Di un quesito intorno alla nascita della scienza economica

Tratto da:

Saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/03/1932

Di un quesito intorno alla nascita della scienza economica

«La Riforma Sociale», marzo-aprile 1932, pp. 219-225

Saggi, La Riforma Sociale, Torino, 1933, parte II, pp. 455-463

 

 

 

Mario De Bernardi: Giovanni Botero economista (intorno ai libri Delle cause della grandezza delle città) con una postilla bibliografica. Memoria X della serie II delle Memorie dell’Istituto giuridico della Università di Torino. (Un vol. di pag. 90 e 2 c. s. n., Torino, presso l’Istituto giuridico della R. Università, 1931. Prezzo L. 10).

 

 

Appunti bibliografici intorno a Giovanni Botero; nota estratta dagli «Atti della reale accademia delle scienze di Torino» (Vol. LXV, 1930, in-8°, di pag. 20).

 

 

Il concetto di “ragion di stato” in Giovanni Botero e la filosofia della politica; nota estratta dagli «Atti della reale accademia delle scienze di Torino». (Vol. LXV, 1929; in-8°, di pag. 20).

 

 

GiovanniBotero: Delle cause della grandezza delle città. Ristampa dell’edizione principe del 1588 a cura di MARIO DE BERNARDI. Vol. I dei Testi inediti e rari, pubblicati sotto la direzione dell’Istituto giuridico della R. Università di Torino, Torino, 1930. (Un vol. in-8° di pag. XII-84. Prezzo L. 10)

 

 

1. – Sebbene ne sia già stata fatta menzione in un cenno collettivo del prof. Solari intorno alle memorie dell’istituto giuridico torinese (vedi «La Riforma Sociale», 1931, pag. 317 e seg.) ricordo nuovamente questo gruppo di scritti del De Bernardi per additarli, in un momento di risveglio di studi italiani intorno alla storia delle dottrine economiche, a modello di quel che, a parer mio, deve essere una storia dogmatica della scienza.

 

 

Non dico, per non cadere in esagerazione, che il modello sia perfetto. Il De Bernardi è di gran lunga più esperto nel pensare e nello scrivere di quel che non sarebbe proprio dei suoi anni giovanili; ma la rara perizia medesima lo persuade ad un’analisi così sottile, tormentata e aderente dei testi da lui studiati che talvolta il lettore ha l’impressione di smarrire la linea direttiva dell’indagine. La linea esiste netta; ed unicamente importerà che l’autore, facendo violenza alla sua peritanza autocritica, la metta in avvenire maggiormente in rilievo. La palma non spetta sicuramente, nella ricerca scientifica, agli sfrontati i quali, senza idee e senza studi, vantano tuttodì scoperte, additano nuove vie e guardano con disprezzo al risultato dei lavori di secoli; ma a chi abbia studi ed idee giova tuttavia un po’ più di coraggio nel far valere se stessi. A dar l’ultimo tocco sarebbe bastato – ed è in sostanza questo il solo appunto che io faccio alla memoria del De Bernardi – che l’autore allargasse la breve sobria “conclusione” sul valore metodologico del contributo economico del Botero ad una robusta sintesi di quel che analiticamente era stato esposto prima sul contenuto del pensiero dell’economista piemontese. Ma forse l’aver dato rilievo nella conclusione al valore metodologico delle Cause risponde al maturo convincimento del De Bernardi che nel metodo di indagine consiste essenzialmente il contributo del Botero.

 

 

2. – Fuori di questo dubbio, la monografia è, dissi, da segnalarsi a modello: rinviata all’appendice la narrazione dei fatti principali della vita del Botero; e in un’appendice parimenti od in note separate, come la seconda ricordata qui sopra, contenuta la analisi critica della bibliografia boteriana. Sul Botero esisteva già un’ampia bibliografia compilata dall’Assandria e curata dal Borghezio; il De Bernardi la riprende e la integra aggiungendo quei riferimenti che a lui, studioso di economia, tornò più agevole mettere insieme, come la traduzione inglese del 1635 della «Grandezza delle città» citata dal Mac Culloch in The literature e giudicata con la celebre frase: «Questo è un trattato assai rimarchevole… il quale dimostra che l’autore padroneggiava interamente quel che vi è di realmente vero nella teoria di Malthus», da cui derivò in sostanza tutto quel che nella letteratura economica internazionale si sa del Botero. Ma la frase era stata per nove decimi dettata dal mal animo di Mac Culloch contro Malthus e non ha valore critico.

 

 

3. – Il testo propriamente detto della memoria, dopo una sobria (da pag. 7 ad 11) collocazione del pensiero economico nella più ampia cornice del pensiero religioso e politico del Botero, è consacrato, da pag. 11 a 70, alla analisi di quello specifico pensiero economico. Coi testi sott’occhio, ricostituiti nella loro filiazione cronologica e ideologica, prima il trattato Delle cause della grandezza delle città (Roma, 1588) e poi quello Della ragion di stato (Venezia, 1589), l’A. scevera ad uno ad uno ed espone i tratti essenziali del pensiero boteriano, intorno a che cosa siano «le città», quali le «cause» della loro «grandezza»: l’autorità, la forza, il piacere, l’utilità, la comodità del sito, la fecondità del terreno, la comodità della condotta [dei trasporti], le «virtù attrattive» della «robba» e della «gente». Più lunga analisi (par. XX a XXIII) è fatta dei limiti che si frappongono allo sviluppo indefinito delle popolazioni, sia rispetto alle città sia rispetto al globo intiero. Ed ogni volta si cerca di trarre fuori dalle proposizioni medesime dell’autore, interpretate al lume della forma mentale di lui e della dottrina del tempo, il significato esatto del pensiero boteriano, sia pure visto colla curiosità e coll’occhio dello studioso addottrinato dell’oggi.

 

 

4. – A tre conclusioni principali parmi giunga il De Bernardi. Di cui la prima è da lui posta in bella evidenza nella già menzionata conclusione: il Botero intese, come era costume dei tempi, fare opera precettistica, dar cioè consigli al principe intorno al modo di far fiorire la città; di fatto però compì opera scientifica, analizzò la realtà, pose uniformità. Reso ossequio formale e sostanziale alla religione, al Dio trascendente, il Botero si appiglia alle «cause seconde» per mezzo di cui la divina provvidenza opera; e quelle cause seconde analizza e pesa. Dall’osservanza di questa metodologia nascerà poi la scienza economica moderna.

 

 

5. – Quale, oltre l’uso del metodo, il contributo recato dal Botero alla sua creazione? Non forse l’enunciazione di una legge popolazionistica. Il Botero, questa parmi essere la seconda conclusione generale dello scritto del De Bernardi, è stato sopravalutato come precursore di Malthus. Pone una delle premesse del ragionamento: la costanza della virtù generativa (A). Afferma, senza dimostrarla, una seconda premessa di fatto: la stasi numerica della popolazione (C). Dalle due premesse ricava la «conseguenza» della immobilità quantitativa delle disponibilità alimentari (B). Laddove, come risulta dall’ordine delle lettere da me usate, il Botero, per essere davvero un precursore del Malthus, avrebbe dovuto dimostrare due premesse: l’una sulla curva tendenziale della virtù generativa (A) e l’altra sulla curva di fatto delle disponibilità alimentari (B); e dedurne una legge relativa al comportarsi della popolazione (C). Non si vuol far colpa al Botero di non avere chiaramente enunciata la legge che Malthus espose due secoli dopo. Tra tanto fervore popolazionistico, l’avere visto taluni degli ostacoli che si oppongono all’incremento della popolazione ed additato i fattori di incremento, l’avere enunciato, per implicito, il concetto del rimedio preventivo («gli abitanti… non havendo maggior capacità di vettovaglie, o non si accasavano…»), l’aver colto in sostanza l’esistenza d’una pressione esercitata dalla limitazione, sia pure non spiegata, della possibilità degli sfruttamenti agricoli sulla tendenza fortemente ascensionale, che la popolazione deriva dal fattore genetico, sono titoli cosiffatti di gloria, che non v’ha alcuna urgenza di crescerli sino al punto che s’è visto sopra essere stato toccato dal Mac Culloch.

 

 

6. – In verità Botero forse ha diritto, ed è questa la terza conclusione che io ricaverei dalla lettura del volumetto del De Bernardi, ad essere chiamato più che precursore, enunciatore della teoria della ricchezza lavoro. Se si ponesse mente a parziali somiglianze, si potrebbe andare più in là. Chi legga A review of economic theory del Cannan ha l’impressione che poco abbia mancato che la scienza economica nascesse ad opera di Petty (A treatise of taxes and contributions, 1662 e Verbum Sapienti, 1666) e prendesse corpo nel libro di Cantilonn (1730) principalmente perché Petty intravvide e Cantillon esplicitamente enunciò la tesi che la ricchezza non consiste nell’oro:

 

 

«La Terre est la source ou la matière d’où l’on tire la Richesse; le travail de l’Homme est la forme qui la produit: et la Richesse en elle-même n’est autre chose que la nourriture, les commodités et les agréments de la vie».

 

 

«La Terre produit de l’herbe, des racines, des grains, du lin, du coton, du chanvre, des arbrisseaux et bois de plusieurs espèces, avec des fruits, des écorces et feuillages de diverses sortes, comme celles des Mûriers pour les Vers-à-soie; elle produit des Mines et Minéraux. Le travail de l’Homme donne la forme de richesse à tout cela».

 

 

Jevons vide in questa frase di Cantillon la nota essenziale o meglio la corda principale della scienza economica; e Cannan non reputa la lode minimamente esagerata.

 

 

Or leggasi il seguente brano di Botero:

 

 

«Ma non è cosa che importi più, per accrescere una città e per renderla e numerosa d’habitanti e dovitiosa d’ogni bene, che l’industria de gl’huomini e la moltitudine dell’arti, dalle quali altre sono necessarie, altre commode alla vita civile, altre si desiderano per pompa e per ornamento, altre per delicatezza e per trattenimento delle persone otiose: onde ne segue concorso e di danaro e di gente, o che lavora o traffica il lavorato o somministra materia a’ lavoranti, compra, vende, trasporta da un luogo all’altro gli artifitiosi parti dell’ingegno e della mano dell’uomo…

 

 

E, perché l’arte gareggia con la natura, m’adimanderà alcuno quale delle due cose importi più per ringrandire e per render popoloso un luogo, la fecondità del terreno o l’industria dell’huomo? L’industria senza dubbio. Prima perché le cose prodotte dall’artifitiosa mano dell’huomo sono molto più e di molto maggior prezzo che le cose generate dalla natura, conciosia che la natura dà la materia e ‘l soggetto, ma la sottigliezza e l’arte dell’huomo dà l’inennarrabile varietà delle forme. La lana è frutto semplice e rozo della natura: quante belle cose, quante varie e moltiformi ne fabbrica l’arte? Quanti e quanto grandi emolumenti ne trahe l’industria di chi la scardassa, l’ordisce, la trama, la tesse, la tinge, la taglia e la cuce e la forma in mille maniere e la trasporta da un luogo a un altro? Frutto semplice della natura è la seta: quanta varietà di vaghissimi panni ne forma l’arte? Questa fa che l’escremento d’un vilissimo verme sia stimato da i prencipi, apprezzato dalle reine e che finalmente ognuno voglia honorarsene. Di più molto maggior numero di gente vive d’industria che d’entrata, del che ci fanno fede in Italia molte città, ma principalmente Fiorenza, Genova e Venetia, della cui grandezza e magnificenza non m’accade parlare: e pur quivi con l’arte della seta e della lana si mantengono quasi due terzi degl’habitanti. Ma chi non vede questo in ogni materia?

 

 

L’entrate che si cavano dalle minere del ferro non sono grandissime, ma dell’utilità che si traggono dal lavoro e dal traffico d’esso ferro vivono infiniti, che lo cavano, che lo purgano, che lo collano, che lo vendono ingrosso e a minuto, che ne fabricano machine da guerra, arme da difesa e da offesa, ferramenti innumerabili per l’uso dell’agricoltura, architettura e per ogn’arte per li bisogni quotidiani e per innumerabili necessità della vita, che non ha minor bisogno del ferro che del pane in tal maniera, che chi paragonasse l’entrate che i padroni tirano dalle minere del ferro con l’utilità che ne cavano gli artefici e i mercanti con l’industria, onde arricchiscono anco incredibilmente i prencipi per via de’ datij, ritrovarebbe che l’industria avanza di gran lunga la natura. Compara i marmi con le statue, co’ colossi, con le colonne, co’ fregi e co’ lavori infiniti che se ne fanno; compara i legnami con le galee, co’ galeoni, co’ le navi e con altri vascelli d’infinite sorti e da guerra e da carico e da passatempo, con le statue, co’ fornimenti di casa e con altre cose senza conto, che se ne fabricano con la pialla, con lo scarpello e col torno; compara i colori con le pitture e ‘l prezzo di quelli col valor di queste: e intenderai quanto più vaglia il lavoro che la materia (Zeusi, pittore eccellentissimo, dava l’opere sue per niente, perché diceva generosamente che non si potevano comperare con prezzo alcuno) e quanto più gente viva per mezzo dell’arte che per benefitio immediato della natura. È tanta la forza de l’industria, che non è minera d’argento, non d’oro nella Nuova Spagna o nel Perù, che le debba essere pareggiata: e più vale il datio della mercantia di Milano al Re Cattolico che le miniere di Potosi o di Zalixco. L’Italia è provincia, nella quale non vi è minera d’importanza né d’oro né d’argento, come né anco ha la Francia: e nondimeno l’una e l’altra è abbondantissima di danari o di tesori mercé dell’industria La Fiandra ancor essa non ha vene di metalli: e nondimeno, mentre ch’ella è stata in pace, per le molto e varie e mirabili opere che vi si fabricavano con arte e con sottigliezza inestimabile, non ha avuto invidia alle miniere d’Ongaria o di Transilvania, e non era paese in Europa né più splendido né più dovitioso né più habitato, non parte d’Europa, non del mondo, ove fossero tante città e tanto grandi e così frequentate da forestieri: si che meritamente, per gl’incomparabili tesori che l’imperatore Carlo ne cavava, alcuni chiamavano quei paesi l’Indie di sua Maestà. La natura induce ne la materia prima le sue forme e l’industria humana fabrica, sopra il composito naturale, forme artificiali senza fine, conciosia che la natura è a l’artefice quel che la materia prima è a l’agente naturale»

 

 

Il De Bernardi rileva l’importanza del brano qui riprodotto; ma si limita a ricordare l’ammirazione di Galeani Napione per chi tant’anni prima aveva esposto verità, che, se contrastavano con le teorie fisiocratiche, non contraddicevano punto a quelle di Adamo Smith; ed a notare che la tesi boteriana secondo cui l’apprezzamento delle cose è fondato sul lavoro «sarà poi alla base di una teorica, anzi di una serie di teoriche, tutte intese a ragionare il valore in termini di lavoro».

 

 

7. – Di fronte alla tesi di Jevons e di Cannan la quale rintraccia l’origine della scienza economica nella frase scritta da Cantillon verso il 1730 ed alla somiglianza grandissima fra questa frase ed il brano di Botero, che risale al 1588 (e fu conosciuto, attraverso alle versioni inglesi, nel 1606 e nel 1635 nel paese reputato la culla della nostra scienza), si sarebbe tentati a rivendicare al Botero la paternità non della teoria della ricchezza-lavoro ma della scienza economica medesima. Me lo vietano due riflessi: in primo luogo il confronto dei due testi, principalmente nelle parti che ho in amendue a bella posta sottolineate. Botero supera Cantillon nella larghezza del contrasto fra la fecondità del terreno e l’industria o lavoro dell’uomo e nella eleganza e precisione dei particolari descrittivi epperciò la sua pagina merita di essere segnalata fra i luoghi classici della nostra scienza per una efficace dimostrazione della eccellenza comparativa del lavoro dell’uomo in confronto ai doni della natura ed all’oro ed argento medesimi tra le cause produttive della ricchezza. Ma il Cantillon aggiunge al bel quadro il tocco decisivo: la Richesse en elle-même n’est autre chose que la nourriture, les commodités et les agréments de la vie … le travail de l’homme donne la forme de richesse à tout cela. Non si tratta più solo di un paragone atto a farci sapere quale di due fattori: la natura o il lavoro, dia il maggior prezzo alle cose, come ricerca il Botero; ma della ricerca teorica intorno a che cosa sia la ricchezza. La materia offerta dalla natura e la forma data dal lavoro dell’uomo sono ricordate dal Cantillon solo come gli strumenti da cui si trae la ricchezza. E poiché la nozione del bene economico è il punto di partenza della scienza, pare che Cantillon e non Botero abbia compiuto il passo decisivo.

 

 

Qui basti aver chiarito il punto essenziale, non facendo d’uopo soggiungere che con le parole les commodités et les agréments de la vie, usate a definire la ricchezza, Cantillon faceva fare un passo alla dottrina  che andava oltre a Smith ed a Ricardo e preludeva alla teoria psicologica della ricchezza. Il passo compiuto era già decisivo per sé, anche a non tener conto di questo perfezionamento ulteriore.

 

 

8. – Quel che più monta, si osservi in secondo luogo, il Cantillon compie questo passo decisivo in modo dichiarato e traendone logiche sistematiche illazioni. Quella di Botero è una trattazione interessante, provocata dal desiderio di rispondere al quesito: nel produrre cose di pregio val più la natura ovvero l’artificio del lavoro umano? Egli risponde con finezza ed acume anticipando soluzioni giuste intorno a problemi dippoi discussi a lungo: se la sola terra o anche il lavoro creino valori e, se amendue partecipano alla creazione, in che modo e in che misura. Cantillon dà le stesse soluzioni: la terra è la sorgente dei beni economici ed il lavoro dell’uomo dà ad essi la forma. Ma le dà perché si è posto un altro quesito: che cosa è la ricchezza? E quest’altro quesito se l’è posto. poiché vuole sulla sua soluzione erigere un edificio teorico e sistematico. Siccome il fondatore di una scienza non è colui il quale ha primo esposto, per caso od intuizione o meditazione, una verità, ma chi l’ha cercata e l’ha fecondata, pare che, entro i limiti del problema studiato, il vero fondatore sia Cantillon. Il che non ci deve impedire di mettere in luce il merito di Botero per avere dimostrato chiarissimamente, quasi un secolo e mezzo prima, che fondamento della grandezza dei popoli non è il possesso dei metalli preziosi, non è la fertilità del terreno, ma è soprattutto l’industria dell’uomo. La ricerca dogmatica storicamente importante consisterebbe nel seguire la storia del concetto del lavoro-ricchezza dalle prime formulazioni (Aristotele?) attraverso a sparsi e casuali accenni sino alle formulazioni esplicite (Botero), che poi si trasformano in teorizzazione sistematica (Cantillon), sono in seguito parzialmente negate (fisiocrati) e di nuovo riprese (Smith con deviazioni rispetto ai beni immateriali).

 

 

9. – Solo una ricerca approfondita, a cui si è voluto qui soltanto fornire lo spunto, potrà chiarire la posizione precisa di Botero nella formazione del dogma. Chi la vorrà condurre, troverà oggi lo strumento pronto nella ristampa che dell’edizione principe (1588) dell’operetta boteriana Delle cause della grandezza delle città condusse il medesimo De Bernardi, grazie all’iniziativa benemerita dell’Istituto giuridico dell’università torinese di pubblicare, sotto la direzione del prof. Federico Patetta, una collana di testi inediti o rari. Finora l’operetta era conosciuta nella veste di appendice al libro Della ragion di stato del medesimo Botero, venuta alla luce l’anno successivo (1589) alla pubblicazione del trattato Delle cause della grandezza, di cui la dedica porta la data del 10 giugno 1588. Ma nell’appendice era stato resecato il capo dell’industria, di cui la parte sostanziale fu riprodotta sopra e che a me pare il contributo più importante dato dal Botero alla nostra scienza, ed il capitolo resecato era stato trasferito al libro ottavo della Ragion di stato. Il trattato Della grandezza non era più, dopo il 1588, stato ripubblicato da solo e quasi sempre secondo l’edizione di Venezia del 1589 dove esso è posto in appendice alla Ragion di stato. Le ultime edizioni risalivano al 1830, 1839 e 1872 (edizione salesiana per le scuole), tutte oramai fuor del comune commercio librario. La edizione del De Bernardi è stata esemplata sulla prima edizione del 1588, correggendo soltanto gli errori di stampa, apostrofi, accenti, maiuscole e minuscole, sciogliendo sigle, nessi ed abbreviature, limitando l’opera di rammodernamento a mettere ordine fra gli u ed i v e nella caotica interpunzione. A facilitare i richiami è stata introdotta la numerazione dei capitoli [in cifre romane, tra parentesi quadre], mancante in tutte le edizioni. La ristampa è corredata, oltreché di un indice delle materie, di un indice onomastico delle persone, dei popoli e dei luoghi; ed è riuscita sotto ogni riguardo perfetta.

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