Tratto da:

Nuovi saggi

La Riforma Sociale

Di un economista e statistico piemontese non abbastanza pregiato

«La Riforma Sociale», gennaio-febbraio 1935, pp. 98-106

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 372-380

Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 1953, pp. 201-212

 

 

 

ATTILIO GARINO-CANINA – Il pensiero politico economico di Carlo Ignazio Giulio. (Torino, dagli Atti della Reale accademia delle scienze, vol. 70 (1934-1935), in 8° pag. 72.

 

 

1. – Il Giulio (1803-1859) fece parte della pleiade di economisti del tempo carlalbertino la quale preparò e rese possibile l’opera del conte di Cavour e fu studiata da Giuseppe Prato quando egli, scrivendo su L’Associazione agraria subalpina e Camillo di Cavour (Fatti e dottrine economiche alla vigilia del 1848, in vol. IX, pag. 137-484, della «Biblioteca di storia italiana recente», Torino, 1919), iniziò la storiografia economica di quel tempo e ne rivendicò, percorrendolo tutto da maestro, la capacità creatrice.

 

 

Merita lode l’A. della monografia – che, contrariamente alla regola di non discorrere di estratti, qui si annuncia per essere stata pubblicata in atti accademici non frequentemente consultati dagli economisti, – perché, con diligenza ed amore, aggiunse all’amplissima notizia degli scritti del Giulio intorno a questioni economiche offertaci dal Prato nuove informazioni intorno alla vita ed alla carriera didattica accademica e politica di lui ed all’opera svolta, con discorsi e relazioni, nel senato, in seno al quale il Giulio era stato chiamato fin dal 3 aprile 1848. All’uopo il Garino acconciamente trae partito da un gruppo, sinora da altri non sfruttato, di Carte Giulio, conservate manoscritte nel Museo del risorgimento in Torino, principalissima fra le quali una memoria autobiografica, ricca di ricordi e di ammonimenti.

 

 

2. – Bene osserva l’autore che la educazione del Giulio non fu quella propria dell’economista. Ma, se egli in primo luogo coltivò le matematiche e in particolar modo la scienza della meccanica, scrivendo intorno ad esse trattati che ancora si ricordano con onore, l’abito matematico lo aiutò grandemente a risolvere i problemi economici che i tempi gli approntarono ed egli elaborò con gli strumenti a lui apprestati dall’ingegno sottile, che la consuetudine con le scienze esatte aveva fatto logico e rigoroso. Confesso che, nel rileggere Giulio, non mi colpiscono le pagine, le quali sono particolarmente messe in luce dal Garino Canina ed in cui egli pare farsi l’eco dei dibattiti liberistici ed antiprotezionistici del tempo; resto invece avvinto dalla tessitura della dimostrazione e della argomentazione, la quale richiama alla mente Cournot e più Dupuit. In altro campo, non di teoria pura, ma di problemi concreti, quella è la forma mentale di Giulio. Il quale pubblicò, oltre i discorsi e gli articoli minori, cinque scritti economici di non gran mole; tre: il Giudizio della Regia camera di agricoltura e commercio di Torino e notizie sulla patria industria, 1845, Della tassa del pane a Torino, 1847 e 1851, La banca e il tesoro, 1853, utilizzati dal Garino nella presente nota, e due che egli non ricorda, sebbene fossero dal Prato già stati sfruttati: Quattro lezioni sul sistema metrico-decimale dette nella scuola di meccanica applicata alle arti, le sere del 20, 23, 27 e 30 giugno 1846, un vol. in 16°, 80 pag., 1846 e 1861 (M.I, 2069) e Sulle leggi della popolazione negli stati di terraferma di S.M. il Re di Sardegna, in secondo volume delle Informazioni statistiche, raccolte dalla Regia Commissione superiore per gli stati di S.M. in terraferma, pag. 635-740 e cinque tavole di diagrammi; ed in estratto, 1843, in 4° di 108 pag. e 5 tav. (M.I., 1827).

 

 

3. – Se il Giudizio rimane esempio stupendo e sinora non emulato della perfezione alla quale può giungere una relazione ufficiale e perciò è “la”, fonte per lo studio della storia economica del Piemonte nel tempo del risorgimento; se La banca e il tesoro può paragonarsi ai migliori tracts inglesi del periodo post-ricardiano; se a giusta ragione il Prato aveva già richiamato l’attenzione sulla felice attitudine dello scrittore piemontese ad assurgere alle generalizzazioni più sicure anche nelle lezioni popolari sul sistema metrico-decimale; se il successo nel rendere accessibili al popolo il nuovo sistema aveva già consigliato il ministero di agricoltura a farne curare nel 1861 dal colonnello Massimino una nuova edizione adatta ai bisogni delle provincie meridionali, a cui allora allora il sistema metrico decimale era stato esteso,[1] e se nel piccolo libretto, sotto l’apparenza di divulgazione puramente tecnica, il Giulio sa mettere in luce, come nessuno forse fece neppure dopo, l’importanza sociale ed economica di un comune ed universale tipo di misure, la particolare forma mentale del Giulio spicca sovrattutto nei due scritti Della tassa del pane a Torino e Sulle leggi della popolazione. Riassumerei così i tratti caratteristici di quella mente, che è poi la mente medesima dei classici di ogni scienza:

 

 

  • egli non si attarda nell’esporre i “principî” dai quali parte, il metodo che intende tenere nella ricerca. Pare che “principî” non esistano e che un metodo definito non sia seguito. Principi e metodo sono invero puri schemi provvisori, guide che per sé giovano unicamente a sviare gli innocenti, ma riescono fecondi solo quando si immedesimano siffattamente nei fatti studiati, da sembrare da essi inseparabili. Se quei fatti riescono sistemati in un ordine logico, se dall’ordine della esposizione esce fuori la spiegazione del nesso causale o di interdipendenza dei fatti studiati, se una legge del comportamento dei fatti è chiarita, ecco dimostrato altresì che l’autore aveva principi e metodo;

 

 

  • né egli presume di avere scoperto o di voler scoprire una legge nuova. In Della tassa sul pane, il Giulio se qualche giudizio dà dei risultati raggiunti, quello è un giudizio negativo: «L’ho detto principiando, l’ho ripetuto ad ogni passo, lo ripeto altamente ancora: l’esame attento, minuto, scrupoloso di tutte le questioni connesse con lo stabilimento delle tasse,[2] mi fa credere questo stabilimento superiore alle forze umane, certamente superiore alla debolezza di chi scrive. Io non ho ferma fiducia in nessuno dei numeri che ho addottati, in nessuno degli sperimenti che servono loro di fondamento, in nessuno degli sperimenti che potrebbero farsi per confermarli o per correggerli. Io temo di aver errato nel computare i capitali necessari all’esercizio di una panetteria, che ora ripensandoci mi paiono troppo tenui, e pur non oso aumentarli per timore di errare in parte contraria. Ora temo di aver assegnato ai panettieri un troppo sottile guadagno, ora mi sembra all’incontro di avere imposto al compratore un troppo grave fardello» (75-76). Nel giudizio negativo sta il risultato raggiunto; raggiunto non perché egli fosse liberista o vincolista, ma perché alla sua mente logica, studiando sul vivo i dati che le erano offerti, apparve irresistibile la conclusione della vanità, dell’errore di ogni calcolo del costo di produzione. Dopo quasi novant’anni quanti hanno appreso questa lezione di modestia e di verità?

 

  • ma i principî, le leggi ed il metodo si leggono aperti nelle pagine del Giulio, come di ogni altro classico. Giulio studia un problema: se sia possibile stabilire un calmiere sul pane od a quali leggi abbia ubbidito la popolazione degli stati sardi di terraferma nel decennio 1828-1837. Studia quel problema non per procacciarsi fama di economista, ma perché di studiarlo gli era stato commesso il carico; ed espone le conclusioni a cui egli è giunto dopo avere scrutato a fondo tutti i dati che egli aveva saputo e potuto procacciarsi. Scruta adoperando i metodi perennemente vivi della logica. Espone i dati, li analizza, scarta quelli non credibili od extravaganti o inspiegabili; paragona i rimasti, li riduce, entro i limiti del possibile, ad omogeneità; e via via, li fa parlare, per approssimazioni successive, in guisa da estrar da essi tutte quelle verità, quelle generalizzazioni o leggi empiriche di cui sono capaci. Ma quelle leggi circonda di tutte le riserve implicite nei dati medesimi, nella limitazione del loro numero e nella loro indole empirica e contingente.

 

 

4. – Perciò quei due brevi scritti del Giulio appaiono freschi a chi ora li rilegge. Non ha nessuna importanza che i dati esaminati si riferiscano ai forni da pane di Torino nel 1847 od alla popolazione sabauda del 1828-1837. I dati sono la materia greggia, che è fatta viva dallo spirito. Non conosco nella letteratura intorno ai calmieri, nulla, salvo forse il rapporto di Le Play, che eguagli l’opuscolo di Giulio; nulla, si intende, che fonda così bene l’ordine logico nello scrivere con la minutezza concreta dell’analisi. Piccole cose: come si pesa il sacco di grano, come si valuta il trasporto dei grani dai mercati a Torino, dai granai ai mulini, dai mulini ai forni; quanto costi e quanto frutti la crivellatura; dei diritti di macinazione e dei dazi di consumo; del modo in cui il grano si divide in varie e mutabili specie di farine e crusche; dei rapporti fra il prezzo del grano e quello delle farine e crusche, della varia rendita delle farine in pane e nelle diverse specie di pane e della infinita variabilità della composizione delle diverse specie di pane con diverse specie di farine. Via via, a mano a mano che il Giulio procede nell’analisi, si assapora la difficoltà, anzi la impossibilità di conoscere per regole generali quanto costi il pane per interessi di capitali, manutenzione di essi, imposte, pigioni, mano d’opera, combustibile, lume, sale. Quando pare al lettore che i dati raccolti ed elaborati dal Giulio siano i migliori, più sicuri, più meditati che immaginar si possano, sicché il rischio di errare sia ridotto al minimo, ecco l’autore spegnere l’entusiasmo del neofita: «Ma queste medie (sulla rendita delle farine per ciascuna specie di pane) quando pure si fossero trovate (seguitando per molti anni ed in ogni varietà di stagioni e con ogni varietà di condizioni e per via di osservazioni fatte in grande ed in corso di fabbrica) a che potrebbero esse giovar mai? Non già certamente a farne fondamenta di tassa, poiché qui non serve il posseder numeri che dopo un ciclo più o meno lungo di anni, e fatto compenso della maggior rendita di alcuni con la rendita minore degli altri, rappresentino complessivamente la rendita delle farine in genere: ma è necessario aver numeri, che ad ogni dato istante siano la fedele espressione di ciò che avviene presso i panettieri. Poca consolazione sarebbe infatti ad un panettiere, il quale, caduto sopra anni di scarsa rendita, si trovi rovinato dalla tassa, il sapere che in altri anni più favorevoli, altri panettieri si sono per effetto della tassa medesima arricchiti» (17-18). Discorrendo in seguito del profitto del panettiere: «Per mercede o beneficio io intendo qui quella parte dei proventi del panettiere che si debba considerare come giusto compenso, come prezzo delle sue fatiche, e della abilità naturale ed acquisita con cui egli esercita la sua arte e il suo commercio; poiché il panettiere accumula in sé stesso le tre qualità di operaio, di artigiano e di negoziante. E ciò basta a mostrare l’impossibilità di determinare giustamente per legge quanto debba essere il beneficio del panettiere per ciascun sacco di grano. Chi vorrà ridurre a misura di numeri, la forza, l’intelligenza, l’istruzione, la diligenza, l’accortezza che sono necessarie all’esercizio di quest’arte e fissare a queste doti un prezzo legale?» (57). Le conclusioni stritolano per sempre il sistema dei calmieri; non, tuttavia, perché tratte da cosiddetti principi liberistici. Questo è l’equivoco di quegli scrittori i quali oggi giudicano ed avvinghiano i classici, quasicché essi avessero dichiarate leggi partendo da talune premesse arbitrarie dette liberistiche. No, tutti i classici, al par di Giulio, giunsero a conclusioni per lo più liberistiche, senza affatto partire da premesse di liberismo. Il capolavoro di Giulio è lì, aperto a chiunque lo voglia consultare. È un matematico, un tecnico, il quale indaga il problema del pane a Torino nell’anno di grazia 1847. Quel problema lo volta e rivolta da tutti i lati. Si informa presso negozianti di frumento, mugnai, fornai. Consulta conti vecchi e nuovi; ricorre all’esperienza di anziani impiegati dell’annona. Fa sperimenti nei mulini, nei forni; rivede gli sperimenti altrui. Se egli giunge alla conclusione liberistica che in materia di calmieri non c’è assolutamente nulla di buono da fare, che tutt’al più, per ragioni di prudenza, occorre scegliere bene il momento di abolirli – per lui gli anni di abbondanza son più propizi, per la ragion politica di evitare commozioni popolari, degli anni di carestia – ed occorre procedere gradualmente all’abolizione, la conclusione è dettata non dalla dottrina liberistica, la quale avrebbe governato, a detta di coloro che mai non li lessero, le scritture degli economisti classici, ma dal buon senso e dalla logica, qualità eterne umane, tipiche nel Giulio e purtroppo tanto rare nella comune dei trattatisti dottrinari di cose economiche!

 

 

5. – Meno controversa è la materia delle Osservazioni sui fatti principali e sulle leggi del movimento della popolazione negli stati di S.M. in terraferma, dettate dal Giulio con la data del 27 maggio 1843 in Torino ad illustrare il secondo volume delle informazioni statistiche raccolte dalla regia commissione superiore, volume che in 633 pagine in quarto adunava amplissime informazioni sul movimento della popolazione. Componevano, fra il 1839 ed il 1843, quella commissione insigni uomini politici e preclari studiosi; fra i quali basti ricordare il barone don Giuseppe Manno, storico della Sardegna ed autore delle introduzioni e delle istruzioni premesse ai due primi volumi; il conte Camillo Benso di Cavour, il cui nome era allora conosciuto da pochi; Alberto Ferrero di Lamarmora, illustratore insuperato della Sardegna; l’intendente Eandi, autore, sul modello delle mirabili descrizioni statistiche del tempo napoleonico, di una statistica della provincia di Saluzzo; ed il Giulio, chiamato solo nel 1843 a far parte delle commissione, al quale dobbiamo la memoria che per fermo è il gioiello della pubblicazione sotto tanti rispetti memoranda. La memoria, lodatissima, come ricorda il Prato, dal Garnier, che in quel medesimo tempo scriveva in Francia intorno a cose di popolazione, tratta dei consueti fenomeni per cui le tavole dei censimenti offrono agli statistici larga messe di dati: nascite, morti, matrimoni. Li studiò adoperando con ingenua spontaneità metodi forse allora non divulgati tanto come lo diventarono poi; e assoggettando, al lume di dati sicuri forestieri e di logica interiore, a critica severa la attendibilità dei dati raccolti.

 

 

6. – Poiché qui si vuol guardare alla forma della indagine, senza indugiarsi intorno ai risultati raggiunti, basti ricordare:

 

 

  • l’avvedimento usato, per studiare le variazioni mensili delle nascite, di rendere tutti i mesi uguali di 30 giorni (654);

 

  • la distinzione fra i concetti di: 1) età media degli sposi; che è il quoziente della divisione della somma dei prodotti del numero degli uomini o delle donne, maritati a ciascuna età, per questa età medesima per il numero totale degli uomini o delle donne contenuti nel quadro (661); 2) anno della vita, cui corrisponde il massimo numero dei matrimoni (662); e 3) età probabile dei matrimoni, che è quella prima della quale una metà dei matrimoni è stata contratta (662);

 

  • l’uso dei diagrammi a linee colorate per confrontare la variabilità nel tempo 1828-1837 fra le nascite (I), i matrimoni (II), le morti (III) in Francia e negli stati sabaudi di terraferma; le nascite, i matrimoni, ed i prezzi dei grani nel medesimo decennio (IV) e finalmente l’eccesso delle nascite maschili per 100 nascite femminili, le nascite e le morti distintamente per ogni mese (V); in ogni caso la linea delle ascisse essendo tracciata al livello medio del fenomeno studiato;

 

  • l’uso del concetto di “ottimo” di popolazione, il quale si riscontrerebbe dove l’eccesso delle nascite sulle morti risultasse dovuto alla contemporanea esistenza di due fattori: minimo numero delle morti relativamente a quello degli abitanti e massimo numero, pure proporzionale, delle nascite; laddove gradatamente ci si allontanerebbe vieppiù dell’ottimo quando: 1), si verificasse solo la prima condizione (mortalità minima); 2), o solo la seconda (natalità massima); 3), o l’eccesso delle nascite fosse dovuto esclusivamente al gran numero «delle emigrazioni, le quali fanno diminuire, ma solo in apparenza, il numero delle morti» (685);

 

  • ancora, l’uso dello stesso concetto di “ottimo”, quando «posta pari ogni altra cosa», dichiara «chiaro essere in migliori condizioni non già quello stato in cui son più numerosi gli abitanti o più frequenti le nascite, ma quello in cui più abbondano gli uomini d’età adulta, cioè in cui un maggior numero di nati perviene ad oltrepassare quella età, in cui le forze dell’animo e del corpo metton l’uomo in grado di adoperarsi utilmente per bene proprio e d’altrui» (205);

 

  • lo scetticismo intorno alla possibilità di «riconoscere la legge con cui procede l’aumento della popolazione sopra un più [di dieci anni] lungo periodo di tempo, il quale, per le continue vicende d’ogni umana cosa, suol condur seco tali mutazioni nella condizione del popolo da modificare grandemente nell’intervallo la legge dell’aumento della popolazione» (691). Dove c’è qualcosa di più della anticipazione di modernissime teorie le quali negano lo stato d’equilibrio, partendo dalla osservazione che in ogni momento mentre si tende, sulla base dei preesistenti fattori, verso un dato equilibrio, l’aggiustamento è perturbato dall’intervento di un nuovo fattore, il quale modifica la tendenza, e così senza fine, restando impossibile ogni previsione;

 

  • l’uso dei numeri-indici semplici per lo studio delle variazioni delle nascite, dei matrimoni e delle morti nel decennio 1828-1837, indici nei quali la base 100 è data dalla media dei dati della serie decennale (691);

 

  • l’uso delle medie incatenate per triennii: 1828-1829-1830; 1829-1830-1831; 1830-1831-1832 e così via, allo scopo di eliminare le variazioni annuali dovute a circostanze eccezionali (691);

 

  • l’uso del concetto di interdipendenza, a preferenza di quello di causalità, per studiare la natura del rapporto fra incremento di mortalità ed incremento di matrimoni (705);

 

  • l’uso del metodo delle approssimazioni successive che gli consiglia, nello esame delle leggi relative all’andamento della mortalità a diverse età e particolarmente alla longevità, alle morti immature, alla durata della vita media e della vita probabile, di seguire «prima la strada più comunemente battuta, che consiste nel supporre la popolazione sensibilmente stazionaria» per cercare poi «di accostarsi un po’ più al vero, tenendo conto, almeno per forma di congettura, degli effetti dei successivi incrementi della popolazione» (706);

 

  • l’accurata distinzione fra i concetti di età media delle morti e durata della vita media, da un lato, e quelli di età della metà delle morti e vita probabile dall’altro (723 e 732).

 

 

6. – Gioverebbe che alcun storico della scienza desse al Giulio il suo luogo cronologico tra coloro che non solo annunciarono, ma usarono codesti ed altri, che qui per brevità non si noverano, avvedimenti metodologici nella interpretazione dei dati statistici. La scienza statistica, oramai adulta e grandeggiante per raffinatezza di strumenti e di risultamenti – divenuti ahimè! nel tempo stesso impenetrabili al volgo – dovrebbe compiacersi nel richiamare nella intitolazione dei suoi teoremi il nome di coloro che dapprima li esposero nell’età feconda della giovinezza della scienza, quando ogni passo era compiuto nel deserto e lo scopritore non aveva tempo di manifestare gioia per un rapporto intravveduto o precisato che già altri fatti ed altre relazioni si presentavano impazienti dinanzi ai suoi occhi; ed ancora adesso, a distanza di un secolo, il lettore stanco di ammirare geniali impercettibili sottilizzazioni intorno a leggi note, partecipa con l’animo sospeso all’ansia ed alla gioia di quelle corse in terra ignota. Così, nel far passare ad una ad una le carte della dimenticata memoria del Giulio, meditiamo sulla felice spontaneità con la quale egli fa parlare i dati sulla popolazione e ne discopre le leggi, sino all’ultima pagina nella quale, oh! meraviglia! accade di leggere una anticipazione di quella memoria del Benini su Il totalizzatore, che per essere stata letta negli anni meno affaticati, nei quali la mente è più ricettiva, sempre era rimasta infissa nella mia mente, sia per l’arte dello scrittore, che per la singolarità cromatica della presentazione grafica.[3] Il Giulio non dà nome al suo indice composto o totalizzatore, limitandosi a chiamarlo «somma». Ma esso è il frutto dello stesso desiderio di conoscenza da cui furono mossi gli insigni scienziati venuti poi: il desiderio di trovare un metodo, un numero astratto il quale consenta di apprezzare sinteticamente le variazioni di molti fenomeni in una successione di tempi o in una varietà di luoghi. Il Giulio in questo punto confronta non tempi bensì luoghi diversi. Nel corso dello studio ripetutamente gli si era presentato il quesito: poiché la tal provincia sembra venire per lo più in testa alla altre, vi ha modo di dare un numero, quasi un punto di merito nell’esame a cui l’indagatore ha ad una ad una chiamato tutte le provincie della terraferma per provarne la eccellenza rispetto alle prove supreme della vita? Ma lasciamo, che è meglio, la parola all’autore:

 

 

«In tutte le ricerche che siam venuti facendo sulla statistica vitale delle nostre popolazioni, sempre ci è avvenuto di trovare le divisioni di Savoia, di Nizza e di Genova ne’ primi luoghi, quelle di Alessandria e di Novara negli ultimi. Tuttoché né il numero delle nascite, né la fecondità de’ matrimoni, né la longevità, né la vita media stessa non sieno, considerati ciascuno in sé, conclusivi argomenti della prosperità o della miseria di un popolo, tuttavia facendo concorrere tutti questi indizi e quasi sintomi, se ne può senza temerità dedurre qualche probabile conclusione. Non parrà quindi inutile il quadro seguente in cui accanto al nome di ciascheduna divisione, abbiam segnati in altrettante colonne i numeri d’ordine, che indicano il luogo che essa tiene relativamente alle altre in ciascuna delle tavole particolari, che abbiam finora compilate; i numeri dell’ultima colonna sono le somme di quelli che trovansi inscritti nelle colonne precedenti sulla medesima linea orizzontale, e possono

 

 

Divisioni

Nascite per 100 morti

Aumento della popolazione per 100 abitanti

Fecondità dei matrimoni

Longevità

Morti premature

Vita media

Età della metà delle morti

Somme

Savoia…….

3

2

3

2

1

2

1

14

Genova……

1

1

1

3

2

3

6

17

Nizza………

2

3

7

1

3

1

4

21

Cuneo……..

6

7

2

4

5

7

2

33

Torino……..

7

6

4

5

6

5

5

38

Novara…….

5

4

5

7

7

8

7

43

Alessandria

4

5

6

6

8

6

8

43

Aosta………

8

8

8

8

4

4

3

43

 

 

con la loro progressione crescente servir come d’indice dell’ordine con cui le divisioni si succedono, scendendo da quelle in cui è migliore la condizione vitale, a quelle in cui è meno buona.

 

 

«Certo noi siamo ben lungi dal tener per sicura ogni conseguenza che si potesse dedurre da quest’ordine così stabilito; tuttavia non possiamo non osservare, che le provincie le più fertili, le più ricche, le più favorite dalla natura, quelle che parrebbero destinate a nutrire le popolazioni più fortunate, occupano nella tavola precedente lo stesso luogo che la provincia di Aosta, afflitta da tanta infelicità di aspetti e di suolo. Certamente le condizioni topografiche hanno molta parte nel migliorare la condizione vitale delle provincie della Savoia e della Liguria; certamente ancora le numerose emigrazioni annue, col scemare in esse apparentemente il numero delle morti le favoreggiano nella nostra tavola, mentre, per la cagion contraria, le provincie del Piemonte sono danneggiate in apparenza dalle numerose immigrazioni annue, che vengono ad accrescere in esse il numero delle morti: ma facciasi pure a queste cagioni qual più larga parte si vorrà, rimarrà tuttavia fra le prime divisioni e le ultime tal divario che non si potrà spiegare senza ricorrere ad altre cause. La fertilità medesima delle pianure, la loro attitudine a colture molto produttive sì, ma altrettanto micidiali, come è quella delle risaie: l’opportunità pe’ facoltosi di allargare in esse le loro ampie tenute, escludendo dal possesso del suolo il coltivatore: e quindi la povertà di questo, la dipendenza, l’ignoranza, e quella degradazione morale e fisica che ne è la conseguenza quasi necessaria sono cagioni ben bastanti a spingere la cattiva condizione vitale che la statistica in essi rivela» (736-38).

 

 

Nel quale brano sono notabili: l’uso appropriato delle parole “indizi” e “sintomi” ad indicar numeri astratti, i quali indicano soltanto la posizione reciproca dei differenti territori rispetto ad un dato fenomeno; la univocità degli indici, per cui, a ripetere,[4] le parole del Benini (in Principii, 256), «i rialzi di qualsivoglia indice significano peggioramento della situazione economica, ed i ribassi miglioramento»; la cautela con la quale l’autore si fa ad interpretare la collocazione nella serie di ogni provincia, dal luogo migliore tenuto dalla Savoia a quello peggiore delle tre provincie piemontesi ed insieme la fermezza con la quale, solo in parte accagionandone la fertilità della pianura – causa oggi da tempo combattuta e perciò in gran parte venuta meno – addita nella cattiva distribuzione della proprietà, anch’essa in gran parte oggi emendata, la radice ultima delle tristi condizioni vitali d’allora della pianura piemontese.



[1] Poiché ancora oggi vi sono editori i quali, ad istruzione del popolo, pubblicano collane di brevi scritti divulgativi su elementari nozioni scientifiche e pratiche, non si comprende come si spendano denari per far riscrivere mediocremente ciò che un tempo era stato ottimamente detto. Una ristampa dell’operetta del Giulio, riveduta, come già aveva fatto nel 1861 il Massimino, dal punto di vista formale per sfrondarla dei riferimenti ormai inutili a sistemi di misure dimenticati, potrebbe con assai vantaggio tener luogo di taluna moderna compilazione.

[2] La tassa nel linguaggio del tempo equivale a calmiere.

[3] RODOLFO BENINI, Il totalizzatore applicato agli indici del movimento economico, in «Giornale degli economisti», febbraio 1902, pagg. 131-153. Il Benini tornò, dandogli il nome di «numero indice composto», sopra al metodo del totalizzatore a parecchie riprese e principalmente nei Principii di statistica metodologica, Torino 1906, pagg. 252-262. Se ne occupò altresì il Pantaleoni nella «Revue d’économie politique» dell’ottobre 1892; e ripetutamente lo analizzò Francisco Coletti, di cui vedasi lo studio Dell’indice unico nel «Giornale degli economisti», fascicoli di febbraio e marzo 1903, pagg. 112-137 e 202-212. Nessuno degli scrittori citati menziona il Giulio, del resto neppure ricordato dal diligentissimo Cossa.

[4] Con la sola modificazione formale imposta dal fatto che per il Benini il rialzo dell’indice significa miglioramento ed il ribasso peggioramento della situazione economica; laddove per il Giulio vale la convenzione inversa.

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