Tratto da:

Atti della R. Accademia delle scienze di Torino

Di un teorema intorno alla nazionalizzazione della produzione[1]

«Atti della R. Accademia delle scienze di Torino», vol. 51, 1915-1916, pp. 529-549 (tomo II, pp. 241-261)

In estratto: Torino, Libreria fratelli Bocca, 1916, pp. 23

 

 

 

  1.       I.        La guerra presente e le tendenze verso una «nazionalizzazione della produzione nazionale».

 

  1.     II.        Come il prof. Ghino Valenti ha definito la nazionalizzazione della produzione. – Definizione negativa e definizione positiva. – Teorema del Valenti riguardo all’incremento del patrimonio nazionale.

 

  1.    III.        La posizione del problema. – Non si tratta della convenienza degli scambi internazionali; bensì della soluzione da darsi al problema del massimo aumento del patrimonio nazionale a traverso gli scambi internazionali.

 

  1.   IV.        Si afferma che le soluzioni possibili, oltre quella proposta dal Valenti, sono parecchie; e si pongono le premesse del ragionamento.

 

  1.    V.        Le principali combinazioni possibili fra i varii elementi, i quali danno luogo alla bilancia dei pagamenti internazionali. – Si dimostra la razionalità e la eventuale convenienza di queste combinazioni.

 

  1.   VI.        Si dimostra, inoltre, come la possibilità dell’incremento del patrimonio esista non solo nella combinazione proposta dal Valenti, ma anche in altre; ed esista anche nel passaggio da uno ad un altro sistema di bilancia dei pagamenti. – Salvo casi rarissimi, l’importazione di moneta a scopo di dare incremento al patrimonio nazionale appare un giro vizioso antieconomico.

 

  1.  VII.        Continua la dimostrazione della possibilità di dare incremento al patrimonio nazionale anche con altre combinazioni.

 

  1. Conclusione: «nazionalizzare la produzione» è regola economica solo in quanto coincide con l’insegnamento classico di «produrre e scambiare secondo la legge del minimo mezzo o del massimo tornaconto».

 

 

I

 

Già da qualche anno innanzi allo scoppio della guerra presente, erasi iniziato un movimento di idee che vorrebbe portare alla «nazionalizzazione» della scienza e più della politica economica italiana. Come è naturale, questa corrente di pensiero si è andata rafforzando dopo la entrata in guerra dell’Italia; ed ha avuto manifestazioni varie, ricche sempre di entusiasmo, non ugualmente rigorose per dirittura di ragionamento persuasivo. Sovratutto sembra a me che sia stata manchevole la elaborazione scientifica della teoria del «nazionalismo economico»; né avrei potuto perciò, per mancanza di materia prima, farla oggetto di una Nota presentata a questa Accademia, dinnanzi alla quale è lecito discorrere soltanto di problemi aventi carattere scientifico. Non vuolsi, dicendo questo, affermare che la teoria del nazionalismo economico debba essere giudicata soltanto con criteri economici: poiché, essendo il problema nel tempo stesso politico e militare ed economico e sociale, esso deve essere risoluto con criteri complessi dedotti dalle varie scienze, le quali assumono a proprio oggetto i diversi aspetti del fatto umano. Si osserva soltanto che non giova alla solidità di una dottrina complessa, impostarla su ragionamenti economici errati; poiché le illazioni, che se ne ottengono, rimangono prive di valore sia dal punto di vista economico, sia da quelli politici o bellici o sociali. Mentre invece un ragionamento economico corretto giova alla impostazione del problema anche dagli altri punti di vista, sicché più agevolmente si possa conoscere quali deviazioni debbono subire le leggi o tendenze o conclusioni economiche, quando si voglia tener conto altresì delle leggi o tendenze o conclusioni d’altra indole. Che se le prime non si conoscono o si esprimono inesattamente, come si potrà giungere ad una verità qualsiasi?

 

 

II

 

Ho veduto perciò con molto piacere che un maestro della scienza economica italiana, il prof. Ghino Valenti, ugualmente insigne per la dottrina teorica e per la sapienza delle applicazioni dei principi scientifici ai fatti, abbia voluto fornire ai seguaci della teoria del nazionalismo economico quella base scientifica economica che ad essi aveva finora fatto difetto; dimostrando, con chiarezza cristallina, che cosa si debba intendere per «nazionalizzazione della produzione italiana» e quali siano le vie che debbono essere seguite da uomini di governo e da industriali od agricoltori per accrescere la ricchezza del paese.

 

 

Io non intendo seguire il prof. Valenti in tutte le sue argomentazioni e conclusioni; poiché esse mi tratterebbero troppo lungi dal mio assunto, che è lo studiare quale sia il nocciolo scientifico della teoria del nazionalismo dal punto di vista economico. Basti notare come, per tutto ciò che ha tratto alle applicazioni pratiche dei principi scientifici, grandissimo sia il peso il quale deve essere attribuito alle opinioni di Ghino Valenti, senza dubbio la maggiore autorità vivente in materia di economia agricola, redivivo e rammodernato Iacini come ebbi altra volta a chiamarlo. Il punto che qui interessa è quello teorico, astrazion fatta dalle applicazioni sue; e su questo punto ritengo opportuno riferire intieramente il brano centrale del discorso del Valenti:

 

 

«Nazionalizzare [la produzione italiana] non significa che l’Economia italiana debba divenire un campo chiuso, talché s’abbia a contentare del poco che essa può produrre e rinunziare al resto. In tal guisa il Paese nostro sarebbe condannato ad una condizione di regresso in confronto al passato e ad una condizione quasi stazionaria rispetto all’avvenire. Giacché, è ovvio, che, se si rinunzia ad ogni importazione da altri paesi, cessa la possibilità di poter esportare in altri paesi».

 

 

Nella quale premessa mirabilmente è scolpita la meta a cui non deve tendere l’azione nostra a vantaggio della nazione; ed è nettamente ricordata a tutti i seguaci del nazionalismo economico l’assurdità ed il danno di chiudere in se stessa l’economia italiana, l’impossibilità assoluta di esportare senza importare e quindi la necessità di aumentare le importazioni dall’estero quando si vogliano crescere le esportazioni; e la fatalità di vedere scemare le esportazioni, ossia la forza di espansione del paese all’estero, quando si vogliano limitare o ridurre le importazioni. Dopo la definizione negativa, quella positiva. Così invero prosegue il Valenti:

 

 

«Nazionalizzare significa dare il massimo sviluppo a tutte le risorse paesane, di guisa che non si importi quel che non si può ottenere convenientemente in paese; il che sarebbe un particolare vantaggio per la nostra Economia, che restava finora in debito di fronte all’estero per più di un miliardo di lire, a causa del disquilibrio fra le importazioni e le esportazioni dei beni materiali. Il qual debito veniva da noi soddisfatto con varie partite di credito verso l’estero, tra cui principalmente le spese fatte dai forestieri viaggianti in Italia, che equivalevano ad una importazione di oro nel Regno, e le rimesse dall’estero dei nostri emigranti. Partite queste, che ottenevano il pareggio o quasi, e permisero che il cambio in più periodi fosse alla pari. Ma il pareggio che si otteneva, cosa non avvertita da molti, era puramente monetario, non economico. Invero, se i beni materiali ed i servigi consumati o acquistati dai forestieri possono paragonarsi ad una esportazione nostra pagata in oro, non è men vero che, se sussistesse la bilancia commerciale, nel senso antico, quest’oro sarebbe un capitale che l’Economia potrebbe accumulare. E per riguardo alle rimesse degli emigranti, queste servono si a pareggiare o diminuire il deficit, ma non è men vero ch’esse costituiscono un capitale, di cui l’Economia nazionale si arricchirebbe annualmente, se appunto non servissero a questo ufficio. L’Economia italiana in certo modo fa un prestito cogli emigranti corrispondente all’ammontare delle rimesse, e di esso si serve per pagare il suo debito con l’estero, assumendosi in corrispettivo di pagare agli emigranti o alle loro famiglie il valore corrispondente all’interno. Quindi l’Economia italiana non ha per questo fatto quell’incremento di capitale, che altrimenti conseguirebbe, perché l’impiega nella estinzione di un debito».

 

 

Nel qual brano è esposto il teorema seguente: mentre oggi si importano, grosso modo, 3000 milioni di lire di merci dall’estero e si fronteggia il debito così incontrato con l’importazione di 2000 milioni di merci e con 1000 milioni di rimesse degli emigranti o pagamenti di servigi o merci da parte di forestieri; sarebbe desiderabile che le importazioni di merci scemassero, ad es., a 2500 milioni di lire e le esportazioni, pure di merci, crescessero a 2500 milioni, fermo rimanendo il credito italiano verso l’estero di 1000 milioni per rimesse di emigranti e spese di forestieri. Cosicché l’economia italiana potesse giovarsi di un incremento, che oggi non ha, di 1000 milioni di lire in oro per le rimesse e le spese suddette, capitale monetario di cui l’Italia potrebbe in seguito fare l’uso migliore possibile a vantaggio della potenza economica del paese.

 

 

III

 

Che per una esatta posizione del problema giovi accettare l’implicita premessa, posta dall’A., che il commercio internazionale tanto più giovi al paese quanto più ne cresce il patrimonio, si può agevolmente ammettere. Commerciare e scambiare è operazione che procaccia guadagno ad ambe le parti contraenti; ed è quindi logica la deduzione che una nazione non possa non arricchirsi, quando compia una operazione di vendita di beni e di servigi all’estero da essa ritenuta vantaggiosa a se stessa. Ma «guadagnare» ed «arricchirsi» per mezzo dello scambio internazionale, non vuole ancora dire «aumentare il patrimonio», occorrendo a tal uopo un atto volontario di risparmio e di capitalizzazione da parte di chi si è arricchito. La convenienza del commercio internazionale esisterebbe anche quando non conducesse all’aumento del patrimonio nazionale, ma solo all’aumento dei consumi dei nazionali. Si può tuttavia, come sopra osservai, ammettere che sia ragionevole prefiggere come meta alla nazione, almeno per una parte dei lucri ritratti dal commercio internazionale, l’aumento del proprio patrimonio. È caratteristico delle nazioni progressive destinare a tal fine parte dei guadagni ottenuti colla produzione e la vendita, all’interno od all’estero, di beni e di servigi.

 

 

Fatta questa premessa, il problema che si deve risolvere non è più se convenga aumentare le esportazioni all’intento di crescere la ricchezza nazionale. Qui la risposta deve essere affermativa, perché si suppone, tacitamente e necessariamente, che le industrie esportatrici lucrino di più, esportando, di quanto lucrerebbero le stesse od altre industrie se dedicassero il medesimo ammontare di fattori produttivi a fornire merci o servigi ai consumatori nazionali.

 

 

Il problema è invece: giova all’incremento della ricchezza nazionale dedicare il maggior provento ottenuto con le cresciute esportazioni ed inoltre l’ammontare dei crediti verso l’estero resi disponibili da una voluta diminuzione delle importazioni a fare acquisto all’estero di moneta?

 

 

IV

 

Senza negare che in qualche caso siffatta soluzione data al problema del maggior incremento possibile del patrimonio nazionale sia preferibile, è dimostrabile come molte altre soluzioni possono più convenientemente darsi al problema posto; e come possa riuscire, in determinate contingenze, convenientissima principalmente anche quella soluzione che il Valenti giudica men favorevole all’economia nazionale.

 

 

Fa d’uopo partire sempre – è quasi inutile avvertirlo – dalla legge, pacifica tra gli economisti, della bilancia dei valori od uguaglianza dei debiti e crediti nel commercio internazionale. Se il debito dell’Italia verso l’estero è di 3000 milioni per merci importate, uopo è che il credito dell’Italia verso l’estero sia pure di 3000 milioni o per merci esportate o per rimesse di emigranti o per spese di viaggiatori forestieri o per guadagni della marina mercantile o per noli dei trasporti ferroviari di transito o per interessi di capitale impiegato all’estero o per altri servigi di banca, di intermediazione, ecc. ecc., resi dall’Italia all’estero. Se tutti questi mezzi insieme non bastano a coprire il debito dei 3000 milioni – il quale può derivare a sua volta, oltrecché da merci importate, da altre cause, come da spese di viaggiatori italiani all’estero, interessi passivi di capitali forestieri, rimborsi di debiti contratti in passato verso l’estero, noli della marina mercantile e delle ferrovie estere, talvolta non ancora compresi nel prezzo delle merci importate, ecc. ecc. – è giuocoforza diminuire il patrimonio nazionale, ossia vendere a stranieri le nostre terre o case o altri valori od indebitarci verso l’estero; il che equivale ad una esportazione di titoli, mediante la quale di ristabilisce il pareggio. Ma il pareggio conviene vi sia; altrimenti si cade nell’assurdo che gli stranieri ci diano qualche cosa, senza esigere nulla in cambio. Il che è impossibile.

 

 

Per semplicità, supporrò che le partite di dare ed avere della bilancia dei valori nel commercio internazionale si riducano a quattro elementi:

 

 

  • merci materiali, importate od esportare, compresi i metalli preziosi non coniati per usi non monetari;

 

  • servigi, importati od esportati, di emigranti (con conseguenti rimesse); servigi resi, anche sotto forma di merci, ai forestieri viaggianti in Italia od ai nazionali viaggianti all’estero; servigi della marina mercantile nazionale o di quella estera, delle ferrovie per le merci di transito, delle banche, od altri intermediari, dei capitali impiegati all’estero o dall’estero mutuati, onde i rispettivi interessi attivi e passivi, ecc. ecc.;

 

  • titoli, i quali possono essere esportati dallo Stato (emissione di prestiti pubblici all’estero) o da privati (vendita di azioni od obbligazioni all’estero, interessamento di stranieri in imprese nazionali, vendita di terreni, case ed altri beni a stranieri); ovvero importati (come quando si riscattano titoli di debito pubblico, azioni od obbligazioni nazionali dall’estero, si rimborsano debiti verso gli stranieri, si acquistano titoli di debito pubblico ed altri valori esteri od i nazionali si interessano in imprese o comprano terre e case straniere);

 

  • moneta metallica e metalli preziosi per usi monetari, importata od esportata, sia mediante spedizione, sia a mano di stranieri o nazionali viaggianti od emigranti.

 

 

Qualsivoglia specie di ragioni di debito o di credito verso l’estero può essere fatta rientrare in una delle comprensive categorie: merci, servigi, titoli, moneta metallica, in cui si possono dividere i beni economici, i quali si devono necessariamente bilanciare nel loro valore totale all’importazione ed alla esportazione.

 

 

V

 

Le combinazioni, le quali potrebbero istituirsi fra merci, servigi, titoli e moneta metallica subordinatamente alla condizione che il totale dei debiti sia uguale al totale dei debiti sia uguale al totale dei crediti di una nazione verso l’estero sono numerosissime. Per semplificare l’esemplificazione, supporrò che i totali pareggiantisi siano di 3000 milioni di lire; che le merci non cadano, né all’importazione né all’esportazione al disotto di 2000 milioni, e che da ambe le parti della bilancia gli altri fattori servigi, titoli e moneta vengano introdotti ad uno ad uno, per cifre rotonde di 1000 milioni, affine di chiarirne separatamente l’influenza.

 

 

Fatte le quali avvertenze, io così riassumerei i principali gruppi di combinazioni che possono aversi tra merci, servigi, titoli e moneta metallica:

 

 

I Gruppo

 

nel quale la nazione esporta soltanto merci:

 

Esportazioni o crediti

Importazioni o debiti

a) Merci

3000

2000

Servigi

1000

Titoli

Moneta

3000

3000

b) Merci

3000

2000

Servigi

Titoli

1000

Moneta

3000

3000

 

II Gruppo

 

nel quale la nazione esporta merci e servigi (di emigranti, a forestieri, di marina mercantile, di capitali, di banca, ecc. ecc.):

 

 

Esportazioni o crediti

Importazioni o debiti

a) Merci

2000

2000

Servigi

1000

1000

Titoli

Moneta

3000

3000

b) Merci

2000

2000

Servigi

1000

Titoli

1000

Moneta

3000

3000

c) Merci

2000

2000

Servigi

1000

Titoli

Moneta

1000

3000

3000

d) Merci

2000

3000

Servigi

1000

Titoli

Moneta

3000

3000

 

1000

 

 

 

3000

 

 

III Gruppo

 

nel quale la nazione esporta merci e titoli:

 

 

Esportazioni o crediti

Importazioni o debiti

a) Merci

2000

2000

Servigi

1000

Titoli

1000

Moneta

3000

3000

b) Merci

2000

2000

Servigi

Titoli

1000

1000

Moneta

3000

3000

c) Merci

2000

2000

Servigi

Titoli

1000

Moneta

1000

3000

3000

d) Merci

2000

3000

Servigi

Titoli

1000

Moneta

 

 

IV Gruppo

 

nel quale la nazione esporta merci e moneta:

 

 

Esportazioni o crediti

Importazioni o debiti

a) Merci

2000

2000

Servigi

1000

Titoli

1000

Moneta

3000

3000

b) Merci

2000

2000

Servigi

Titoli

1000

Moneta

1000

3000

3000

c) Merci

2000

2000

Servigi

Titoli

Moneta

1000

1000

3000

3000

d) Merci

2000

3000

Servigi

Titoli

Moneta

1000

3000

3000

 

 

Ritengo che le quattro combinazioni presentate per ogni gruppo rappresentino sufficientemente i principali casi tipici i quali si possono dare nella realtà. Questa, naturalmente, è più complessa, essendo raro il caso che un paese non esporti od importi nel tempo stesso merci, servigi, titoli e moneta. Ma fu giuocoforza semplificare le combinazioni, affine di apprezzare ad uno ad uno i vari fattori della bilancia internazionale. Chi voglia può, del resto, complicare a suo grado i fatti, senza che le conclusioni debbano variare. È agevole avvertire che i fattori i quali entrano al passivo della bilancia sono gli stessi nelle varie sezioni orizzontali dei diversi gruppi; mentre i fattori attivi rimangono uguali verticalmente nei limiti d’ogni gruppo.[2]

 

 

Tutte le combinazioni addotte possono essere feconde di risultati utili per la nazione. La (I, a), perché con essa il paese, vendendo 3000 milioni di lire di merci si procura 2000 milioni di altre merci ed inoltre 1000 milioni di servigi stranieri, come di capitali necessari a valorizzare il proprio territorio agricolo o dar impulso alle proprie industrie. La (I, b), con la quale il paese, dando 3000 milioni di merci, acquista, oltre a 2000 milioni di merci, 1000 milioni di titoli (titoli di debito pubblico esteri, azioni od obbligazioni, case o terreni esteri). La (I, c), grazie a cui il paese introita 1000 milioni di moneta; ed anche la (I, d), con cui si sostituiscono merci più utili a merci meno convenienti ai consumatori nazionali. Direi che la combinazione (I, a) raffigura il caso di un paese nuovo, il quale abbisogna pel suo sviluppo dei servigi del capitale e del lavoro esteri; la (I, b) il caso del paese industriale, che fa investimenti di capitale all’estero; la (I, c) il caso del paese, il quale passa dal regime di corso forzoso al regime aureo; mentre la combinazione (I, d) potrebbe rispondere alla situazione di un paese agricolo, il quale scambia le sue derrate agrarie sovrabbondanti con i prodotti industriali di paesi esteri. Le combinazioni che si leggono negli altri gruppi rispondono altresì alle varie situazioni in cui i vari paesi si possono trovare di tempo in tempo; ed il lettore può, senza che io mi dilunghi soverchiamente su ognuna di esse, vederne la ragion d’essere.

 

 

Forse è utile, però, di avvertire la ragionevolezza di talune soluzioni, prima facie non convenienti. Esportare, come nella combinazione (IV, c), 1000 milioni di moneta per importare altrettanta somma di ugual moneta sembra assurdo. Può non essere, quando si ammetta che il paese abbia convenienza ad esportare una specie di moneta (d’argento inviato alle colonie od ai paesi dell’Oriente), importando dai paesi minerari un’altra specie monetaria (d’oro, per la circolazione interna o per le riserve delle proprie banche di emissione).

 

 

A che pro, si può dire, esportare, come in (II, a), 1000 milioni di servigi per acquistare di nuovo 1000 milioni degli stessi servigi? Ma possono essere servigi di indole diversa, come accade all’Inghilterra, esportatrice di servigi della marina mercantile e di capitali, impiegati all’estero ed importatrice di servigi resi a suoi nazionali viaggiatori per diporto in tutti i paesi del mondo. Od, anche quando trattasi di servigi della stessa categoria, lo scambio e quindi l’arricchimento possono essere utilissimi; come dimostra l’esempio della Germania, esportatrice dei servigi di capi-tecnici, impiegati e direttori di banca, commessi viaggiatori, rappresentanti ed importatrice di mano d’opera ordinaria e specificata dall’Italia, dalla Polonia, dalla Galizia.

 

 

Perché, può altri soggiungere, fingere il caso (III, b) di una nazione, la quale esporti 1000 milioni di titoli per reimportare medesimamente 1000 milioni degli stessi titoli? Eppure, questo è il caso della Svizzera e dell’Olanda ed era il caso del Belgio; degli Stati-cuscinetto, i quali si arricchiscono o si arricchiscono importando titoli esteri da paesi in cui il tasso di interesse o di rendimento era alto (Germania, Austria, Stati Uniti) ed esportando altri titoli nazionali nei paesi, in cui il risparmio si contentava di un più basso tasso di interesse (Francia). Vendere alla Francia 1000 milioni di titoli svizzeri al 4% ed acquistare 1000 milioni di titoli tedeschi od austriaci o nord-americani al 6% è, per la Svizzera, una operazione feconda di 20 milioni di lire di utile all’anno; feconda quindi di arricchimento. È prevedibile che, dopo la guerra, l’ufficio degli Stati-cuscinetto crescerà di importanza, perché cresceranno gli ostacoli al passaggio diretto dei capitali da un gruppo all’altro dei paesi ora nemici; e crescerà il beneficio di intermediazione dei paesi-cuscinetto, i quali daranno opera ad agevolare il traffico dei capitali[3].

 

 

VI

 

Sebbene colla dimostrazione della convenienza delle combinazioni o situazioni ipotizzate sia dimostrata altresì la possibilità di ottenere, con ciascuna di esse, un aumento del patrimonio nazionale, è opportuno aggiungere su questo punto qualche ulteriore riflessione.

 

 

Certamente siffatta possibilità esiste nella combinazione (II, c), la quale corrisponde a quello schema di bilancia dei pagamenti, a cui il Valenti riconosce la virtù di arricchire il paese. Infatti, in essa, con i 2000 milioni di lire di merci esportate si compensano i 2000 milioni di merci importate: ed i 1000 milioni di servigi esportati (servigi di emigranti all’estero, che danno origine a rimesse di denaro e prestazioni a forestieri viaggiatori di diporto in paese) procacciano 1000 milioni di moneta, i quali potranno in un successivo momento essere trasformati in un aumento di capitale. Non è necessario che ciò accada; potendo i 1000 milioni di moneta essere convertiti in beni di consumo; ma sarebbe irragionevole negare che essi possano essere risparmiati.

 

 

Ma non si vede perché il Valenti neghi alla combinazione (II, d), la capacità di concorrere all’aumento del capitale nazionale. Non è forse vero che i 3000 milioni di lire di merci possono essere, fino a concorrenza di 1000 milioni, merci strumentali? Macchine, parti di macchine, aratri, concimi chimici, semenze, ecc. ecc., in cui si investono i 1000 milioni che il paese lucra mercé i servigi dei suoi emigranti o resi dai nazionali ai forestieri? O forse le statistiche commerciali non rivelano, in tutti i paesi rapidamente progressivi, una forte importazione di cotali prodotti istrumentali? L’Italia stessa non ha investito, negli anni migliori del nuovo secolo, notevole parte dei suoi risparmi nella propria industrializzazione, ottenuta mercé acquisto all’estero di macchinari, materie prime, concimi chimici? A meno che il paese abbia precisamente bisogno di moneta metallica per il risanamento della sua circolazione, io non so vedere fra la combinazione (II, d) e quella (II, c) altra differenza all’infuori di questa: che la (II, d) raffigura meglio la realtà, di quanto non faccia la (II, c), la quale rinvia ad un secondo momento il compimento delle operazioni economiche che stanno sotto le cifre contabili del dare e dell’avere. Salvo il caso citato che il paese abbia davvero bisogno di 1000 milioni di lire di moneta per il risanamento della sua circolazione monetaria, caso che noi possiamo trascurare, essendo ben lungi dall’essere frequente, la combinazione (II, c) non è definitiva. Ad un paese non importa nulla possedere 1000 milioni di lire in più di moneta in specie, perché la moneta non ha alcuna utilità diretta. Importa invece assai ottenere, per mezzo dei 1000 milioni di moneta, 1000 milioni in merci, servigi o titoli esteri. Tenere in paese i 1000 milioni di lire in moneta sarebbe, normalmente e salvo il caso citato – il quale può manifestarsi per la cifra totale o parte di essa – un assurdo; poiché l’unico effetto sarebbe di fare aumentare i prezzi di tutte le cose, per la sovrabbondanza della moneta circolante; onde una restrizione nelle esportazioni ed un aumento nelle esportazioni, insino a che l’eccedenza di moneta se ne fosse ritornata all’estero. Il paese non ha bisogno, il più delle volte, di tenere la moneta in paese, per comprare beni nazionali, col solo risultato di farli aumentare inutilmente e provvisoriamente di prezzo e di provocare così delle crisi economiche. Ha bisogno, invece, di acquistare con quei 1000 milioni di moneta, 1000 milioni di merci, servigi o titoli esteri.

 

 

Questa è la sola condotta per lo più ragionevole e pensabile. Il che opportunamente ricorda il Valenti, quando intende allontanare da sé la taccia di risuscitare gli errori dei mercantilisti. «Imperocché»- egli dice – «se nella teoria mercantilista si conteneva un grave errore, quello di non porre in bilancia se non i beni materiali, le merci, trascurando il valore dei servigi ed i crediti, è incontestabile che il loro pensiero, per quanto riguarda l’importazione della moneta come mezzo di accrescimento di capitale, aveva pieno fondamento di ragione. Certo l’importazione della moneta oltre il bisogno della circolazione determina un rinvilimento del suo valore – e ne sanno qualche cosa i tedeschi del 1870-71 per effetto del pagamento fatto loro dai francesi della indennità di guerra in oro – ma non è men vero che il capitale-moneta è capitale trasformabile in quei beni atti ad accrescere durabilmente la potenzialità economica del paese, venendo così naturalmente ad essere restituito a quegli altri paesi, che per una precedente sottrazione ne abbiano difetto. Ciò peraltro non toglie che l’incremento del capitale nel paese importatore di oro rimanga».

 

 

Il Valenti dimostra così:

 

 

  1. che, quando ciò non importi ai bisogni della circolazione, ossia ad uguagliare il livello dei prezzi all’interno ed all’estero, è inopportuno importare moneta solo per servirsene nell’acquisto di merci o servigi nazionali. L’importazione avrebbe per unico effetto quello puramente nominale di rialzare il livello interno dei prezzi. Effetto, come è noto, dannoso ai più e provvisorio;

 

  1. che l’importazione della moneta si può ritenere vantaggiosa all’incremento del capitale nazionale solo perché la moneta è una merce «trasformabile nei beni atti ad accrescere durabilmente la potenzialità economica del paese». La qual verità, quando i beni acquistati siano esteri, non comporta dubbi;

 

  1. che allora l’incremento del capitale nazionale avrà avuto realmente luogo, quando la moneta si sarà trasformata nei beni esteri suddetti. Finché il paese importatore conserva l’oro importato, l’arricchimento è registrato sulle statistiche; ma a stento lo si potrebbe dire acquisto, in atto, produttivo di nuove ricchezze. L’arricchimento fecondo si avrà quando di nuovo il paese avrà «restituito», come bene dice il Valenti, la moneta «ai paesi che per una precedente sottrazione ne abbiano difetto», ricevendone in cambio macchine, attrezzi, materie prime, ed anche, come si dirà poi, beni di consumo diretto;

 

  1. dalla quale pacifica constatazione logicamente di deduce che se un paese al processo:

 

 

(1) merci nazionali=moneta=merci estere

 

 

sostituisce il processo:

 

 

(2) merci nazionali=merci estere

 

 

consegue medesimamente anzi più rapidamente il fine dell’incremento della ricchezza nazionale.

 

 

Sicché resta dimostrato che la combinazione (II, d) è stabile, mentre la (II, c) è provvisoria; ed è altresì più economica.

 

 

Alla quale conclusione medesima si giunge, quando si accolga l’insegnamento del Valenti, per cui compito della nazione dovrebbe essere quello di importare, per quanto è possibile, di meno, ed esportare, per quanto è possibile, di più. Poiché il meno ed il più si riferiscono ad un tempo ulteriore in confronto ad un tempo anteriore; la massima significa che occorre, per arricchire un paese, aumentare le esportazioni e diminuire le importazioni passando dal tempo A al tempo B; secondo lo schema seguente, in cui si variano dinamicamente esempi già dati:

 

 

Combinazione (II, d)

Combinazione (II, c)

Esportazione o crediti

Importazioni o debiti

 

Esportazione o crediti

Importazioni o debiti

Tempo A

Merci

2000

3000

2000

2000

Servigi

1000

1000

Titoli

Moneta

1000

3000

3000

3000

3000

Tempo B

Merci

2500

3500

2500

1500

Servigi

1000

1000

Titoli

Moneta

2000

3500

3500

3500

3500

 

 

Non si può negare che, sotto qualche rispetto, la variazione compiutasi nel tempo B sia vantaggiosa. La nazione esportando 500 milioni di lire di merci di più, ha aperta a sé medesima la possibilità di arricchire maggiormente. Ma l’arricchimento maggiore è più agevole nella combinazione (II, d) o nella (II, c)? Di nuovo, l’unica differenza sta nel circolo vizioso attraverso la moneta che si compie nella (II, c), e si evita nella (II, d). Un paese, il quale non ha bisogno di importare moneta per innalzare il livello dei suoi prezzi interni al livello di quelli esteri, si sbarazzerà, quanto più presto gli sarà possibile, dei 2000 milioni di lire di moneta; ed acquisterà all’estero altrettanto valore di merci, servigi o titoli. Forse la soluzione più vantaggiosa che un paese industrialmente ed agrariamente progressivo può dare al problema è appunto di acquistare altri 2000 milioni di lire di merci istrumentali straniere, sì da portare l’importazione a 3500 milioni, così come si legge nella combinazione (II, d, B). Il che dimostra che la massima importare di meno ed esportare di più è possibile per quei paesi i quali hanno bisogno di attrarre l’immigrazione dei servigi di lavoratori e di capitali esteri o possono impiegare i loro risparmi nell’acquisto di titoli esteri. Entro i limiti in cui quelle due soluzioni non sono convenienti, la massima è assurda. Esportare merci in quantità maggiore è davvero impossibile senza importarne altresì in copia più grande. La quale verità, malgrado il diverso apparente suono delle parole, è nettamente ed esplicitamente riconosciuta dal Valenti, come del resto non poteva non essere.

 

 

VII

 

Gli schemi di combinazioni sovra compilati hanno per iscopo di mettere in luce come varie siano le soluzioni che si possono dare al problema dell’arricchimento attraverso il commercio internazionale.

 

 

Nel gruppo (I) si raffigurano le varie maniere che possono essere accolte da un paese, il quale è esportatore di merci agricole ed industriali ed ha una trascurabile esportazione di servigi (pochi emigranti, pochi forestieri di passaggio, scarsi capitali impiegati all’estero e fruttiferi di interesse, ecc.) e di titoli (il che significa un paese che non si indebita verso l’estero). Questo paese può impiegare i 1000 milioni di lire di risparmi fatti, per ipotesi, sulla vendita dei 3000 milioni di merci all’estero:

 

 

a)    acquistando servigi di stranieri; ossia importando mano d’opera estera, ordinaria e qualificata. È il caso dell’Argentina e degli Stati Uniti: ed è l’aspirazione del Brasile;

 

b)    acquistando titoli di Stati e di imprese private estere, o titoli nazionali prima espatriati. Gli Stati Uniti nel momento attuale attuano siffatto metodo di investimento;

 

c)    acquistando moneta. L’India e la Cina seppelliscono nei tesori privati masse cospicue di oro ed argento; ma non riscuotono molti applausi degli economisti per tale loro condotta, in date contingenze non priva del resto di ragionevolezza. Gli Stati Europei e d’America andarono a gara, a tratti, durante gli ultimi 40 anni, ad impinguare le riserve metalliche delle Banche di emissione;

 

d)    acquistando altre merci sino ad ottenere il pareggio con i 3000 milioni d’importazioni. Il che può avere parecchie significazioni. Il risparmio di 1000 milioni consentito o voluto compiere dalla nazione sul valsente di 3000 milioni di crediti per esportazioni, può invero prendere la forma già osservata di prodotti strumentali utili all’incremento delle industrie e dell’agricoltura. Fu metodo seguito, con fortuna, dall’Italia dopo il compimento dell’unità nazionale; e con fortuna somma dalla Germania. Essendosene già detto a bastanza, non fa d’uopo tornarci sopra. Ma l’investimento del risparmio può avvenire anche in merci estere di consumo diretto. Per due vie: l’una delle quali si è di lasciar libere all’interno tante energie produttive, prima destinate alla produzione dei beni diretti di consumo, le quali ora più convenientemente possono consacrarsi alla produzione di beni strumentali, alla costruzione di case, edifici industriali, al prosciugamento di paludi, ecc. ecc. La ricchezza del paese cresce di 1000 milioni ugualmente e forse meglio se all’estero si acquistano a buon mercato merci di diretto consumo e si dedicano il capitale ed il lavoro così lasciati liberi dalla produzione di beni di uso diretto a compiere all’interno investimenti capitalistici. L’altra via è di acquistare all’estero merci di diretto consumo che possono giovare al perfezionamento fisico ed intellettuale dei nazionali. Il risparmio non si fa solo in denaro, bensì anche in qualità personali; e forse delle due specie di risparmio, capitalistico in senso stretto e personale, la più feconda è quest’ultima. Od almeno è quella su cui gli economisti moderni fanno maggiormente e fidanza per crescere la ricchezza delle nazioni.[4]

 

 

e)    Anche i libri, e gli oggetti d’arte e gli strumenti musicali possono essere un mezzo di risparmio, talora più fecondo e produttivo di un deposito di denaro sul libretto della cassa di risparmio. E quando siffatti beni di consumo diretto si possano acquistare, col ricavo della vendita di merci nazionali all’estero, con maggiore convenienza all’estero che all’interno, senza dubbio l’importazione loro dall’estero è un mezzo di arricchimento altrettanto, ed anzi «maggiormente» secondo l’opinione dei nazionali, utili come l’importazione d’oro.

 

 

Le medesime quattro specie di investimento del risparmio in servigi, titoli, moneta e merci provenienti dall’estero possono essere scelte da nazioni le quali esportino merci e servigi (II gruppo), merci e titoli (III gruppo), merci e moneta (IV gruppo). La ragionevolezza dell’investimento scelto e la possibilità di arricchirsi con esso sono già dimostrate con le osservazioni fatte a proposito del primo gruppo di nazioni. Varia soltanto la maniera di pagare le cose comperate all’estero, che, invece di essere la vendita di merci, è in parte questa ed in parte l’esportazione di servigi, o di titoli o di moneta, a volta a volta o contemporaneamente, a seconda degli interessi variabili della nazione.

 

 

VIII

 

«Noi dobbiamo nazionalizzare la produzione italiana» – ripeterò anch’io col Valenti a conclusione della presente Nota. Ma esclusa, salvo casi rarissimi, la convenienza di importare moneta per conservarla, dimostrato che la convenienza di aumentare le esportazioni e di arricchire mercé l’incremento dato alle esportazioni si può logicamente e necessariamente immaginare solo attraverso ad un correlativo aumento di importazioni di merci o di titoli o di servigi, «nazionalizzare la produzione» ha e non può non avere unicamente il significato di «dare il massimo sviluppo a tutte le riserve paesane» che convenga di sfruttare per trarre dai propri sforzi il maggiore risultato comparativo possibile. Rinunciare a produrre le merci ed i servigi che tecnicamente sarebbe pure possibile di produrre in paese, significa arricchire il paese, quando convenga maggiormente dedicare la limitata dote di capitale e di lavoro esistente tra noi, alla produzione di altre merci e di altri servigi a rendimento più elevato; coll’intento di esportare il sovrappiù eccedente i nostri bisogni per acquistare all’estero le merci ed i servigi, che noi dureremmo troppa fatica a produrre direttamente. A buon diritto, da quel valoroso economista che egli è, il Valenti richiama l’attenzione dei teorici e dei pratici sulla convenienza di utilizzare fonti paesane di ricchezza finora forse troppo trascurate per imperizia tecnica, cattive consuetudini, ignoranza o timidezza di capitali. A buon diritto egli ammonisce gli italiani che essi potrebbero con vantaggio produrre direttamente cose prima acquistate all’estero. La ricchezza progredisce attraverso a continue sostituzioni di processi produttivi più perfetti a processi meno perfetti. E fra questi processi più perfetti può talvolta essere noverata la produzione e la elaborazione paesana di beni, che prima si acquistavano all’estero. Se vuolsi, noi possiamo dare a questi progressi economici e tecnici, il nome di «nazionalizzazione della produzione». Ma forse il cambiamento di nome era inutile. Poiché, in quanto essa ha una significazione plausibile e razionale, quella teoria era nota nella scienza economica e dicevasi: legge del minimo mezzo o del massimo tornaconto.

 

 

L’Accademico Segretario

 

Ettore Stampini

 

 


[1] Nota presentata nell’adunanza del 13 febbraio 1916. A proposito di Ghino Valenti, La guerra e l’economia nazionale dell’Italia, Siena, Lazzeri, 1916, pp. 64 (discorso tenuto il 14 novembre 1915 per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Siena)

[2] Riproduco in nota un brano, non essenziale alla formulazione del principio teorico, ma utile per comprendere l’applicazione che del principio il Valenti vorrebbe veder fatta:

 

«Il nostro compito pertanto dovrebbe essere quello di eliminare le importazioni non necessarie, specie, se si tratti di elementi complementari delle industrie nazionali già in esercizio. È stata un’arte riuscitissima dei tedeschi quella di far sì che le industrie estere fossero tributarie, per qualche elemento, dalla Germania. La quale, data la impossibilità di una pronta sostituzione, o anche semplicemente la convenienza, finiva per tal mezzo coll’avere in mano le sorti dell’intera industria. D’altra parte convien dar sviluppo alle nostre esportazioni, specie di quei prodotti, che sono una nostra speciale prerogativa, riducendo al massimo grado i costi; di guisa che i prodotti stessi divengano non soltanto convenienti, ma necessari ai paesi importatori. Tra questi prodotti occupano il primo posto i prodotti raffinati del suolo e cioè i prodotti dell’orticoltura e della frutticoltura, dovuti a speciali condizioni di terreno o di clima, e i prodotti delle industrie agrarie, in lato senso, e cioè di tutte quelle industrie, che trasformano i prodotti agricoli, rendendoli conservabili e commerciabili. Deve cessare quella perniciosa condizione, per cui gli stranieri esercitano tali industrie, giovandosi di materie prime agricole nostre, con che ci vien tolta la maggior parte di quei guadagni che naturalmente ci spetterebbero. In una parola bisogna importare, per quanto è possibile, di meno, ed esportare, per quanto è possibile, di più».

[3] Mi sia consentito di citare le Prime linee di una teoria degli Stati-cuscinetto contenute nella prova quattordicesima del capo nono della mia Memoria Intorno al concetto di reddito imponibile, pubblicata in «Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino», serie II, tomo LXIII, pagina 307 (99 dell’estratto).

[4] Cfr., sul concetto e sulle specie del «risparmio personale», la citata mia Memoria, a pag. 235 del volume e 27 dell’estratto.

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