inglesi chiamano il submerged tenth, il decimo che non riesce ad alzar la testa al disopra della miseria, la proporzione cresce col crescere del numero dei figli, sino al 51,3% per il gruppo con 4 figli e più. Poche sono le famiglie di questo gruppo; ma di queste poche più della metà è caduta al disotto della linea di miseria;
  • scema di gruppo in gruppo la proporzione delle famiglie le quali riescono a migliorare notevolmente la loro sorte. Laddove il 40,5% delle famiglie considerate riesce, nonostante i modesti guadagni, a superare di più del 100% il livello considerato di povertà, solo il 15,9% delle famiglie con due figli giunge alla meta, ma appena il 4,3% di quelle con 3 figli e l’1,2% di quelle con 4 figli e più si solleva ad un tenor di vita superiore.

 

 

È chiaro che la regola del mercato, la quale attribuisce ai lavoratori ugual salario per ugual lavoro, senza riguardo al numero dei figli, contraddice all’esigenza della giustizia sentita dall’universale la quale vuole che l’aumento della figliuolanza non tragga le famiglie nella miseria e non scoraggi l’operaio dal lavoro. Cercarono di provvedere all’uopo le casse di compensazione istituite dapprima volontariamente da taluni industriali in seno alla loro intrapresa o al gruppo delle loro intraprese e poi generalizzate, ad esempio in Italia, dalla legge e rese obbligatorie per grandi categorie di lavoratori. Il datore di lavoro è chiamato dalla legge sugli assegni famigliari a versare un contributo costante per occupato celibe od ammogliato, improle o padre di famiglia, ad una cassa comune. In tal modo è salvo il principio della indifferenza del datore di lavoro rispetto agli operai, poco importando a lui se l’assunto al lavoro sia celibe o padre di dieci figli. Ma la cassa preleva dal fondo comune i premi assegnati ai capi di famiglia in proporzione al numero dei figli. Nel piano Beveridge l’assegno è di 8 scellini settimanali per figlio oltre il primo, per il quale nulla si propone di dare, reputandosi che il padre debba e possa provvedere ad esso col proprio reddito; sicché distribuendo l’assegno totale su tutti i figli, compreso il primo, esso si palesa progressivo.

 

 

La razionalità della spiegazione che così viene fornita degli assegni famigliari non fa venir meno la rilevanza dell’osservazione già implicitamente fatta a proposito della giustificazione detta della politica demografica; è l’assegno, il dono in denaro, mezzo sufficiente a trarre su dalla miseria il decimo sommerso? Perché delle famiglie con egual numero di figli 0, 1, 2, 3, 4 e più rispettivamente l’8,4, il 6,5, l’11,1, il 24,8 ed il 51,3% sono al disotto e quindi il 91,6, il 93,5, l’88,9, il 75,2 ed il 48,7%, sono al disopra della linea della miseria?

 

 

Il numero dei figli non è uguale in ogni gruppo; e, data l’indole delle famiglie considerate, non è suppergiù uguale il salario? Non vi sono forse casi in cui famiglie con salario minore e con numero di figli minore non si sono lasciate cadere entro la miseria del decimo sommerso? Quali sono le caratteristiche morali, spirituali, famigliari delle famiglie cadute al disotto e di quelle rimaste al disopra della linea? Se il fattore «salario» non è decisivo, l’assegno famigliare non rischia di mancare sovente al fine suo che non è il maggior guadagno dell’operaio padre di famiglia, ma l’elevazione della famiglia? Chi assicura che l’assegno famigliare non sia male speso? Non sarebbero perciò più efficaci quegli altri tipi di preferenze per il capo-famiglia, di cui già si è detto: la concessione di casa ampia provvista di orto, l’offerta di giardini d’infanzia, di asili con refezione, di cure mediche preventive per i bambini ed i ragazzi, le settimane al mare od alla montagna, la borsa di studio nelle scuole medie e superiori?

 

 

42. L’assicurazione malattia.

 

L’assicurazione malattia pone ed ha posto in Italia gravi problemi, i quali si riducono a quello della scelta fra la organizzazione uniforme di stato e la libera iniziativa di privati, associazioni, fondazioni anche incoraggiate e sussidiate dallo stato. Se l’assicurazione malattia dovesse servire solo ad offrire a tutti i malati i servigi di un medico fiscale, anche ben pagato – laddove i medici delle mutue e delle casse malattie sono oggi in Italia mediocremente pagati e rendono servigi corrispondenti al trattamento ricevuto – meglio non farne nulla. Tra medico fiscale e malato esiste relazione non di fiducia, ma di sospetto. Senza la volonterosa cooperazione dei medici e la libera scelta del medico da parte del malato, l’assicurazione contro le malattie costa e non rende; ed è per giunta creatrice di odio e di sentimenti antisociali. In un paese come l’Italia, nel quale l’assistenza ospitaliera ha così grandi tradizioni, perché inaridire le fonti della carità privata, perché porre un limite all’incremento degli ospedali, degli ambulatori, delle case di cura, di riabilitazione fisica, di cure preventive ai mari ed ai monti ad opera della carità privata e degli enti pubblici?

 

 

Quando tutti i malati, i quali non avessero i mezzi di curarsi in casa, fossero sicuri di trovare assistenza e medicine in ospedali pubblici e semi-pubblici, a che pro una macchina assicurativa lavorante a gran costo ed a vuoto? Quando fossero eliminate le difficoltà derivanti dall’obbligo di rimborso delle spese ospedaliere da parte del comune dove il malato ha il domicilio di soccorso; quando insomma l’accoglimento del malato, di qualunque malato a semplice richiesta in un ospedale o luogo di cura fosse immediato e certo e gratuito, a che pro marchette e contributi ed impiegati e denari che vanno e vengono e si registrano? La lotta contro le malattie, compresi gli infortuni per il tempo di cura, è tipicamente estranea al campo assicurativo. Sarà d’uopo sormontare pregiudizi, offrire agevolezze e larghezze di scelta, attrezzare gli ospedali per accogliere malati senza difficoltà anche in momenti di punta; ma come non si rimandano a casa i bambini per mancanza di maestre o di aule scolastiche, così nessun malato dovrebbe essere abbandonato sulla strada od in casa qualora desideri essere curato in un ospedale. Nessun malato dovrebbe essere trattenuto a casa dal timore di abbandonare incustoditi i bambini; ché asili e doposcuola e convitti dovrebbero essere in grado di ospitare questi durante le malattie dei genitori. Per fermo l’insieme di questi servizi costerebbe; ma sarebbero con ogni probabilità denari spesi assai fruttuosamente.

 

 

Se l’assistenza ospitaliera, pubblica o volontaria, non fosse o non paresse, particolarmente nel periodo transitorio, bastevole, più che l’assicurazione, ingombrante per uffici, carte, marchette, versamenti e simili, gioverebbe la semi – gratuità dell’assistenza medica a sfollare gli ospedali. Siano liberi i medici di farsi iscrivere in un registro; ed abbiano i malati la facoltà di scegliere tra i medici iscritti il medico di fiducia. Ogni visita sia rimunerata in parte dal malato ed in parte da una cassa alimentata col provento di imposte. Se le imposte debbano essere generali o speciali (di scopo) sono problemi delicati i quali dovrebbero discutersi a fondo. Se le casse possano anche essere organizzate da fondazioni caritatevoli o da società di mutuo soccorso e non solo da enti pubblici è altro problema, che io risolverei nel senso della libertà. Il punto essenziale è che il malato, il quale volontariamente rinuncia alla cura ospitaliera interamente gratuita, sia costretto a pagare una quota parte del costo della visita medica privata, costo stabilito secondo tariffe note e concordate tra gli enti pubblici ed i collegi dei medici. Se la parte spettante al malato debba essere di una metà, di un terzo o di un quarto della tariffa intiera, è problema secondario. Il punto essenziale è che la quota spettante al malato sia da questi sentita. Solo a questa condizione si crea la fiducia tra il malato ed il medico da lui scelto, che è premessa indispensabile della efficacia della cura. La sorveglianza e la repressione degli abusi di connivenza fra malati e medici a «marcar visita» dovrebbero essere ufficio delle casse paganti, dell’ordine dei medici e sovratutto di una risvegliata coscienza pubblica.

 

 

43. L’assicurazione contro la disoccupazione.

 

Tutt’altre sono le considerazioni che fa sorgere l’assicurazione contro la disoccupazione. Beveridge propone, come fu detto sopra, 40 scellini la settimana per la coppia di marito e moglie; 24 per l’uomo con moglie occupata, e per l’uomo e la donna soli, 20 per la persona sola, fra i 18 e 20 anni, 15 per i ragazzi e le ragazze fra i 16 ed i 17 anni, 16 per la moglie lavoratrice disoccupata. Queste cifre, ricordiamolo, sono state calcolate partendo dal principio di dare ad ognuno quel che occorre per condurre una vita decente conforme a quel tenore che è considerato indispensabile per una famiglia operaia. Non ripeterò l’osservazione ovvia che molti uomini se provveduti nell’ozio necessario per vivere, non sentono affatto lo stimolo del lavorare, ché invece il Beveridge opina essere la sicurezza del vivere incitamento a lavorare per guadagnare di più e migliorare la propria posizione. L’augurio sarebbe fondato se i salari medi fossero notevolmente superiori ai 40 scellini settimanali ai disoccupati; ma è illogico lo siano durevolmente. Come si calcolano oggi i 40 scellini settimanali, se non appunto sul reddito necessario al mantenimento normale della famiglia operaia, che a sua volta è il reddito intorno a cui si aggirano i salari normali? Se domani i salari aumenteranno ciò vorrà dire un aumento del tenor di vita ed un innalzamento automatico della base su cui è calcolato il sussidio di disoccupazione. Dal circolo vizioso non si esce se non ammettendo che il sussidio sia calcolato su una base più bassa di quella reputata normale per la famiglia operaia. Si aggiunga che il sussidio di disoccupazione è dato senza limitazione di tempo ed è soggetto solo all’obbligo di seguire corsi di tirocinio per impiego diverso da quello originario, di accettare un’occupazione adatta (suitable) e di recarsi, contro rimborso delle spese di viaggio, in altra località dove sia possibile ottenere un’occupazione adatta. Non è imposto alcun obbligo di dimostrare mancanza di mezzi propri. Varranno codesti freni a scemare il pericolo dell’incitamento a non trovare mai l’occupazione adatta alle proprie attitudini? Si può fondatamente rimanere scettici. Più che scettici, si deve essere allarmati di fronte all’altro grande pericolo dell’assicurazione contro la disoccupazione: quello di creare o rafforzare il monopolio dell’offerta del lavoro a cui le leghe operaie intendono. Si ha un bel dire che noi viviamo in un mondo di monopoli o quasi monopoli; che ai monopoli di parte imprenditrice è naturale si oppongano i monopoli di parte operaia; ma pare certo che, se non dell’economista, il quale si diverte con indifferenza a studiare le più varie specie di monopoli, fra cui quelli bilaterali, sia compito dell’uomo di stato – ed i riformatori sociali in questa sede non possono fare appello all’indifferenza dell’economista, ma fanno proposte in qualità di uomini di stato periti ossia consapevoli degli effetti delle loro proposte – non di creare e favorire, bensì di reprimere e limitare i monopoli.

 

 

Che i sussidi di disoccupazione sufficienti alla vita della famiglia del disoccupato favoriscano la posizione monopolistica delle leghe operaie pare verità non facile ad essere contraddetta. La lega operaia, a cui siano iscritti 100 mila operai occupati, nel contrattare il salario è naturalmente indotta a cadere con l’altra parte d’accordo su un salario, ad ipotesi, di 30 lire (1914) settimanali, dato il quale gli imprenditori abbiano interesse, a parità di altre condizioni, ad assorbire tutti i 100.000 operai. Se al salario 30 conviene agli imprenditori impiegare soltanto 90.000 operai, la lega, non esistendo sussidi statali di disoccupazione, deve provvedere essa, con i suoi fondi, a mantenere i 10.000 operai disoccupati. Ma poiché essa trae i suoi fondi dai contributi dei soci, i 90.000 operai occupati dovranno prelevare sul proprio salario di 30 lire la somma necessaria per mantenere i 10.000 disoccupati. Se il sussidio è fissato in 20 lire settimanali, con un costo complessivo di 200.000 lire, sono 2,20 lire circa che ogni occupato deve detrarre dal suo salario per mantenere i disoccupati. Il salario netto si riduce perciò per lui da 30 a 27,8 lire settimanali. Conviene a lui insistere sulle 30 lire? sì, se le 27,8 lire nette residue sono superiori alle 27 lire di cui si dovrebbe contentare se gli imprenditori, per indursi a occupare non 90.000 ma 100.000 operai non potessero pagare di più; no, se essi sono inferiori alle 28 lire che gli imprenditori si decidessero invece a pagare per impiegare tutti i 100.000 operai disponibili. La disoccupazione potenziale è dunque un freno alle pretese delle leghe operaie di crescere il salario al disopra del livello dal quale tutta la mano d’opera disponibile sarebbe assorbita.

 

 

L’assicurazione contro la disoccupazione, accollando l’onere di essa ad un fondo praticamente alimentato, al di là di un minimo, dai contribuenti, libera le leghe operaie dall’incubo di dovere provvedere all’onere della disoccupazione che esse creano. Se esse insistono sulle 30 lire settimanali e nascono perciò 10.000 disoccupati, l’onere delle 20 lire di sussidio (200.000 lire in totale) ricade sul fondo. Perché preoccuparsene? E perché non tentare di spingere i salari a 35 lire, anche a costo di aumentare il numero dei disoccupati a 20.000? Paga il fondo: 400.000 lire la settimana invece di 200.000. Un limite teorico-economico non si vede tanto facilmente; sebbene di fatto un limite politico ci sia, se si vogliono evitare reazioni troppo vaste e spettacolose nell’opinione pubblica. Ma, entro dati limiti, la manovra, simile in tutto a quella di tutti i monopolisti di parte imprenditrice, i quali calcolano il prezzo di massimo rendimento netto, riesce.

 

 

Il sussidio di disoccupazione è uno dei tanti fattori di pubblico irrigidimento, i quali hanno reso difficile l’operare del sistema di libera concorrenza ed hanno fatto concludere alla fatale rovina di esso. Se si vuole abolire o ridurre la disoccupazione, fa d’uopo ridare elasticità al meccanismo dei prezzi e quindi dei salari; fa d’uopo non abolire ogni responsabilità delle leghe operaie per gli effetti del loro operare, ma crescerla. Invece di accollare allo stato l’onere dei disoccupati, che gli operai creano con la loro vittoriosa insistenza su un livello di salari superiore al livello di equilibrio fra quantità domandata e quantità offerta di mano d’opera, fa d’uopo che questa responsabilità ricada viemmeglio sulle leghe. Pare certo che l’assicurazione statale contro la disoccupazione sia uno degli elementi più pericolosi e dubbi dell’intero sistema di assicurazioni e di assistenza sociale. Qui il ritorno alla responsabilità diretta degli interessati sarebbe fecondo. Dovrebbero essere istituite indagini sulle cause della disoccupazione, rivolte a dare un peso quantitativo ad ognuna di esse, distinguendo quella parte che può essere dovuta alla politica dei salari da parte delle leghe da quella che è dovuta ad altri fattori estranei e generali (crisi economiche, guerre, ecc.); e questa soltanto dovrebbe essere oggetto di assicurazione.

 

 

44. Gli argomenti non decisivi a proposito della garanzia statale di un minimo di vita.

 

I piani di assicurazione e di sicurezza sociale che finora si sono esaminati per quanto tocca i loro principi essenziali – ed essi poco differiscono, quanto ai principi, da un paese all’altro del continente europeo – hanno questo di caratteristico: che essi sono rivolti ad assicurare il lavoratore (sistemi continentali: tedesco, italiano, francese) o l’uomo in genere (tendenzialmente sistema inglese) contro gli effetti di taluni eventi i quali fanno cessare, interrompono o riducono l’attitudine ad ottenere un reddito (morte, invalidità, vecchiaia, infortunio, malattie, disoccupazione) ovvero riducono l’attitudine del reddito a soddisfare le esigenze cresciute della famiglia (matrimonio maternità, figliuolanza numerosa). Se non si verifica l’evento, non nasce la ragione di ottenere l’indennità, l’assegno, il sussidio, la pensione.

 

 

Posti dinnanzi ai problemi propri di ogni branca di assicurazione di un minimo di assistenza al verificarsi dell’evento dannoso, taluni si sono chiesti se non facesse d’uopo di affrontare il problema nella sua interezza; e, postoché il fine sarebbe quello di garantire a tutti gli uomini viventi non l’uguaglianza di fatto ma l’uguaglianza nel punto di partenza, conchiusero: lo stato attribuisca ad ogni persona fisica dal momento della nascita sino alla morte il diritto ad una pensione uguale in ammontare al necessario alla vita. Il minimo di vita potrebbe essere definito, nella ipotesi più stretta, essere la somma annua necessaria a mantenere una persona invalida o vecchia (incapace cioè al lavoro) in discrete condizioni di conforto; od anche quella annua somma che sia per l’appunto sufficiente per alimentare, vestire ed educare un bambino od un ragazzo fino all’età lavorativa; o, nella accezione più larga, la somma atta a soddisfare i bisogni normali di un essere umano, vivente in una società civilizzata. Questa seconda definizione corre sotto il nome del giudice Higgins, giudice capo della prima corte istituita verso la fine del secolo scorso (in Australia) per decidere, con arbitrato obbligatorio, le contese del lavoro. Poiché la teoria che qui si esamina è quella del punto di partenza, sembra che la concezione più stretta sia quella che meglio la definisca; laddove la seconda più larga risponderebbe meglio all’idea del punto di arrivo, nel quale l’uomo potrebbe adagiarsi, senza aspirare ad altro.

 

 

Nel giudicare il principio della pensione universale di stato, appannaggio di ogni uomo vivente dall’età zero al momento del supremo viaggio finale, giova non attardarsi su punti secondari. Non paiono perciò vantaggi decisivi:

 

 

  • quello della semplificazione del servizio. Sarebbero aboliti controlli, visite, uffici, organizzazioni sanitarie, di rieducazione per i disoccupati, ecc. ecc. Ogni vivente riceverebbe ad es., alla fine della settimana o del mese, un assegno postale che gli sarebbe pagato a casa dal portalettere delle raccomandate, come ogni altro vaglia postale, sulla semplice constatazione della sua identità personale o della sua esistenza in vita; o, meglio, progredendo la educazione economica, a mezzo di un accreditamento periodico su un conto corrente di banca o di cassa di risparmio. La semplificazione e il risparmio sarebbero certamente grandi; ma il maggior costo del sistema dell’assicurazione contro i singoli eventi dannosi non sarebbe decisivo se il maggior costo fosse compensato, come è probabile sarebbe, dalla maggior sicurezza di far pervenire l’aiuto nei casi nei quali esso è richiesto, ad esclusione dei casi più numerosi, nei quali esso fosse superfluo;
  • quello della via diritta e rapida per raggiungere il fine della sicurezza di vita in confronto a quello incerto e lungo e tortuoso del provvedere nei soli casi, accertabili con difficoltà e dietro inchieste fastidiose, nei quali la sicurezza è già venuta meno. Se, in difesa del principio della pensione universale, non sta altro argomento, esso deve essere respinto per una ragione di indole generale. Nelle cose economiche e sociali, la via diritta, salvo eccezioni rarissime, è la via falsa. Solo la via storta, lungo la quale gli uomini cadono, ritornano sui propri passi, esperimentano, falliscono e ritentano e talvolta riescono, è la via sicura e, di fatto, più rapida. Ricordatevi sempre, quando ascolterete qualcuno il quale vi prometterà, con sicurezza spedita, la certa soluzione di un problema sociale, il quale vi offrirà lo specifico per le malattie sociali, il quale vi farà vedere, al di là di un periodo temporaneo di costrizioni necessarie per vincere il nemico, l’avvento del benessere e dell’abbondanza, il quale vi denuncerà un mostro da combattere (ad es. il capitalismo od il comunismo, od il fascismo od il reazionarismo, ecc. ecc.), allo scopo di far trionfare l’angelo e il paradiso terrestre (ad es. lo stesso comunismo od il socialismo od il corporativismo, ecc.), ricordatevi che colui il quale così vi parla e, nella ipotesi migliore, un illuso e più probabilmente un ciarlatano e diffidatene. Solo la via lunga, seminata di triboli è la buona; perché solo percorrendola, l’uomo impara a migliorare se stesso ed a rendersi degno della meta a cui vuol giungere. Se altro vantaggio, fuor della semplicità e della rapidità, non presentasse, il principio del minimo assicurato a mezzo di una pensione universale di stato dovrebbe essere perciò respinto.

 

 

Non pare d’altro canto argomento contrario e decisivo quello dell’enorme costo necessario all’attuazione del piano. È difficile istituire calcoli in proposito. Se noi partissimo per l’Inghilterra dall’ipotesi dei 16 scellini la settimana (ai prezzi del 1938 e cioè 20 ai prezzi del prossimo dopoguerra che è la cifra sopra più volte ricordata), la quale è a base del piano Beveridge, il costo di una pensione universale di stato di quell’importo (ossia di circa 42 lire sterline [1938] l’anno), moltiplicato per i 45 milioni di abitanti, corrisponderebbe ad un costo annuo di circa un miliardo e 900.000.000 di lire sterline. Che sarebbe un onere non piccolo, il quale, aggiungendosi alle altre spese statali e pubbliche, assorbirebbe una notevolissima parte delle lire sterline cinque miliardi e 200.000.000, calcolate (sempre ai prezzi del 1938) come misura di reddito nazionale totale annuo britannico del dopoguerra. Né appare, a primo tratto, meno grave l’onere di una pensione universale di stato in Italia uguale, in lire italiane ante-1914, a lire 300 all’anno a persona. Per i 45 milioni di italiani, l’onere risulterebbe di annui miliardi 13,5 in lire italiane ante-1914, a cui aggiungendosi, nelle stesse lire, 2,5 miliardi per le ordinarie spese pubbliche di allora, si otterrebbe una somma di circa 16 miliardi, i quali dovrebbero essere prelevati su un reddito nazionale annuo, calcolato prima del 1914 in circa 20 miliardi delle stesse lire.

 

 

Stando così le cose, il problema, almeno per l’Italia, apparirebbe senz’altro insolubile; poiché a meno di essere vittime di allucinazioni ottimistiche, nessuno può credere che nel nostro paese l’amministrazione finanziaria riesca a conoscere e ad accertare un reddito nazionale di 20 miliardi di lire, quando si sapesse che ciò dovesse servire a prelevare imposte per l’ammontare di 16 miliardi.

 

 

Non pare tuttavia che l’argomento dell’impossibilità e della assurdità utopistica sia decisivo. Per due ragioni. La prima si è che, se a 20 miliardi si calcolava il reddito nazionale italiano del 1914, nessuno può prevedere quale potrà essere, rimarginate che siano le distruzioni belliche – e potrebbero esserlo in pochissimi anni se gli italiani attendessero, anche attraverso a vivacissime discussioni, assiduamente al lavoro di ricostruzione del paese -, il reddito nazionale del dopoguerra. Se gli italiani sapranno trarre partito dai grandiosi progressi verificatisi nell’ultimo trentennio nella tecnica produttiva, quella cifra dei 20 miliardi del 1914 potrebbe diventare un mero ricordo di un passato lontano, di gran lunga superato dalla realtà.

 

 

La seconda ragione si è che quelle cifre di 20 miliardi di reddito nazionale e di 16 miliardi di oneri diventerebbero cifre prive di senso nell’ipotesi della pensione universale di stato. Gli uomini, invero, muniti di un minimo di capacità di acquisto farebbero una domanda di beni e di servigi diversa da quella che oggi fanno. Aumenterebbe la capacità di acquisto dei poveri e scemerebbe quella dei ricchi. Beni e servigi diversi sarebbero richiesti; diversa sarebbe la produzione, diversi i prezzi. E poiché i redditi singoli, e perciò anche la somma dei redditi singoli (cosidetto reddito nazionale totale), altro non sono se non la somma dei prezzi dei beni e dei servigi prodotti e venduti dai singoli individui, depurati dai relativi costi di produzione, così il reddito nazionale totale, probabilmente cresciuto nella massa fisica a causa del progresso tecnico, sarebbe ancor più diverso, da quello che è, quanto alla sua valutazione monetaria. Inutile perciò attardarsi intorno a calcoli finanziari ed economici, dei quali si ignora del tutto la consistenza. Giova meglio esporre i dati teorici del problema.

 

 

45. Gli argomenti favorevoli.

 

A favore della pensione universale di stato stanno i seguenti motivi:

 

 

  • 1) Essa darebbe ai giovani la possibilità di aspettare il momento migliore per entrare nella vita lavorativa. Oggi, il figlio del povero, del lavoratore, dell’impiegato semplice deve addirsi al lavoro, non appena trascorsa l’età fino al termine della quale le leggi del paese impongono la frequenza obbligatoria alla scuola elementare o vietano l’entrata in fabbrica. Sia vera la ragione della miseria addotta dai genitori, o sia un pretesto addotto da questi per preferire all’adempimento dei loro doveri verso i figli altre egoistiche soddisfazioni personali, il risultato è il medesimo: il giovane povero in questi casi entra nella vita privo di cultura generale e di tirocinio tecnico. Rimane per tutta la vita un lavoratore semplice, non qualificato, incapace ad ottenere il salario corrente che si dà ai lavoratori non qualificati; facile preda della disoccupazione, della malattia, del vizio.
  • 2) Se non a tutti, se non ai più tenaci ed intraprendenti e intelligenti, la necessità del lavoro quotidiano immediato vieta a molti di trarre partito dalle qualità creatrici inventive organizzatrici che essi possono avere in sé. Quante invenzioni, quanti progressi tecnici rimangono soffocati in germe dal grigiore della fabbrica quotidiana, che dopo qualche anno trasforma il giovane pieno di speranze in uomo maturo rassegnato e sfiduciato! Anche chi non voglia esagerare l’importanza dei germi così soffocati, deve riconoscere che un certo peso esiste in questa argomentazione.
  • 3) La necessità di offrire subito la propria forza di lavoro non solo impedisce che questa venga poi sul mercato migliorata in qualità e fornita perciò di una produttività più alta, ma vieta che la concorrenza si attui in pieno. Molti i quali, sicuri dal bisogno per sé e la famiglia, preferirebbero la vita indipendente, il rischio della professione libera, del mestiere artigiano, della gestione di un proprio negozio, della coltivazione di un campo, di un orto, di un frutteto, di una vigna prima presa a mezzadria, poi in fitto e poi acquistata, sono, dalla necessità di guadagnare subito per vivere, costretti a locarsi altrui, come impiegati, salariati, manovali. Concorrenza vuol dire scelta, opzione, possibilità non solo di offrirsi sul mercato, ma anche di ritirarsi dal mercato. Anche chi dalle proprie osservazioni sia tratto a credere che la maggioranza degli uomini viventi in città sia desiderosa di vita tranquilla, con stipendio e salario certi, e non ambisca le incertezze delle professioni e delle occupazioni indipendenti, deve riconoscere che tale non è l’inclinazione degli uomini viventi in campagna, abituati dalla nascita a considerare naturali le vicissitudini e le incertezze dei raccolti; e tale non è l’inclinazione della minoranza più energica ed attiva degli uomini anche cittadini, sempre insofferente dell’ubbidire altrui. La possibilità di uscire dal mercato, data dalla pensione di stato, muterebbe i dati del problema e probabilmente farebbe aumentare il livello delle remunerazioni, sovratutto mutando ed innalzando la produttività del lavoro di coloro che continuassero ad offrirsi.
  • 4) I datori di lavoro, per far pendere la bilancia della scelta a proprio favore, per scemare l’interesse al moltiplicarsi delle piccole imprese indipendenti, industriali, e sovratutto agricole, dovrebbero sforzarsi ad attrarre a sé gli uomini non solo con l’offerta di rimunerazioni migliori, ma anche di condizioni esterne del lavoro medesimo più simpatiche. Sarebbe interesse degli imprenditori di accompagnare al compenso pecuniario quello che spesso, agli occhi del lavoratore, vale assai di più, e cioè il premio per il lavoro ben fatto, consistente in lodi, in distinzioni, in miglioramento di carriera, in invito a partecipare alla gestione ed al perfezionamento di quel ramo di lavoro, del reparto, dell’officina. L’operaio fedele e capace, l’impiegato anziano, acquisterebbe una posizione morale nell’impresa, di valore non minore dalla posizione finanziaria.

 

 

46. Gli argomenti contrari.

 

Alle ragioni favorevoli ora esposte si contrappongono due sostanziali argomentazioni:

 

 

  • 1) Anche se per avventura si ritenga che la attribuzione del diritto ad una pensione vitalizia atta a garantire l’indispensabile all’esistenza sia economicamente pensabile; anche se si reputi possibile, affermato il principio, limitarlo, ad es., alla cifra di 300 lire italiane ante-1914 all’anno, ed abbiamo già veduto a quale salto nel buio si andrebbe incontro, salto che si è preferito sopra non analizzare, trovandoci di fronte all’inconoscibile, non si può chiudere gli occhi dinnanzi al rischio sociale gravissimo che la proposta contiene: quella dell’incitamento all’ozio.

 

 

La natura umana è siffattamente impervia all’allettativa del vivere, anche soltanto nel grado inferiore considerato ammissibile secondo il costume del paese, senza lavorare, da poter essere sicuri che una percentuale notevole degli uomini viventi non preferisca l’ozio al lavoro? Basterà l’impulso dato agli altri 80% per compensare il minor prodotto dovuto all’ozio di un 20%? E se la percentuale degli oziosi crescesse, il problema non diverrebbe insolubile? Quale la influenza cumulativa dell’esempio offerto dalla vita oziosa della minoranza sul contegno di una maggioranza inizialmente energica e laboriosa? Domande alle quali ciascuno di noi è chiamato a dare una risposta seria a seconda della sua esperienza degli uomini, delle sue osservazioni, del luogo in cui vive, della sua professione e di quella dei suoi colleghi. L’essenziale è di persuadersi che i problemi sociali sono complicati, che essi non presentano soluzioni facili e che in un paese libero la classe dirigente deve abituarsi a discutere con serietà di studi, di osservazioni e di ragionamenti, stando lontana, come dalla peste, dai faciloni e dai demagoghi.

 

 

  • 2) Principiis obsta. Se anche dapprima si abbia la forza di fissare la pensione di stato ad un livello che sia un mero punto di partenza, siamo noi sicuri di poterci fermare a tal punto? Se 300 lire ante-1914, sono, ad ipotesi, quel minimo, chi potrà fermare a quel punto la concorrenza nel promettere e nel dare? Sarà possibile rifiutare, dopo aver dato il panem, anche i circenses? Già in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove il piano Beveridge è stato largamente discusso ed acclamato, vi è chi osservò che i 40 scellini per la coppia ed i 24 per l’uomo singolo a settimana provvedono solo ai bisogni ragionevoli, conformi al tenor di vita usuale oggi nelle classi lavoratrici, per l’abitazione, gli alimenti, i vestiti, le cure mediche e le altre concorrenze usuali indispensabili della vita. Ma l’uomo non vive di solo pane. Occorrono anche svaghi e riposi, qualche settimana in montagna od al mare, la frequenza di qualche cinematografo, o teatro, ecc. Ad un questionario recente diramato dal settimanale svizzero «Die Nation» (Berna, 11 maggio 1944) alla domanda: «quando e quale pensione per ogni singola persona vecchia ritenete dovrà essere assicurata dalla Confederazione?» il 58,9% rispose che la vecchiaia pensionabile cominciava ai 60 anni e solo il 41,1% preferì i 65 anni; e, relativamente al quantum, nessuno si contentò dei 600 franchi all’anno, solo il 5,5% di coloro che manifestarono un’opinione si rassegnò ai 900 franchi all’anno; ma il 16,5% preferiva i 1.200 franchi, il 13,7% i 1.500; il 21,2% saliva ai 1.800 franchi, il 25,5% ai 2.400 franchi ed un 17,6% chiese i 3.000 franchi all’anno.

 

 

La concessione di un dono gratuito non produce di solito gratitudine e sforzo per meritare il dono, ma recriminazioni per l’insufficienza di esso. Come le scene più abbominevoli di contegno indecente fra persone ordinariamente bene educate si osservano nei grandi ricevimenti, nei quali è offerto elegante ed abbondante rinfresco; così è temibile la corsa al chiedere da parte degli elettori e al promettere di partiti politici aumenti alla miserabile spregevole cifra della pensione di stato. Dopo brevissimi anni si dimenticherà la premessa essenziale del sistema: che la misura della pensione debba essere fissata ad un livello che sia un punto di partenza, e si finirà per mutarla in guisa che essa sia per i più il punto di arrivo, crescendo a dismisura lo stimolo dell’ozio. Anche limitata ai vecchi, la richiesta fatta dal nucleo più grosso di coloro che risposero al questionario di «Die Nation» di una pensione individuale di 2.400 franchi all’anno, è siffatta da far allibire i finanzieri più spregiudicati, ed i sociologhi più ottimisti. Quanto più si dovrebbe allibire rispetto al principio della pensione universale! Roma non cadde sotto i colpi dei barbari. Era già caduta prima, guasta dalla corruzione interna la quale aveva trovata lapidaria espressione nelle immortali parole panem et circenses.

 

 

Capitolo III. Le associazioni (sindacati, leghe) operaie

 

47. Premessa.

 

Accanto ai piani di sicurezza sociale e di pensione universale che trovano il loro punto di partenza in un intervento dello stato a favore dei più, fa d’uopo studiare le iniziative e le lotte condotte per il proprio innalzamento dai lavoratori medesimi. Si vuole accennare a quelle che si chiamano trade-unions in Inghilterra, syndicats ouvriers in Francia, leghe operaie in Italia[11].

 

 

48. La corporazione medioevale.

 

Poiché, in tempi recenti, si fece riferimento, anche nel nome, alle corporazioni medioevali d’arti e mestieri, giova notare che esse attraversarono due fasi nettamente di stinte, la prima quella che va dal Duecento alla fine del Quattrocento (1200-1500 d. C.) e l’altra che si può dire propria dell’epoca degli stati moderni accentrati (secoli 17esimo e 18esimo).

 

 

Qualunque sia stata l’origine delle corporazioni medioevali d’arti e mestieri, si ricolleghino esse alle scuole od associazioni romane o siano il risultato della lenta trasformazione di spontanee associazioni religiose le quali accomunavano gli uomini addetti al medesimo lavoro a scopo di preghiera, di funerali, di festa in occasione della ricorrenza del santo patrono, di mutua assistenza nei casi di malattia, noi vediamo sorgere la corporazione nelle città medioevali italiane del 1200-1300 per libero atto di volontà degli artigiani. Non lo stato (comune o signoria o vescovo) crea la corporazione; ma questa sorge dal bisogno sentito dagli uomini esercenti il medesimo mestiere od arte di riunirsi allo scopo di difendere gli interessi comuni, di stabilire regole di condotta nei rapporti con i clienti, nella fissazione dei prezzi, nella tutela della onorabilità del gruppo per quanto riguarda la genuinità e la bontà della merce. Accadde talora che le associazioni fra maestri e lavoranti divenissero fattori importanti della vita del comune e persino costituissero il comune medesimo, quando la somma del potere nel comune fu attribuita in tutto od in parte ai capi della corporazione (consoli). Ed accadde anche che le norme che le corporazioni avevano date a se stesse ricevessero una specie di crisma od approvazione da parte del comune; ma ciò non vietava che la legge potesse essere mutata dai componenti il corpo medesimo, richiedendosi nuovo crisma di approvazione dal comune e magari anche da qualche autorità superiore. Ma ciò non faceva venir meno il carattere essenziale della corporazione medioevale: quella di essere una creazione spontanea, volontaria e mutabile degli interessati. Essa non era rivolta a mantener privilegi; ché l’entrata nel mestiere era aperta a chi ne aveva la capacità; ed ancora non avevano preso piede le norme rigide, in virtù delle quali solo chi aveva seguito un periodo più o meno lungo di tirocinio (apprendista) poteva diventare garzone o lavorante; e solo chi aveva compiuto il capolavoro, maestro. Non erano rari i casi di giovani, i quali avendo attitudini e mezzi, impiantavano subito bottega e diventavano maestri o soci di maestri; laddove altri faceva a meno del tirocinio e diventava subito lavorante. La lotta politica e la lotta sociale, che erano caratteristica dei comuni medioevali, improntavano di sé anche le associazioni degli artigiani. Artigiani, e non operai semplici, ché la distinzione fra datori di lavoro e lavoratori era assai meno marcata d’oggi ed agevolmente si passava dall’una all’altra condizione; e la vita dei lavoranti e dei maestri era spesso comune, tutti facendo parte della medesima famiglia.

 

 

49. La corporazione decadente dei secoli XVII e XVIII.

 

Il quadro muta, quando dalla vita libera del comune medioevale si passa, attraverso lenta variazione, alla vita regolata e cristallizzata delle grandi monarchie dei secoli 17esimo e 18esimo, e delle minori aggregazioni politiche formatesi accanto ai regni di Francia, Inghilterra, Spagna ed all’impero di nazione germanica. I governi, a scopo di polizia e di dominazione, cercano di regolare quelle che un tempo erano libere associazioni di mestiere. Queste volentieri consentono ad accettare i regolamenti regi, dai quali traggono una posizione di privilegio e di esclusivismo; ed i governi a loro volta consentono ai privilegi, perché ne ricavano «finanze», ossia pagamento di tasse, che nel complesso danno al pubblico erario, in quei tempi ancora in cerca di entrate sicure, ragguardevole vantaggio. La descrizione che può farsi del sistema cosidetto corporativo verso la meta del secolo 18esimo è la seguente:

 

 

  • a) Esiste un inquadramento degli addetti ai diversi lavori in altrettante corporazioni. Coloro che attendono alla confezione delle scarpe nuove sono iscritti nella corporazione dei calzolai, coloro che le riparano in quella dei ciabattini. Gli addetti ai grossi lavori dei tetti e dei soffitti delle case o fabbricano ruote di carri, sono carpentieri; quelli che fabbricano vetture per viaggiatori sono falegnami specialisti e gli altri che attendono ai mobili ordinari o fini sono falegnami o stipettai. Ma il calzolaio non può fare il ciabattino e viceversa; il carpentiere che fabbrica travature di tetto o ruote di carro non può attendere alla confezione del corpo della vettura e viceversa; il falegname ordinario non può fabbricare il mobile impiallicciato; lo stipettaio non può invadere il campo del falegname. Nascono contese fra ciabattini e calzolai, fra carpentieri e fabbricanti di vetture, fra falegnami e stipettai per la determinazione dei confini rispettivi dei campi di lavoro. Le entrate delle corporazioni sono in gran parte assorbite, oltreché dalle spese per le feste in onore del santo patrono, da quelle per i litigi interminabili contro le «usurpazioni» delle altre corporazioni. Nuovo motivo di dipendenza delle corporazioni dai tribunali («Consolati») ordinati dal principe a risolvere le questioni economiche; e di servitù al potere politico.
  • b) Esiste una gerarchia fra i componenti le corporazioni. Queste hanno ottenuto il privilegio di provvedere, esse sole e cioè i loro membri, ai beni ed ai servigi desiderati dal pubblico, adducendo il motivo che soltanto così poteva essere assicurata ai clienti una merce genuina o garantito un lavoro ben fatto. Per dare al pubblico cotale garanzia, era necessario di assicurarsi che gli addetti al mestiere fossero idonei. Quindi, un vero e proprio sistema scolastico di corsi di insegnamento e di esami, simile a quello che comunemente si suole indicare col nome di mandarinato cinese. Lo statuto degli apprendisti del 1562 della regina Elisabetta stabilisce che nessuno possa, nelle «città di mercato», ossia nelle città industriali quali allora esistevano, diventare garzone (operaio), se prima non ha compiuto sette anni di tirocinio. Solo dopo un periodo più o meno lungo di tirocinio, l’apprendista, non pagato o male pagato ed obbligato a servire presso un determinato padrone per tutto il tempo del tirocinio, diveniva garzone, operaio libero di sé e di muoversi da un padrone all’altro. Ma egli non può aprire bottega o laboratorio per conto proprio se non dopo un certo congruo numero di anni, che gli statuti delle corporazioni determinano. Per diventare padrone o maestro il garzone deve compiere il cosidetto capolavoro: un paio di scarpe, un mobile, un carro agricolo, una vettura di lusso ecc. Giudici sono i maestri già esercenti la medesima arte.
  • c) La corporazione adempie ad un servigio pubblico. Poiché gli statuti corporativi prescrivono che soltanto apprendisti, garzoni e maestri approvati possano mettere sul mercato beni e servigi ben fatti, occorre che il pubblico consenta agli esercenti l’arte i mezzi di vivere onestamente, secondo il grado rispettivo che essi hanno nella società.

 

 

Da un lato, perciò, la corporazione deve garantire al pubblico la bontà del lavoro. Il che fa con regolamenti minuziosi, i quali prescrivono le materie prime genuine che sole possono essere adoperate ed i metodi e procedimenti di lavoro da seguire per la perfezione del lavoro. D’altro canto, la corporazione esige che il pubblico paghi per il lavoro compiuto prezzi o compensi che siano dalla corporazione medesima, con l’approvazione del tribunale, del consolato o dell’autorità regia competente, considerati adeguati. Sono previste sanzioni per chi esiga prezzi eccessivi o troppo bassi o compia lavori i quali si allontanino, per la materia adoperata o per il procedimento usato, dalle regole corporative. Le sanzioni vanno fino alla confisca della merce ed alla esposizione di essa e anche del colpevole alla pubblica berlina sulla piazza del mercato.

 

 

  • d) La gerarchia diventa una aristocrazia di uguali. Né i prezzi potrebbero essere mantenuti, né i metodi approvati sarebbero seguiti, se qualcuno dei maestri si elevasse troppo sugli altri, se, assoldando egli molti apprendisti e garzoni, aumentasse assai la produzione e, per venderla, dovesse abbassare i prezzi o deteriorare, a parità di prezzo, la qualità della merce. Le corporazioni perciò tendono, a tutela dei garzoni e dei loro salari, a limitare l’entrata nel mestiere, ossia il numero degli apprendisti; ed a tutela dei maestri, il numero dei garzoni giudicati degni di vedere approvato il loro capolavoro o capo d’opera. Oggi i collegi dei professori, incaricati di esaminare gli studenti universitari o medi o primari non hanno alcun interesse personale ad approvare pochi o molti studenti. Ma nelle corporazioni privilegiate del ‘600 e ‘700 i maestri in carica avevano interesse, in qualità di esaminatori, a non approvare i capolavori che erano ad essi presentati, allo scopo di non crearsi nuovi concorrenti. Erano facilmente ammessi i figli od i generi dei maestri in carica; agli altri l’accesso al libero esercizio del mestiere era ostacolato da ritardi o rifiuti di accettazione del capolavoro e da forti tasse di ammissione.
  • e) L’aristocrazia di uguali si trasforma in un corpo chiuso quasi ereditario; alla porta dei quali una folla di paria attende invano di poter essere autorizzata a guadagnarsi il pane od a guadagnarlo in modo indipendente. Ebbe grande successo nel 1768 una favola francese Chinki: histoire cochinchinoise, nella quale, attribuendola, secondo il costume del tempo, a lontani paesi asiatici, l’autore, un abate Coyer, raccontava la storia di due contadini, fratello e sorella, giunti dalla campagna per guadagnarsi il pane nella città, i quali, respinti, un dopo l’altro, da tutti i capi d’arte, finiscono per cadere fatalmente nella delinquenza e nella malavita. L’opuscolo fu bruciato, per ordine dei parlamenti (corti giudiziarie), sulle pubbliche piazze di Francia per mano dell’esecutore delle alte opere di giustizia; ma fu ciononostante largamente letto e contribuì efficacemente alla abolizione venuta poi delle corporazioni.
  • f) Gerarchie ed aristocrazie, di operai e di maestri, tendono a credere ad un sofisma tra i più divulgati: che è quello della quantità fissa di lavoro da farsi o di merce da vendere. La domanda di servigi o di beni viene considerata come un fondo od una torta che si tratti di dividere fra gli interessati. Quanto più cresce il numero degli interessati, tanto più, rimanendo invariata la torta, scema il quoziente di lavoro da fare o il guadagno o salario da percepire per ognuno dei maestri o lavoranti. Di qui l’avversione verso qualunque novità o progresso tecnico o commerciale, che faccia temere un aumento nella produzione, una variazione nella qualità ed un aumento nell’offerta, a cui sembra necessariamente conseguire, col relativo ribasso nei prezzi, una diminuzione nei guadagni o salari. La corporazione diventa un organo conservatore, di vecchi metodi e di beni e servigi antiquati. Le iniziative spontanee, le invenzioni industriali, le nuove vie sono negate e debbono necessariamente trovare altro sfogo.

 

 

50. L’abolizione delle corporazioni e la affermazione della libertà del lavoro.

 

Lo sfogo fu trovato in due maniere tipicamente diverse. L’uno è il mezzo rivoluzionario, alla francese. Dopo un primo tentativo di abolizione compiuto dal ministro Turgot nel 1776 e presto sconfessato dal debole Luigi Sedicesimo, una legge Chapelier del 1791 le abolisce definitivamente al momento della rivoluzione e, andando innanzi nella reazione contro gli abusi della decadenza corporativistica, dichiara illecita qualunque specie di associazione operaia o padronale intesa a conseguire con l’abbandono del lavoro (sciopero) o con la chiusura delle fabbriche (serrata) una variazione nelle condizioni del lavoro, un aumento di prezzi o simili.

 

 

L’altro modo è quello, tipicamente inglese, dell’aggiramento pacifico. Poiché lo statuto degli apprendisti della regina Elisabetta imponeva vincoli corporativi alle «città di mercato», gli individui più intraprendenti, gli operai che sarebbero rimasti, come paria, alla porta dei laboratori industriali, fondarono botteghe, laboratori, imprese fuor del territorio di quelle città. Manchester, Birmingham, Leeds, ecc. sorsero in rasa campagna o da piccoli borghi e diventarono grandi e potenti, a scapito delle vecchie città privilegiate, come York. Queste rimasero, coi loro privilegi, attaccate alla teoria del quantum fisso di lavoro e di domanda ed intristirono a poco a poco. Le nuove città industriali prosperarono e giganteggiarono ed, in un clima di libertà, coi fatti dimostrarono che il ribasso dei prezzi, che le nuove merci o quelle fabbricate con metodi diversi da quelli antichi prescritti dagli statuti creano nuova domanda e nuovo lavoro. Alla fine del secolo 18esimo la trasformazione era avvenuta ed una legge del 1799 dichiarava anche in Inghilterra illecita ogni coalizione di operai o di padroni che avesse per iscopo di chiedere o rifiutare aumenti di salario o diminuzione di ore di lavoro.

 

 

51. La riaffermazione della libertà di associazione nel secolo XIX

 

La reazione contro i vincolismi corporativi era giunta così all’estremo opposto, sino a negare, al principio del secolo XIX, il diritto degli operai e dei datori di lavoro ad associarsi insieme per raggiungere risultati di interesse comune, ed a reputare reato punibile lo sciopero e la serrata. Ma presto si delinea la resistenza contro l’estremo che, per assicurare la libertà, nega una delle libertà fondamentali dell’uomo che è quella di associazione.

 

 

Prima l’Inghilterra, dove una legge del 1824, promossa da un antico operaio divenuto industriale, Francis Place, dichiara lecite le associazioni operaie. Leggi successive (conseguenti ad una celebre sentenza giudiziaria del 1867 la quale aveva dichiarato privi di validità giuridica i contratti collettivi di lavoro, perché stipulati in offesa alla libertà di contrattazione da parte degli individui) del 1871, del 1906, e del 1927 costruiscono il sistema giuridico, da cui le leghe operaie inglesi traggono vita. Riconosciuta non solo la liceità delle leghe, ma anche la loro capacità a possedere un patrimonio e a stare ed essere convenute in giudizio per quanto si riferisce alla gestione del patrimonio medesimo, le leghe non possono però essere chiamate in giudizio ed essere dichiarate responsabili finanziariamente per le conseguenze che una loro azione relativa a contese del lavoro abbia arrecato alla parte padronale od a terzi. Gli atti relativi a scioperi ed a serrate non possono, se compiuti per decisioni collettive di leghe o ad istigazioni dei capi di queste, condurre i partecipanti a conseguenze penali o finanziarie diverse da quelle che si verificherebbero se fossero compiuti da individui singoli per deliberazione individuale; e d’altro canto nessun atto compiuto da una persona singola in relazione ad una contesa del lavoro dà luogo ad azione solo perché esso abbia per iscopo di indurre altri ad abbandonare il lavoro, violare un contratto di impiego od altrimenti interferire con la normale utilizzazione del capitale e del lavoro altrui. La lega insomma può consigliare, aiutare, organizzare abbandoni del lavoro o scioperi; non perciò essa può essere convenuta in giudizio ed essere chiamata, con i propri fondi, a risarcir danni che dall’abbandono del lavoro derivino altrui. Solo atti di violenza fisica o morale legittimano chiamate in giudizio degli individui singoli che se ne sono resi colpevoli.

 

 

In Francia una legge imperiale del 24 maggio del 1864 abolisce le pene criminali contro gli accordi per sospendere il lavoro ed una legge Waldeck Rousseau del 1884, revocando la legge Chapelier del 1791, regola in modo liberale le associazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro.

 

 

In Italia il nuovo codice penale del 1889 – facendosi eco di un celebre processo di Mantova, nel quale un giovane avvocato, divenuto poi noto professore e politico socialista, Enrico Ferri, s’era acquistata la prima fama ottenendo l’assoluzione di contadini accusati di avere, associandosi insieme, violato la legge, la quale proibiva le coalizioni a scopo di aumentare salari o variare le condizioni del lavoro – non parla più dei reati di sciopero, di serrata e di coalizione; e dichiara punibile esclusivamente il fatto di colui il quale, in occasione di sciopero o di serrata, commetta atti rivolti ad impedire, con la violenza fisica o morale, ad altri di lavorare o non lavorare a suo piacimento. La quale è la sola posizione giuridicamente corretta.

 

 

52. Le caratteristiche delle leghe operaie alla vigilia della grande guerra.

 

Sulla base della legislazione liberale ora accennata, il movimento associazionistico operaio e padronale si sviluppa nel secolo XIX in tutto il mondo di civiltà occidentale (Europa, al di qua della Russia, Stati Uniti d’America, Canadà, Australia, Nuova Zelanda, paesi latini centro e sud americani). Nella impossibilità di descriverne adeguatamente lo sviluppo, basti accennare alle caratteristiche principali, quali alla vigilia della prima grande guerra mondiale si erano andate precisando:

 

 

  • a) Le leghe operaie (dette con varietà di vocabolario, trade-unions in Inghilterra, syndicats in Francia, sindacati o leghe in Italia) potevano avere carattere politico confessionale. Siffatta caratteristica era minima in Inghilterra, dove la religiosità essendo generale e non avendo le diverse confessioni religiose proprie organizzazioni politiche, le leghe erano sorte al di fuori delle dispute religiose ed anche di quelle politiche. Le trade-unions rimasero e rimangono ancora ora al di fuori dei partiti politici. Il partito del lavoro sorse in parte dal loro seno, e la più parte dei trade-unionisti sono anche laburisti; ma tra i due movimenti non vi è connessione necessaria; né il partito laburista ha di fatto scopi di palingenesi sociale e si propone invece di conseguire risultati specifici legislativi di volta in volta favorevoli ai ceti operai.

 

 

Sul continente, le leghe operaie hanno invece sempre fin dall’origine, serbato legami stretti con i partiti politici. Dappertutto il grosso degli operai organizzati in leghe aderì al partito socialista. Venivano dopo le leghe cattoliche ed ultime vari tipi di leghe indipendenti o liberali e sovratutto (Francia e Italia) sindacaliste, che pare volesse significare un socialismo di tipo rivoluzionario, rivolto alla conquista ed alla gestione diretta della fabbrica.

 

 

Tra i due metodi si rivelò più saldo, e capace di conseguire risultati concreti progressivamente maggiori, quello britannico del non-confessionalismo, né religioso né politico. Ed è il solo che ancora oggi duri vigoroso.

 

 

  • b) Le leghe operaie appartengono al tipo dell’associazione libera. Non sono create dalla legge, né da questa regolate, se non per la forma esteriore, come Francia.
  • c) Le leghe operaie, derivando dalla volontà di associarsi di singoli individui, hanno grande varietà di forme, particolarmente nei paesi anglo-sassoni. Esistono ivi a lato a lato:

 

 

  • associazioni di mestiere, le quali accomunano operai appartenenti alla medesima arte o ramo di lavoro: macchinisti ferroviari, compositori tipografi a mano od a macchina (linotipisti), addetti alle macchine rotative, sarti da uomo, ecc.;
  • associazioni di industria, le quali comprendono insieme operai addetti alla medesima industria, come per esempio gli operai, uomini e donne, addetti alla filatura e alla tessitura della lana, dai semplici manovali, ai filatori, ai tessitori, agli stampatori, agli apprettatori, ecc. Non il lavoro compiuto, ma l’industria a cui si è addetti, è il criterio decisivo;
  • associazioni generali, le quali riuniscono insieme operai appartenenti ad industrie e lavori diversi.

 

 

Le prime (di mestiere) sono di solito le associazioni più antiche, più salde ed anche più esclusivistiche (per le condizioni di ammissione al mestiere); le ultime sono le più recenti, quelle che giungono a raggruppare sotto le proprie insegne più rapidamente un gran numero di lavoratori, ma anche sono soggette a defezioni altrettanto rapide in caso di insuccesso (tipico il Congress of Industrial Organization, il cosidetto C.I.O., contro l’antica differenziata American Federation of Labour, A.F.L.).

 

 

Contrariamente ai paesi anglo-sassoni, dove l’associazione di mestiere (craft) conserva grande importanza, sul continente il tipo dominante è dato dalle altre due forme: d’industria e generali; e queste talvolta si chiamavano camere del lavoro, sebbene questo nome più propriamente significasse luogo od edifici dove avevano sede materiale le varie associazioni. Ma il fatto di essere riunite in una sede dava alle associazioni di mestiere e di industria un carattere di generalità e di solidarietà con il resto del ceto operaio, che era estraneo alle più antiche leghe di mestiere.

 

 

  • d) La varietà di forme e la libertà di associazione escludevano, almeno in massima, i problemi di inquadramento. Gli operai e i datori di lavoro, non essendo obbligati ad iscriversi, potevano a loro piacimento scegliere la lega alla quale affidare la tutela dei propri interessi: se di mestiere o di industria o generale; e non era escluso che si affiliassero contemporaneamente a parecchie leghe. Ciò è vero ancora adesso, particolarmente nei paesi anglo – sassoni. Nei paesi continentali europei, forse anche per la forma di mente giuridica di taluni componenti il movimento, transfughi dalla borghesia (caratteristica quasi ignota invece nei paesi anglo – sassoni) affiorava già prima del 1914 la tendenza a volere estendere l’organizzazione operaia a tutti gli operai, chiamando i datori di lavoro a prelevare le quote di associazione con trattenuta sul foglio paga. Se il sistema fosse stato generalizzato, evidentemente si sarebbe imposto il problema dell’inquadramento, ossia della lega destinataria delle quote prelevate sul salario di tutti gli operai della fabbrica. Ma si era appena agli inizi ed alla pretesa i più resistevano ancora.
  • e) Le leghe, sorte dapprima dappertutto come associazioni locali, avevano presto veduto la necessità di federarsi con le leghe di località vicine; e via via di estendere la propria azione a circoscrizioni più vaste.

 

 

L’allargamento è connesso con la formazione delle associazioni di opposta parte padronale. Se una lega locale sorge a tutela degli operai tessili di un borgo biellese contro i datori di lavoro locali, essa può, con scioperi successivi nei singoli stabilimenti, durante i quali gli operai degli stabilimenti attivi sussidiano gli operai scioperanti dello stabilimento reso dallo sciopero inattivo, riuscire a battere ad uno ad uno gli industriali separati. Ma la manovra non riesce più, se gli industriali, svegliati dall’insuccesso, si riuniscono anch’essi in lega e rispondono, con la serrata di tutti gli stabilimenti, allo sciopero a spizzico. Gli operai replicano, federando la lega locale con le leghe locali del Biellese intiero; e ripetendo la manovra per singole località, facendo sussidiare gli operai a volta a volta scioperanti in un luogo dagli operai ancora attivi delle altre località della regione. Ma gli industriali replicano anch’essi federandosi in leghe provinciali. A poco a poco, al di sopra delle leghe locali, si costituiscono così da ambe le parti, federazioni provinciali, regionali, nazionali. E le federazioni nazionali delle diverse industrie si riuniscono in potenti Confederazioni, da un lato dei lavoratori e dall’altro dei datori di lavoro dell’industria.

 

 

  • f) A questo processo di allargamento corrisponde al tempo stesso un processo che si può chiamare di razionalizzazione delle contese del lavoro.

 

 

Quando le contese hanno contenuto locale, limitato ad una fabbrica di borgo o di città, ha gran peso l’elemento personale e sentimentale. Si sciopera per impulso di malcontento, per eccitamento provocato da un discorso eloquente di un propagandista politico. Il rischio è piccolo; si spera nella solidarietà e nei soccorsi degli amici, dei vicini, dei compagni rimasti al lavoro nelle fabbriche del luogo. Alla fine, se lo sciopero non riesce, alla peggio, saranno due o tre caporioni i quali pagheranno per tutti col licenziamento e con un viaggio verso un villaggio più ospitale.

 

 

Ma se la cerchia della contesa si allarga, lo sciopero non è più deliberato in un comizio improvvisato, ma è frutto meditato di deliberazioni e di rinvii, dal consiglio della lega locale a quello della federazione provinciale, e di qui alla federazione regionale ed a quella nazionale. Se occorre, si procede a referendum tra i soci. Bisogna che il caso sia davvero importante, perché interessi i soci di altri luoghi; occorre che le ragioni siano davvero solide e il momento davvero propizio per decidere i consigli della lega ad impegnare, a sostegno della domanda di una parte sola, le forze di tutti, ossia i fondi di riserva, alimentati con le quote volontarie dei soci, quote accumulate in anni di attesa. Non si rischiano alla leggera fondi, che possono servire per scopi più gravi, e che servono ogni giorno ad adempiere ai fini propri della lega, che non siano di resistenza: sussidi di viaggio ai disoccupati in cerca di lavoro in altre località, sussidi per malattie, disgrazie, casi particolari non contemplati dalle leggi assicurative in vigore; e, non dimentichiamolo, mantenimento del personale della lega.

 

 

Invero, non appena la lega ha cessato di essere un organo puramente locale, che il compagno più volenteroso fa vivere col lavoro di qualche ora strappata di sera o di domenica al riposo; ed è divenuta un organo provinciale o regionale o nazionale, è sorta la necessità di una burocrazia permanente. Una burocrazia non di impiegati nominati per concorso ed indifferenti allo scopo della lega; ma dei migliori compagni, tolti dalla designazione spontanea dei compagni al lavoro della miniera, della officina, del laboratorio, della terra e mandati a rappresentarli nel capoluogo, insieme ad altri migliori venuti da altre parti. Costoro sono talvolta, ma non necessariamente, i più eloquenti, spesso sono i più persuasivi, quelli che gli operai ritengono i migliori rispetto allo scopo della resistenza. I capi debbono pure avere modo di vivere; e ottengono uno stipendio a carico dei fondi della lega. Ma occorre perciò che i fondi ci siano e non siano dispersi in agitazioni futili, per intenti fuor del possibile pratico. Inconsapevolmente l’agitatore puro diventa prudente; sente che non basta l’entusiasmo per guidare i compagni alla vittoria nelle questioni di orario, di salario, di cottimi. L’entusiasmo può bastare all’agitatore politico per vincere una battaglia elettorale. Per spuntare una battaglia sui cottimi, occorre conoscere prezzi e costi, sapere valutare il rendimento e la velocità di una macchina; non rimanere a bocca aperta quando il segretario della parte padronale tira fuori disegni e calcoli quasi algebrici e formule con equazioni; non farsi mettere nel sacco a sentir parlare di corsi dei cambi e di dazi che impacciano la vendita all’estero. Tra periti bisogna farsi più che periti e essere più istruiti e più competenti degli avversari. Muta il tipo del capo; da agitatori importa diventare calcolatori; da garibaldini trasformarsi in generali curvi a disegnare mosse di eserciti su carte dello stato maggiore; artiglieri capaci di calcolare traiettorie per colpi che devono arrivare a segno a distanza. Anche dalla parte padronale si opera una analoga trasformazione; e gli industriali più intransigenti nella loro concezione del “dentro la mia fabbrica il padrone sono io” finiscono per adattarsi a riporre fiducia in negoziatori esperti, prudenti, accomodanti, ripugnanti a giocare alla leggera il tutto per il tutto.

 

 

Ecco aperta la via all’accomodamento, al compromesso, al contratto collettivo. Il diritto ad usare l’arma dello sciopero o della serrata, a ricorrere all’estrema ratio della prova di forza rimane sempre; ma vi si ricorre il meno che si può. Quanto più il campo della controversia diviene ampio, tanto più diventa necessario tener conto dell’opinione dei terzi, di coloro che dalla battaglia, dalla sospensione del lavoro rimarrebbero danneggiati, dei dipendenti delle industrie affini collegate, dei clienti, dei fornitori, dei bottegai. Se la contesa è nazionale, i terzi divengono moltitudini; e la loro opinione acquista peso grande nella decisione; e il peso può giungere al punto da imporre alle due parti, incapaci di venire da sole ad un compromesso, di adire all’arbitrato di un terzo imparziale, accettato da ambedue come perito e nel tempo stesso come giudice. Ma l’imposizione non è fatta dal comando della legge o dal pugno di un dittatore; è il frutto della convinzione intima, alla quale le due parti partecipano, della impossibilità di rimbalzare anche su moltitudini di innocenti estranei le conseguenze di una lotta a coltello combattuta fra contendenti accesi nella difesa di quel che ambedue ritengono il proprio buon diritto.

 

 

53. Differenze tra paese e paese.

 

La evoluzione sopra descritta aveva avuto la sua attuazione più precisa nell’Inghilterra antebellica, dove si era costituita una burocrazia trade-unionista, quella che oggi dà i migliori elementi anche al partito del lavoro, divenuto partito di governo; una burocrazia venuta dalla gamella, alla quale gli operai si mantengono fedeli, sinché il compagno scelto a capo adempie fedelmente al suo compito di difensore degli interessi morali e materiali dei mandanti; una burocrazia di organizzatori-periti, sicuri di non essere licenziati per capricci elettorali, ma di essere mantenuti a vita nel loro posto, sinché lavorano a vantaggio degli altri, perché i compagni hanno il senso del «diritto al posto» ed hanno scrupolo a rinviare al pozzo od al banco dell’officina od alla vanga chi per tanti anni, in loro difesa, si è dedicato al lavoro della lega.

 

 

Venivano a distanza, nell’attuazione di questo che può essere chiamato l’ideale trade-unionista:

 

 

  • gli Stati Uniti d’America, dove era ed è ancora grande l’instabilità sociale e dove l’uomo energico, con le stesse qualità con le quali si era saputo elevare a capo dei suoi compagni, poteva e può essere attratto a compiti economicamente più interessanti, di pioniere nella fondazione di nuove città o nella messa a coltura di nuove terre, di creatore di nuove imprese ecc. ecc.;
  • la Germania, dove per il genio del paese, per la commistione delle lotte del lavoro con le lotte politiche, lo stato maggiore operaio aveva largamente finito per trasformarsi in una burocrazia politica, preoccupata sovratutto di ottenere dallo stato leggi di tutela e di assicurazione e di vegliare alla osservanza di quelle leggi. Caduto, sotto i colpi del nazional-socialismo, lo stato della repubblica di Weimar, anche l’organizzazione leghista, burocratizzata fino all’eccesso, cadde;
  • la Francia, dove la costituzione frammentaria delle imprese – 8 milioni di imprenditori ed artigiani e coltivatori indipendenti contro 10 milioni di lavoratori indipendenti, industriali commerciali ed agricoli, alla vigilia della prima grande guerra – faceva e fa sperare a molti lavoratori di potersi «stabilire» per conto proprio e li fa perciò soci instabili delle leghe; e dove il contrasto politico fra socialisti rivoluzionari e marxisti e sindacalisti e comunisti e cattolici assorbiva e forse assorbe il meglio delle energie degli uomini che in Inghilterra sarebbero dei modesti laboriosi organizzatori di leghe rivolte ad ottenere risultati concreti immediati.

 

 

L’Italia, nonostante qualche superficiale rassomiglianza con l’instabilità politica francese, nonostante i contrasti verbali fra socialisti riformisti e sindacalisti e cattolici sociali, nonostante la grande importanza conservata dall’artigianato, dalla piccola impresa e dagli agricoltori indipendenti, aveva, nei grandi centri urbani ed industriali e nelle campagne della pianura padana toccato, col movimento delle leghe e con quello connesso delle cooperative di produzione, di consumo e sovratutto di lavoro, un grado di sviluppo, che, se non fosse stato turbato dalle intemperanze politiche del tempo disordinato del 1919-21 e dalla reazione successiva, lasciava bene sperare nella formazione di uno stato maggiore di organizzatori operai e padronali capace di risolvere le questioni del lavoro con soluzioni di compromesso non inferiori per duttilità e variabilità tecnica a quelle in uso nei più progrediti paesi anglo-sassoni.

 

 

54. L’ordinamento sindacale corporativo.

 

È noto quale sia il contenuto dell’ordinamento corporativo costituito in Italia dalla Carta del lavoro dell’aprile 1926 e dalle leggi successive al vario mobile ordinamento anteriore al 1922. Esso non aveva alcuna sostanziale affinità con l’ordinamento corporativo medioevale; e, se affinità c’era, riscontravasi con le corporazioni del ‘600 e del ‘700 ed era inconsapevolmente derivata dalla medesima origine spirituale: la monarchia burocratica accentrata dell’età moderna ed il totalitarismo dei moderni governi dittatoriali.

 

 

In apparenza, la Carta del lavoro consacrava il principio della libertà sindacale. Liberi i lavoratori ed i datori di lavoro di associarsi o non; liberi di costituire ed aderire alle associazioni da essi preferite. Ma se questa era la lettera della legge e giovò formalmente ad ottenere per i sindacati italiani del tempo fascistico l’ammissione ai consigli ed alle assemblee dell’Ufficio internazionale del lavoro di Ginevra, ammissione che era stata dapprima ad essi negata perché quei sindacati non erano ritenuti genuini rappresentanti degli operai, era di fatto vero:

 

 

  • che non era consentita ad altri che agli aderenti alla dottrina fascistica la costituzione e la iscrizione a sindacati operai e padronali. L’on. Rinaldo Rigola fu il solo a cui, per ragioni personali, fu consentito di mantenere in vita a Milano una «Associazione di studio dei problemi del lavoro» ed una rivistina «I problemi del lavoro»; associazione e rivista che si facevano perdonare la esistenza grazie ad ampie illustrazioni della politica e della giurisprudenza corporativa vigente in Italia. Ma poi anche quella associazione di semplice studio e quella rivista furono soppresse;
  • che non solo di fatto si poté costituire una sola associazione per ogni mestiere od industria; ma quella unica associazione per essere riconosciuta legalmente ed acquistare perciò la personalità giuridica doveva essere fascistica;
  • che la libertà di non associarsi era messa nel nulla dal fatto che i sindacati non ebbero origine da bisogni realmente sentiti da lavoratori e datori di lavoro; ma dopo di essersi sostituiti ai vecchi sindacati – i vecchi sindacati socialisti cattolici o sindacalisti si sciolsero presto – i nuovi si estesero gradualmente a tutto il territorio nazionale, non per creazione spontanea dal basso ma per propagginazione dall’alto, anche là dove nessun lavoratore o nessun datore di lavoro avesse prima espresso alcuna intenzione di riunirsi in associazione;
  • che i sindacati estesero la loro azione anche al difuori del loro campo proprio di azione, che sembra sia quello nel quale lavoratori e datori di lavoro debbono tra loro necessariamente discutere del contratto di lavoro. I sindacati corporativi italiani si estesero anche agli artigiani, per i quali la parte opposta è data dai clienti, ai professionisti ed agli esercenti arti liberali, per cui medesimamente non ha luogo la stipulazione di contratti di lavoro e per cui i sindacati fascisti presero il posto dei vecchi onorati ordini forense, medico ecc., che avevano compiti di disciplina morale e di tutela della dignità professionale.

 

 

In breve l’ordinamento sindacale corporativo comprese nelle sue fila tutta la popolazione lavoratrice e produttiva italiana e furono creati gli istituti:

 

 

  • a) della appartenenza obbligatoria di ogni italiano addetto a qualsiasi lavoro manuale ed intellettuale, indipendente o dipendente, ad un suo sindacato. La quale appartenenza dava luogo alla esazione di contributi obbligatori, esatti colle norme coattive delle imposte, e fluenti a vantaggio delle organizzazioni sindacali e quasi interamente nelle casse delle due grandi Confederazioni paritetiche (dei lavoratori e dei datori di lavoro) dell’industria, dell’agricoltura, del commercio, dei trasporti, delle banche e delle assicurazioni, dell’artigianato, dei professionisti ed artisti, ecc. ecc. Trattavasi di grossi bilanci, talvolta di centinaia di milioni di lire, sottoposti al cosidetto controllo parlamentare ed alimentanti una numerosa burocrazia, cresciuta a lato della burocrazia ministeriale e, in ragione, dicevasi, della men sicura carriera, assai più largamente, almeno nei gradi superiori, remunerata;
  • b) della iscrizione cosidetta volontaria. Tutti erano appartenenti e chiamati a pagare forzosamente i contributi obbligatori. Solo coloro che presentavano domanda, se privi di squalifiche morali o politiche, erano iscritti; e dovevano pagare contributi aggiuntivi volontari. In realtà, poiché la iscrizione ai sindacati era talvolta legalmente e per lo più di fatto richiesta per essere ammessi ai lavori od impieghi od all’esercizio di prestazioni professionali, a poco a poco la più parte dei lavoratori, dei datori di lavoro e dei professionisti dovette iscriversi; cosicché il numero degli iscritti tendeva ad avvicinarsi al numero degli appartenenti;
  • c) dall’istituto dell’appartenenza derivò logicamente l’altro dell’inquadramento, in tutto simile a quello proprio delle corporazioni decadenti dell’età assolutistica. Poiché tutti debbono contribuire forzosamente, è necessario sapere a quale sindacato si appartenga e si possa essere ascritto. Rinascono le contese fra sindacato come un tempo le risse fra calzolai e ciabattini. I mezzadri sono lavoratori o datori di lavoro; e debbono pagare tributo alla Confederazione dei lavoratori dell’agricoltura od a quella degli agricoltori? Trattandosi di milioni di persone, il punto era interessante e fu deciso che la qualità di prestatori d’opera manuale prevalesse nei mezzadri su quella di associati nell’esercizio e nella direzione dell’impresa agraria. Ma ogni tanto contese sottili del genere insorgevano e dovevano essere mediate.

 

 

Come le altre controversie, anche questa era mediata in base a criteri politici. Avrebbe dovuto in verità esistere una mediazione giuridica. La legge aveva sancito il principio che solo il sindacato «riconosciuto» – gli altri liberi, che non si formarono mai, non avevano personalità giuridica – avesse la personalità ed insieme la rappresentanza giuridica di tutti gli appartenenti, fossero o non fossero iscritti ai sindacati. Le condizioni del lavoro non potevano essere regolate con convenzioni particolari, se non quando la stipulazione individuale sancisse condizioni migliori, per il lavoratore, di quelle portate dal contratto collettivo. I contratti collettivi potevano essere stipulati solo dalle organizzazioni sindacali; e quando fossero approvati dalle organizzazioni e pubblicati nelle forme disposte dalla legge, acquistavano forza obbligatoria per tutti gli appartenenti all’industria od al mestiere, arte o professione. Per le arti e professioni, non potendo darsi controversia sul lavoro, ma solo controversie coi clienti e questi non essendo inquadrabili – col tempo si sarebbe giunti anche a tanto! – trattavasi di formulare tariffe di prestazioni d’opera, che i clienti avrebbero dovuto obbligatoriamente accettare.

 

 

Se i sindacati, se le federazioni o confederazioni contrapposte non riuscivano a mettersi d’accordo, la controversia poteva essere deferita al tribunale del lavoro, che era una sezione della Corte d’appello, a cui aggiungevansi dal presidente della corte taluni periti scelti su una lista paritetica da lui stesso compilata ogni anno su presentazione delle rappresentanze sindacali. Ma, se furono frequenti i ricorsi alla magistratura del lavoro relativi a controversie individuali, derivanti cioè dalla interpretazione contrastante delle leggi vigenti e dei contratti collettivi in essere, furono rare le controversie su punti nuovi per dissidi sulla formulazione di un contratto collettivo nuovo. Le controversie morivano prima, perché le due parti finivano per mettersi d’accordo.

 

 

Non però per incontro di due volontà opposte, di consenso collettivo contrattuale, come nelle leghe propriamente dette, ma per imposizione dall’alto.

 

 

55. Come il sindacalismo corporativo fosse una branca della pubblica amministrazione.

 

Ciò accadeva sovratutto per l’indole peculiare di quelle cosidette rappresentanze sindacali. Un sindacato o lega operaia o padronale, dove esiste sul serio, ha come sua caratteristica essenziale di essere una formazione spontanea. Operai si riuniscono dapprima all’osteria, poi sulla piazza, poi nei locali di un edificio eretto a spese del ceto operaio e che un tempo, già si disse sopra, chiamavasi camera del lavoro; industriali si riuniscono prima al ristorante, poi al circolo, quindi nelle sale di una apposita associazione; e li per atto di spontanea fiducia, scelgono coloro che li guidano nei rapporti con l’altra parte. Scelta, non elezione a data fissa; e se le elezioni regolari si fanno, è pura forma. L’uomo o gli uomini scelti vengono dalle file degli operai e degli industriali medesimi e rimangono in carica finché fanno bene, finché serbano la fiducia dei compagni o dei colleghi; o finché la fiducia medesima non li promuova a cariche più alte, di segretari o di presidenti della federazione provinciale, poi regionale e poi nazionale. L’elezione è un mero mezzo di manifestare o confermare apertamente un mandato di fiducia, che deve persistere di fatto in ogni momento, se il sindacato o la lega deve vivere. Manchi la fiducia; il fiduciario non metta più passione, entusiasmo, lavoro, studio nel compito quotidiano, e la fiducia vien meno, i soci non pagano più le quote, la lega intristisce; alle prime avvisaglie di nuove controversie si disanima perché si sa che la partita è perduta. Un’altra lega, condotta da uomini più zelanti e entusiasti, ne prende il posto. Al luogo della lega di mestiere sottentra quella di industria o quella generale; il posto della lega socialista è preso da quella sindacalista o cattolica.

 

 

Nel sistema corporativo italiano era sancito bensì il principio che gli uomini insigniti di cariche sindacali dovevano essere eletti dagli iscritti; e i primi eletti avrebbero dovuto eleggere i segretari e presidenti provinciali e via via più su, sino alle cariche supreme delle confederazioni nazionali. Ma il principio era rimasto lettera morta. Se talvolta i soci erano convocati, era per udir la lettura di nomi che venivano approvati ad alzata di mano ad unanimità. Ma i nomi venivano dall’alto, con designazioni fatte d’autorità, dalle gerarchie, come dicevasi, superiori.

 

 

Ossia i sindacati non erano sindacati; ma pure branche della amministrazione governativa centrale; branche parallele e simili a quelle che si chiamavano ministeri, prefetture, questure, podesterie, ecc. ecc. Il ministro o, meglio, il capo del governo, sceglieva e nominava i presidenti delle confederazioni e i funzionari più grossi; e, discendendo per li rami, i funzionari più grossi sceglievano i minori, e questi gli inferiori. Il reclutamento non avveniva per scelta spontanea dal basso, tra gli operai stessi, tra gli industriali che riconoscevano la qualità di segretario o presidente, o meglio capo, in chi aveva saputo convincerli meglio, in chi ne aveva espresso più opportunamente la miglior volontà consapevole; in chi, per auto-designazione, li aveva condotti alla vittoria o anche alla onorata sconfitta. No. Il reclutamento del personale dei sindacati fascistici o corporativi avveniva come quello di qualunque pubblica amministrazione, talora per pubblico concorso, più spesso per amicizia, raccomandazioni, meriti acquistati nel partito e simili. Popolavano quegli uffici ed erano qualificati delegati e ispettori di zona, segretari, ispettori o direttori locali, giovani laureati in legge e scienze economiche, diplomati in agraria, ragionieri, cavalieri e commendatori, in luoghi dove ci si sarebbe aspettato di trovare uomini, se non in tuta o in blusa e dalle mani callose, almeno abituati a linguaggio diverso da quello solito burocratico. Dietro gli sportelli stavano le solite signorine, come in qualunque ufficio postale. Erano quei sindacati organi diretti dello stato totalitario, i quali registravano e cercavano di attuare la volontà del «capo», strumenti di governo, grazie a cui anche i ceti indipendenti del governo venivano a poco a poco ridotti a dipendenti. L’industriale, il commerciante, l’agricoltore, il professionista, l’operaio, l’artigiano, non negozia più in regime corporativo i prezzi dei prodotti, il compenso delle prestazioni, non organizza più l’impresa nel modo che a lui sembra più conveniente, ma – attraverso gli ammassi ai quali deve versare i suoi prodotti, i contingenti grazie ai quali ottiene combustibili e materie prime, i consorzi pubblici i quali assegnano i concimi chimici ed il petrolio per la trattrice e lo zolfo e il solfato di rame per le vigne, l’ufficio di collocamento sindacale, che gli invia operai a tale o tale salario, i sindacati che gli prescrivono le condizioni del lavoro e gli vietano di aumentare i salari anche a coloro che lo meritano con la minaccia di togliere a chi lavora il libretto di lavoro, il permesso di residenza, lo obbligano a lavorare come e dove egli non vorrebbe – cessa di essere una persona, la quale ha una volontà e la può, senza pericolo di morte di fame, far valere nelle forme legali e diventa un impiegato, un servo di chi è al potere.

 

 

Questa è l’essenza del cosidetto sistema corporativo: la trasformazione di una società varia e sciolta di industriali indipendenti, di agricoltori padroni delle loro terre, di commercianti liberi di rischiare, di lavoratori liberi di muoversi da un’impresa all’altra, di uomini dotati ciascuno di una più o meno grande capacità di resistenza alle pretese altrui, capaci di associarsi diversamente per la difesa dei propri interessi, capaci di contrattare, e di non contrattare, liberi di manifestare il proprio pensiero, in una società di impiegati, molti impiegati anche nel nome e moltissimi solo nel fatto; impiegato anche se non percepisce stipendio propriamente detto, perché dipendente da qualcuno che sta sopra e gli ordina come e quanto produrre, a che prezzo comperare e a quale vendere, quale salario riscuotere, e se egli non ubbidisce, pronuncierà l’interdizione dell’acqua e del fuoco, gli nega – risuscitando con altro nome l’antico istituto della servitù della gleba – il permesso di residenza ossia gli toglie l’assegno delle cose necessarie per lavorare e l’accesso al lavoro.

 

 

56. Quid della sola variante all’ordinamento sindacale corporativo ritenuta necessaria dai più dopo la caduta del regime?

 

Quando, dopo il 25 luglio 1943, cadde il regime alla cui preservazione era volto l’ordinamento sindacale corporativo, l’opinione se non unanime, dominante, fra gli uomini che nei diversi partiti politici, risorti in quel tempo, si occuparono del problema, fu che sovratutto dovesse essere mutata una caratteristica di quell’ordinamento ed ai più non cadde in mente dovesse mutarsene alcuna altra: l’ordinamento, parve concludessero i più, può sussistere purché esso non riceva l’indirizzo dall’alto, ma derivi la vita dal basso. Eleggano operai e datori di lavoro, artigiani e professionisti con votazione libera segreta i loro rappresentanti sindacali nei sindacati locali, e questi alla loro volta eleggano i rappresentanti delle federazioni e confederazioni superiori. Le elezioni siano fatte a sistema proporzionale, così che ogni tendenza politica o sociale abbia modo di farsi valere proporzionatamente alle sue forze. Il sistema che fino a ieri, grazie alle scelte dall’alto, fu strumento di dominazione, diverrà senz’altro, con le elezioni dal basso, organo di democrazia.

 

 

57. Si inizia lo studio degli effetti delle leghe.

 

Importa studiare il problema richiamandoci ai principi fondamentali. Trattasi in sostanza di esaminare quali siano gli effetti derivanti dall’azione delle leghe operaie e di quelle padronali. Le osservazioni che per semplicità di discorso si riferiscono alle leghe operaie, si intendono applicabili senz’altro, con le sole modificazioni dovute alla diversità dei soggetti, anche alle leghe dei datori di lavoro intese a contrattare con quelle operaie le condizioni di lavoro. Pur per semplicità di discorso, si discorrerà soltanto del salario e delle sue mutazioni, come se nell’ammontare del salario si riassumessero tutte le condizioni del lavoro; e in verità, anche le variazioni dell’orario, del suo frazionamento, dei riposi, e delle altre condizioni del lavoro: di carriera, di sicurezza nel posto, di igiene, di vacanze gratuite o rimunerate, di doppie paghe o gratificazioni, possono, con opportuni accorgimenti, risolversi quantitativamente in un po’ più o in un po’ meno di salario.

 

 

58. Il salario nell’ipotesi di concorrenza perfetta.

 

Se supponiamo inesistente la lega, ma supponiamo che lavoratori e datori di lavoro siano capaci a contrattare, siano molti da una parte e dall’altra, siano atti ad entrare o a uscire a piacimento, nel o dal mestiere, essendo in grado di attendere senza costo apprezzabile il momento nel quale, a loro giudizio, è conveniente contrattare, se noi supponiamo cioè che esistano, sul mercato del lavoro, le condizioni note di piena concorrenza, noi diciamo che: il salario sarà quello, dato il quale, la quantità domandata di unità di lavoro (ogni lavoratore equivalendo ad una o più unità di lavoro a seconda del genere del lavoro compiuto, della sua perizia acquisita, della sua intelligenza naturale, della realtà delle sue attitudini, e di qui innanzi parlandosi di lavoratori si intenderà quello corrispondente all’unità in base a cui tutti gli altri lavoratori sono valutabili a seconda del loro proprio coefficiente di produttività) sarà uguale alla quantità offerta;

 

 

  • e poiché gli imprenditori hanno interesse ad impiegare tutte quelle unità di lavoro il cui salario non ecceda il prezzo che può essere ricavato, dopo dedotte tutte le altre spese non relative al salario (materie prime, combustibile, spese generali, imposte, interessi correnti sul capitale impiegato, profitti normali di impresa a copertura dei rischi e della remunerazione del lavoro di direzione, ecc. ecc.) dalla vendita del prodotto ottenuto con l’applicazione di quella medesima unità di lavoro;
  • e poiché la applicazione delle successive unità di lavoro dà luogo a prodotti diversi; ma finché il prodotto, per ogni successiva unità di lavoro applicata, copre i costi, non cessa l’interesse dell’imprenditore all’applicazione e quindi alla domanda di ulteriori unità di lavoro;
  • e l’interesse vien meno solo quando l’applicazione di una successiva unità di lavoro dà luogo ad un prodotto di valore inferiore al costo del salario per l’imprenditore;
  • resta perciò dimostrato che l’ammontare del salario, in condizioni di equilibrio, supposta agente in pieno la concorrenza, è uguale al ricavo netto della vendita del prodotto dell’ultimo lavoratore impiegato, lavoratore che perciò dicesi marginale. Se 100.000 sono i lavoratori (unità di lavoro) esistenti, e il ricavo netto del prodotto del lavoro dei primi 80.000 lavoratori è, suppongasi, di 12 lire (1914) per ogni giornata di lavoro a testa, degli ulteriori 10.000 è di 10 lire e degli ultimi 10.000 è di 8 lire, 12 lire sarà il salario di equilibrio se occupati sono 80.000 lavoratori, 10 lire se gli occupati sono 90.000 ed 8 lire se gli occupati sono 100.000. L’esempio è grossolano ed ipotetico, ed ha per iscopo di far vedere che il numero degli occupati è in funzione dell’ammontare del salario e questo è uguale alla produttività marginale del lavoro. Ma l’imprenditore non può pagare al giorno a testa 12 lire ai primi 80.000 lavoratori occupati, 10 ai successivi 10.000 ed 8 agli ultimi 10.000 perché:

 

 

  • a) non si può distinguere fra lavoratore e lavoratore (tra unità di lavoro), perché per la legge cosidetta di indifferenza dei prezzi, una stessa unità di lavoro non può essere pagata 12 lire per l’uno, 10 per l’altro ed 8 per il terzo lavoratore. In regime di concorrenza crescerebbe talmente l’offerta sul mercato dove si pagano 12 lire e si restringerebbe quella dove si pagano 8, da ricondurre i valori alla uguaglianza;
  • b) né si può fare una media ponderata e pagare:

 

 

 

 

 

a testa, perché all’imprenditore non conviene pagare 11,40 lire al penultimo gruppo che rende solo 10 lire e così pure all’ultimo che frutta solo 8 lire;

  • c) e d’altro canto per la medesima legge di indifferenza, il prezzo di ogni unità di tutta la quantità di prodotto ottenuto, se è, ad es., di 24 lire finché la produzione è solo quella dei primi 80.000 lavoratori, scema a 20 se la produzione cresce in funzione degli aggiunti penultimi 10.000 e scende a 16 se la produzione ulteriormente cresce per l’aggiunta degli ultimi 10 mila sicché all’imprenditore, se 100.000 sono gli occupati, non resta, pagate le altre spese, alcun margine per pagare ad alcuno un salario superiore a 8 lire. Notisi che affermando che 12, 10, 8 lire sono i valori di equilibrio e di mercato se gli occupati sono 80.000 e rispettivamente 90.000 e 100.000 non si afferma nient’altro se non che quelli sono i valori di mercato e che essi sono uguali alla produttività marginale degli operai. Costoro hanno, nelle condizioni postulate, tutto ciò che ad essi può essere pagato. Evidentemente, ove le condizioni mutino e ad esempio:

 

 

–       gli operai siano diversi da quelli che sono e la loro produttività diventi rispettivamente 15, 12,50 e 10,

–       gli altri fattori della produzione siano diversi da quelli che sono; e, ad esempio, il saggio di interesse da pagarsi sul capitale sia del 3 invece che del 5%, e i rischi dell’imprenditore siano minori di quello che sono, e diverse siano la sua capacità di organizzazione dell’impresa, la produttività delle macchine adottate, i metodi di produzione e di vendita, anche i valori di mercato saranno diversi. Il che si esprime dicendo genericamente che i valori (reali e non solo monetari) aumentano in funzione del progresso tecnico ed economico, dell’avanzamento delle invenzioni e del perfezionamento dell’organizzazione dell’impresa.

 

 

59. Degli effetti della lega operaia ferma restando l’ipotesi della libera concorrenza.

 

Qui possiamo vedere quali sono gli effetti che la lega operaia consegue a vantaggio degli operai, rimanendo entro i limiti della ipotesi della piena concorrenza. L’ipotesi implica che la lega non intenda mutare i termini dell’offerta sul mercato delle unità di lavoro esistenti: 80.000, 90.000, 100.000. La lega non varia il salario dalle 12, 10 e 8 lire, che, per ipotesi, sono, date le tre diverse quantità offerte, i valori di mercato. Non potendo essa, per sua virtù, mutare la produttività marginale del lavoratore, la lega non può mutare i valori da quello che è il livello di equilibrio.

 

 

La lega può tuttavia rendere più facile, meno lungo il processo del contrattare, alla fine del quale si giunge, supponendo che il numero dei lavoratori sia di 100.000 e la produttività marginale dell’ultimo lavoratore impiegato sia di 8 lire al giorno, ad un salario di mercato di 8 lire. Il suo compito è quello di superamento degli attriti che in ogni mercato vietano di raggiungere subito, senza costi inutili, la posizione di equilibrio.

 

 

Gli operai non sanno che in un luogo o in un’industria la richiesta di unità di lavoro è viva e nell’altra langue? E la lega, la quale accentra informazioni, avverte gli operai e ne facilita lo spostamento dai luoghi dove il salario è, per l’abbondanza dei lavoratori, 6 a quella dove per la scarsità è 10 e provoca la parificazione ad 8. La lega fa ciò, dando informazioni e accordando sussidi di viaggio a coloro che altrimenti mancherebbero di mezzi per spostarsi.

 

 

Gli operai, data la scarsità delle informazioni individuali possedute, di solito limitate ad una piccola cerchia di territori e di conoscenze, ignorano la possibilità che alcune industrie nuove promettenti offrono. La lega, agendo come una centrale di informazioni, facilita, se non agli anziani, attaccati al loro mestiere, ai giovani l’avvio verso i mestieri a produttività alta e contribuisce a togliere sperequazioni, che qua produrrebbero eccessi e là deficienze di produzione e così imperfezioni nella provvista dei beni domandati sul mercato.

 

 

Gli operai, pressati dalle esigenze di vita della famiglia, sarebbero disposti ad accettare salari inferiori al corso, 8 lire di mercato? È vero che l’inferiorità non durerebbe, per la conseguente intensificazione della domanda di unità di lavoro da parte dell’imprenditore che a 7 lire farebbero domanda, ad essi conveniente, di altri 5.000 lavoratori, e poiché costoro non esistono, per ipotesi, il salario dei 100.000 esistenti finirebbe per aumentare al livello di equilibrio di 8 lire. Ma il superamento dell’attrito può avvenire solo dopo settimane o mesi o forse anni. La lega, consentendo ai lavoratori di attendere qualche tempo e di locare la propria forza di lavoro a ragion veduta, consente di superare più rapidamente cotali attriti.

 

 

60. Degli effetti della lega nell’ipotesi di monopolio unilaterale della sola lega dei datori di lavoro ovvero dei lavoratori.

 

Se soltanto questi fossero gli scopi e gli effetti delle leghe operaie, essi non esorbiterebbero dagli scopi e dagli effetti di un bene organizzato ufficio di collocamento, collegato con una salda società di mutuo soccorso. Il mondo di idee e di sentimenti in cui sorgono le leghe operaie e un altro. Nel linguaggio proprio del ceto operaio quelle idee e quei sentimenti si riassumono nelle parole resistenza e conquista. Gli operai sentono di essere vittime di un sopruso, di una ingiustizia e reagiscono ed a loro volta intendono conquistare mete più alte. Se noi vogliamo spogliare le parole usate dal loro involucro sentimentale e ridurre quelle idee e quei sentimenti al loro contenuto puro economico, noi ci troviamo di fronte ad un caso tipico di applicazione della teoria del prezzo di monopolio. Gli operai sono persuasi che gli imprenditori, riuniti in lega, operanti come una persona sola tendano a ridurre i salari al minimo, al livello della pura sussistenza materiale, all’indispensabile per consentire la continuazione della specie e massimamente di un’abbondante fornitura di mano d’opera.

 

 

Astrazione fatta dall’intenzione e dai desideri, che nelle cose economiche non contano, noi diremo che il monopolista imprenditore (o la lega degli imprenditori) tende sul mercato del lavoro a domandare quella quantità di unità di lavoro ovvero a pagare quel salario (le due determinazioni sono alternative ed equivalenti), dato il quale diventa massimo il suo guadagno netto. Se cioè l’esperienza prova che il massimo guadagno netto si ottiene mettendo sul mercato quella quantità di merce la quale corrisponde ad una occupazione di 80.000 lavoratori, questa e non altra sarà la quantità di unità di lavoro domandata dall’imprenditore se monopolista. Ed in tale situazione non monta che la produttività marginale dell’ultimo degli 80.000 lavoratori occupati sia di 8 lire; il monopolista imprenditore o la lega padronale monopolistica pagherà quel salario di 7 o anche 6 lire, a cui la minaccia di un’armata di 20.000 disoccupati, i quali si offrono in concorrenza sul mercato, potrà costringere gli 80.000 occupati ad adattarsi, volenti o nolenti. Il monopolista non potrà offrire meno di 6 lire, per non degradare troppo la capacità produttiva del lavoratore e subire perciò un danno maggiore del vantaggio della diminuzione del salario; e 6 lire sarà il salario pagato nell’ipotesi fatta.

 

 

Supponiamo ora che non l’imprenditore o la lega degli imprenditori sia il monopolista, ma sia invece monopolista la lega dei lavoratori. Avremo in tal caso un monopolista, lega operaia, la quale contratta, per conto di tutti gli operai disponibili, con molti imprenditori fra loro concorrenti. La lega naturalmente, se non incontra alcun freno alla sua azione e se intende unicamente alla consecuzione del massimo vantaggio dei suoi soci, tenderà a determinare il saggio del salario ovvero il numero dei soci, la cui forza di lavoro sarà da essa offerta sul mercato, a quel livello che renda massimo il guadagno netto della lega medesima. Quando ciò si verificherà? Evidentemente, quando sia un massimo la somma dei salari individuali lucrati dai singoli lavoratori occupati, depurata dalla somma dei sussidi che la lega medesima dovrà pagare al residuo dei soci lavoratori rimasti disoccupati in conseguenza della sua politica dei salari. Se noi supponiamo, ampliando alquanto l’esempio sopra fatto:

 

 

  • che il numero totale dei lavoratori esistenti e tutti soci della lega sia di 100.000;
  • che i salari considerati e sperimentati dalla lega siano 8, 10, 12, 15 e 18 lire, al giorno;
  • che a questi salari il numero dei lavoratori domandati ed occupati dagli imprenditori sia rispettivamente di 100.000, 90.000, 80.000, 70.000 e 60.000, risultando correlativamente in 0, 10.000, 20.000, 30.000 e 40.000 il numero degli operai soci disoccupati;
  • che la lega abbia conseguentemente veduto la necessità di prelevare sul salario degli operai occupati un sussidio sufficiente a mantenere i soci disoccupati abbastanza soddisfatti sì da indurli a contentarsi del sussidio medesimo e ad astenersi dal recare sul mercato la propria forza di lavoro;
  • che il sussidio medesimo sia stato fissato dalla lega in 6 lire al giorno quando il salario degli occupati era fissato a 10 lire, in 7 contro un salario di 12 lire, in 9 contro un salario di 15 ed in 9,25 contro un salario di 16 lire, sussidio crescente col crescere del salario per non accentuar troppo la differenza fra il sussidio di disoccupazione ed il salario spettante al lavoratore;

 

 

il calcolo di convenienza della lega sarà il seguente:

 

 

Salario quotidiano del lavoratore

Numero dei lavoratori occupati

Salario complessivo dei lavoratori occupati

Numero dei lavoratori disoccupati

Sussidio individuale al disoccupato

Sussidio complessivo

Residuo netto a favore dei lavoratori occupati

Salario netto individuale quotidiano dei lavoratori occupati

in lire

in lire

in lire

 

in lire

in lire

in lire

in lire

1

2

1×2=3

4

5

4×5=6

3-6=7

7:2=8

8

100.000

800.000

800.000

8

10

90.000

900.000

10.000

6

60.000

840.000

9,33

12

80.000

960.000

20.000

7

140.000

820.000

10,25

15

70.000

1.050.000

30.000

9

270.000

780.000

11,14

16

60.000

960.000

40.000

9,25

370.000

590.000

9,83

 

 

Il calcolo è puramente esemplificativo, e suppone una compattezza così assoluta nella lega che ben raramente, salvo in talune leghe antiche di mestiere, con rigidissime norme di reclutamento, si può verificare. Ma qui si vuole soltanto studiare un estremo caso teorico. È chiaro che alla lega conviene mantenere 30.000 operai disoccupati, pagare ad essi un sussidio di 9 lire al giorno, pur di riuscire ad imporre un salario quotidiano di 15 lire, che, depurato da una trattenuta di 9 lire da versare al fondo disoccupati, dà luogo ad un salario netto di 11,14 lire al giorno. Alla lega non conviene chiedere 16 lire, perché il numero dei disoccupati salirebbe a 40.000, il fondo di sussidio riuscirebbe troppo gravoso ed il salario netto dei lavoratori occupati risulterebbe di sole 9,83 lire, anziché del massimo possibile di 11,14 lire.

 

 

Ecco dunque quali sono le due soluzioni nell’ipotesi dell’esistenza del monopolio unilaterale, da parte o dei datori di lavoro o dei lavoratori. Se esiste il solo monopolio dei datori di lavoro, il salario è di 6 lire al giorno per ognuno degli 80.000 lavoratori occupati ed esiste un’armata di 20.000 disoccupati rigettati a carico della pubblica carità. Se esiste il solo monopolio dei lavoratori il salario e di 15 lire al giorno per ognuno dei 70.000 lavoratori occupati, i quali prelevando 3,86 lire sul proprio salario e riducendolo così ad 11,14 lire nette, mantengono con un sussidio individuale di 9 lire i 30.000 operai disoccupati.

 

 

Ambe le soluzioni comportano conseguenze, che di solito si usa giudicare dannose. Il giudizio è solo in parte economico ed è sovratutto politico e morale. Economicamente, in ambi i casi si ha una diminuzione di produzione, dovuta all’ozio forzato di 20.000 ovvero 30.000 lavoratori, probabilmente connesso con l’ozio di altri fattori produttivi (macchine, terreni, ecc.) e con quello di altri lavoratori (intellettuali o manuali, dirigenti e esecutivi) che in caso di occupazione completa in quell’industria sarebbero stati occupati in altre industrie. Moralmente e politicamente, si hanno masse di lavoratori disoccupati che la pubblica carità o la solidarietà dei compagni deve mantenere a carico di un fondo di beni scemato in confronto a quello che sarebbe stato in condizioni di concorrenza.

 

 

Le due leghe, ragionando amendue per un campo ristretto, non si preoccupano delle ripercussioni che la loro condotta esercita sul mercato in generale, modificando offerta e domanda di merce, prezzi, costo della vita. Esse pensano che il loro interesse in queste modificazioni è infinitesimo ed il danno che eventualmente i loro soci subiscono per siffatte ripercussioni è così piccolo da non meritare di essere considerato.

 

 

61. Degli effetti della lega nell’ipotesi di monopolio bilaterale

(coesistenza di leghe monopolistiche, padronali ed operaie).

 

Quid se il monopolio esiste da ambo le parti? Se si erigono, l’una contro l’altra, due leghe monopolistiche, l’una dei datori di lavoro e l’altra dei lavoratori? È chiaro che il salario sarà fissato ad un prezzo che si trova situato fra i due estremi, l’uno delle 6 lire di massima convenienza per il monopolio leghista padronale e l’altro delle 15 lire di massima concorrenza per il monopolio leghista operaio. A qual punto esso si fisserà, è determinato dalla considerazione delle rispettive forze dei due enti monopolistici che si fronteggiano. Possiamo elencare alcuni elementi di forza nel modo seguente:

 

 

  • L’approssimazione maggiore o minore delle due leghe alla situazione di monopolio perfetto. Esistono dei selvaggi, detti black legs (gambe nere) nei paesi anglosassoni e crumiri in Italia, che minano la compattezza della lega? La lega padronale è riuscita ad instaurare un monopolio perfetto, o vi è pericolo che essa sia battuta in breccia da nuovi concorrenti, i quali siano disposti ad utilizzare l’armata di riserva dei disoccupati? Le dimensioni dell’impresa, le difficoltà di trovare disponibili i fattori produttivi necessari nei luoghi convenienti (terreni, caduta di acque ecc.), sono tali da sconsigliare ai nuovi venuti di accingersi al tentativo di scrollare il monopolio della lega padronale? Gli ostacoli posti dalla lega operaia al tirocinio degli apprendisti sono così forti da rendere vana la speranza degli imprenditori di trovare, fuori dalla lega, nuove reclute al lavoro? La solidarietà fra gli operai è così salda, da non rendere pensabili offerte al ribasso di disoccupati stanchi dell’elemosina ricevuta e dell’ozio forzato a cui sono condannati? A seconda della risposta di fatto data nei singoli casi ai quesiti, il salario si avvicinerà più all’uno che all’altro dei due opposti livelli monopolistici.
  • Le dimensioni rispettive delle riserve accumulate dalle due leghe monopolistiche contrapposte. Chi ha più filo fa più tela; quella delle due leghe la quale possiede, nelle sue riserve, il mezzo di far durare più a lungo i suoi soci nella lotta, quella riesce a definire la controversia nel senso a sé più favorevole.
  • La grandezza rispettiva delle perdite previste da ognuna delle due parti in caso di sospensione del lavoro. La lega operaia istituisce un bilancio dei profitti e delle perdite di quella che può essere chiamata la impresa dello sciopero: all’attivo del bilancio sarà iscritto il valore attuale dell’eccesso di salario oltre il livello attuale o dell’apprezzamento delle altre migliorie nelle condizioni del lavoro che si presumono conseguenti alla vittoria. Al passivo si iscriverà il valore attuale delle perdite subite dagli operai per i salari non ricevuti durante l’abbandono del lavoro e la diminuzione nelle riserve della lega. A seconda che il saldo sarà passivo od attivo e, se attivo, più o meno grande, la lega spingerà più o meno verso il massimo a sé favorevole le proprie richieste. Dal canto suo la lega padronale istituirà un calcolo analogo: all’attivo il valore attuale della diminuzione di salario o del peggioramento, per gli operai, delle condizioni di lavoro o del successo conseguito nella resistenza alle domande operaie, al passivo le perdite per commesse non eseguite, per multe o penalità da pagare in caso di non esecuzione tempestiva dei contratti, per spese generali di interessi, provvigioni e sconti bancari sui debiti, riparazioni e manutenzioni di impianti, custodia, imposte, ecc. ecc. che sono normalmente coperte dalla produzione e vanno egualmente sopportate in caso di sciopero o di serrata.
  • La valutazione subbiettiva data dalle due parti al saldo monetario così conseguito, quale interpretata dai dirigenti delle due leghe e quale modificata da un’interpretazione nella quale ognuno dei dirigenti fa, consapevolmente o no, entrare anche la valutazione subbiettiva dei vantaggi o danni personalmente subiti dai medesimi dirigenti. Il dirigente, invero, è tratto a tener conto, nell’apprezzamento dei risultati della lotta, degli effetti che, ad esempio, deriveranno da una diminuzione delle riserve e dalla difficoltà della sua ricostituzione in caso di sconfitta rispetto alla persistenza od alle dimensioni della remunerazione assegnatagli per la sua opera di dirigenza. Il capo-lega e, sovratutto, il segretario di una salda e vecchia federazione, ha l’occhio sempre rivolto alle possibilità del compromesso, il quale serbi intatte le riserve della lega per l’adempimento dei suoi obblighi di istituto, come amministrazione, mutuo soccorso, aiuto di disoccupazione e di viaggio agli operai.
  • La misura nella quale ognuna delle due parti contraenti prevede le mosse dell’altra parte.

 

 

In un mercato di concorrenza, dove contrattano molti operai e molti imprenditori, non si può tener conto nel contrattare, se non nel complesso generico, delle singole mosse altrui, essendo queste troppo numerose. Ma nella contrattazione a due, ognuna delle due parti, come nel gioco degli scacchi, decide le proprie mosse a seconda della previsione che può fare delle successive mosse della parte avversa, mosse che si devono supporre le più razionali possibili in correlazione alle nostre medesime. Non è detto che nella gara, le migliori previsioni siano fatte sempre dalla medesima parte; ché la prevalenza spetterà al dirigente più abile o perito, a qualunque parte appartenga.

 

 

  • La misura nella quale ognuna delle parti riuscirà a conquistare il favore dei terzi (opinione pubblica). Se si tratta di piccole contese relative a poche decine o centinaia di operai, il favore dei terzi poco conta. A mano a mano però che il numero degli operai e degli imprenditori interessati nella disputa cresce, cresce il numero delle persone che per ripercussione sono colpite dalle conseguenze di esse: appartenenti ad industrie fornitrici o clienti connesse, che si vedono mancare i clienti od i fornitori e debbono sospendere o limitare il lavoro, bottegai che perdono i clienti paganti e debbono porsi il quesito se convenga far credito ai disoccupati, municipi che debbono provvedere a soccorrere le famiglie degli scioperanti. L’opinione di costoro manifestata cogli atti e attraverso ai giornali ha una influenza economica e morale non piccola, e può determinare la vittoria di una delle parti a seconda del giudizio dato sul fondamento economico e sociale delle sue pretese o della sua resistenza.

 

 

Ha grande peso il fattore «sussidi pubblici agli operai disoccupati». Abbenché i sussidi di disoccupazione non riguardino in alcun caso gli operai disoccupati volontariamente e tali sono gli scioperanti, abbiamo già veduto (vedi cap. secondo, paragrafo 43) come il livello del salario abbia influenza sul quantum degli operai occupati, e come la lega operaia monopolistica unilaterale debba aver riguardo, nella determinazione del salario di massima convenienza all’ammontare del salario netto dall’onere della quota di sussidio a favore degli operai disoccupati; e poiché la quota di sussidio cresce, per il crescere del numero dei disoccupati, con l’aumentare del salario, così è possibile determinare il punto al di là del quale non conviene spingere il salario. Ma se invece il sussidio può essere fatto gravare, come accade ove esistono casse pubbliche di assicurazione contro la disoccupazione, sugli imprenditori e sovratutto sullo stato (contribuenti), e poiché in questo caso la disoccupazione non appare come volontaria, non derivando da sciopero (sebbene in realtà sia dovuta ad una consaputa politica dei salari deliberata dalla lega) e deve perciò legalmente dare luogo al pagamento del sussidio, la detrazione dal salario, della quale la lega deve tenere conto, è ridotta a quella minor parte del sussidio statale la quale grava sugli operai, ed è quindi fornita una spinta alla lega a spingere più in su le sue pretese.

 

 

62. Interessi comuni e interessi contrastanti delle leghe padronali ed operaie monopolistiche.

 

Ove si tenga conto dei fattori ora esaminati, le due leghe monopolistiche contrapposte hanno alcuni scopi comuni:

 

 

  • di mettere a carico di terzi (stato, ossia contribuenti) la massima parte dell’onere del mantenimento dei disoccupati, così da non dover esse più preoccuparsi, se non nella minor possibile misura, di questo fattore di diminuzione dei rispettivi redditi netti;
  • di ridurre la quantità delle unità di beni e servizi prodotti e messi sul mercato a quella che, moltiplicata per il prezzo relativo e dedotte tutte le altre spese gravanti sulla produzione ridotta al livello di massima convenienza, dà luogo ad un massimo di prodotto netto, intendendosi per prodotto netto la somma dei salari spettanti agli operai e dei profitti conseguiti dagli imprenditori.

 

 

L’accordo per la consecuzione dello scopo comune e, da ognuna delle due parti contraenti, subordinato alla condizione che la divisione del massimo di prodotto netto fra le due parti avvenga in modo che:

 

 

  • il salario dell’operaio sia superiore a quello che egli otterrebbe in condizioni di concorrenza;
  • il profitto dell’imprenditore sia medesimamente superiore a quello di concorrenza. Se così non fosse, ne la lega operaia avrebbe interesse a scemare la offerta di mano d’opera al disotto della totalità, né a quella imprenditrice converrebbe restringere l’utilizzazione dei fattori produttivi al disotto della utilizzazione totale. La situazione delle forze rispettive dirà a qual punto il salario sarà determinato, fra il minimo di miglior convenienza per la lega imprenditrice ed il massimo meglio conveniente per la lega operaia. Ma si può affermare che, sia che il livello del salario sia il massimo netto conveniente agli operai ed il minimo conveniente agli imprenditori, ovvero si fissi al contrario al massimo di convenienza per gli imprenditori e minimo per gli operai ovvero ancora tenga un luogo intermedio fra i due, i seguenti effetti sono acquisiti, diversi da quelli esaminati nel caso della lega la quale rispetti le regole di concorrenza;
  • nasce un esercito di disoccupati, il quale tende ad andare a carico del fondo delle imposte;
  • la quantità dei beni e dei servizi posti a disposizione dei consumatori scema;
  • alcuni consumatori, dal rialzo dei prezzi, sono costretti a rinunciare al consumo; ed i consumatori residui a consumare quantità minori;
  • la struttura dell’industria varia, riducendosi le sue dimensioni e variando così la quantità di fattori produttivi domandati e la massa dell’occupazione esistente nei rami industriali connessi;
  • varia la distribuzione delle ricchezze, crescendo da un lato la quota del flusso produttivo che va a vantaggio dei monopolisti, operai ed imprenditori, e crescendo il numero degli esclusi dalla distribuzione primaria del reddito totale sociale e costretti a contentarsi della distribuzione secondaria (elemosine e sussidi statali ad operai disoccupati e ad imprese decadenti) e di quella pubblica (lavori pubblici di fortuna, mantenimento artificiale di soldati sotto le armi per scemare l’eccesso della disoccupazione e per ovviare ai disordini sociali conseguenti all’ozio);
  • si accentuano da un lato i fattori di irrigidimento e di imprevedibilità delle azioni economiche, e dall’altro lato le caratteristiche di instabilità sociale e politica, le quali provocano sempre nuovi interventi dello stato; e questi crescono ulteriormente l’irrigidimento dell’organismo sociale e la sua incapacità a muoversi ed a mutarsi in funzione delle esigenze della mutata tecnica, dell’accresciuta capacità ad usare la ragione in conformità alle nuove esigenze tecniche ed economiche.

 

 

63. La norma comune del contratto collettivo ed i suoi effetti.

 

Un giudizio un po’ meno incompiuto degli effetti delle leghe operaie male potrebbe essere tuttavia dato se non si cercasse di rendersi conto del contenuto dell’istituto che alle leghe operaie è considerato come il frutto migliore della loro secolare opera e cioè «il contratto collettivo».

 

 

Noi possiamo, dal punto di vista economico, definire «collettivo» il contratto stipulato fra la lega degli operai e quella degli imprenditori per la determinazione della «norma comune» delle condizioni di lavoro (salario, orario, intervallo di riposo quotidiano, vacanze settimanali ed annuali, gratuite o pagate, conservazione del posto in caso di malattie, infortuni, invalidità, basi del cottimo, ecc. ecc.). Caratteristica essenziale del contratto collettivo è «la norma comune». Se noi riassumiamo «nell’ammontare del salario» tutte le varie condizioni del contratto di lavoro, è norma comune quella in virtù della quale l’ammontare del salario è fissato per tutti gli appartenenti alla lega in modo che nessun operaio possa ricevere e nessun imprenditore possa pagare meno del salario base. Il salario può essere a giornata ed allora si dirà che la norma è ad esempio 10 lire al giorno, od a cottimo, ed in tal caso si dirà che la norma è, ad esempio, x lire per ogni 1.000 colpi di spola per il tessitore in lana.

 

 

Effetto della norma comune sarebbe che non essendo consentito un salario inferiore a 10 lire al giorno, sono eliminati dal mercato del lavoro quei lavoratori la cui produttività netta è inferiore a 10 lire al giorno, sicché gli operai, per poter essere occupati debbono spingere la propria produttività, con tirocinio più perfezionato, con maggior diligenza o attenzione, sino a quel minimo. D’altro canto, possono rimanere sul mercato solo quegli imprenditori, i quali sappiano organizzare l’impresa e utilizzare i fattori produttivi in modo che il lavoratore meno produttivo lucri almeno 10 lire al giorno. Restano automaticamente eliminati dal mercato, grazie alla sanzione automatica del fallimento, quegli imprenditori i quali, pagando 10 lire, perdono, a causa dei maggiori costi derivanti dalla loro minore capacità in relazione al prezzo del mercato, che è uguale per tutti. La norma comune del contratto collettivo è causa di eliminazione degli operai e degli imprenditori inferiori e dell’innalzamento forzato di tutti coloro che possiedono attitudini latenti atte a giungere sino al minimo imposto dalla norma comune.

 

 

Il giudizio, implicitamente favorevole, che così viene dato del contratto collettivo, incontra taluni limiti i quali si possono così esporre:

 

 

  • è interesse collettivo che vengano eliminati dal mercato del lavoro tutti quei lavoratori, i quali per causa del sesso, dell’età più avanzata, di non rimediabili difetti fisici od intellettuali non giungono alla produttività richiesta, ma bene potrebbero essere occupati a salari di 9 o di 8 o 7 lire? Non è questa, in sostanza, una politica restrittiva della produzione? Restrizione di produzione e interesse collettivo, qualunque sia il criterio del peso rispettivo, sono due concetti compatibili fra loro? In un’epoca, nella quale cresce la proporzione degli uomini anziani e vecchi in confronto dei giovani e maturi, è conforme all’interesse generale la norma la quale tende ad eliminare dalla produzione una quota crescente della popolazione?
  • è nell’interesse generale che vengano parimenti eliminati quegli imprenditori i quali non riescono ad organizzare l’impresa in modo da utilizzare ad un costo non superiore a 10 gli operai i quali riuscirebbero a guadagnare 10 in un’impresa normale? Se la non utilizzazione dipende dall’incapacità dell’imprenditore, la norma non pare sia dannosa. L’eliminazione a mezzo del fallimento constata solo il fatto che quell’imprenditore non aveva le qualità necessarie al capo, pur avendo forse, ed eminenti, le qualità del dirigente e funzionario. È bene che egli sia, con gli argomenti propri dell’economia di mercato (perdita di capitale, credito, fallimento) indotto a dedicarsi a quell’ufficio al quale è più adatto. Ma la non utilizzazione fino al limite 10 può derivare dalla inferiorità di fattori produttivi diversi dal lavoro: località scelta per l’impresa meno favorevole per lontananza dalla città, dal luogo delle materie prime, dal mercato di smercio, dalla possibilità di facile riparazione al macchinario, dall’industrie complementari, ecc. ecc. Ragionando al puro punto di vista economico, può essere conveniente trasportare il luogo dell’impresa dal sito meno adatto a quello più adatto, il che spesso significa ubbidire alla regola di concentrazione di una o molte industrie in una località (grande, grandissima città) la quale trae dalla concentrazione medesima ragione di economie interne ed esterne ragguardevoli. Può darsi però che gli uomini siano di opinione diversa. Può darsi cioè che gli imprenditori si contentino di un profitto minore del profitto normale x, che gli operai si contentino del salario 8 invece di quello 10, perché essi apprezzano altri vantaggi non economici, come la residenza nella piccola città o nel borgo campagnolo, la vita condotta là dove tradizioni e relazioni di famiglia, affetto verso vicini, amici, abitudini di vedere quel campanile, quell’orizzonte, quelle case, rendono la vita medesima più piacevole, là dove si ritiene i figli possano ricevere un’educazione migliore. È conforme all’interesse collettivo che la norma comune del contratto collettivo costringa gli imprenditori a pagare 10 in moneta, senza tener conto dei complementi psicologici e sociali del salario, quando, tenuto conto di tutti gli elementi monetari e spirituali del calcolo, gli imprenditori sono soltanto disposti a pagare e i lavoratori sono contenti di ricevere solo 8? È vero che essi stimano almeno 2 i vantaggi non economici ora ricordati e sarebbero disposti a contentarsi di 8, ma, a causa della regola comune, l’imprenditore deve invece pagare 10 ed è perciò costretto dalla concorrenza del mercato ad abbandonare la partita.

 

 

È nell’interesse generale che la regola comune del contratto collettivo faccia passare i vantaggi calcolabili economicamente al disopra di quelli che hanno valore non calcolabile in lire, soldi e denari?

 

 

  • è nell’interesse generale che la norma comune favorisca il radicarsi nell’animo del lavoratore di sentimenti avversi a crescere la produzione al disopra di quella che basta a pagare il salario 10? È vero che, secondo l’opinione dei teorici del contratto collettivo, la norma 10 è solo un minimo, al disopra dei quali è lecito ricevere e pagare salari maggiori. Anzi la norma dovrebbe essere un punto di partenza per toccare produttività e remunerazioni più elevate. Ma è vero anche, per attestazione di osservatori imparziali e per testimonianza dei medesimi operai, che la norma comune fa sorgere e radica nell’animo del lavoratore l’idea che sia un male spingere la produzione troppo al disopra della fatica necessaria a guadagnare 10.

 

 

Due sentimenti confluiscono a radicare quell’idea.

 

 

In primo luogo il ripetuto sofisma della «quantità fissa di merce da produrre e vendere» e perciò della «quantità fissa di lavoro da fare». Si crede siano vendibili, ad esempio, 100.000 tonn. di un dato bene in una data unità di tempo. Se ogni operaio in quella unità di tempo produce 100 tonn., c’è lavoro per 1.000 operai; se ne produce 125 il numero degli operai occupati si riduce a 800. L’operaio «sente» che, per colpa sua, 200 suoi compagni sono disoccupati. È erronea la premessa della quantità fissa, essendo invece la quantità di merce producibile e vendibile in funzione del prezzo di vendita, dei beni concorrenti e complementari, del reddito monetario reale dei compratori, ed è perciò erronea la conseguenza semplicistica che gli operai ne traggono. Ma l’idea resiste ed opera sull’animo dei lavoratori inducendoli ad assumere la norma comune come il dettame della legge morale dalla quale importa non scostarsi.

 

 

In secondo luogo è vero che, in momenti di prevalenza della parte imprenditrice, la norma comune è stata fatta storicamente servire ad estorcere lavoro non pagato agli operai. Il criterio per la determinazione della norma, supponiamo, di «10 lire al giorno» nella fissazione dei lavori a cottimo è quello di una base (x lire per ogni 1.000 colpi di spola, y lire per ogni tonn. di carbone cavato dalla miniera e portato alla bocca del pozzo) siffatta che la grande maggioranza degli operai, data l’abilità e la forza da essi posseduta, dato lo stato della tecnica, data la organizzazione esistente dei fattori produttivi, riesce a guadagnare, moltiplicando la quantità x o y per il numero delle migliaia di colpi di spola o per il numero delle tonn. di carbone, almeno 10 lire al giorno. Guadagna meno o più di 10 lire soltanto una piccola minoranza di operai segnalati da uno scarto troppo forte dalla linea mediana. Se la base del cottimo è stata scelta con siffatto criterio, il lavoratore non ha ragione di lamentarsi, né si querela. Accade però talvolta che la base del cottimo è stata scelta in modo che solo una piccola minoranza di operai eccezionalmente dotati (detti tiracollo nel linguaggio degli operai di qualche regione italiana, o stachanovisti, se di tipo esageratamente propulsivo, nella Russia attuale) riesce a guadagnare 10 lire al giorno. La grande maggioranza sta al disotto, o se arriva sino a quel limite, può far ciò solo a prezzo di fatiche logoranti ed invecchiamento precoce. Dalla constatazione del fatto vero si comprende come le leghe operaie ragionevolmente pongano ormai la massima cura nello stabilire la norma comune a quel livello al quale la grande maggioranza degli operai può giungere con una prestazione normale di lavoro, ma si comprende anche come gli operai guardino a coloro i quali superano il salario uguale alla norma comune come a traditori della classe, a strumenti dell’imprenditore, il cui operato nuoce alla lega nelle trattative per la stipulazione del contratto collettivo. Tizio e Caio non sono forse giunti a guadagnare, su quella base, 12 o 15 lire? dicono gli imprenditori; e perché anche gli altri, con un po’ di buona volontà, non potrebbero fare altrettanto? Ed ecco, temono le leghe, la base del cottimo abbassarsi da x o da y ad x meno m ad y meno n. L’operaio teme di far meglio, anche quando potrebbe, perché non vuole essere strumento di depressione dei guadagni dei suoi compagni.

 

 

Non è questa una critica decisiva contro la norma comune, ma è critica la quale dimostra la delicatezza propria del processo di sua fissazione.

 

 

La norma comune fa sorgere nell’animo dei dirigenti leghe operaie sentimenti di avversione non solo a tutto ciò che tende a differenziare un operaio da un altro, ma anche a tutto ciò che gioverebbe a legare l’operaio all’impresa, a farlo salire nella gerarchia industriale. Si discorrerà in seguito dei sistemi di partecipazione ai profitti con le varianti di azionariato operaio e di partecipazione a gestione dell’industria); qui basti perciò accennare che solitamente le leghe operaie sono avverse a così fatti metodi di cointeressenza e di trasformazione dell’operaio verso il tipo dell’associato all’imprenditore. Partecipare agli utili dell’impresa, essere cointeressato nella gestione di questa, significa essere un transfuga della classe operaia. Invece di una fronte unita, taluni tra gli operai guardano con occhio benevolo verso l’altra parte, si sentono legati alle argomentazioni degli imprenditori. Per ottenere il piatto di lenticchie di una quota variabile di incerti profitti, gli operai sono invitati a rinunciare al loro diritto di primogenitura, che è la norma comune del contratto collettivo.

 

 

64. Il criterio di conformità dell’azione delle leghe all’interesse collettivo è l’approssimazione massima all’impiego di tutti gli operai occupabili.

 

L’economista, il quale ricerca quali siano i risultati delle azioni degli uomini, non ha, dopo quanto fu sopra esposto, il compito di pronunciare lodi o condanne delle leghe operaie e della loro politica. Abbiamo veduto quali siano gli effetti delle azioni delle leghe quando esse:

 

 

  • a) si limitano a correggere le imperfezioni proprie del mercato del lavoro anche in regime di concorrenza;
  • b) od invece tendono a creare a proprio vantaggio un monopolio di offerta di mano d’opera;
  • c) e, in questa seconda ipotesi, debbano tener conto dell’analogo tentativo dell’imprenditore di creare per conto proprio un monopolio della domanda medesima;
  • d) nello stipulare il contratto collettivo esse si attengano ad una norma comune, la quale si adatti alle esige, diverse per età, per abilità, forza, localizzazione dei diversi gruppi operai;
  • e) ovvero esse tendano a fissare la norma comune in guisa da essere adatta alla produttività di quegli operai soltanto che possono soddisfare a certe esigenze minime, irraggiungibili o repugnanti a forti gruppi di minoranza, ed abbiamo concluso che nelle ipotesi a) e d) l’azione delle leghe operaie deve in massima ritenersi conforme, e nell’ipotesi b), c) e e) disforme dall’interesse collettivo.

 

 

Questi effetti e le relative conclusioni si riferiscono ad una politica della lega operaia che potrebbe essere definita di assecondamento o di opposizione all’azione di quei fattori i quali da un lato favoriscono la realizzazione dell’ipotesi teorica di concorrenza e dall’altro tendono verso l’attuazione della realtà dell’ipotesi di monopolio.

 

 

È possibile enunciare in una proposizione semplice quale sia la politica delle leghe operaie che più si avvicina al limite della massima conformità all’interesse collettivo? Direi che la politica di massima conformità sarà quella il cui risultato sia l’impiego della totalità degli operai occupabili.

 

 

Se 100.000 sono gli operai occupabili, è conforme all’interesse collettivo quella politica, ossia quella norma comune del contratto collettivo in virtù della quale gli imprenditori hanno interesse ad impiegare tutti i 100.000 operai, ed è disforme quella per cui si crea nell’imprenditore l’interesse contrario. Quando si dice tutti gli operai occupabili si deve aggiungere occupabili tenuto conto dei fattori di occupabilità sui quali può influire l’azione della lega. Se ad esempio, una crisi economica di dimensioni eccezionali riduce da 100.000 a 50.000 il numero degli operai che gli imprenditori possono, nelle transitorie condizioni di mercato o di prezzo dei prodotti dell’industria, occupare, non è certo con la riduzione della norma comune da 10 lire ad 8, a 6 e magari a 4 lire, che può essere creato interesse negli imprenditori ad aumentare la domanda da 50.000 nuovamente a 100.000 operai. Troppe altre circostanze influiscono sulla soluzione del problema, perché il ribasso della norma comune giovi ad ottenere l’effetto desiderato. Potrebbe anzi quel ribasso condurre ad effetto opposto, se l’industria produce beni domandati dagli operai medesimi, riducendo la loro capacità di acquisto. Delicatissimi sono sempre i problemi i quali devono essere affrontati dai dirigenti le leghe operaie e padronali; e perciò si può bene concludere che il loro successo od insuccesso, la conformità o disformità della loro politica all’ o dall’interesse collettivo dipende in notevolissima parte dall’intelligenza e dalla perizia con cui essi sanno interpretare ed anticipare le incognite del mercato e ad esse adattare le soluzioni accolte in modo da raggiungere più rapidamente, con un minimo di attriti, quei risultati di piena occupazione degli operai disponibili che sarebbero più faticosamente ottenuti nei mercati imperfetti che in realtà noi conosciamo, per il libero gioco della domanda e dell’offerta.

 

 

65. La lega può aver cresciuto la produttività dell’operaio.

 

Nient’altro davvero? Sì. La lega operaia può pretendere correttamente di aver ottenuto, nei casi di azione conforme all’interesse collettivo, oltre il risultato di più rapida parificazione dei salari alla produttività marginale del gruppo totale dei lavoratori occupabili, anche un altro risultato e cioè quello del rialzo della produttività marginale medesima. Oltre ad aver fatto, in Italia e nella bassa padana, più velocemente salire il salario da 1-2 lire al giorno per il bracciante agricolo, quale era il salario corrente di fatto fra il 1870 e il 1880 a quello di 3 lire quale, in un mercato perfetto di concorrenza avrebbe dovuto essere allora il salario normale, non è escluso che la lega abbia cresciuto il salario normale medesimo da 3 a 5 lire al giorno, perché crebbe la produttività dell’operaio e creò interesse negli imprenditori ad impiegarli a 5 invece che a 3 lire al giorno. La lega, spiegò Vilfredo Pareto, non produsse per sua virtù specifica cotal risultato, che sarebbe stato miracoloso, e nelle cose economiche non si hanno miracoli. Essa poté avere quell’effetto indirettamente, perché essa agì come un fermento di elevazione, di trasformazione nella massa contadina ed operaia. Quei contadini e quegli operai, i quali prima non sapevano neppure di essere uomini, che quasi consideravano se stessi quali servi della terra, che non osavano chiedere miglioramenti, perché pensavano che i salari fossero stati fissati quali erano da una legge o fatalità contro cui era vano ribellarsi, che perciò erano tratti a lavorare ed a produrre nei limiti della rimunerazione ottenuta, si sentirono per la prima volta uomini tra uomini, compresero di valere qualche cosa se uniti con i propri compagni. La nuova consapevolezza del propria valore li trasformò, non subito, ma poco a poco; fece loro comprendere l’utilità del saper leggere e scrivere, del saper discutere dei propri affari. I giovani furono diversi dai genitori e dai nonni. Il mito dell’appartenenza ad una classe che poteva aspirare a qualche cosa perché lavorava la terra o nella fabbrica, li fece capaci di lavorare meglio. Divenuti diversi da quelli che erano, ottenuti i primi aumenti di salario, che probabilmente erano solo di avvicinamento e di parificazione alla produttività esistente, mangiarono vestirono e calzarono meglio, pretesero una casa più sana, riposi più lunghi, acquistarono in salute fisica, e in vigoria mentale. Furono migliori contadini e migliori operai. Non per virtù propria intrinseca ma per virtù del mito di elevazione che era contenuto nell’associazione, nell’unione ai compagni, nell’azione comune, nel convincimento nuovo di essere e di valere qualche cosa, la lega fece sì che l’uomo nuovo meritasse ed ottenesse un salario più alto.

 

 

Questa è la lega che eleva ed è conforme all’interesse collettivo. Accanto ad essa, talvolta confusa con essa, vive ed agisce un’altra lega: quella che crede nel mito della restrizione, del privilegio, del monopolio, della quantità di lavoro fisso esistente, che deve essere diviso per il numero minimo possibile di compagni. Il primo tipo di lega, creando nuova ricchezza, crescendo la produttività materiale e spirituale dell’uomo, eleva tutti gli operai; il secondo tipo, creando la carestia, favorisce gruppi ristretti a danno degli esclusi, crea un ceto di paria. Il primo tipo è proprio di una società sana, progressiva, stabile; il secondo è germe di malcontento, di invidia, di instabilità rivoluzionaria. L’economista, in quanto uomo, desidererebbe anche che gli altri uomini intendessero alla creazione del primo tipo ed oppugnassero il secondo tipo, ma, in quanto studioso di economia, non può non limitarsi a dire: queste sono le conseguenze dei diversi tipi immaginabili di azione. Spetta agli uomini la scelta.

 

 

66. La scelta fra molteplicità od unicità, libertà od obbligatorietà nelle leghe.

 

Ed ora si può affrontare la discussione del problema legislativo che si presenta in tutti i paesi ed anche in Italia: l’ordinamento sindacale ereditato dal ventennio scorso deve essere conservato nella linea essenziale, mutando solo il modo di reclutamento dei dirigenti, facendoli cioè eleggere dal basso, invece che nominare dall’alto, ovvero si deve ritornare al sistema vigente prima del 28 ottobre 1922? I quesiti sono questi: Molteplicità od unicità della lega? Libertà o obbligatorietà di appartenenza alla lega?

 

 

67. Contenuto del tipo delle leghe molteplici e libere.

 

Molteplicità e libertà delle leghe significa che ogni lavoratore è libero di iscriversi o di non iscriversi ad una lega, può scegliere quella fra le diverse leghe a cui gli piace iscriversi e paga quote o contributi solo alla lega prescelta e solo finché gli piaccia di rimanere ad essa iscritto. In questo tipo di leghe, che era il solo conosciuto nei paesi anglo-sassoni, il solo cioè che esistesse nei paesi in cui unicamente le leghe (sindacati) operaie ebbero vita secolare, continuamente progressiva e sempre più salda, il solo il quale abbia resistito alla prova del tempo ed abbia conseguito a vantaggio delle classi lavoratrici risultati non effimeri e sostanziali:

 

 

  • a) non hanno luogo elezioni determinate con regole generali dalla legge. Ogni lega si regge da sé secondo i propri statuti e secondo il suo costume;
  • b) il segretario dirigente della lega è scelto per designazione spontanea dei compagni, è il migliore del gruppo, è l’oratore naturale di esso. Egli dura in carica sinché dura la fiducia dei compagni. La fiducia non viene meno se non per cause serie. I compagni sanno invero che egli ha abbandonato il lavoro della miniera, del campo, dell’officina, per dedicarsi al lavoro dell’organizzazione, per trattare per conto dei compagni con i padroni, sanno che egli ha preso altre abitudini di lavoro e non potrebbe ritornare al vecchio mestiere. Se egli invecchia, i compagni lo designeranno ad un posto migliore o meno faticoso nella lega medesima, o nella federazione. Non lo abbandoneranno sul lastrico. Non si tratta di far prova, come nelle elezioni comunali e nazionali, della forza di un partito. Si tratta di non abbandonare chi ha dedicato la vita ai compagni. Se egli non è in colpa, è doveroso conservargli fiducia e posto. D’altro canto, il segretario dirigente sa che i compagni prelevano sul loro salario la quota necessaria per far vivere la lega e anche lui. Sa che e a quel posto per rendere servizio e che quel posto gli può essere conservato solo e finché rende servizi utili ai suoi compagni. Se egli si addormenta, se la lega non è attiva, non segue il mercato dei prezzi, non riesce a migliorare le condizioni di lavoro quando è possibile, i compagni non pagano più le quote e si iscrivono all’altra lega affine o diversa la quale dà prova di maggiore attività. Il dirigente non può addormentarsi. Non può agitarsi al solo scopo di agitarsi, perché condurrebbe la lega alla sconfitta e di nuovo i soci diraderebbero e la cassa della lega inaridirebbe. Deve ottenere risultati positivi concreti e l’esperienza gli ha appreso che questi si ottengono, più che con la lotta ad ogni piè sospinto, con le trattative ed i compromessi. Non si rinuncia alla estrema ratio della lotta, dello sciopero o della serrata, ma, salvo che a parole, se ne fa il minor uso possibile. Egli, che è il generale, ha il dovere di risparmiare la vita dei suoi soldati e di non condurli al macello;
  • c) per quanto faccia, l’organizzatore il quale vuole organizzare per organizzare, crear contese per procacciare soci alla sua lega, non ci riesce. Dove operai o padroni sono già d’accordo, dove già si pagano i salari normali, dove non esiste la materia del contendere, la lega libera non sorge, o se sorge non dura. A che pro organizzare, far pagare quote, crear liti al solo scopo di far vivere uno stato maggiore di organizzatori La lega si fonda e persiste e prospera colà dove essa ha una ragione di essere, dove rende servizi agli affiliati, dove essa consente ad altre leghe di offrire i propri servigi agli stessi affiliati, laddove è possibile il confronto con altre leghe di mestieri affini, dalle quali gli affiliati hanno ottenuto o si ripromettono di ottenere risultati migliori;
  • d) l’organizzatore non può esaurire, anche se lo volesse, il suo compito nella lotta e nella resistenza. Alla lunga l’atteggiamento fiero della lotta stanca e lascia malcontenti i soci, per la manchevolezza e il costo dei risultati. Occorre sostituire alla guerra qualche cosa d’altro, le trattative, le discussioni, gli accordi. Alla figura dell’agitatore, dell’oratore, del capo-sciopero si sostituisce la figura del delegato, del contraente, che impara le finezze del discutere, dell’opporre ragioni a ragioni, dati a dati, che è mosso da sentimenti, ma non li mette in mostra e preferisce ragionare di prezzi, di costi, di cottimi, di velocità e di rendimento di macchine e sa dimostrare essere possibile variare quel salario, quella base di cottimo, quell’orario, quell’intervallo di riposo senza condurre ad irreparabile rovina l’industria; sa ribattere i dati dell’altra parte, fondati su dati veri di costo assunti dai libri di un’impresa che lavora a costi alti, con dati di costo altrettanto veri applicabili ad un’impresa, la quale ha saputo ridurre i suoi costi ad un livello inferiore e così mettendo in luce il contrasto proprio dell’altra parte, quella imprenditrice, giova alla parte propria ed insieme spinge, con vantaggio dell’universale, l’impresa a perfezionarsi. Può accadere ed è accaduto che, ferma restando la regola che i capi delle leghe debbano provenire dalle file dei gregari ed avere esercitato un mestiere, si apra una gara fra i migliori, simili a quella dell’esame di concorso per l’accesso alle pubbliche cartiere; e nei libri dei coniugi Webb si leggono cenni su programmi di storia civile e del lavoro, di algebra e di disegno, di legislazione industriale e sociale, di elementi di finanza pubblica e privata, ai quali sono stati sottoposti gli operai desiderosi di adire agli uffici più delicati delle grandi federazioni. Avanzamento, questo, non esclusivo dei paesi anglo – sassoni, ché il senatore Francesco Ruffini amava raccontare agli amici di essere stato scelto, quando era rettore dell’università di Torino, a presidente, il che voleva dire arbitro della decisione, in un collegio paritetico di delegati della lega padronale e di quella operaia, e di aver avuto durante le discussioni, lunghe e faticose, avvenute in sua presenza, l’impressione di trovarsi dinnanzi a membri operai, i quali ragionavano così come avrebbero potuto fare i suoi colleghi giuristi della facoltà torinese di giurisprudenza ed a membri padronali, che egli metteva a paro dell’ottimo nostro bidello Talpone, benevolo consigliere di studenti e non di rado consultato anche dagli insegnanti come memore conservatore di venerande tradizioni accademiche. Agili e periti gli operai, tradizionalisti gli industriali. Questa era la meta, toccata solo in piccola parte, verso la quale tendeva, attraverso errori e incertezze, forse non in tutto inevitabili, il movimento operaio italiano nel dopoguerra: di giovare come pungolo al ceto industriale, talvolta propenso ad adagiarsi troppo sulle posizioni acquisite.

 

 

68. Contenuto del tipo della lega unica e obbligatoria.

 

Purtroppo, nello stesso movimento operaio affioravano altre tendenze, desiderose di rafforzare, col sussidio della legge, la situazione conquistata con lo sforzo e con la lotta. E fin da prima dell’altra guerra si udirono voci provenienti dalle leghe operaie di tendenza socialista, che erano indubbiamente le più forti, le quali reclamavano:

 

 

  • il diritto esclusivo per se stesse ad essere rappresentate nel consiglio superiore del lavoro, eliminando ogni rappresentanza delle leghe a sfondo cattolico o sindacalista od altro diverso;
  • l’obbligo legale degli imprenditori a trattenere sul foglio di paga degli operai le quote da versare nella cassa della lega, e si intendeva dai promotori fosse la lega più forte, quella a tipo socialistico. L’osservatore deve constatare che ogni istituzione che abbia avuto origine ed alimento da forza vera, che è solo la forza morale della libertà, è tratta, quando ha raggiunto un grado notevole di successo, a calpestare le ragioni della sua medesima grandezza ed a chiedere coazione, costrizione, privilegio, monopolio. Di questa tendenza, propria della natura umana, si giovarono, facendosene interpreti, coloro i quali attuarono il regime cosidetto corporativistico, sostituendo:
  • alla libertà di associazione l’obbligatorietà dell’appartenenza alla lega;
  • alla varietà e molteplicità e spontaneità ossia non universalità delle leghe l’unicità di esse.

 

 

I risultati si videro, e furono di asservimento di ambe le parti, operai e datori di lavoro, ad un unico comando, inteso a crescere e perpetuare il proprio dominio.

 

 

69. La variante delle elezioni dal basso nella lega unica ed obbligatoria.

 

Muterebbe qualche cosa al nuovo principio la mera variante delle elezioni dal basso al luogo della scelta dall’alto? In sostanza si tratterebbe di applicare alla gerarchia sindacale gli stessi metodi che si applicavano un tempo alle gerarchie amministrative comunali, provinciali e statali. Nello stesso modo, come, prima del 1922, gli elettori erano chiamati, per circoscrizioni territoriali, ad eleggere consiglieri comunali, provinciali e deputati al parlamento e dal seno degli eletti erano poi tratti i sindaci e le giunte nei comuni, i presidenti e le giunte amministrative nelle provincie, ed i consigli dei ministri nello stato, e sindaci, presidenti e ministri alla loro volta nominavano, sia pure con qualche garanzia di concorso, ma inevitabilmente dall’alto, tutta la gerarchia amministrativa dei funzionari centrali e locali, dai direttori generali e dai prefetti agli uscieri, per mezzo di cui la macchina comunale, provinciale e statale era fatta agire, così in avvenire gli elettori sarebbero chiamati, per circoscrizioni professionali, ad eleggere a suffragio maggioritario o, come pare, proporzionale, i capi-operai ed i capi-datori di lavoro da mettere alla testa dell’unica lega operaia o padronale, la quale, così come accadeva durante il ventennio, avrebbe la rappresentanza dell’intiera classe appartenente al mestiere o all’industria e stipulerebbe contratti collettivi obbligatori per tutti gli appartenenti, soci o non soci, così come le norme e le leggi approvate dai consigli provinciali, comunali, e dal parlamento erano obbligatorie per tutti i cittadini, fossero o non questi elettori votanti. Possono essere varie le opinioni intorno al modo di elezione dei capi delle federazioni provinciali e regionali, se cioè la elezione debba essere diretta da parte degli elettori della circoscrizione più larga ovvero a doppio grado facendo scegliere i capi delle federazioni provinciali dal voto dei capi delle leghe locali, e quelle delle federazioni nazionali dal voto dei capi delle federazioni provinciali. Qualunque sia il modo prescelto, sarebbe certo che i capi eletti avrebbero il compito di nominare, sia pure secondo date norme di reclutamento e a norma di dati requisiti, i quali, per il carattere pubblico della scelta, dovrebbero essere obbiettivi uguali per tutti, dimostrabili con titoli (di studio e di carriera precedente, ecc. ecc.) i funzionari od impiegati o comunque si vogliano chiamare, incaricati di far funzionare la macchina burocratica della rappresentanza professionale e di eseguire i molteplici incarichi di determinazione dei contratti di lavoro, della loro esecuzione, e dei conseguenti inevitabili interventi nella gestione dell’industria e del regolamento del lavoro.

 

 

Poco importa si dica che il meccanismo così creato dovrebbe essere agile, svelto, inspirato a concetti non burocratici e altrettali ottime intenzioni. Di fatto il sistema metterebbe:

 

 

  • a) al luogo di soci volontari, pronti ad andarsene e a non pagare quote, se il servizio ottenuto non risponda ai propri desideri, appartenenti obbligati a pagare contributi, necessariamente esigibili per mano dell’esattore delle imposte e con la procedura forzosa esattoriale;
  • b) al luogo di capi, scelti spontaneamente dai soci delle leghe e mutabili senza apparato di elezioni ove non soddisfino alle esigenze dei compagni, ma di fatto tenuti al loro posto sinché non abbiano demeritato, eletti non mutabili se non a date fisse, distanziate una all’altra da intervalli di almeno un anno e forse più, e soggetti, per la rielezione, ai mutabili umori del corpo elettorale;
  • c) al luogo di compagni che si prestino, per lo più gratuitamente, nelle ore serali a coadiuvare i segretari ed i presidenti permanenti delle leghe nei rapporti minuti personali quotidiani con i soci, funzionari posti dietro lo sportello di un ufficio, incaricati di sbrigar pratiche, per mezzo di moduli e questionari stampati;
  • d) al luogo di associazioni viventi di vita sovratutto morale, dimostrata dalla fiducia di soci volontariamente disposti a pagar quote, ma ugualmente pronti a non pagare più nulla, ove la lega dimostri di non giovare più di fatto ad una esigenza vera, enti di diritto pubblico viventi, anche contro la volontà dei soci, del provento di imposte obbligatorie, da cui trarrebbero l’autorità necessaria ad imporre servigi, siano e non questi richiesti;
  • e) al luogo di un limitato manipolo di capi numerati, finché servono, e di ausiliari spesso volontari gratuiti, tratti dalle file medesime dei soci, una burocrazia pagata dal fondo delle imposte e dotata delle qualità proprie di ogni burocrazia, che sono la moltiplicazione per scissiparità e la tendenza all’autogenerazione di sempre nuovi compiti, atti a giustificare il numero crescente di capi eletti e di burocrati scelti per concorso e l’inasprirsi progressivo dei contributi forzosamente prelevati a carico dei contribuenti.

 

 

Alle quali logiche caratteristiche del sistema che si vorrebbe perpetuare, illudendosi di mutarlo con la semplice introduzione di metodi elettivi alla base, ci si dovrebbe sottomettere, come ci si sottomette alla necessità della esistenza delle organizzazioni comunali, provinciali e statali, se fosse veramente vantaggioso alla collettività lo scopo che si vuole conseguire. Ma l’analisi fatta dinnanzi ha dimostrato che le leghe producono effetti vantaggiosi solo quando esse si propongono scopi di adeguazione dei salari e delle altre condizioni del lavoro al tipo che spontaneamente si attuerebbe in condizioni di perfetta concorrenza e quando esse si propongano altresì l’intento di trasformare l’uomo lavoratore ispirandogli consapevolezza del proprio valore morale e dandogli così nuova dignità di vita. E questi risultati si ottengono solo con la lega libera, opera volontaria e creatrice dell’uomo unito con i compagni e da questa unione reso capace non solo di volere ma anche di attuare propositi non accessibili all’uomo isolato. L’analisi ha dimostrato che le leghe invece producono effetti dannosi quanto più esse si avvicinano al tipo dell’ente il quale monopolizza la offerta e la domanda della mano d’opera; né i danni scemano in conseguenza dell’accordo eventuale fra i due monopoli stessi. Ma la lega unica e obbligatoria attua nel modo più perfetto che immaginar si possa il tipo dell’ente monopolisticamente padrone di tutta la offerta e di tutta la domanda di lavoro, e il carattere monopolistico è condotto al massimo dalla potestà che la lega unica ed obbligatoria ha di prelevare contributi, anche a carico dei ricalcitranti.

 

 

Rimane perciò dimostrato che se la lega volontaria e molteplice può essere campo di innalzamento dei lavoratori, la lega unica ed obbligatoria tende ad essere strumento di oppressione, e mezzo, inavvertito forse ma sicuro, alla prosecuzione o nuova instaurazione del tipo di stato autoritario e totalitario.

 

 

Capitolo IV. La partecipazione ai profitti

 

70. Perché si studia la partecipazione ai profitti e non altri metodi di partecipazione degli operai alla gestione dell’impresa.

 

Con l’assicurazione sociale, il lavoratore tende ad ottenere la sicurezza di un minimo di vita in tutti i casi nei quali a lui viene a mancare per infortunio, invalidità, vecchiaia, malattia, disoccupazione od è resa manchevole per oneri di famiglia la fonte normale del reddito, che è il lavoro. L’intento che dapprima si cercò di conseguire con il mutuo soccorso, ossia con le sole forze del lavoratore associato, oggi si vuole ottenere con i contributi, obbligatori per legge, del lavoratore medesimo, del datore di lavoro, e, per la collettività dei contribuenti, con le imposte di stato.

 

 

Con l’associazione – per lo più volontaria e molteplice, ma in alcuni stati e momenti storici obbligatoria ed unica – il lavoratore stipula con i datori di lavoro un contratto collettivo, nel quale sia sancita una norma comune, osservata da tutti gli appartenenti al gruppo, relativa alle condizioni di lavoro, norma la quale garantisca al lavoratore un minimo di vita durante il lavoro.

 

 

I due istituti della assicurazione e dell’associazione si integrano a vicenda, riferendosi a due momenti contrapposti della vita del lavoratore: quello del non lavoro e quello del lavoro.

 

 

L’uomo però auspica, al di là di un minimo, ad elevarsi. Il che si ottiene in variabilissime maniere, che qui non occorre esaminare tutte: col risparmio individuale, fondamento iniziale all’uscita dalla condizione di lavoratore semplice, con l’intrapresa di una bottega da artigiano, di un negozio commerciale, di un laboratorio industriale, con l’assunzione di un terreno in partecipazione, di un fondo rustico a mezzadria od a fitto e finalmente con l’acquisto della proprietà di una terra. L’elevazione si ha anche senza assunzione di un’impresa propria, come quando il lavoratore od impiegato acquista la casa propria o l’appartamento di abitazione, sia pagando l’intero prezzo, sia assolvendone solo una piccola parte in contanti ed impegnandosi a pagare il resto a rate. Del che si hanno in Svizzera numerosissimi esempi; e, tra le due grandi guerre, le cooperative edilizie britanniche provvidero a fornire ai loro soci oltre un milione di case a proprietà individuali con pagamenti rateali.

 

 

Trattasi tuttavia di metodi tradizionali di elevazione, che, per essere ben noti e per essere di virtù sociale altrettanto nota, non formano oggetto di viva controversia. Dibattiti più vivi si odono intorno ad altri mezzi di elevazione, i quali sembrano più moderni. Uno è quello della espropriazione, senza indennità o con indennità nominale (espressa cioè in una moneta destinata a perdere potenza di acquisto o calcolata con criteri tali da far rimanere l’indennità assai al disotto del prezzo corrente della cosa espropriata), degli attuali impianti industriali, ferroviari, navali ecc. e della loro successiva gestione da parte dei tecnici, impiegati ed operai.

 

 

L’altro è quello della preparazione alla futura gestione da parte operaia, attraverso l’esperienza e direbbesi il tirocinio di commissioni interne di fabbrica. Queste, variamente composte di tecnici impiegati ed operai, comincerebbero fin d’ora ad esercitare un controllo sulla gestione dell’industria, sia a tutela dei lavoratori, sia per giungere alla conoscenza esatta dei costi, dei metodi di lavorazione, di acquisto e di vendita, dei prezzi, sì da rendere a poco a poco i lavoratori capaci di partecipare alla gestione e ai guadagni dell’industria e finalmente atti ad assumere la gestione medesima, al luogo degli attuali proprietari. In un corso, il quale ha per iscopo di analizzare fatti esistenti, sembra meno adatto l’esame di proposte le quali sovratutto si riferiscono a quel che deve essere. La scienza economica non è una scienza di quel che deve essere – compito proprio della morale e della politica – ma di quel che è[12]. Essa analizza quel che è scomponendolo nei suoi elementi essenziali, sì da trarne luce per illuminare gli effetti di eventuali proposte di riforma; ma il punto di partenza è sempre l’analisi di qualche aspetto della realtà. Ora le proposte di espropriazione e di gestione dei lavoratori, di commissioni interne di controllo si trovano ancora troppo nel campo delle cose che dovrebbero essere, per poter fare vantaggioso oggetto di analisi.

 

 

Se noi facciamo astrazione dall’esperimento russo, troppo poco conosciuto nel suo funzionamento effettivo economico e sociale, epperciò di scarso interesse scientifico per quanto riguarda il suo ordinamento di diritto, tre sono gli esperimenti sociali compiuti dai lavoratori, da soli o con l’aiuto dei datori di lavoro, dei quali si hanno notizie abbastanza sicure perché sulla base di esse l’analisi economica possa dar luogo a qualche fruttuosa considerazione:

 

 

  • la partecipazione ai profitti;
  • l’azionariato operaio;
  • la cooperazione di produzione.

 

 

Essendo impossibile, per la ristrettezza del tempo, intraprendere lo studio di queste tre specie di esperimenti sociali realmente compiuti per un periodo di tempo lungo e per un numero di casi abbastanza grande, mi limiterò allo studio della partecipazione ai profitti. Questo presenta il vantaggio di essere oggetto attuale di proposte varie di applicazione obbligatoria su vastissima scala e di mettere a tempo stesso in luce elementi utili a dare un primo giudizio intorno agli altri due sistemi.

 

 

71. Cenni bibliografici e storici.

 

L’idea della partecipazione ai profitti presenta innanzitutto il vantaggio di una lunga storia[13] la quale potrebbe essere fatta risalire alla millenaria applicazione che nella sua formula più semplice si è fatta nell’agricoltura con la mezzadria e con le altre maniere di partecipazione del contadino al prodotto della terra, e nella pesca con la tradizionale divisione del prodotto in parti aliquote fra padroni della barca e marinai addetti alla pesca. Anche limitandoci alle applicazioni vere e proprie nell’industria, nel commercio e nella finanza, si può ricordare che il primo notevole documento sulla partecipazione è il decreto napoleonico, datato dal quartiere generale di Mosca il 15 ottobre 1812, il quale regola la partecipazione degli attori della Comèdie française agli utili netti dell’esercizio del Théâtre français. In virtù di quel decreto, gli attori oltre ad un assegno fisso annuo, aumentato dai feux, ossia da un supplemento per ogni recita, ricevono – e questa è la loro remunerazione essenziale – una parte degli utili netti della gestione, calcolati a fine anno. Gli utili sono divisi in 24 quote di cui una inviata a riserva per spese impreviste, una mezza quota ad un fondo abbellimento e riparazioni, un’altra mezza quota al fondo pensione, e le 22 rimanenti quote sono divise fra gli attori sociétaires, in ragione di un minimo di 1/8 di quota ai sociétaires più giovani e meno famosi sino al massimo di una quota ai più famosi ed anziani. L’utile è per metà versato in contanti ai beneficiari e per l’altra metà ad un fondo pensione per gli stessi attori.

 

 

Tra gli altri esempi più noti e tuttora in essere ricordiamo quello della Maison Leclaire iniziato nel 1842, del familistero di Guise, stabilito dal fondatore Godin nel 1876, entrambi caratteristici per la loro derivazione storica dall’ambiente del socialismo detto usualmente utopistico, alla Saint-Simon ed alla Fourier, dominante nella Francia della prima metà del secolo 19esimo e per la loro trasformazione in vere cooperative di lavoro e di produzione; quelli dei grandi magazzini del Bon marché e della Samaritaine, dove la generosità dei proprietari fa passare la proprietà e la gestione agli impiegati ed addetti, e quello Michelin (1898), nel quale è dominante il giudizio del datore di lavoro nella fissazione e distribuzione della quota utili al personale.

 

 

72. Definizione e requisiti essenziali della partecipazione.

 

Analizziamo il sistema quale lo si può ricostruire dall’esperienza ormai secolare. La definizione che sembra più adatta a riassumere questa esperienza è quella data dal Consiglio superiore del lavoro francese nella sessione del novembre 1923.

 

 

«La partecipazione ai profitti è un contratto in virtù del quale il datore di lavoro si impegna a distribuire, in aggiunta al pagamento del salario normale, fra i salariati della sua impresa, una parte degli utili netti, senza partecipazione alle perdite».

 

 

I requisiti essenziali della partecipazione sono dunque i seguenti:

 

 

  • a) essa risulta da una convenzione libera volontaria, tacita od espressa, stipulata fra datore di lavoro e lavoratori appartenenti alla sua impresa. Non si conoscono esempi di partecipazione obbligatoria, imposta in generale dalla legge, od almeno non si conoscono esempi di partecipazione obbligatoria generale, i quali siano stati applicati per periodi di tempo apprezzabilmente estesi;
  • b) la quota utile è una aggiunta al salario normale, ossia quel salario il quale è pagato all’operaio normale in virtù delle convenzioni di mercato, della consuetudine o delle tariffe sindacali. Perciò non possiamo considerare partecipazione vera e propria la quota che nella mezzadria agricola od in contratti analoghi costituisce il salario o parte integrante del salario spettante al lavoratore;
  • c) la quota assegnata al lavoratore è una quota degli utili eventuali ottenuti in un dato intervallo di tempo dall’impresa;
  • d) la partecipazione è agli utili e non alle perdite. L’operaio non è vero socio, il quale partecipi alla gestione sociale in ambo i sensi, ma quasi socio, il quale partecipa solo se e quando si ottengono utili. Non può essere neppure assimilato all’azionista privilegiato, perché questi ha bensì una priorità sull’azionista ordinario, se utili vi sono, ma se vi sono perdite e se a coprire queste non basta l’apporto del capitale versato dall’azionista ordinario, può l’azionista privilegiato essere chiamato a subirle, laddove il lavoratore partecipante non può essere chiamato mai a versare, neppure in piccola parte, le somme necessarie a colmare le perdite subite dall’impresa.

 

 

73. Tipi di partecipazione.

 

Se la partecipazione agli utili è attribuzione al lavoratore di una parte degli utili dell’impresa, vari possono tuttavia essere i tipi dell’impresa ai cui utili l’operaio è chiamato a partecipare. Ogni impresa può essere considerata nel suo complesso o frazionata in sotto imprese aventi ciascuna una propria autonomia economica. Se si fa astrazione dai casi nei quali non si tratta di una vera partecipazione agli utili, ma di quote di salario (quota mezzadrile, parte del pescatore, interessamento nelle vendite per il commesso di un negozio, un’annata di premio o percentuale di premio ai produttori di assicurazioni) possiamo elencare così i principali tipi:

 

 

  • a) L’impresa consiste nell’esecuzione di un determinato lavoro affidato al lavoratore singolo o più frequentemente ad un gruppo di lavoratori. Un rapporto della Maison Leclaire, la quale applica del resto la partecipazione anche al profitto dell’impresa nel suo complesso, così descrive il caso: «un contratto speciale permette alla squadra che ha finito un lavoro, di sapere se essa ha ottenuto un risultato conveniente per il suo lavoro. Noi sappiamo esattamente, alla fine dell’esecuzione di un contratto o di un lavoro qualunque, quanta mano d’opera e quanta materia prima sono state impiegate. Il misuratore passa, fa i suoi calcoli, redige un rapporto ed appura subito l’utile conseguito. Ciò incoraggia gli operai e ci permette ottenere utili». Il sistema ha il vantaggio di garantire all’operaio una quota degli utili alla cui produzione egli ha direttamente contribuito, senza interferenza dei risultati diversi e forse anche negativi ottenuti con l’esecuzione di altri lavori. L’alea del lavoratore è limitata ai risultati di un singolo lavoro.
  • b) L’impresa si estende all’insieme dei lavori compiuti in un determinato reparto di uno stabilimento, o in un dato stabilimento di un complesso industriale più vasto. In uno stabilimento cotoniero, il quale lavori il cotone dal momento nel quale esso è introdotto come greggio al momento della vendita all’ingrosso come tessuto, potremmo distinguere la lavorazione nei suoi stadi successivi della filatura, torcitura, coloritura, apprettatura. Ogni reparto è concepito come un’impresa a sé stante, la quale riceve in carico la merce greggia o semilavorata dal reparto precedente e la riconsegna lavorata al reparto susseguente, a prezzi predeterminati di carico e scarico dalla direzione generale. L’utile ripartibile è un utile «industriale» risultante dal saldo differenziale fra il prezzo di entrata più i costi specifici di lavorazione e generali dello stabilimento ed il prezzo di uscita, ambi i quali prezzi di entrata e di uscita sono prezzi non di mercato ma puramente contabili.

 

 

Impiegati ed operai sono interessati esclusivamente ad ottenere un massimo di utile industriale. Quel che avverrà della merce finita, quando essa passerà dai reparti industriali all’ufficio vendita, è estraneo al calcolo. I singoli reparti possono avere ottenuto un dato utile ripartibile e tuttavia l’azienda nel suo complesso può conseguire un utile diverso dalla somma degli utili passati e forse anche perdere, innanzitutto perché il prezzo di realizzo effettivo può essere diverso da quello calcolato finito all’ufficio di vendita, sia perché l’ufficio di vendita deve tenere conto di spese generali, rischi, insolvenze, ecc. ecc. propri, diversi da quelli attribuiti ai singoli reparti. I lavoratori cointeressati, come non devono temere i risultati negativi degli altri reparti, così non devono preoccuparsi delle eventuali perdite dell’impresa nel suo complesso. Se essi hanno contribuito efficacemente alla buona produzione del proprio reparto, hanno possibilità di partecipare ad un utile non annullabile del diverso meno operoso comportamento dei lavoratori appartenenti ad un altro reparto.

 

 

  • c) L’impresa ai fini della partecipazione degli operai agli utili si identifica con impresa considerata nella sua intierezza sia economica che giuridica. Questa è la partecipazione in senso proprio, della quale principalmente si discuterà qui, essendo quella che sola è considerata nei programmi e nei progetti venuti alla luce in questi ultimi tempi in Italia. Di essa quindi saranno in seguito più ampiamente studiati contenuto, requisiti e problemi.

 

 

74. Divisione degli utili.

 

Come è detto nella definizione il sistema vuole che una parte degli utili sia attribuita al personale dipendente dall’impresa. Quale parte? Escludiamo senz’altro la grossolana divisione a metà. Essa è spesso già disadatta nella mezzadria, dove l’uniformità della quota contrasta con le differenze di produttività dei fondi, per cui l’identica quota risulta ora più ora meno bastevole a compensare il lavoro della famiglia mezzadrile sicché fu necessario con patti addizionali vari trovare modo di ovviare alla sperequazione propria del sistema. Ma la sperequazione sarebbe intollerabile nell’industria, nella quale l’importanza del capitale e del lavoro variano moltissimo da caso a caso. Si devono dividere, ad esempio, gli utili di una miniera di carbone, di lignite, di ferro, di zolfo? Qui spesso, il costo del lavoro è parte rilevantissima, che può andare sino all’80 e 90% del costo totale del prodotto. In questi casi, l’attribuzione al lavoro del 50% dell’utile netto svaluta troppo l’apporto del lavoro e sopravaluta quello del capitale. Si deve ripartire l’utile netto di un impresa di produzione e di distribuzione dell’energia elettrica agli utenti industriali, esclusa la distribuzione minuta ai singoli consumatori di luce elettrica, che è compito di imprese affiliate? Qui il capitale investito è di centinaia di milioni, se non di miliardi di lire, ed invece, una volta costruiti gli impianti di presa, con i loro laghi artificiali, i loro canali di presa e le centrali di trasformazione, l’impresa è fatta funzionare da un piccolo numero di operai e tecnici, talvolta poche decine. La distribuzione degli utili metà a metà convertirebbe i pochi dipendenti in nababbi pagati assai meglio del più alto funzionario dello stato. Importa perciò che la divisione degli utili avvenga secondo l’importanza rispettiva del capitale e del lavoro, importanza misurata secondo criteri omogenei. Epperciò:

 

 

  • a) si tiene conto da un lato del capitale investito e dall’altro lato del valore capitalizzato dei servizi dell’operaio. Il metodo è poco usato, perché pone il problema della capitalizzazione del salario dell’operaio, problema complicato, dovendosi, come nel calcolo per indennità per infortunio, tener conto dei guadagni probabili futuri dell’operaio, della sua vita probabile lavorativa futura, e dello sconto dei guadagni medesimi al momento attuale. Calcolo necessario perché al capitale investito dall’imprenditore bisogna paragonare il capitale investito dell’operaio, che non è il suo salario, ma il valore della sua persona;
  • b) data la complicazione e l’incertezza dei quali calcoli, si preferisce tener conto da un lato degli interessi sul capitale investito dal datore di lavoro e dall’altro lato dei salari riscossi dai lavoratori. I termini del paragone sono omogenei, perché ambedue sono reddito o remunerazione dei due fattori capitali e lavoro. Se in un dato esercizio, nelle due imprese A e B, le somme ricevute a titolo di interesse del capitale e di salario e stipendi dai dipendenti furono rispettivamente:

 

 

 

Interessi

Al capitale

Salari e stipendi ai dipendenti

 

%

%

A

40.000.000

80

10.000.000

20

B

10.000.000

20

40.000.000

80

 

 

l’utile netto verrà in A attribuito per l’80% al capitale e per il 20% al lavoro, e in B inversamente per il 20% al capitale e per l’80% al lavoro.

 

 

Fissata la quota al lavoro, essa deve essere distribuita fra le diverse categorie di lavoratori. Sempre si distingue fra i dirigenti ed i dipendenti. Nel familistero di Guise, il 25% degli utili è assegnato alle cosidette capacità; il 4% all’amministratore gerente, tante volte 1% quanti membri del consiglio, ma non più del 16%, ai consiglieri, il 2% al consiglio di sorveglianza, il 2% a disposizione del consiglio per remunerare servizi eccezionali e l’1% per borse di studio ad uno o più allievi uscenti dalle scuole del familistero. Nello stabilimento Leclaire, il 15% degli utili va a favore dei due gerenti. Nei grandi magazzini del Bon marché di Parigi (Aristide Boucicaut vi iniziò la partecipazione nel 1877) il 2% è assegnato ai consiglieri di amministrazione e il 14% ai direttori e sottodirettori e agli impiegati superiori. Nella Samaritaine, pure grandi magazzini di Parigi, il fondatore Ernest Cognacq attribuì il 15% alla gerenza. È regola generale dunque tener conto dello specialissimo apporto che alla creazione degli utili apportarono i gerenti od amministratori o direttori.

 

 

La quota spettante ai dipendenti non è, inoltre, mai ripartita in parti uguali. I coefficienti dei quali si tiene conto sono per lo più i seguenti:

 

 

  • a) l’ammontare dello stipendio o salario ricevuto nell’anno, supponendosi che esso sia indice del contributo dato dall’operaio alla produzione;
  • b) l’anzianità nell’impresa, volendosi premiare i dipendenti che dimostrarono meglio il loro attaccamento all’impresa. Il criterio è visto di malocchio dalle leghe operaie, le quali vi scorgono un mezzo per legare l’operaio all’impresa singola e scemare la sua solidarietà con i compagni di lavoro;
  • c) la funzione coperta. È criterio che accentua quello dell’ammontare del salario e cresce la parte di coloro che, senza avere funzioni direttive hanno una posizione particolare di fiducia;
  • d) la remunerazione aggiunta per ore straordinarie o per gratifiche, reputandosi che siano indice di particolare operosità del dipendente;
  • e) i carichi di famiglia. Dove non esistono casse per assegni famigliari, la quota utili vien fatta servire ad integrare il salario con un sovrappiù proporzionato ai diversi carichi di famiglia. Lo scopo è sempre quello di rendere l’operaio affezionato all’impresa;
  • f) il merito individuale. È criterio riservato alla valutazione soggettiva del datore di lavoro. Il signor Michelin, che nel 1898 introdusse la partecipazione nei suoi stabilimenti per la produzione della gomma elastica a Clermont Ferrand, a spiegare la sua avversione alle regole fisse, scriveva:

 

 

«Nei primi tempi osservavo tra gli operai alcuni che erano una vera élite. La loro devozione mi era stata così utile ai nostri inizi ossia in un’epoca nella quale le difficoltà superavano di gran lunga i benefici, che mi risolsi a compensarli quando vennero anni migliori. Poiché essi avevano lavorato più di quanto mi dovessero per la loro paga, ritenni giusto di dover dar loro più della loro paga. Perciò fondai la partecipazione. Sapevo che essi prendevano a cuore in tutto l’interesse della casa e che essi, al par di me, volevano fabbricare il miglior pneumatico possibile. Essi curavano di evitare lo spreco delle merci e delle materie prime e di ben utilizzare gli strumenti del lavoro, perché capivano che in ciò sta una gran ragione di grande economia, e seguivano con la maggiore attenzione le consegne loro date, in modo che il loro lavoro fosse sempre perfettamente eseguito. Se essi reputavano vantaggioso modificare una maniera di lavorare o cambiare una macchina, lo dicevano ai capi, e li avvertivano quando qualche cosa non andava bene nelle gomme, nelle tele e nelle altre materie prime. E se capitava loro di commettere uno sbaglio, invece di nasconderlo e di dirsi: tanto peggio!, non se ne accorgeranno!, segnalavano la cosa ai loro capi affinché la fabbricazione non ne soffrisse. Per essere un buon partecipante, bisogna essere come costoro. Ci tengo ad affermare che se un uomo non ha tutte queste qualità, se egli non dà al lavoro una cura continua, se egli cerca di cavarsela, se egli non pensa: “Io voglio che il mio lavoro sia ben fatto”, costui non è degno di diventare e neppur di continuare ad essere un partecipante. Vennero operai da me dicendomi: “Ho sei anni di presenza nella ditta, dovrei essere partecipante”. S’ingannavano. La partecipazione non è fatta per premiare l’anzianità. La partecipazione è riservata agli uomini intelligenti e coscienziosi che ci aiutano con tutte le loro forze a far sì che il pneumatico Michelin sia sempre il miglior pneumatico del mondo».

 

 

Tipiche dichiarazioni, queste del Michelin, perché mettono in luce quella che vedremo essere la vera sostanza della partecipazione agli utili; che non è di dare agli operai una quota di utili venuti fuori, non si sa come, dall’impresa, sibbene di riconoscere che coloro i quali hanno contribuito a creare l’utile, hanno ragione di avere quella parte di esso che loro spetta. E se così è, la partecipazione ha un limite: il lavoratore ha ragione di ricevere l’utile, che egli ha creato e nella misura nella quale lo ha creato.

 

 

In tema di divisione degli utili, giova ricordare i casi monopolistici nei quali la partecipazione non può essere limitata ai datori di lavoro ed ai lavoratori. Poiché l’utile deriva in parte dalla situazione di monopolio nella quale si trova l’impresa, la divisione dell’utile fra le sole due parti sovraindicate avrebbe natura di divisione del bottino fra i complici di un ladrocinio. È accaduto perciò che il legislatore – qui è intuitivo il dovere del legislatore di intervenire per vietare ai complici di condurre a termine l’operazione di spoglio dei consumatori – intervenisse a regolare la divisione, imponendo che, se questa deve aver luogo, si badi prima all’interesse pubblico. Così ad esempio, i quaderni di concessione dell’impresa del gas nei quartieri meridionali di Londra, stabilivano che la South Metropolitan Gas Company, dopo aver versato il 5% di interessi alle azioni ordinarie, destini il 75% degli utili eventuali ad abbuoni di prezzo a favore dei consumatori di gas, il 12,50% agli azionisti ordinari (e cioè non ai privilegiati, i quali hanno una tal quale garanzia di reddito) e il 12,50% agli impiegati ed operai associati.

 

 

Ma la consecuzione degli utili è subordinata alla condizione che il prezzo sia inferiore ad 11 denari per therm, che è l’unità di misura del gas. Se il prezzo è di 11 d. o superiore ad 11 d. nessun utile può essere ripartito. Così si crea un interesse comune nell’imprenditore e nel lavoratore al ribasso del prezzo, ossia al vantaggio dei terzi prima che al proprio. Ma, anche ribassato il prezzo, poiché trattasi di impresa di servizio pubblico (gas) tipicamente monopolistica, il 75% dell’utile va devoluto ai consumatori e solo il 25% ai produttori (datori di lavoro e lavoratori).

 

 

75. Destinazione della quota spettante al lavoro.

 

Gli esperimenti fatti indicano tre vie principali.

 

 

76. Il pagamento in contanti.

 

È sistema preferito in Inghilterra e negli Stati Uniti dove si vuol dare immediatamente al lavoratore la sensazione di toccare con mano la somma alla quale ha diritto. Il datore di lavoro non pretende sostituirsi al dipendente nel giudizio intorno al miglior uso da dare alla quota utili e si affida al suo senso di dignità di uomo e di responsabilità verso la famiglia.

 

 

77. Il pagamento differito con capitalizzazione.

 

Altri invece teme che il lavoratore, ricevendo una somma discreta tutta insieme al momento della approvazione del bilancio sociale, sia tratto a sprecarla od a farne uso poco vantaggioso per sé e per la famiglia, e ricorre perciò al sistema di capitalizzare la somma medesima a vantaggio del lavoratore.

 

 

  • a) con iscrizione della somma in un libretto di risparmio individuale, cosicché si costituisca a poco a poco un patrimonio il quale diventerà disponibile per il lavoratore dopo il trascorrere di un dato numero di anni ed in seguito al verificarsi di un determinato tempo;
  • b) con versamento su un conto individuale presso apposita cassa allo scopo di costituzione di una pensione vitalizia, riversibile talvolta a pro della moglie e dei figli minorenni;
  • c) con una combinazione in proporzioni varie dei due sistemi precedenti;
  • d) con acquisto e custodia per conto del lavoratore di titoli di tutto riposo, disponibili come si è detto sopra.

 

 

I sistemi finora descritti hanno la caratteristica comune di essere investimenti operati nella moneta del paese. Funzionavano abbastanza bene nel secolo scorso dal 1814 al 1914 quando, per una combinazione di casi che può dirsi essere stata un unicum nella storia del mondo, si diffuse la convinzione essere conveniente per gli stati mantenere invariata la unità monetaria in peso e in titolo e quindi discretamente costante la potenza d’acquisto della stessa unità monetaria. Gli uomini durante quel secolo si persuasero esistesse in realtà quella mitica astrazione detta «investimento in titoli di tutto riposo», principalmente titoli di stato, di credito fondiario, crediti ipotecari e simili. Le svalutazioni monetarie susseguenti al 1914 riportarono gli uomini verso la realtà storica normale che è il disordine monetario, ossia le falsificazioni, ora dette svalutazioni monetarie. Salvo alcune eccezioni parziali, e paiono lodevolissime anche le parziali (Svizzera e paesi anglo – sassoni), non esiste più l’investimento di tutto riposo. Persino le assicurazioni sulla vita sono divenuti giochi d’azzardo sul valore futuro della unità monetaria.

 

 

Non per la sola ragione ora detta, ma anche per essa, si preferisce talvolta la capitalizzazione con:

 

 

  • e) acquisto di azioni o carature della medesima impresa, presso la quale il lavoratore è ammesso alla partecipazione agli utili. Queste dovrebbero avere il vantaggio, in confronto ai titoli cosidetti di tutto riposo, di essere quote di comproprietà nel patrimonio della ditta medesima, quindi quote parti di cose, di cosidetti valori reali, sottratte alle conseguenze delle svalutazioni monetarie, e per giunta quote parti del patrimonio di un’impresa alla cui prosperità il lavoratore è interessato e che egli conosce per pratica di vita quotidiana.

 

 

Essendo però dominante nel sistema della partecipazione il principio che il lavoratore non debba partecipare alle perdite, si vuole evitare, nei limiti del possibile, che anche nell’investimento della sua quota utili egli sia soggetto a perdite. Perciò non si offrono a lui azioni ordinarie o comuni, che sono le azioni le quali hanno il diritto a partecipare ultime agli utili, le quali ricevono cioè tutto quel che resta, ma solo quel che resta dopo aver pagate tutte le spese, alimentati i fondi di riserva, pagati gli interessi fissi agli obbligazionisti, i dividendi agli azionisti privilegiati, le interessenze agli amministratori ed ai delegati, e che, in caso di liquidazione dell’impresa, ricevono tutto ma anche qui solo quel che resta del patrimonio sociale, dopo aver provveduto al soddisfacimento di tutte le passività. Le azioni comuni od ordinarie possono ricevere un grosso dividendo e godere di notevoli aumenti del proprio valore, ma possono anche non ricevere nulla e ridursi a valore zero. Dati i quali rischi, si preferisce perciò di solito assegnare, in pagamento della quota utili ai lavoratori azioni privilegiate, le quali sono azioni ossia quote di patrimonio, che perciò non ricevono un interesse fisso convenuto, ma un dividendo variabile. Però, a differenza delle ordinarie, il dividendo è assegnato alle azioni privilegiate in precedenza a quelle ordinarie. Se utili ci sono, ad es., viene prima ripartito un dividendo sino al 5% alle privilegiate, poi, se resta qualcosa, un dividendo sino al 10% alle ordinarie, poi, se resta ancora qualcosa, tutto il supero può essere assegnato alle ordinarie, ovvero diviso fra queste e le privilegiate, con prevalenza a favore delle ordinarie, le quali correndo maggiori rischi, hanno diritto ad avere maggiori eventuali vantaggi.

 

 

Il sistema qui descritto chiamasi anche dell’azionariato operaio.

 

 

Non è indispensabile che i lavoratori diventino azionisti della propria impresa solo attraverso l’impiego della quota utili ad ognuno spettante. Essi possono investire in tal modo altri risparmi propri costituiti da altre fonti. Taluno vorrebbe investire in quelle azioni le somme destinate alle indennità di licenziamento od altrimenti promesse ai dipendenti. Naturalmente il possesso di azioni dà diritto al lavoratore di partecipare alle assemblee degli azionisti e il diritto di elettorato attivo e passivo per i consigli di amministrazione. Talvolta, si usa attribuire al gruppo dei lavoratori possessori di azioni sociali il diritto a sé stante di nominare, separatamente dagli altri azionisti, uno o più consiglieri di amministrazione, aventi i medesimi compiti degli altri membri del consiglio.

 

 

Il grave inconveniente dell’investimento in azioni è proprio quello di essere un investimento in azioni e di quella impresa. Ai piccoli risparmiatori, ai lavoratori, i quali cominciano la loro carriera di investitori non si può dare il consiglio di scegliere proprio quel tipo di investimento dei propri risparmi che corre un massimo di rischi.

 

 

Al tirocinante – risparmiatore occorre un investimento sicuro. A parte una riserva di depositi a risparmio presso di una cassa di risparmio per la somma minima necessaria a parare alle più urgenti necessità della vita (malattia, disoccupazione, funerali, ecc.) non coperte da particolari assicurazioni, si possono enunciare, in ordine di importanza e di sicurezza di investimento per il lavoratore: il mobilio e l’arredamento della casa, l’acquisto dell’appartamento, della casetta di abitazione, l’acquisto dell’orto o giardino. Investimenti che nei paesi socialmente più progrediti, come la Svizzera, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, sono facilitati da banche ipotecarie e da società mutue edilizie, le quali giungono ad anticipare l’80% e persino il 90% del prezzo di acquisto, con larghe more per il pagamento rateale della residua somma. L’investimento dicesi consigliabile, nonostante leghi l’operaio alla località dove egli risiede e ne diminuisca la mobilità, perché lo spinge ad ulteriore risparmio, lo affeziona alla famiglia, dà sanità ai figli; e dal punto di vista psicologico, l’oggetto in cui si è investito il risparmio rimane sotto gli occhi dell’investitore, il quale non solo gode i frutti, ma li gode direttamente traendone vantaggi morali oltre quelli puramente economici. Il risparmiatore risparmia i denari dell’osteria, e guadagna in salute nel lavoro dell’orto e consuma prodotti di valore superiore alla fatica del lavoro, divenuto quasi divertimento, e di sapore migliore di quelli acquistati sul mercato.

 

 

Più in là non si può andare nel dar consiglio al lavoratore- risparmiatore; non certo si può dare ad essi decentemente il consiglio di acquistare azioni dell’impresa presso cui lavorano. L’impresa può andar bene o male. L’azione acquistata a 100, anche se privilegiata, può ribassare a 70, a 50, a zero. L’operaio, anche se il consiglio era dato in buona fede, avrà certamente l’impressione di essere stato defraudato. Quel consiglio che a malapena si potrebbe dare ad un risparmiatore facoltoso, che può variare i suoi investimenti, che può correre il rischio di perdere una decima parte di essi, perché ha l’alea di non perdere o di guadagnare sugli altri, si ha il dovere morale di non darlo al lavoratore, per il quale la perdita di mille lire può essere cagione di scoraggiamento grave e forse di sofferenza. È evidente che un impiego che il consigliere finanziario imparziale ha il dovere di non dare al singolo, non può essere un mezzo per risolvere un problema importante per la collettività. Il giudizio può mutare se l’investimento in quote o azioni o carature di comproprietà significhi il passaggio della proprietà e della gestione dell’impresa dal datore di lavoro ai lavoratori. Siamo ai casi già ricordati della Maison Leclaire e del Bon marché e della Samaritaine di Parigi e del familistero di Guise. In questi casi, il datore di lavoro, avendo di mira lo scopo di donare l’impresa ai dipendenti, e nello stesso tempo volendo togliere l’apparenza del dono, che corrompe e crea malcontento in chi lo riceve, al quale sembra spesso di avere ricevuto troppo poco, sia in quantità assoluta sia relativamente agli altri beneficiati, immagina (Godin, nel familistero di Guise) espedienti allo scopo di dimostrare di aver rimborsato a se stesso il capitale con le quote utili che in ogni modo gli spettano, lega l’impresa in parte notevole ad un ente autonomo, creato nell’interesse dei dipendenti; e fa pagare le quote di comproprietà abbandonate ai dipendenti mercé le quote utili ad essi spettanti. Qui il lavoratore diventa non un azionista come tutti gli altri; ma un azionista il quale compera le azioni o carature in quanto continua a lavorare nell’impresa e sa che anche gli altri azionisti hanno le stesse opportunità ed a tutti i dipendenti è offerta la possibilità, osservate certe condizioni, di diventare azionisti. Sembra che il successo dell’esperimento sia anzitutto in ragione dell’efficacia delle condizioni poste al divenire ed al cessare di essere partecipanti (su di che vedi in seguito i paragrafi 80 ed 81).

 

 

78. Il pagamento alla collettività dei dipendenti.

 

Nella maggior parte dei casi la partecipazione agli utili, se conseguita in modo non contrario a ragione, ossia se proporzionale al peso del lavoro nella produzione del reddito, dà luogo ad una constatazione: in media la quota attribuita all’operaio singolo è una quantità così tenue, da parer irrilevante in confronto al salario normale, nulla più di una modesta gratificazione, neppure uguale a quei doppi mesi o doppie settimane che la consuetudine ed i contratti collettivi hanno generalizzato in molti paesi. In questi casi val la pena di iniziare un esperimento, il quale contrariamente alle grandi promesse, ubbidisce al proverbio: Parturiunt montes, nascitur ridiculus mus? è parso perciò a taluni datori di lavoro che si imponesse, data la modestia del risultato capace solo di creare malcontento, una destinazione degli utili che, evitando lo sminuzzamento della somma assegnata al lavoro in quote individuali impalpabili, raggiungesse effetti apprezzabili per il complesso dei lavoratori. Se cento lire a testa per operaio non mutano se non di poco la sua situazione economica, cento moltiplicate per diecimila o per centomila operai, consentono di destinare a scopo di interesse comune a tutti gli operai somme non spregevoli di 100.000 o un 1.000.000 di lire.

 

 

La casa Dollfus-Mieg et C.ie, primaria nell’industria tessile a Mulhouse nell’Alsazia, sovvenziona così sale di maternità, sale di asilo per bambini, scuole e patronati scolastici, sanatori, case di abitazione a buon mercato per gli operai e le loro famiglie; incoraggia assicurazioni ed investimenti volontari con concorsi percentuali che efficacemente integrano i risultati dello sforzo compiuto dall’operaio e così ne stimola le iniziative. È probabile che l’effetto utile dell’impiego a scopi collettivi sia superiore in molti casi, forse nella maggioranza dei casi, a quello dell’impiego individuale. Talvolta i due mezzi possono essere usati contemporaneamente.

 

 

I signori Cognacq, nell’operare il passaggio della proprietà dei Grands Magasins de la Samaritaine di Parigi ai loro dipendenti, riservarono 18.000 azioni ad una fondazione Cognacq, la quale provvede al mantenimento di sale di maternità, ospedali, asili per bambini, case di riposo, abitazioni a buon mercato a favore dei dipendenti e delle loro famiglie.

 

 

79. Gestione dei fondi.

 

Quando gli utili non sono versati in contanti agli interessati, sorge il problema della loro gestione. Questa può essere affidata all’impresa medesima che vi provvede a proprio criterio. Se però le cose dell’impresa volgono male, i fondi spettanti agli operai corrono il rischio di essere considerati come un mero credito di questi verso l’impresa e di essere rimborsati agli operai in moneta di fallimento, nella stessa percentuale usata rispetto agli altri creditori. Si preferisce perciò affidare la gestione dei fondi ad un ente o cassa, costituita giuridicamente in forma autonoma, sicché le sue sorti siano indipendenti da quelle dell’impresa; e tale che dell’amministrazione facciano parte delegati degli stessi operai. Ad evitare anche la responsabilità dell’amministrazione separata, talune imprese usano versare le quote utili operaie ad una cassa pubblica di pensioni o di previdenza sociale, la quale abbia fini di vantaggio per le maestranze, analoghi a quelli che si è proposta l’impresa.

 

 

80. Inizio del diritto alla partecipazione e clausole di decadenza.

 

La semplice appartenenza come lavoratore all’impresa non basta quasi mai a dare diritto alla partecipazione. Nessuno pensa che l’avventizio, colui il quale fugacemente passa, come una meteora, in un’impresa, abbia ragione di partecipare agli utili. Occorre un minimo di collaborazione, di fedeltà, di dimostrata affezione all’impresa, minimo che può essere in rapporti alla durata dell’appartenenza (un anno o più), al grado raggiunto nella gerarchia, allo zelo dimostrato e simili.

 

 

Frattanto le quote utili si accumulano a credito dell’operaio, e gli saranno versate quando si verificherà l’evento, a cui sono state condizionate. Quid, se l’evento non si verificherà se, ad esempio, l’operaio non raggiunge i cinque, i dieci, i venti anni di servizio, dopo i quali soltanto il fondo accumulato a suo credito diventa esigibile? La quota, per lo più, non va a favore dell’impresa, la quale potrebbe essere sospettata di cercar pretesti di non pagare, a proprio vantaggio egoistico; ma a favore della massa dei partecipanti. Il che in modo particolare accade quando la gestione è affidata ad una cassa autonoma.

 

 

La clausola di decadenza per non compiuto periodo di appartenenza all’impresa è avversata dalle leghe operaie, le quali veggono in essa uno strumento per legare l’operaio all’impresa e togliergli quella libertà di movimento e di abbandono di lavoro che è condizione necessaria per ottenere il salario normale più favorevole. Per il piatto di lenticchie di una partecipazione differita l’operaio rinuncierebbe così al suo diritto di primogenitura che è l’associazione con i compagni di lavoro rivolta a conseguire il salario normale. L’obbligazione, tuttavia, non è perentoria e potrebbe far propendere verso il metodo (vedi sopra, paragrafo 76) di pagare la quota utili in contanti alla chiusura di ogni singolo bilancio.

 

 

La clausola di decadenza è frequentemente applicata nei casi nei quali la partecipazione agli utili si rivolge, più che agli operai, ad impiegati incaricati di funzioni di iniziativa. Tipici i cosidetti produttori nelle imprese di assicurazione, i quali ricevano, oltre un minimo insufficiente stipendio fisso, una quota dei premi riscossi nei contratti di assicurazione da essi messi in vita; od altrimenti partecipino agli utili dell’impresa con utili accantonati in un fondo. Il produttore si trova spesso dinnanzi all’alternativa: rimanere al servizio della compagnia e godere del fondo utili ovvero licenziarsi per passare al servizio di altra compagnia e perdere il diritto al fondo. Scelga egli stesso, si dice, fra il vantaggio della miglior paga presso il nuovo datore di lavoro ed il danno della perdita del fondo accumulato al suo credito. La cosa sembra avere importanza sovratutto morale, ché la prospettiva della perdita frena il produttore dal passare al servizio di altri, portando a questi, oltre alla sua esperienza, anche la clientela prima ottenuta a pro del primo datore di lavoro.

 

 

81. La condizione principale del successo nella partecipazione-gestione.

 

Se la partecipazione agli utili non si esaurisce nella distribuzione a fine d’anno di una somma in contanti ai partecipanti, ma vuol creare un vincolo più o meno permanente fra impresa e lavoratori, l’esperienza ha dimostrato la necessità non solo di una scelta, ma di una gerarchia nella maestranza. Il fondatore dell’impresa Leclaire, la più antica conosciuta nel campo industriale, distingue ad esempio i lavoratori in membri del noyau (o nocciolo della maestranza totale); ed in sociétaires, ausiliari ed apprendisti.

 

 

I primi costituiscono un corpo scelto, da una decima ad una sesta parte del numero totale, al quale sono affidati i compiti gelosi della nomina dei due gerenti dell’impresa, dei capireparto e del presidente della Société de prévoyance et de secours mutuels, instituita in seno all’impresa, ormai divenuta una vera cooperativa di produzione e di lavoro (decorazione case). Il noyau, costituito in origine dal fondatore, si perpetua col sistema della cooptazione o chiamata. Il sistema, essenzialmente aristocratico, era il metodo elettorale proprio delle costituzioni repubblicane di stati che durarono lunghi secoli (Venezia, Genova, città anseatiche ecc.) per la scelta di una parte degli ufficiali reggitori dello stato. Si conserva per tradizione nelle corporazioni o ghilde, che costituiscono la città di Londra; ed è in uso nelle facoltà universitarie e nelle accademie scientifiche. Qui nessun altro metodo migliore è stato trovato per assicurare la buona scelta di persone, le quali costituiscono o dovrebbero costituire un corpo scelto di uguali. Gli uguali già in carica sono investiti della facoltà di cooptare i nuovi membri in caso di posti vacanti, ossia di chiamare altri a far parte del loro gruppo; ed i chiamati diventano immediatamente gli uguali degli anziani. È la sola forma di democrazia la quale sia compatibile con la persistenza di un corpo aristocratico. Una elezione dal di fuori, ad esempio dal governo, dal parlamento, da un corpo elettorale più o meno vasto, guasterebbe immediatamente il corpo, ed introdurrebbe elementi di disgregazione e di faziosità, laddove il fattore esse di persistenza è la stima morale reciproca di uomini, i quali, cooptando il nuovo venuto, dimostrano di ritenerlo in tutto degno di divenire un loro uguale.

 

 

Nell’industria l’elezione dei capi col voto di tutti i lavoratori dipendenti dall’impresa sembra dall’esperienza essere dimostrato incompatibile con la persistenza dell’impresa. Non vi è nessuna ragione per credere che un corpo elettorale di 100, di 1.000 o 10.000 dipendenti di una impresa industriale, scelga come amministratori e dirigenti dell’impresa i migliori. Facilmente sono nominati coloro che promettono maggiori vantaggi immediati alla generalità, aumenti di salari, utili più alti. I capi eletti non possono più mantenere la disciplina fra gli elettori, da cui attendono la rielezione. L’impresa è votata, con sicurezza assoluta, alla rovina. D’altro canto, non esiste più, in questo tipo di impresa, un metodo che, venuto meno il «padrone» od «il consiglio di amministrazione nominato dall’assemblea degli azionisti», permetta di scegliere i dirigenti dall’alto. Non vi è altra scelta possibile: o l’impresa privata, in cui ai fornitori del capitale (soci, azionisti) è affidata la scelta dei dirigenti (amministratore delegato, consiglio di amministrazione, gerenti) e questi alla loro volta scelgono, scendendo gerarchicamente, i direttori, sotto-direttori, capi-reparto, impiegati ed operai; ed il sistema funziona, tutto sommato, con un successo notevole; ovvero l’impresa partecipante – cooperativa – associata, nella quale un nucleo limitato di partecipanti, scelto generalmente dal fondatore dell’impresa, si perpetua per cooptazione, ossia elevando o chiamando a se i migliori fra coloro i quali hanno dato prova di attaccamento all’impresa. L’impresa economica non può essere governata, se si vuole la sua persistenza, ossia «se si vuole che essa non fallisca», per elezione a suffragio universale; ma richiede il governo monarchico o quello aristocratico di un corpo di uguali.

 

 

Nel familistero di Guise, altro esempio classico di partecipanti agli utili, voltosi in gestione dei partecipanti per volontà del fondatore, la gerarchia è più complessa:

 

 

  • gli associés i quali devono abitare il familistero (città operaia creata dal fondatore attorno allo stabilimento, con abitazioni separate e servizi centrali facoltativi di cucina, lavanderia, ricreazione, asili per bambini, ecc., all’incirca secondo il modello di Fourier, di cui il fondatore Godin era un seguace) da almeno 5 anni, avere almeno 25 anni, possedere almeno una quota del capitale sociale ed essere stati cooptati dall’assemblea degli associati medesimi. All’assemblea generale degli associés spettano i poteri ultimi, che sono quelli della scelta dell’amministratore-gerente e del consiglio di gerenza; oltreché di consigli speciali per il familistero, di sorveglianza, ecc.;
  • b) i sociétaires, che possono essere ammessi dal consiglio di gerenza e dall’amministratore-gerente, dopo almeno 3 anni di abitazione nel familistero e 21 anni di età. Si veda che la condizione non è un dato numero di anni di lavoro nello stabilimento ma quella di un minimo di tempo di abitazione nel familistero. Poiché il numero degli appartamenti è inferiore al numero dei lavoratori, e poiché alcuni preferiscono abitare fuori, quel che si chiede non è solo la comunione del lavoro, ma questa insieme ad una comunione in un modo di vita, che dimostri la volontà dell’operaio di assimilare la sua alla concezione di vita dei suoi compagni. Si osservi ancora che laddove gli associés, ossia i lavoratori del nucleo centrale, sono scelti secondo il modo aristocratico di chiamata fra uguali (cooptazione), e questi nominano i capi; alla loro volta i sociétaires, ossia i membri del nucleo di secondo grado, sono scelti in modo autocratico dai capi (amministratore-gerente e consiglio di gerenza). L’insieme del nucleo centrale (associés) e del nucleo circostante (sociétaires) potrebbe in certa guisa paragonarsi al collegio dei cardinali, i quali sono nominati dal papa regnante ed alla loro volta scelgono nel proprio seno il novello papa. La persistenza bimillenaria del tipo di governo della chiesa è indizio che cotal metodo di scelta è favorevole alla vita dell’ente;
  • c) i partecipanti ammessi dal medesimo consiglio di gerenza insieme all’amministratore-gerente. Debbono lavorare da almeno un anno nello stabilimento, avere 21 anni di età ed abitare nel familistero;
  • d) gli ausiliari, personale fluttuante non ammesso alla partecipazione agli utili, ristretta ai primi tre gruppi;
  • e) gli intéressés, che erano e non sono più membri attivi della società; ma partecipano agli utili per la parte relativa alle quote di capitale che essi posseggono per eredità o per acquisto.

 

 

L’esistenza di questa ultima categoria segnala un pericolo che minaccia la vita dell’impresa in partecipazione e di quella cooperativa: la separazione progressiva delle persone dei lavoratori e dei possessori delle quote di capitale. Se anche, in un primo tempo, il fondatore ha provveduto a che le quote di comproprietà dell’impresa passassero, per attribuzioni di quote utili o per sottoscrizione, ai lavoratori, dal più alto ai minori operai, chi garantisce che le quote od azioni trapassino, per eredità o per acquisto, in mano di persone che appartengano al corpo dei lavoratori (dirigenti impiegati tecnici operai) effettivi dell’impresa?

 

 

Godin, fondando il familistero di Guise, ha cercato di garantire anche per l’avvenire la persistenza dell’associazione fra capitale e lavoro da lui voluta. Il possesso delle azioni è condizionato all’ufficio o lavoro prestato. Come il fondatore Godin ha rimborsato a se stesso il capitale con gli utili dell’impresa, così è prescritto che il gerente e gli associés o sociétairs, cessando di partecipare attivamente col lavoro possano ed i loro eredi debbano vendere le loro azioni ai loro successori nel nucleo o sotto-nucleo; e questi abbiano diritto di riscattare le azioni stesse, con pagamento graduale sia con la loro quota utili sia con risparmi altrimenti accumulati. Il fine è quello di operare una rotazione continua del possesso delle azioni, in guisa che la massima parte di queste siano in possesso dei lavoratori effettivi. Qualche residuo in mano di gruppi di intéressés è tuttavia sempre possibile e non si può negare che il sistema funzioni a questo riguardo con attriti non piccoli.

 

 

82. I problemi contabilistici della partecipazione.

 

L’utile da ripartire ha come punto di partenza il saldo del conto profitti e perdite dell’esercizio dell’impresa in un dato periodo di tempo, di solito l’anno; ed il saldo deve essere uguale a quello che risulta dall’inventario patrimoniale della fine dell’anno in corso, supponendo invariata la consistenza patrimoniale netta in confronto a quella dell’esercizio precedente. Così ad esempio:

 

 

CONTO PROFITTI E PERDITE

Profitti

Perdite

da merci vendute

18

spese generali

2

interessi attivi, provvigioni ecc.

2

spese lavorazione

8

 

Deperimento

4

 

interessi passivi e perdite

1

Totale

20

Totale

15

 

saldo utili

5

 

Totale

20

 

 

CONTO PATRIMONIALE

Attivo

Passivo

edifici e terreni

20

A terzi

impianti e macchinari

20

c/c passivi

10

scorte merci

10

obbligazioni

10

crediti e titoli

10

 

Totale

50

Totale

20

    riserva

5

    capit. netto

20

   

Totale

25

    saldo utili

5

   

Totale

50

 

 

Se tutti i dati dei due conti fossero dati di fatto oggettivi, la cifra dei saldo sarebbe anch’essa un fatto incontrovertibile oggettivo. Talune cifre sono di questo tipo: ad es., il ricavo delle merci vendute, gli interessi attivi incassati, le spese generali di lavorazione sostenute (stipendi, salari, assicurazioni), i prezzi delle materie prime, effettivamente pagate, gli interessi passivi e le perdite per insolvenze nel conto profitti e perdite; le somme dovute a terzi in conto corrente o per obbligazioni emesse; il capitale versato e le somme mandate a riserva. Ma tutte le altre cifre sono valutazioni e cioè ipotesi che l’amministratore fa intorno al valore delle diverse attività o passività elencate nell’inventario.

 

 

Le ipotesi variano a seconda della premessa dalla quale si parte.

 

 

Se si suppone che l’inventario sia compilato da un liquidatore di un’impresa la quale ha cessato di funzionare, la stima è informata a determinati criteri. In questo caso bisogna dare alle attività le valutazioni adatte ad una liquidazione; calcolare il prezzo che si può realizzare vendendo sul mercato cose le quali si ignora se potranno essere utilizzate ai fini per le quali furono costrutte; che forse dovranno essere trasformate per servire a qualche uso. Può darsi che il terreno, liberato dagli edifici che gli stanno sopra, valga come area edilizia di più di quello che valeva quando era vincolato all’uso precedente; ma è possibile che gli edifici abbiano solo valore di demolizione e che gli impianti e le macchine debbano essere venduti come rottami. Le sole scorte avranno un prezzo di mercato.

 

 

Se si suppone invece che il compilatore dell’inventario parta dalla premessa che l’impresa sia viva ed operante, farà una certa altra stima dei terreni, degli edifici, degli impianti e delle macchine. In questo caso non si ha bisogno di vendere l’impianto tutto assieme. Lo si vende, giorno per giorno, per frazioni piccolissime trapassate nel valore delle merci fabbricate, delle quali ogni unità contiene quella che si può chiamare l’usura (o deperimento) delle macchine, dell’utensile, dell’edificio, e delle altre attività deperibili, le quali vanno logorandosi durante la lavorazione. Perciò la stima che si fa delle attività è informata ad un altro criterio od almeno non è soltanto quella del prezzo che si potrebbe ricavare dalla vendita sul libero mercato. Fa d’uopo prevedere il prezzo ricavabile dalle unità piccolissime di macchine, di impianto, di edificio trasfuse nelle merci vendute e tal prezzo è dedotto, con opportuni ragionamenti tecnici ed economici, dal prezzo prevedibile delle merci che si venderanno in avvenire durante la vita della macchina che si tratta di valutare e nelle quali le macchine stesse si saranno, per lavorazione e logorio, convertite. Cotal prezzo sarà a sua volta diverso a seconda che lo stimatore considera più o meno lunga la vita dell’impresa viva ed operante. Se egli limita la sua considerazione ad 1 anno, la stima che farà delle merci vendibili, del costo loro di produzione, del reddito netto e della quota attribuibile di esso alla macchina sarà diverso da quello che farà se egli allunga il suo sguardo ad una vita di 5, di 10, di 50 anni od alla fine se egli la suppone perpetua. Mutano, col mutare delle premesse, le valutazioni.

 

 

Le premesse sono anche soggettive. Si può valutare una impresa allo scopo di soddisfare il desiderio dell’imprenditore di rendere conto a se stesso del proprio stato patrimoniale, ovvero allo scopo di rendere conto della propria gestione ai proprietari (azionisti di una società anonima o soci in nome collettivo od in accomandita) od a terzi creditori od allo stato tassatore. Ogni volta mutano i criteri di compilazione di bilancio. Il procuratore all’imposta di ricchezza mobile non accetta, sulla base delle proprie istruzioni e delle leggi che deve applicare, quasi mai criteri usati legittimamente per proprio conto dal contribuente; e nelle trattative tra le due parti, – e possono essere trattative condotte dalla finanza con le associazioni industriali, – si concordano criteri, che non sono sempre quelli seguiti nei confronti con gli azionisti e riconosciuti legittimi da periti e, occorrendo, da tribunali.

 

 

Se si sa quanto si è speso in salari, che cosa mai si può dire su quanto si è speso a titolo di deperimento impianti e macchinari? L’amministratore, il quale chiede al tecnico quanti anni la tale o tal altra macchina durerà, si sente rispondere: data la resistenza dei materiali di cui la macchina è composta, dato il lavoro che essa deve fare, il numero dei giorni all’anno e delle ore al giorno per cui deve lavorare e la velocità dei giri compiuti dalle sue ruote è prevedibile che la macchina duri 10 anni. Se la macchina è costata 100.000 lire, l’amministratore metterà da parte ogni anno 10.000 lire (ossia considererà come spesa nel conto profitti e perdite una quota deperimento di 10.000 lire) allo scopo di poter mettere insieme in 10 anni la somma di 100.000 lire necessarie per ricomperare una macchina nuova al luogo di questa vecchia, la quale dopo 10 anni avrà il valore del ferraccio di cui e composta. E l’amministratore, così operando, si metterà in pace con la sua coscienza la quale gli fa obbligo di conservare intatto il capitale esistente, non suo ma di spettanza degli azionisti. Un altro amministratore, più prudente, non si contenterà di valutare (e di accantonare) come spesa 10.000 lire all’anno; ma iscriverà 12.000 o 15.000 lire, perché pensa che, se la macchina potrà durare in stato di lavorare fisicamente per tutti i 10 anni, può darsi che dopo il settimo o l’ottavo anno essa sia divenuta antiquata a causa dell’invenzione di una nuova macchina più perfetta. Deperimento economico che si aggiunge al deperimento fisico.

 

 

Ad ogni voce patrimoniale, il medesimo dibattito si rinnova. Nel complesso, può essere ragionevole tanto una cifra di 4 come una cifra di 2 o di 6 milioni. Se si scrive 4, gli utili risultano, come nell’esempio fatto sopra, di 5 milioni, se 2, gli utili salgono a 7, se 6 gli utili scendono a 3 milioni.

 

 

All’attivo del conto patrimoniale, le scorte sono valutate 10 milioni. Si assume come criterio di valutazione il prezzo corrente delle scorte medesime (cotone o lana o carbone o filati o laminati, ecc. ecc.) al 31 dicembre, data di chiusura del bilancio? Criterio ragionevole, se il bilancio deve fotografare la situazione delle cose al 31 dicembre. Ma un altro amministratore avrebbe potuto valutare le scorte al prezzo d’acquisto effettivo che fu di 12 milioni. I conti non devono forse tener dietro ai fatti? In tal caso l’utile sarebbe aumentato da 5 a 7 milioni. Un terzo, presentando il bilancio ai soci ed azionisti al 31 marzo successivo, può credere opportuno di valutare le scorte al prezzo corrente, ancor più basso, del giorno in cui il bilancio è messo sotto gli occhi dell’interessato, che è di 9 milioni, riducendo gli utili, per questo motivo, a 4 milioni. Un quarto amministratore, infine, più prudente ancora, osservando la tendenza calante dei prezzi, prevede che quando le scorte saranno state lavorate e trasformate in filati o tessuti o rotaie, ed i prodotti finiti saranno venduti, egli ne ricaverà un prezzo ancor più basso, da non prevedersi superiore ad 8 milioni. Ecco gli utili scendere a 3 milioni.

 

 

I crediti ed i titoli esistenti in portafoglio sono stimati 10 milioni. Perché non 8 o 12 a seconda delle previsioni su fatti futuri, come il prezzo di vendita dei titoli nel giorno in cui si vorranno vendere o le insolvenze eventuali dei debitori?

 

 

A seconda dei criteri con cui è impostato il bilancio e di quelli più meno prudenti o larghi di valutazione, oscilla la cifra finale in cui tutte queste variazioni nelle stime vanno a cadere, che è la cifra degli utili. Possiamo avere scarti fra 5 milioni di lire di perdite e 10 milioni di lire di utili. E tutte le cifre diverse sono tutte egualmente vere. Nessuna è falsa per falsità oggettiva. Tutte opinabili. Quid est veritas? E se, per ipotesi assurda, esistesse in tema di finanza la verità vera converrebbe sempre dichiararla? Se l’anno si chiudesse con 5 milioni di lire di perdita, converrebbe dichiararla con scredito dell’impresa, diradando la clientela, allontanando i creditori, a causa di una circostanza che può essere transitoria? L’amministratore saggio non opererà bene, nell’interesse di tutti, degli azionisti, dei creditori, dell’impresa e quindi degli operai, sopravalutando edifici, terreni, impianti e scorte per 10 milioni e facendo così figurare un utile di 5 milioni invece di una perdita di 5? Se egli salva l’impresa, non avrà ben meritato della cosa comune? Se egli poi, in passato, aveva sottovalutato le stesse attività per la stessa cifra di 10 milioni (queste sottovalutazioni si chiamano riserve nascoste), non sarà nel suo pieno diritto oggi di riportare le valutazioni al vero, per non confessare una perdita, che pur ci fu nell’anno in corso ma che egli spera sia transitoria? Di nuovo, ubi est veritas?

 

 

Si tace qui, perché porrebbe problemi i quali dovranno essere risoluti quando le unità monetarie avranno finito di rotolare e si saranno riassestate, dell’incognita spaventosa derivante dalle svalutazioni monetarie. Una macchina della durata probabile di 10 anni e del costo di 50 mila lire può essere, in tempi di moneta stabile, ammortizzata accantonando annualmente 5 mila lire. Ma se alla fine del decennio quella macchina costerà 3 milioni, è evidente che un accantonamento di 5 mila lire non basta e sarebbe necessario accantonare annualmente 300 mila lire, e cioè una somma sei volte maggiore del prezzo nominale d’acquisto. Quando le monete ballano il ballo di San Vito, tutti i conti diventano un gioco del lotto.

 

 

Le osservazioni sin qui fatte hanno per iscopo di mettere in chiaro che la partecipazione ai profitti, il cui intendimento era di mettere pace ed armonia tra capitale e lavoro, incitando amendue a lavorare bene per crescere la torta degli utili da ripartire, in realtà può essere come il vaso di Pandora, da cui si drizzano fuori ogni sorta di serpenti velenosi. Avranno i datori di lavoro e lavoratori le medesime opinioni in merito alle valutazioni delle singole voci del bilancio? Se il datore di lavoro guarda al futuro e costruisce il bilancio con la prudenza che si addice a chi vuol conservare l’impresa viva per lunghi anni, l’operaio non avrà ragione di usare criteri propri del tempo breve, del solo anno per cui egli è chiamato al lavoro? Il domani che cosa è? Sarà l’operaio ancora al lavoro nello stesso stabilimento? Se l’anno 1944 dà un utile, perché accantonarne una parte a favore degli operai del 1945 o del 1946 o di anni ancora più lontani?

 

 

Se questa è una ragione ottima per riservare la partecipazione al nucleo degli operai anziani, affezionati all’impresa; non è motivo per negare agli operai partecipanti il diritto alla conoscenza dei criteri in base ai quali il bilancio fu compilato. Cotal diritto chiamasi controllo operaio. A un socio, ché tale è il partecipante, nonostante non partecipi alle perdite, non si può negare il diritto di vedere i conti. Ma i conti non si fanno esaminare compiuti neanche agli azionisti veri e propri. Con la spesa di poche centinaia di lire un tizio qualunque, magari l’avvocato o il fiduciario dell’impresa concorrente, acquisterebbe il diritto di penetrare entro i registri più gelosi dell’impresa, di conoscere fornitori e clienti, prezzi, costi di lavorazione, ecc. ecc. I codici commerciali non consentono diritti così estesi che potrebbero essere letali all’avvenire dell’impresa; né li si potrebbero consentire agli operai partecipanti, tra i quali si potrebbero infiltrare arnesi dei concorrenti. Tuttavia les bons comptes font les bons amis; e se la partecipazione deve poter funzionare bene, non può non accompagnarsi ad un certo grado di controllo da parte operaia. Di nuovo si palesa la condizione restrittiva che essa è qualcosa adatta ad un gruppo scelto, ad una aristocrazia degli operai, i quali conoscono i limiti della fiducia che essi devono ripone in chi amministra l’impresa e scelgono fiduciari revisori dei conti degni di fede, da cui si contenteranno di sapere, nulla chiedendo di più, se non che i conti sono stati redatti con i criteri più oggettivi e prudenti che in tale opinabile materia potevano essere adottati.

 

 

La partecipazione ai profitti non è dunque atta a risolvere problemi generali attinenti alla universalità degli operai; non è la soluzione di uno stato di guerra tra il datore di lavoro e lavoratore; ché anzi, essa per sua virtù esaspera gli attriti dai quali nasce la guerra. Essa è il coronamento di uno stato preesistente di reciproca stima e fiducia. Non crea la pace sociale; la rinsalda. È un fattore di pace, che agisce in seguito a lunghe esperienze ed a faticosa educazione economica. Imposta dal di fuori inferocisce gli animi e li eccita alla discordia; venuta su dal di dentro dell’impresa, prepara la trasformazione dei salariati in soci.

 

 

83. Problemi economici della partecipazione.

 

La conclusione si rafforza, se si bada all’aspetto economico del problema. Qui il profitto od utile dell’impresa non è più una mera cifra controversa contabile: saldo di conti. Occorre analizzare il contenuto sostanziale di quella cifra.

 

 

84. Utile (profitto) non è interesse.

 

È pacifico, anzitutto, che il saldo utile non comprende né la remunerazione corrente del lavoratore, che è lo stipendio o salario, ne la remunerazione corrente del capitale, che è l’interesse. Qui si assume la parola interesse in uno dei parecchi significati possibili: la remunerazione che sul mercato si determina per i capitali che l’imprenditore chiede a prestito da se stesso o da altri per l’esercizio dell’industria. Se la concorrenza è perfetta, questa è la remunerazione anche per i capitali già investiti. Nella misura in cui la concorrenza non è perfetta, il mercato determina la remunerazione, detta interesse, solo per i risparmi in cerca di investimento, e quelli investiti ricevono invece una rendita o quasi rendita. Sarebbe certo bene usare una terminologia meno incerta, anche per non complicare la faccenda col problema dell’interesse che non è una remunerazione, ma un semplice vincolo fra due quantità uguali, divise da un intervallo di tempo. Ai fini della presente discussione, la definizione data sopra sembra però sufficiente. Se l’impresa non riesce a pagare il salario ai lavoratori e l’interesse al capitale investito, essa non è viva né vitale. L’istituto della compartecipazione degli operai agli utili non è fatto per i morti ed i moribondi. Un’impresa, la quale non frutta al capitale almeno l’interesse che potrebbe conseguire investendosi in titoli detti di tutto riposo, in prestiti ipotecari, in cartelle fondiarie, è destinata a languire e morire. L’interesse comprende il compenso vero e proprio dell’uso del capitale, suppongasi il 3% ed il compenso per i rischi prevedibili in quel genere di impresa, suppongasi il 2 percento. Quando il 3% si ottiene depositando i propri risparmi in una cassa di risparmio, se si vuole indurre il risparmiatore a investire in una impresa industriale, la quale presenta un certo rischio di perdita e di insuccesso, bisognerà dargli una aggiunta, supponiamo il 2 percento. L’aggiunta non è un reddito propriamente detto, ma quel tanto che in media compensa il risparmiatore del rischio di perdere il capitale. Al risparmiatore resta solo netto l’interesse del 3% il supero in media per lui equivale a zero.

 

 

85. L’utile non esiste in condizioni di concorrenza.

 

Dedotto l’interesse (compenso netto del capitale più quota rischio), che cosa resta?

 

 

Fatta l’ipotesi di concorrenza, nulla. Non appena rimane un saldo residuo, se è vero che i fattori produttivi sono disponibili senza limite, che possono essere portati sul o ritirati dal mercato senza attrito, che sono mobili e divisibili, come può durare un utile? Subito nuovi imprenditori si volgerebbero verso quell’industria od i vecchi aumenterebbero la produzione, fino a che, ribassando i prezzi, l’utile scompaia. Neppure l’imprenditore potrebbe, in regime di concorrenza, ottenere una remunerazione superiore al salario normale per il lavoratore a cui sia affidata la direzione e gestione dell’impresa. Né più né meno come il salario per ogni altro lavoratore. Il profitto dell’imprenditore è un vero salario che il mercato determina al livello sufficiente a rendere l’offerta di quel particolare genere di lavoro, detto direzione dell’impresa, uguale alla domanda.

 

 

La partecipazione degli operai ai profitti non è mezzo adatto per diminuire l’interesse del capitale, né il compenso dell’imprenditore. Mezzi adatti sono, a scemare l’interesse, tutti quelli che giovano a crescere la produzione del risparmio (moneta stabile, sicurezza, giustizia, rispetto dei contratti), a diminuire i rischi dell’impresa; sono tutti gli strumenti che scemano la incertezza nel funzionamento del meccanismo economico (stabilità degli ordinamenti giuridici, assenza di arbitri e di favoritismi ecc.). Mezzi adatti a scemare il compenso degli imprenditori sono le scuole offerte a tutti, le borse di studio assegnate ai giovani volonterosi, la possibilità di aspettare a chi si sente di salire. Soltanto ciò può rendere meno rara la merce «imprenditore» e scemarne il prezzo, ossia il compenso.

 

 

Data una certa produzione di risparmio e una certa offerta di imprenditori, i saggi di interesse e di compenso del lavoro d’impresa sono quelli che sono. Ma, se esiste concorrenza, il profitto non esiste. Non esiste quindi possibilità di partecipazione degli operai ad un profitto inesistente. Vacuus cantabit contra latronem viator.

 

 

86. L’utile da monopoli artificiali.

 

Se profitto esiste, ciò accade in primo luogo, come fu spiegato nella lezione introduttiva, perché dazi doganali, contingenti, privilegi di appalto, limitazioni al sorgere di nuove imprese ed all’entrata nel mestiere, brevetti, danno luogo a monopoli artificiali pieni o parziali (cartelli, consorzi, trusts e simili). Ma in tal caso quell’utile è dannoso alla collettività. Scema la massa dei beni e servigi messi a disposizione degli uomini; e la minor massa è più disugualmente ripartita.

 

 

Una eventuale divisione del profitto da monopolio tra datore di lavoro e lavoratore equivarrebbe dunque alla divisione del bottino tra i ladroni. Socialmente la partecipazione dei lavoratori ai profitti di monopolio è dannosa perché interessa, oltre ai datori di lavoro, i lavoratori a spogliare la collettività dei consumatori. Altra via non v’è, per fare l’interesse dei più, fuor di sopprimere quel profitto abolendo le cause che vi diedero origine e che derivano da un atto del legislatore. Questi, che ha istituiti i dazi, li può abolire. Può modificare, ad esempio, la legge sui brevetti industriali, abolire le limitazioni al sorgere di nuove imprese. E così via.

 

 

87. L’utile da monopoli naturali.

 

Non ripeto cose già dette e note, intorno ai monopoli che hanno cause, dette naturali, perché non dipendenti da un atto positivo dal legislatore. È il caso delle ferrovie, delle tranvie, del gas luce, delle forze elettriche, delle aree edilizie, degli impianti con unità di grandi dimensioni non – divisibili ecc. ecc. Qui è più difficile trovar modo di eliminare il profitto; e la discussione verte sulle diverse maniere di statizzazione, municipalizzazione, enti autonomi, imprese delegate, così da scegliere quei tipi che meglio giovino a conseguire i due scopi della riduzione dei costi al minimo (in che si comprende non solo la riduzione dei costi di produzione dei prodotti noti, ma anche la «invenzione» dei prodotti nuovi) e della vendita ad un prezzo uguale ad un costo marginale tendente al minimo. Non sembra sia agevole scoprire sistemi di gestione pubblica i quali siano adatti a conseguire questi due fini contemporaneamente. Non ha importanza alcuna il fatto – che è un puro fatto bruto che può avere significati diversissimi – che l’impresa pubblica non ottenga profitti dove l’impresa privata sì. Se l’impresa pubblica produce al costo 10 e vende a 10, senza conseguire alcun profitto, laddove quella privata produce al costo di 8 e vende a 9, il profitto 1 è ottenuto senza danno, anzi con vantaggio dei consumatori, i quali guadagnano 1. In questo caso il profitto può essere oggetto di compartecipazione operaia, senza che con ciò si possa a costoro rimproverare di aver parte ad alcun guadagno monopolistico a danno dei consumatori.

 

 

Più grave è la discussione intorno al punto: trattasi, nei casi di consorzi, accordi, cartelli, trusts tra imprenditori, di veri casi di monopolio o meglio di oligopolio, intesi a conseguire veri e propri guadagni monopolistici, ovvero di strumenti, i quali assumono l’apparenza monopolistica, allo scopo di conseguire nei brevi periodi iniziali la possibilità di sormontare le perdite conseguenti alla necessità di lanciare nuovi prodotti, di esperimentare nuovi sistemi produttivi?

 

 

Se la sopravvivenza nella lotta economica impone che nei successivi:

 

 

tempi

I

II

III

situazione

si osservino i prezzi

10

8

6

A

invece che i prezzi variabili

da 11

a 7

da 9

a 5

da 8

a 4

B

 

 

i quali ultimi conseguirebbero ad un sistema di imprese concorrenti nel significato della concorrenza vera e propria;

 

 

  • e se la situazione B possa di fatto considerarsi come una situazione storicamente assurda, perché la lotta stremerebbe le imprese concorrenti nel tempo primo siffattamente da non consentire loro il tempo ed i mezzi di attuare quelle invenzioni di nuovi prodotti e di nuovi sistemi a cui esse intendono; di modo che non si possa comprendere con quali mezzi esse od altre imprese si troverebbero in grado di iniziare nel tempo secondo altre trasformazioni nell’offerta dei prodotti e nella struttura dei modi di produrli; e tanto meno ciò accadrebbe nel tempo terzo.
  • se, cioè, nella situazione A, grazie ad accordi tra imprese concorrenti od a manovre strategiche da parte dei più forti (segreti, brevetti, minacce di svendita in parte attuate ecc.), il prezzo si mantiene nel tempo relativamente costante intorno al livello 10, il quale consente un guadagno superiore a quello normale;
  • tale prezzo deve essere considerato un prezzo di monopolio; e devesi paragonare il prezzo 10 costante del tempo primo in regime di accordi a quello da 11 a 7, in media «più basso», che si sarebbe avuto in regime di concorrenza nel medesimo tempo; o non invece a quello 8 che si stabilisce nel tempo secondo e 6 nel tempo terzo, prezzi la cui esistenza effettiva fu l’effetto del mantenimento dei prezzi 10 ed 8 nei due tempi precedenti?

 

 

Domande alle quali non è agevole rispondere; e che lasciano permanere nella mente dell’osservatore un dubbio intorno alla effettiva natura di molti di quelli che si chiamano guadagni di monopolio. Sono essi veri e propri guadagni di monopolio che dovrebbe essere compito del legislatore di far scomparire, ovvero premi di assicurazione contro il rischio delle innovazioni industriali? In questo secondo caso l’indagine si sposta allo studio del problema discusso ulteriormente (vedi paragrafi 88 ed 89).

 

 

88. L’utile da rischi imprevedibili.

 

Si raggruppano in questa sezione i rischi i quali, per la loro imponenza e la loro relativamente scarsa frequenza, non sono oggetto normale di assicurazione presso imprese esercenti anche le branche più rare di assicurazione: guerra grossa, rivoluzioni sociali, svalutazioni e rivalutazioni monetarie aventi dimensioni eccezionali; rischi per cui è difficile trovare assicuratori persino nella cerchia dei Lloyds di Londra, dove notoriamente esistono persone o gruppi di persone pronte ad assumere a proprio carico i rischi più impensati.

 

 

Questi guadagni sono forse quelli i quali nei tempi recenti hanno maggiormente attirato l’attenzione pubblica ed hanno fatto pensare alla convenienza sociale di chiamare gli operai a parteciparvi. Essi sembrano avere le seguenti caratteristiche:

 

 

  • di essere, quando si verificano, imponenti;
  • di essere localizzati presso un numero ristretto di persone fisiche e giuridiche; speculatori avvertiti, faccendieri interponentisi fra privati bisognosi di permessi, autorizzazioni, assegni di valute, di contingenti di importazione di materie prime, e di esportazione di prodotti nazionali, di autorizzazioni a nuovi impianti e le autorità pubbliche incaricate di distribuirle; imprese particolarmente bene situate per profittare dei rivolgimenti pubblici sociali ed economici;
  • di essere apparentemente diffusi nella generalità ed invece in realtà concentrati presso pochi. Se, in seguito a svalutazione monetaria, i prezzi salgono, tutti sembrano essere avvantaggiati da salari stipendi profitti più vistosi. In realtà, sono beneficiati solo coloro i quali riescono a vendere i loro prodotti ed i loro servigi ad un prezzo proporzionatamente cresciuto di più di quanto sia cresciuto in media il prezzo dei prodotti e dei servizi che essi ordinariamente erano e sono soliti ad acquistare; e costoro sono quei pochi che già si disse sopra: speculatori, intermediari ed imprese industriali, agricole e commerciali venditrici di prodotti a prezzi cresciuti più dell’ordinario.

 

 

È chiaro che dovendo rispondere alla domanda quale sia la economica da osservare dallo stato rispetto a questi guadagni, la sola risposta logica è far quel che si possa per eliminare le cause le quali danno origine ai guadagni medesimi. Sicché questi non presentano interesse rispetto alla partecipazione ai profitti degli operai. Sembrerebbe anzi dannoso creare negli operai una qualsiasi aspirazione a partecipare ai guadagni tanto contrastanti con il vantaggio collettivo.

 

 

Per lo più la partecipazione non potrebbe aver luogo, non essendo speculatori, intermediari e faccendieri propensi ad impiegare in numero apprezzabile lavoratori; e se avesse luogo in talune grosse imprese creerebbe una classe di privilegiati tra i lavoratori, oggetto di invidia e di inquietudine per i dipendenti dalle più numerose imprese disadatte a prender parte alla baldoria dei prezzi.

 

 

89. L’utile da variazioni nell’organizzazione e nella struttura dell’impresa.

 

Rimane quella che è la sola fonte permanente di profitti, la sola la quale sia conforme all’interesse collettivo. Se l’imprenditore:

 

 

  • sa vedere, nell’infinita varietà delle pseudo-invenzioni offertegli, quelle le quali in verità consistono nel mettere sul mercato prodotti nuovi corrispondenti ad una domanda potenziale capace di voltarsi in effettiva (vetture automobili, grammofoni, frigoriferi, radio ecc. ecc.) o nell’introdurre nuovi o più perfezionati metodi tecnici di produrre o di vendere merci antiche o nuove;
  • sa intuire le variazioni dei gusti della clientela vicina o lontana, attuale o futura;
  • sa scegliere, meglio di altri, i suoi collaboratori, gli impiegati e gli operai; e sa organizzare e dirigere meglio il lavoro;
  • sa apprezzare i suoi collaboratori in guisa da far fare ad essi la carriera più adatta alle loro attitudini; sa risvegliare lo spirito di emulazione ed insieme di collaborazione; sa distribuire i premi in guisa che la diversità di essi sembri a tutti rispondente a giustizia; sa ricreare nel suo stabilimento la gioia del lavoro e con incoraggiamenti alle famiglie provviste di figliolanza, con asili e scuole, con opere sociali varie, con la costituzione di case operaie, creare un ambiente siffatto da migliorare e crescere la produzione;
  • sa creare simpatie tra sé ed i clienti, in modo da procurare la formazione di quella particolare invisibile ricchezza che dicesi avviamento (vetrine invitanti, commessi gentili, consegna a casa, cambio volenteroso e pronto di merce non perfetta ecc. ecc.);
  • sa usare mezzi strategici di accordi, invece che di lotta, con i concorrenti, atti a conservare, per brevi tratti di tempo, costanza ai prezzi e ad accumulare riserve convenienti a compiere un nuovo passo sulla via dei perfezionamenti tecnici e delle innovazioni e quindi della riduzione dei prezzi in un secondo tempo; e questa politica segue senza urtare contro la opinione pubblica;
  • costui, usando questi ed altri mezzi, che la sua fantasia creatrice gli additerà meglio di quel che altri possa descrivere in libri compilati in base all’esperienza del passato, guadagnerà profitti.

 

 

Sono questi profitti ripartibili con collaboratori, impiegati e operai? La risposta pare affermativa ed è subordinata, affinché si dia luogo alla creazione di un istituto permanente, alla sola condizione che la partecipazione agli utili degli operai sia essa stessa uno dei fattori di creazione dei profitti che si vogliono ripartire.

 

 

Essere questo fattore vuol dire:

 

 

  • che i partecipanti non temano dalla partecipazione alcuna conseguenza sfavorevole alle dimensioni del loro salario o stipendio normale;
  • che essi non temano dalla partecipazione medesima alcuna conseguenza sfavorevole alla loro mobilità ed indipendenza morale rispetto all’impresa;
  • che essi siano incoraggiati dalla partecipazione ad interessarsi meglio del lavoro che loro è affidato e a sentirsi parte operante dell’impresa, sì da assumere eventuali iniziative di proposte e suggerimenti;
  • che essi abbiano fiducia nella dirittura morale dell’imprenditore; sicché quando i fiduciari da essi medesimi scelti li assicurano che i conti redatti dall’impresa corrispondono al vero, non chiedano più in là, consapevoli che il successo dell’impresa può essere subordinato al mantenimento di segreti rispetto al pubblico, ai concorrenti ed ai dipendenti medesimi.

 

 

Le condizioni ora enunciate non possono essere soddisfatte dalle maestranze in genere ma da quella parte soltanto di esse che la permanenza in una impresa per un certo tempo minimo, il riconoscimento dei compagni, le mansioni coperte, hanno elevato al disopra del mero avventizio, dell’impiegato ed operaio casuale, e cioè solo dal nucleo più o meno ampio dei collaboratori, dal più umile al più elevato in grado, dell’imprenditore. Tutto ciò sembra anche significare che la partecipazione agli utili non può essere il risultato di una norma legislativa obbligatoria, necessariamente generale ed uniforme e probabilmente feconda solo di attriti, discordia e cresciuta instabilità sociale, ma, se vuole essere permanente, deve il frutto di uno spirito di collaborazione e di aperta discussione, il quale non può avere radice se non in un clima di liberi volontari esperimenti.

 

 



[1] Questa parte fu edita in litografia, in-4° grande, col nome dell’insegnante, in pp. 15 + 84 + 2 c. n. n. a cura del Campo universitario italiano della Università di Losanna (ma in unione al campo di Ginevra e col concorso del «Fonds européen de secours aux étudiants») dall’Ufficio dispense, Losanna 1944. Il capitolo primo di detta parte fu anche pubblicato, nello stesso formato ed a cura dello stesso Campo universitario di Losanna col titolo dell’indice e col sottotitolo «Lezione introduttiva al corso di politica economica tenuta all’Università di Losanna il 24 marzo 1944»; pp. 15, Losanna 1944.

[2] Gli studenti italiani hanno la fortuna di poter leggere, se in qualche biblioteca del paese che li ospita riescono a trovarla, la migliore guida che si possegga oggi, tra quelle che ci offre la letteratura scientifica non solo italiana ma straniera: l’Introduzione alla politica economica del prof. COSTANTINO BRESCIANI-TURRONI (seconda ed., Torino 1943). Occorre, nel leggerla, usare lo stesso metodo che si deve osservare per qualunque libro di scienza: ossia affrontarlo con la dovuta umiltà di spirito, quella che si usa nell’imparare i principi del calcolo o della meccanica razionale; nel caso presente liberando la propria mente da qualunque preoccupazione derivante dalla consueta letteratura deteriore, propagandistica, da qualunque parte la propaganda venga ed il cui solo frutto è quello di fare strage nella attitudine aperta che i giovani debbono avere ed hanno quando si tratta delle materie che fanno parte del loro curriculo tecnico di studi. Un altro libro, che forse si potrà trovare in una traduzione italiana o francese, e che merita di essere consigliato, è quello dell’olandese PIERSON, Problemi fondamentali di economia e di finanza (Torino, trad. it. verso il 1900). È consigliabile omettere, leggendo, le appendici allegate dal traduttore italiano, non perché non siano ottime, ma perché pare inutile studiare in un primo momento problemi italiani quali si presentavano verso il principio del secolo.

[3] La semplificazione implicita nell’uso degli strumenti di indagine accolti dagli economisti appare lecita in quanto questi strumenti sono definibili, in quanto cioè di essi si possono dare connotati abbastanza ben precisabili. La concorrenza ed il monopolio, così come sono definiti nel testo, ed altri simili come oligopolio, possono essere qualificati con gli aggettivi molti, non troppo dissimili, uno solo, unilaterale, o bilaterali ed altrettali. Vi sono invece altri schemi dei quali si parla molto, e vengono fuori spesso nei discorsi e nelle discussioni, come capitalismo, proprietà privata, proprietà collettiva, proletariato, borghesia e simili, i quali sono del tutto inservibili nella investigazione scientifica, non hanno mai condotto ad alcuna conclusione seria e perciò devono essere abbandonati ai dilettanti. La ragione della inservibilità sta nell’impossibilità di poter definirli in modo univoco e tollerabilmente precisabile. Un utile esercizio sarebbe quello di tentare di dare definizioni precise di questi altri concetti assai divulgati.

[4] Ma teoricamente potrebbe essere un ministro della produzione in uno stato collettivistico. PARETO e più largamente dopo di lui, il colonnello ENRICO BARONE, professore di economia politica nella facoltà economica di Roma, aveva dimostrato che il ministro della produzione, se vuole davvero raggiungere il risultato del massimo di produzione e di ofelimità (utilità economica) per la collettività, deve seguire né più né meno le regole che la teoria stabilisce per il caso della concorrenza. Leggere del primo il Cours d’économie politique, professato all’Università di Losanna (tradotto in italiano, Torino 1943), e del secondo il saggio Il ministro della produzione pubblicato originariamente nel «Giornale degli economisti» ed ora in «Saggi», e tradotto in inglese e francese nel volume di VON HAYEK, Economic Collectivist Planning (London e Paris). Le difficoltà che il ministro della produzione incontrerebbe per risolvere il problema del massimo che l’economia di concorrenza risolve automaticamente sono pratiche e di fatto insormontabili. leggere la dimostrazione che di ciò dà il BRESCIANI nel volume sopra citato.

[5] Non meraviglia che un grande filosofo, l’Hegel, colpito dallo spettacolo del mondo economico dominato dalla concorrenza nel quale si ottengono risultati che paiono miracolosi di massima produzione e di conformità ai contributi forniti dai singoli fattori di produzione, esclamasse: «Tutta questa moltitudine di atti apparentemente slegati e senza guida è tenuta insieme da una necessità che automaticamente interviene. Scoprire questa necessità è oggetto dell’economia politica, la quale è una scienza che fa onore al pensiero, perché trova le leggi di una massa di casi. È un interessante spettacolo il vedere come ogni cosa sia connessa all’altra e reagisca nell’altra, come le particolari sfere di azioni si raggiungano e influiscano nelle altre e da esse siano promosse e ingrandite. Questa concatenazione ella quale a prima vista non si crede, perché tutto sembra lasciato all’arbitrio del singolo, è oltremodo naturale e rassomiglia al sistema planetario, che all’occhio mostra soltanto movimenti irregolari; ma le cui leggi possono tuttavia essere conosciute». Riconoscimenti cosiffatti della bellezza della scienza economica provenienti da un grande pensatore in un’epoca in cui essa era ancora giovane possono consolare delle accuse provenienti dai laici.

[6] Se taluno degli studenti ha conoscenza della lingua inglese, non raccomanderò mai abbastanza la lettura, anzi lo studio attento del Common Sense of Political Economy del WICKSTEED recentemente ristampato a Londra, con un’introduzione del prof. Robbins. Un imperfetto surrogato di esso, imperfetto non per il valore dell’opera ma esclusivamente a causa della data (1884) della pubblicazione, è quel gioiello che ha per titolo Principii di economia politica di MAFFEO PANTALEONI. A coloro che volessero risalire più addietro, sono da segnalare i Principii, riesumati dopo molti anni da manoscritti e dispense litografiche, di FRANCESCO FERRARA (Zanichelli, Bologna), i quali danno un’idea di quello che era la nostra scienza in un momento in cui l’idea della «libertà» infiammava gli spiriti degli uomini anche nel campo scientifico.

[7] La legislazione lascia fuori del proprio campo quello che gli inglesi chiamano il submerged tenth, il decimo sommerso degli incapaci, dei costituzionalmente deboli, dei deficienti, dei criminali, dei vagabondi, degli oziosi. Qui non servono minimi, e non si fanno conquiste. La carità, l’educazione, la beneficenza, i riformatori, le case di salute debbono essere chiamati a raccolta per ridurre progressivamente il decimo ad una ventesima, ad una cinquantesima parte della società. Indagini recenti proverebbero che già si è in molti paesi al disotto del decimo. È significativo il fatto che Lord Beveridge, dopo avere scritto i due noti volumi sui metodi di intervento coattivo dello stato, intitolati l’uno Report on Social Insurance and Allied Services, del novembre 1942, e l’altro Full Employment in a Free Society, del novembre 1944 (trad. it., Torino 1948), abbia ritenuto necessario pubblicare quest’anno un terzo volume intitolato Voluntary Action, il quale illustra l’opera volontaria delle varie forme di carità e filantropia, volte in parte anche alla salvezza del decimo sommerso. [Annotazione apposta dal curatore della presente edizione nel dicembre 1948].

[8] Entrambi tradotti nella quarta e nella quinta serie della «Biblioteca dell’economista», con un’appendice tradotta nella «Nuova collana di economisti».

[9] Allo scopo di chiarire grossolanamente le idee, si può dire che i 40 scellini di cui si parla come di pensione o sussidio che sarebbe la base finale nel piano Beveridge corrisponderebbero all’incirca a 24 lire italiane ante-1914, circa 100 lire al mese. Nessuno può dire a quante lire correnti equivalgono ora le 100 lire ante-1914. Con le debite amplissime riserve, si può forse dire che esse corrispondono, per grandissimo circa, a 200 franchi svizzeri attuali (1944). E questi paiono bastevoli a mantenere in Svizzera, strettamente ma decentemente, la coppia indicata.

[10] Chi parla, ricorda sempre l’esempio di un vecchio, divenuto quasi immobile per gli acciacchi della vecchiaia, oggetto di compassione per gli altri e di avvilimento per se stesso. Ma il vecchio improvvisamente ricominciò a camminare e, nei giorni di festa, ripercorse la lunga strada che lo portava alla chiesa del villaggio ed ogni mese si recava all’ufficio postale. Era accaduto che la morte di uno dei figli nella grande guerra gli aveva fatto assegnare una modestissima pensione. Ma questa bastò per farlo ridivenire un uomo; per essere onorato e curato dai parenti e dai vicini e per vivere ancora assai anni vegeto e non inutile a sé ed agli altri. Né l’esempio fu l’unico; ed a chi sappia guardare, si ripete particolarmente per le vecchie vedove, non più derelitte e spregiate dalle nuore. Leggasi, purtroppo in un numero del tempo dell’Italia occupata dal nemico («Corriere della sera», 22 aprile 1944), un articolo (La nuova padrona di Giovanni Comisso) sulla sorte riservata alle contadine divenute vedove.

[11] Per quegli studenti i quali ne avessero la possibilità, si raccomanda la lettura delle opere seguenti:

 

  • G.SAINT-LEON MARTIN, Histoire des corporations d’arts et métiers.
  • ARMANDO SAPORI, Saggi di storia economica medioevale (per il tempo di fioritura delle corporazioni).
  • DAL PANE, Raccolta di documenti sul tempo della decadenza ed abolizione delle corporazioni in Italia (Ispi, Milano).
  • SIDNEY e BEATRICE WEBB, Storia del Trade-unionismo inglese e La democrazia industriale (nella quarta e quinta serie della «Biblioteca dell’economista», con appendice alla «Storia», nella «Nuova collana di economisti»).
  • ROBERTO MICHELS, Storia del movimento operaio e del movimento socialista in Italia.
  • RIGOLA, AZIMONTI, RIGUZZI, Opere varie sulla storia del movimento operaio in Italia, edite da Laterza (Bari) e dai Problemi del lavoro, Milano.
  • EINAUDI, Le lotte del lavoro (edite da Gobetti, Torino).

 

Si chiede venia, se non potendo citare i libri dopo controllo diretto, i titoli dovettero essere indicati approssimativamente.

[12] A chiarimento della affermazione fatta nel testo, si osservi che un qualunque ordinamento sociale ed economico si può studiare da due punti di vista.

 

Quello della sua formulazione scritta nei testi legislativi. Ad esempio, la carta del lavoro italiano del 1926 e le leggi connesse per quel che riguarda l’ordinamento corporativo italiano, la costituzione ultima delle repubbliche socialiste sovietiche russe, i progetti di falanstero compilati da Fourier. Questi documenti possono essere importanti per il giurista, il quale voglia esporre, ricostruendoli sistematicamente, i diversi sistemi deliberati dal legislatore (fascistici italiani o comunistici russi), od immaginati dal riformatore (Fourier). Lo studio di questi documenti può interessare il cultore di diritto pubblico, curioso di sapere in qual modo talun riformatore (Fourier ad es.) si propone di ricostruire il mondo, od in qual altro modo taluni gruppi di governanti (fascisti o comunisti) mettevano per iscritto la formula (Mosca) o il mito (Pareto) che ad essi appariva conveniente predicare allo scopo di guidare i governati ai fini, di solito ben diversi, della loro azione concreta. Quei documenti servono scarsamente ad interpretare una data realtà storica e sono di quella realtà spesso una raffigurazione volutamente addestrata. Più che per l’interpretazione della realtà essi servono all’interpretazione delle motivazioni pubbliche, esteriori, apparenti della realtà medesima, con la quale essi non hanno per lo più niente a che fare. Vedemmo nel capitolo precedente (terzo) come la formula dell’associazione sindacale corporativa italiana fosse la volontarietà con rappresentanza e come la realtà fosse invece l’obbligatorietà senza rappresentanza; questa seconda, ossia la realtà, è il solo oggetto di studio della scienza.

 

Per ciò, nello stesso modo come non interessa alla scienza lo studio della legge sindacale corporativa italiana o quello della costituzione scritta russa che non furono applicate e sono costruzioni astratte e non realtà viva ed è invece oggetto di studio scientifico la costituzione inglese o quella americana o lo statuto italiano del 1848, perché quelle tradizioni (costituzione inglese) o quei documenti (costituzione americana, 1787, e statuto italiano, 1848) durano o durarono specie trasformandosi lungo il loro operare; così non possono formare oggetto di studio scientifico i tanti progetti di commissioni interne volte a dare all’operaio il senso della gestione dell’impresa se non nella limitatissima misura nella quale quei progetti ebbero un primo inizio di applicazione; e formano invece oggetto di studio le applicazioni svariate dei concetti di partecipazione ai profitti, di azionariato operaio, di cooperative di produzione; perché queste applicazioni sona fatti reali, accaduti in passato o operanti al presente. L’esperienza fatta consente di esaminare come in verità gli uomini si siano comportati nel tentativo di attuare la formula, quali reazioni il tentativo abbia suscitato, quali effetti si siano ottenuti. Il ragionamento può analizzare quei fatti e quelle reazioni e quegli effetti nello stesso modo come analizza un fenomeno fisico od una reazione chimica. L’economista, come suole, sulla base di quella analisi può dire al politico: se vuoi raggiungere l’effetto a, comportati in tale modo, se vuoi raggiungere l’effetto b comportati in tale altro modo; e può dir ciò basandosi sull’analisi di fatti realmente accaduti, del comportamento effettivo dell’uomo dinanzi alle scelte a lui offerte e non su utopistici pronostici dei risultati di congegni immaginari descritti in certi documenti o libri e mai più veduti nella realtà.

[13] È di un’ampia letteratura, della quale si ricorderanno qui soltanto alcuni dei titoli più significativi:

 

Esiste innanzi tutto in Francia sino dal 1879 una Société pour l’étude pratique de la participation aux bénéfices, la quale pubblica sin dal medesimo anno una rivista trimestrale intitolata «Bulletin de la participation aux bénéfices», in cui sono riassunti periodicamente i risultati delle esperienze le quali si vanno facendo del sistema in Francia e negli altri paesi industriali del mondo.

 

Tra i libri vanno ricordati:

 

VICTOR BOHMERT, La participation aux bénéfices, Ètude pratique sur ce mode de rémunération du travail, traduit par Albert Trombert, Chaix et Guillaumin, Paris 1888. Tradotto anche in italiano in una edizione di Dumolard

 

ALBERT TROMBERT, La participation aux bénéfices, exposé des différentes méthodes adoptées, pouvant servir de guide pratique pour l’application du régime, Chaix, Paris 1924.

 

DAVID F. SCHLOSS, I metodi di rimunerazione del lavoro. Tradotto dall’inglese all’italiano nella «Biblioteca dell’economista», serie quarta.

 

Questi documenti e libri consentono di ricorrere a più ampia letteratura di inchieste e statistiche in materia, specialmente francesi, inglesi ed americane.

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