Tratto da:

Rivista di storia economica

Di due investimenti di capitali nel tempo dal 1863 al 1937

«Rivista di storia economica», III, n. 4, dicembre 1938, pp. 339-342

 

 

 

Non accade spesso che i suggerimenti di approfondire problemi intorno ai quali per lo più si discorre con avventatezza di affermazioni arbitrarie siano accolti, se l’approfondimento richiegga fatica e non sembri promettere frutto immediato di conclusioni “nuove”. Quando perciò l’anno scorso, noiato dalle consuete chiacchiere intorno ai “pingui” frutti raccolti dall’una o dall’altra categoria di capitalismi, che vuol poi dire dall’una o dall’altra specie di investimenti di capitali, pubblicai qui, segnalando i metodi da seguire all’uopo, talun suggerimento di indagini precise in proposito, non confidavo troppo nel successo dell’invito. La lettura della “Storia di un investimento di capitale” pubblicata dapprima nella “Rivista italiana di scienze economiche” ed ora raccolta in opuscolo (di pp. 32, Bologna, Zanichelli, 1938) dimostra che il pessimismo era infondato. Giulio Capodaglio, il quale ha voluto cortesemente ricordare il mio spunto, ha dato, con questo studio su “La società italiana per le strade ferrate meridionali (1862 – 1937)”, un buon contributo alla storia degli investimenti di capitale in Italia. La società delle meridionali è classico esempio di quanto valgano l’ardimento, la tenacia e la prudente amministrazione. Fondata nel 1862 superò difficoltà grandissime nella sua lunga vita e, venuto meno, col passaggio allo stato nel 1905 dell’esercizio delle ferrovie, lo scopo suo iniziale, ha saputo trasformarsi, sì da rimanere tra le prime nell’arringo delle grandi società italiane per azioni.

 

 

La lunga vita delle “Meridionali” consentì al Capodaglio di porsi il quesito: quale il saggio di frutto del capitale investito in quell’impresa? Poiché la risposta è possibile solo se il problema è posto con precisione, l’a. suppose:

 

 

  • che l’azionista, del quale si vuole seguire la sorte, sottoscrivesse una azione l’1 gennaio 1863;
  • che egli reinvestisse, ai prezzi di volta in volta correnti, tutte le somme riscosse a titolo di interessi, dividendi e quote di ammortamento, in altre azioni della medesima società;
  • che egli partecipasse alle successive emissioni di azioni offertegli in opzione, rivendendo le azioni sottoscritte al prezzo corrente e lucrando la differenza fra il prezzo di opzione ed il prezzo corrente; e nuovamente reinvestisse il lucro in altre azioni;
  • che, in caso di rimborso, per estrazione a sorte, delle sue azioni, egli conservasse le cartelle di godimento ricevute, reinvestendone i dividendi in azioni supplementari.

 

 

Tizio, il quale ha versato così 500 lire l’1 gennaio 1862 e non ha mai nel frattempo consumato un centesimo dei redditi ricevuti, possiede perciò al 31 dicembre 1937 un certo numero di azioni e di cartelle di godimento. Le vende al prezzo corrente ed incassa una data somma di denaro.

 

 

L’investimento è chiuso e si possono fare i conti. Ridotte le 500 lire iniziali e le x lire terminali alla medesima unità monetaria (lire – oro prebelliche, quali furono regolate dalla legge 24 agosto 1862 n. 788), il confronto tra le due quantità monetarie consente di concludere qualcosa intorno al saggio di investimento ottenuto nei 76 anni intercorsi?

 

 

Il procedimento è logico e dal punto di vista del risparmiatore è il solo fornito di significato, Possono mutare le date iniziali e terminali; ma nessuno può affermare che il tale o tale altro investimento abbia fruttato o frutti il 4 o il 5 o il 10 per cento, se il ciclo dell’investimento non è chiuso, e se i dati di riferimento non sono omogenei.

 

 

Per investimento “chiuso” si intende quello nel quale l’intiera somma investita ed i frutti relativi capitalizzati sono disinvestiti e ridotti in moneta corrente. Per dati “omogenei” si intendono importi ridotti da lire correnti in ogni successivo momento in lire a peso oro costante (lire oro prebelliche come sopra definite) secondo il rapporto legalmente tra esse intercorrente (ed indicato nella colonna c della tabellina ed inoltre 6,21 al 31 dicembre 1937).

 

 

Non tutti gli azionisti delle “Meridionali” sottoscrissero all’origine. Molti entrarono in seguito. Il Capodaglio indagò medesimamente quale sia stata la sorte dell’azionista il quale abbia acquistato un’azione al primo gennaio dell’anno iniziale dei successivi decenni: 1873, 1883, 1893, 1903, 1913, 1923 e 1933. Passo sopra ai particolari tecnici del calcolo e do i risultati finali:

 

 

I risultati sono conformi al dettato del buon senso. Nonostante impressioni divulgate, non v’ha ragione perché l’investitore medio, il cosidetto buon padre di famiglia, desideroso di investimenti sicuri ed alieno da alee speculative ottenga risultati diversi da quelli che la bella tabellina Capodaglio ci rivela. Vi è contraddizione fra il desiderio di essere classificato nel gruppo dei “bonus pater familias” nel senso ora detto ed il desiderio di un reddito superiore a quelli della tabella. In verità un frutto medio effettivo in moneta buona del 4 per cento lungo tre quarti di secolo è meta che a pochissimi risparmiatori è dato toccare. Nessuno degli investitori venuti poi giunse a tanto, salvo colui che per miracolo investì nel 1923 quando i corsi delle azioni erano bassi per le conseguenze ancora perduranti della guerra e della psicosi post – bellica e vendette nel 1937 a cose assai migliorate. Se fosse possibile, un’altra indagine sarebbe istruttiva: quanti investirono nel 1913, allo 0 e tre ottavi per cento e quanti, avendo investito nel 1923, lucrarono il 9 per cento? Il buon senso direbbe che pochi furono i fortunati del 1923 e assai più i disgraziati del 1923; ché i molti comprano a prezzi alti e vendono a prezzi bassi; laddove pochi (in numero, sebbene necessariamente per uguali quantità) operano in senso contrario.

 

 

Sarebbe stato più fortunato il nostro investitore se, invece di acquistare azioni delle “Meridionali”, avesse investito il suo in un titolo di tutto riposo, come la vecchia rendita italiana 5, poi 3 e mezzo per cento? Operando con gli stessi criteri, il Capodaglio ha risposto con la seguente tabella.

 

 

La differenza fra i due tipi di investimento è agevolmente spiegabile: l’acquirente della rendita 5 e 3 e mezzo per cento soffrì in pieno le conseguenze delle svalutazioni monetarie belliche e post – belliche, laddove l’azionista delle “Meridionali”, possessore in parte di attività reali (prima impianti ferroviari ed ora sovratutto elettrici) riuscì a neutralizzare parzialmente le svalutazioni monetarie con gli aumenti del valore nominale delle attività possedute. Le svalutazioni monetarie pur non recandogli, salvo all’investitore del 1923, alcun vantaggio positivo, non furono per lui causa di danno comparabile a quello sofferto dall’investitore in titoli a reddito fisso.

 

 

Le svalutazioni monetarie sono dunque strumento di annullamento o di riduzione al minimo del reddito del capitale? Al quesito storico è forse impossibile dare una risposta adeguata. Occorrerebbe compiere scandagli, chiusi entro periodi storici a moneta stabile. Esistono siffatti periodi? Ed è possibile isolare il fattore “variazioni dell’unità monetaria” dagli altri fattori influenti in proposito?

 

 

Dubito. Ma un’ipotesi può essere azzardata: se davvero si verificasse per un periodo abbastanza lungo di tempo e su un mercato abbastanza vasto il miracolo di una unità monetaria stabile, il saggio di interesse discenderebbe, a cagione della presenza di altri fattori politici economici e sociali, inscindibili da quello della stabilità monetaria, a limiti così bassi, che il cosidetto “capitalismo”, nei limiti in cui sia definito come tipo di organizzazione economica atta ad assicurare un interesse al capitale puro, potrebbe reputarsi tramontato.

 

 

Se il capitale riesce ancora “talvolta” a giungere al 4 per cento per certe azioni ed al 2 e mezzo per talune rendite di stato, i capitalisti debbono forse ringraziare di tanta larghezza proprio quel fattore delle svalutazioni monetarie (assunto come indice di tutti i fattori cospiranti e connessi con le svalutazioni) di cui a primo tratto essi han ragione di avere tanta paura? In un mondo, cioè, in cui la sicurezza del metro monetario – ed insieme necessariamente, tanta altra sicurezza, – per il capitale fosse perfetta, il saggio dell’interesse non tenderebbe invero allo zero od, al più, ad una quantità positiva atta a coprire le mere spese di gestione degli investimenti? Ecco un altro quesito allettante per gli storici – economisti.

 

 

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