Opera Omnia Luigi Einaudi

Di una controversia tra Scialoja e Magliani intorno ai bilanci napoletano e sardo

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/01/1953

Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche, Ediz. di storia e letteratura, Roma, 1953, pp. 215-227

1. – Continuo qui una rubrica, altrove iniziata[1] e già qui seguitata [2], nella quale non intendo dare una bibliografia compiuta di alcun capitolo della scienza economica, ma elencare soltanto i libri raccolti da me su un dato argomento. Dissi già che il valore della rubrica è meramente quello di mettere in luce le difficoltà incontrate dagli amatori di libri nel procacciarsi una raccolta compiuta di ciò che fu scritto intorno ad un dato problema; forse con incitamento ad altri a non lasciarsi sfuggire qualcuno degli scritti che a me fanno difetto. Il che gioverà a scansare in qualche maniera il malanno del disperdimento della suppellettile libraria economica; poco curata dagli amatori di libri, di solito indifferenti per libri ed opuscoli intesi a discipline reputate noiose e grossamente materiali, epperciò bistrattate dai librai antiquari, ai quali a giusta ragione duole inserire nei loro cataloghi, spendendo da 3 a 5 lire per numero, opuscoli che essi prevedono non saranno da alcuno richiesti. Negli ultimi anni si avverte un inizio di ravvedimento, specie per un qualche modesto aumento nel numero degli amatori di cose economiche esaurite; ma, poiché gli amatori sono pochi, i librai non sono finora stati a bastanza eccitati ad informarsi delle esigenze di questo particolare ramo del loro commercio, a scernere il buono dal mediocre e dal cattivo ed a far prezzi razionali, ossia vantaggiosi, alti o bassi che siano, per essi e per i clienti. Siamo ancora, nel ramo economico, allo stadio dei prezzi fatti a caso, a fiuto, seguendo gli accidenti della persona del cliente e dell’astuzia del mercante. Nessuno, che io sappia, tra i librai antiquari italiani, anche se vantino meravigliose raccolte di fonti bibliografiche, possiede qualcuno tra gli strumenti noti della bibliografia economica. Uno solo era dotto in materia; ma, forestiero e ramingo, suppongo non sarà più qui quando queste pagine verranno in luce[3].

2. – Stavolta, il mio elenco è tutto contenuto in quattro numeri, di cui il quarto fa quasi doppio col terzo:

1. I bilanci del regno di Napoli e degli stati sardi, con note e confronti di A. SCIALOJA, Torino, Società editrice italiana di M. Guigoni, 1857. Un vol. in 8° di pagg. 140 ed una carta per le “correzioni ed aggiunte”. Il libretto, stampato nella tipografia di G. Favale e compagnia, nella copia posseduta da me, non ha indice e non deve averlo avuto mai, se Carlo De Cesare, biografo di Antonio Scialoja (Roma, 1879, pag. 87) lo dice pur egli di 140 pagine. A chiarirne il contenuto, fornisco l’indice dei capi in cui il libretto si divide: I. Nota preliminare e testo dei bilanci (napolitano pel 1856 e sardo pel 1857, discusso il 1856); II. Entrate §: 1, Note generali e confronto complessivo; § 2, Note e confronti speciali; III. Spese: § 1, Note e confronti complessivi; § 2, Note e confronti speciali delle spese: (A) Finanze, (B) Grazia e giustizia, (C) Esteri, (D) Istruzione pubblica, Affari ecclesiastici e Presidenza del Consiglio in Napoli, (E) Interno e polizia, (F) Affari ecclesiastici in Napoli, (G) Lavori pubblici, (H) Guerra e marina; Conclusione. L’opuscolo, introdotto clandestinamente nel regno, fu ivi ricercatissimo, e venne ristampato, a detta del De Cesare, «di soppiatto imitando perfettamente l’edizione torinese… Durante gli anni 1857 e 1858 non si parlò di altro in Napoli e nelle provincie del Regno che dello scritto di Scialoja; il desiderio di leggerlo diventò febbrile in guisa da spendere per l’acquisto di un solo esemplare di esso 6 ducati, equivalenti a 25 lire italiane». Ferdinando II, il quale invano ne aveva interdetta l’introduzione, ordinò che le accuse fossero ad una ad una ribattute. Furono scelti a rispondere monsignor Salzano per la parte ecclesiastica; Federico del Re, Nicola Rocco, Ciro Scotti, Francesco Durelli, Alfonso de Niquesa ed il canonico Caruso per i vari rami dell’amministrazione; Agostino Magliani e Girolamo Scalamandrè per le finanze (così Raffaele De Cesare in Antonio Scialoja. Memorie e documenti, Città di Castello, 1893, pag. 35).

2. Gli errori economici di un opuscolo detto i bilanci del Regno di Napoli e degli Stati sardi, confutato da G. SCALAMANDRÈ (articolo estratto dal giornale «La verità»), Napoli, 1858, Stabilimento tipografico del cav. Gaetano Nobile. Un op. in ottavo di pagg. 74. Lo scritto si divide in tre capi: I: degli errori commessi dall’autore dell’opuscolo, circa il suo stesso intento finale; II: degli errori commessi dall’autore dell’opuscolo ne’ mezzi che pone ad atto per conseguire il suo intento: § 1) gli stati discussi di Napoli e del Piemonte; § 2) Giornale del Regno delle due Sicilie; § 3) collezioni delle leggi del regno; § 4) scrittori economici e scritti apologetici; § 5) informazioni private e criterio dell’autore dell’opuscolo; III: degli errori commessi dal nostro autore nei modi tenuti da lui, per conseguire con i suoi mezzi il suo fine. Conclusione.

3. De la situation financière du royaume des Deux Siciles, par AGOSTINO MAGLIANO, Bruxelles, imprimerie de A. Mathieu et Compagnie, Vieille-Halle-aux Blés, 31, 1858. Un op. in ottavo di pagg. 40. È la traduzione francese della risposta del Magliani pubblicata in Napoli nel 1857 col titolo Della condizione finanziera del regno di Napoli. Non posseggo quest’ultima. Magliani era funzionario del ministero delle finanze e dovette ubbidire all’ordine di scrivere la risposta. Quando nel 1860 lo Scialoja tornò a Napoli e da Garibaldi dittatore fu nominato ministro alle finanze, Carlo De Cesare fu scelto da lui a segretario generale. «Magliani», narra Raffaele De Cesare, «era tuttavia capo di ripartimento nello stesso ministero, e temeva, da un momento all’altro, di esser licenziato dal nuovo ministro, in omaggio alla pubblica opinione, come si diceva allora. Con questa formula, tutta rivoluzionaria, sono stati destituiti migliaia di funzionari d’ogni grado. Mio zio aveva resistito alle insistenze di tutt’i liberali, perché il Magliani fosse destituito egli pure, ritenendolo, quale egli era, persona singolarmente capace. D’altra parte, la sua condotta, durante il periodo costituzionale di Francesco II, era stata correttissima: egli si era subito adagiato al nuovo ordine di cose, tanto che i decreti di maggiore importanza, quelli sui quali conveniva serbare il segreto, erano scritti da lui… Magliani pregò mio zio d’intercedere presso Scialoja, assicurandolo che egli aveva pubblicato il noto opuscolo, non perché ne dividesse le idee, ma perché aveva dovuto ubbidire agli ordini del Re. Scialoja rispose di aver tutto dimenticato; essergli noto il valore del Magliani, desiderare di conoscerlo. In una sera del settembre del 1860, mio zio lo condusse in casa Achard, dove Scialoja abitava. Imbarazzante fu l’incontro da parte del Magliani, il quale appena presentato a Scialoja, gli prese una mano e la baciò ripetutamente, esclamando: Perdonate, Don Antonio. Scialoja rispose che aveva tutto dimenticato; e da quel giorno furono amici, e più tardi colleghi alla Corte dei conti» (RAFFAELE DE CESARE, Antonio Scialoja, cit., pag. 36). Dall’«elenco degli scritti, dei discorsi parlamentari, delle relazioni e progetti di legge di A. Scialoja» contenuto a carte 69-77 dell’opuscolo Per l’inaugurazione del monumento ad Antonio Scialoja avvenuta in Procida addì 11 ottobre 1896, non risulta che lo Scialoja abbia pubblicato alcuna replica alle risposte del Magliani e degli altri suoi critici. Magliani, davvero valente uomo, fu in seguito ripetutamente ministro delle finanze nel regno d’Italia, dal 26 dicembre 1877 al 24 marzo 1878 e dal 19 dicembre 1878 al 14 luglio 1879 con Depretis, dal 25 novembre 1879 al 29 luglio 1887 in successivi gabinetti Cairoli e Depretis, e di nuovo, per breve tempo, dopo il 7 agosto 1887 con Crispi, tenendo a lungo altresì la reggenza del ministero del tesoro. Durante il secondo gabinetto Crispi, nel 1890, ad occasione probabilmente delle elezioni generali indette in quell’autunno per la XVII legislatura e quando forse si temeva da taluno il ritorno del Magliani al ministero, l’ira di parte riesumò l’antica risposta allo Scialoja e questa fu ripubblicata così:

4. La situazione finanziaria del Regno nel 1858 per AGOSTINO MAGLIANI, Roma, Tipografia Ciotola editrice, via del giardino, n. 85-86, 1890. Un opuscolo in 8° di pagg. 29. La ristampa appare, nonostante l’aggiunta erronea della data del 1858 invece di 1857, compiuta sull’originale italiano; ed è preceduta (pagg. 3-6) da un cenno sull’occasione della prima comparsa dello scritto. Agostino Magliani, vi si narra, «mentre ferveva l’opera della unità italiana», mentre Pisacane cadeva a Sapri, incolpava Antonio Scialoja «di esser stato parte del governo rivoluzionario che intendeva a detronizzare “la legittima e gloriosa dinastia dei Borboni” e, rispondendogli qualificava le insurrezioni del 48 e del ’49 “tentativi di distruzione dell’ordine sociale” e derideva la libertà costituzionale, i vantaggi di uno statuto, la cospirazione in pro’ dell’indipendenza nazionale, la guerra che la Lombardia muoveva all’Austria». Mettendo di nuovo sotto gli occhi degli italiani quel che nel 1858 il «presunto restauratore delle finanze italiane» scriveva delle finanze borboniche, i riesumatori della vecchia scrittura volevano dimostrare la scarsa levatura politica di lui: «Oggi Agostino Magliani, in Napoli, parla della situazione finanziaria dell’Italia, paragonabile per tanti rispetti, a quella del Piemonte di allora. E, criticando il fin qui fatto, in cui egli ebbe tanta parte e dubitando dei destini della patria, dà prova dello stesso accorgimento politico con cui nel 1858 giudicava salda e secura la monarchia di Ferdinando II proprio la vigilia della sua rovina».

3.- Il dibattito fra lo Scialoja ed il Magliani – lo scritto dello Scalamandré merita ricordo quasi soltanto per taluna ingenua sua difesa del segreto nei conti pubblici e della finanza parsimoniosa dei Borboni – è memorabile non tanto per la analisi concreta delle entrate e spese borboniche confrontate a quelle sarde, quanto per i problemi fondamentali che furono allora posti. Sarebbe in verità tempo che, senza rifar processi, fossero studiate accuratamente le finanze borboniche dal 1815 al l860, meglio di quel che oggi possa farsi sulle monche e contrastanti notizie che si leggono, oltrecché nei tre opuscoli citati, nelle opere del Rotondo, del Bianchini, del Dias, del Colletta, del Palmeri, e nei bilanci e relazioni ufficiali a stampa di quel tempo. Stupisce l’ignoranza pressoché compiuta nella quale siamo ancora oggi rispetto a fatti recenti, sui quali probabilmente è possibile gittare piena luce, sol che si voglia durar la fatica di cercare negli archivi napoletani documenti contabili, dei quali si sa essere stati compilati in parecchie copie e queste sottoposte a consessi delegati a discuterli e ad approvarli. Sinché qualche studioso, fastidito dal prender parte alle ripetute dispute intorno ai caratteri, ai fini ed al contenuto della cosidetta scienza delle finanze, non si sia deciso ad impiegare qualche anno della sua vita allo scopo di darci un quadro preciso della finanza napoletana del tempo del risorgimento, sarebbe presuntuoso farsi giudice dei fatti nella controversia Scialoja-Magliani. Scialoja annaspava nel vuoto del segreto ufficiale, e da notizie frammentarie traeva deduzioni logiche, integrate da ipotesi plausibili intorno a fatti che egli in parte conosceva per esperienza personale. Magliani e Scalamandrè ai dati in parte ipotetici e tratti da bilanci preventivi non opponevano i dati certi dei conti consuntivi; ma si industriavano a dimostrare che lo Scialoja aveva errato nell’interpretare le notizie da lui possedute o nell’assumere come effettivi i dati che erano di mera previsione. L’imbarazzata reticenza dei difensori del Borbone dimostra che essi non volevano o non potevano palesare fatti dei quali pur avevano notizia o che il principe non aveva voluto rammostrare ad essi compiutamente la situazione reale delle finanze napoletane.

4. – Per ora, dunque, l’interesse della disputa sta nei principii i quali venivano posti a contrasto dall’antico ministro costituzionale di Napoli, fatto esule in Piemonte e chiamato ad insegnare economia politica nella università di Torino ed il funzionario borbonico, destinato a diventar ministro delle finanze del Re d’Italia.

5. – Dei quali principii, è preliminare quello della pubblicità dei documenti finanziarii. Oggi, che in Italia si informa il pubblico in volumi particolareggiatissimi, la disputa appare anacronistica; ma giova ad intendere il passato.

«Questi stati – aveva subito detto lo Scialoja – che in Napoli diconsi discussi, quantunque non siano sottoposti ad alcuna specie di discussione, sono preparati dai ministri ed approvati dal Re, ma rimangono del tutto segreti» (pagg. 4-5).

Agli apologisti della finanza borbonica i quali dicevano «misérable effronterie» il paragone fra «le desastre économique du Piémont, avec la finance napolitaine, dont l’assiette est un model d’administration et de prosperità» lo Scialoja chiedeva:

«Se i numeri e i fatti stanno per voi, perché temere il confronto?… Non è mia la colpa se la statistica ed il raziocinio sono due nemici indomabili di coloro che amano il segreto e l’apparenza» (pag. 6).

«La via più semplice per mostrare alla gente qual è lo stato delle sue finanze, dovrebbe essere pel governo napoletano quella ch’è tenuta da tutti i governi civili del mondo, cioè la pubblicazione annuale de’ documenti autentici. Invece esso solo in Europa non pubblica né bilanci né conti. Il governo romano, il cui segreto in fatto di finanze era una volta per lo meno pari a quello del santufficio, pubblica ogni anno e gli uni e gli altri, dal 1848 in poi. Il santufficio finanziario è rimasto in Napoli solamente» (pag. 18).

«È specioso che il governo di Napoli monti in furia, se non s’indicano con precisione le somme delle sue entrate e delle sue spese, mentre che esso non pubblica né bilanci né resoconti» (pag. 34).

6.- Lo Scalamandrè finge di credere che la richiesta della pubblicità si ristringa a quella della stampa:

«[Lo Scialoja] ragiona di segreti e di cose occulte: segreti i bilanci finanziarii di Napoli, segreti i resoconti della tesoreria generale. Segreti; cioè poiché non si stampano. Del rimanente sono di continuo in giro senza riserva, ed in un gran numero di copie per tutte le pubbliche officine, per i ministeri di stato, e per tutte le dipendenze loro. Le loro cifre sommarie sono anche stampate ora nel Giornale del regno, ed ora nella Collezione delle leggi. Sono registrati, esaminati, discussi, approvati, eseguiti, o sommessi a censura dalle autorità, o da collegi competenti. Che altro si vuole? Si vuole che siano stampati! Ma quando egli è certo, che il governo ponga la più sedula cura nel cauto impiego del danaro pubblico; quando è indubitabile che le condizioni della finanza fanno documento assai onorevole della diligenza e della solerzia del governo, perché non abbia esso interesse alcuno a volerle mantenere occulte; quando infin la grave spesa di tante stampe, in nulla sarebbe giovevole agli usi delle amministrazioni pubbliche, né aumenterebbe il numero dei privati leggitori, parrebbe che bene di tale spesa potesse farsi risparmio. Pur si vuole che gli stati discussi almeno fossero stampati; come furono stampati tutto quell’anno 1847 applicato all’anno 1848, e parte quello del 1849! Deh! che mai fossero stati posti a stampa questi bilanci, se altro servigio non dovevano rendere al mondo, tranne quello di somministrare all’A. la materia e il pretesto di tanti errori! Sì che colui, che dette opera o consiglio alla pubblicazione suddetta, dovrebbe, come l’eroe di Cervantes fece nel suo testamento “dimandar da sua parte con ogni affetto possibile perdono all’A., per la occasione ch’ei gli dette (senza pensarlo) di scrivere tanti e sì grandi spropositi”» (pagg. 60-61).

Stupisce ancora che lo Scialoja affermi che i bilanci napoletani non siano stati sottoposti ad alcuna specie di discussione:

«.. e qui si dee intendere di quelle specie di discussioni, le quali si fanno nel parlamento piemontese. Pure, a nostro credere, a niuno è lecito (e massime ad un economista napoletano) ignorare che gli stati del Tapia, a cagion di esempio, i quali di molti anni precedettero la nascita di detto parlamento, potevano senza meraviglia di chi che fosse portare l’appellazione di discussi, solo per essere distribuiti in due parti, delle quali l’una, ch’era l’entrata, andava controposta all’altra, ch’era l’uscita» (pag. 24).

Dove lo Scialoja avrebbe ben potuto replicare che nessuno era tenuto a conoscere le parole del gergo amministrativo usate negli uffici napoletani; né, a tacere dei grandi dizionari della lingua italiana in genere, il Rezasco, il quale pur nel Dizionario del linguaggio italiano storico ed amministrativo tocca degli usi della parola “stato” in senso di bilancio preventivo, non fa cenno in proposito dell’aggettivo “discusso”.

7. – Assai più abilmente il Magliani:

«Ma gli atti governativi che regolano l’andamento dell’amministrazione finanziaria non sono tutti pubblicati nella uffiziale Collezione delle leggi? I conti della tesoreria generale e di tutte le amministrazioni finanziarie (tra i quali di somma importanza sono quelli del Gran libro del debito pubblico, e della Cassa di ammortizzazione) non si discutono con la pubblicità di un solenne giudizio da un apposito magistrato che è la Gran Corte dei conti nelle camere contabili i cui arresti sono esecutivi e non soggetti all’approvazione del governo? Se la pubblicità non può essere richiesta che come guarentigia della retta e ben ordinata amministrazione; ove sono più forme e maggiori guarentigie per la esattezza e regolarità delle disposizioni e dell’uso del pubblico danaro di quelle stabilite nelle leggi fondamentali del sistema amministrativo del Regno delle due Sicilie? E gli stati discussi si discutono ripetutamente e ponderatamente. Ciascun ministro ne prepara gli elementi per la spesa dei servizi pubblici dipendenti dal suo dicastero. Il ministro delle finanze disamina, controlla, discute i bilanci delle spese di tutti i ministeri, e prepara gli elementi del bilancio generale degl’introiti dello stato. Segue la disamina del Consiglio dei ministri, e quella, da ultimo, del Consiglio di stato, presieduta dalla persona augusta del Re. Queste forme prescritte dal diritto pubblico del regno sono scrupolosamente osservate. Esse presentano tutti i vantaggi che una discussione calma, illuminata e scevra di qualunque altra preoccupazione, che al pubblico bene non si riferisca, ha sopra una discussione agitata dalle passioni de’ partiti e non diretta da quella necessaria unità di principii e di scopo, ch’è essenziale condizione degli atti governativi. Chi ignora inoltre che, essendo norma direttrice di tutto l’andamento della gestione finanziaria, e delle operazioni segnatamente della tesoreria generale, hanno tutta questa maggiore pubblicità che è compatibile per la natura stessa delle cose con gli atti della pubblica amministrazione? O vorrà forse intendersi che ivi sia Santufficio (secondo l’elegante frase dell’opuscolo) ove non è rumor di partiti e pubblicità di gazzette? D’altronde la posizione della finanza napoletana non potrebbe essere un mistero per chicchessia. Tale è il suo credito da per tutto che solo da una certa e diretta cognizione delle cose e dei fatti può essere ispirato» (pagg. 13-14 dell’edizione del 1890).

La replica era ovvia: non disputarsi dell’onestà nel maneggio del pubblico danaro, ma del diritto, affermato in Piemonte e negato in Napoli, dei cittadini contribuenti a conoscere i particolari delle entrate e spese pubbliche, a farsene chiarire le ragioni dai magistrati a ciò delegati, e ad aver voce nel fissare la somma e le specie dello spendere e del tassare.

8. – La discussione pubblica dei bilanci avrebbe giovato al governo napoletano rispetto a quelle branche della amministrazione, nelle quali eccelleva. Lo Scialoja, confrontando, non dubita di preferire Napoli a Torino per quanto riguarda giudici e tribunali. A Torino, lo stato spende di più perché i giudici sono molti, sebbene peggio pagati: da 1660 a 2700 lire all’anno il giudice provinciale in Piemonte, contro 4050 lire pel giudice di tribunale civile in Napoli; da 3500 a 7000 lire il giudice piemontese d’appello contro 6750 ad 8100 lire il corrispondente giudice napoletano di gran corte civile; 8000 lire il giudice piemontese di cassazione, contro 11.250 il giudice napoletano della corte suprema; 15 e 18 mila lire i rispettivi presidenti; e la superiorità del trattamento napoletano in confronto a quello piemontese è maggiore di quella risultante dal mero confronto delle cifre, poiché i prezzi delle cose sono a Napoli più bassi che a Torino.

«Il numero totale dei tribunali e dei giudici è maggiore in Piemonte che in Napoli; e gli stipendi sono inferiori. Or se io avessi a pronunciare un mio giudizio su questo particolare, direi francamente che non tengo per la opinione di coloro i quali preferiscono un gran numero di tribunali e di giudici poco retribuiti, a pochi tribunali e pochi giudici ben pagati. La giustizia, fino a che sarà renduta da ufficiali nominati dal potere esecutivo, avrà d’uopo d’essere confortata dall’autorità personale dei giudicanti, la quale non è conceduta al numero, ma sì alle doti intellettuali e morali de’ giudici. Gli uomini veramente autorevoli, sotto questo duplice aspetto, non abbondano, né la società ha diritto di richiedere che si sobbarchino ad un penoso incarico, se non assicura loro di che vivere agiatamente essi e le loro famiglie» (pagg. 77-78).

La magistratura napoletana non si piegò facilmente al volere del borbone:

«Ben vorrei che vi fossero al mondo molte contrade in cui non essendo giudici inamovibili, né altra garanzia di sorta, non riuscisse al potere esecutivo di rinvenire poche decine di partigiani o di rinnegati politici disposti non solo a secondarlo quando esso inferocisce contro un partito vinto, ma sì ad oltrepassare le sue intenzioni, siccome suole avvenire. Or poche decine di uomini di tal risma bastano a formare la maggioranza né soli tribunali criminali del regno ove occorre; e l’esperienza ha già più volte mostrato che il governo napolitano in tempi di reazione non ha potuto conseguire l’intento di radunare questo numero non grande di giudici politici se non dopo destituzioni, esili, incarceramenti di molti altri che o gli resistettero o fecero contro il suo volere» (pag. 80).

9. – Gli ordini napoletani erano altresì commendevoli per quanto toccava l’insegnamento privato. Sebbene un decreto del 1821 incaricasse i gesuiti di proporre «un metodo uniforme d’insegnamento per tutti i collegi, licei e scuole private»,

«ciò non ostante dal 1830 in poi erano poco a poco risorte le antiche usanze, e scuole private assai numerose non erano soggette né a programmi ufficiali, né a partizione prestabilita di materie e di corsi. Misure uniformi e norme compassate che se in pratica non perdessero di efficacia, riuscirebbero a tarpare le ali a’ maestri, uccidere di noia i discepoli, ed impappagallare, per quanto è possibile, gli uni e gli altri. L’insegnamento liberato da tant’impacci o non foss’altro meno regolato colle seste offrirebbe ad ingegni di diversa tempera precettori e metodi convenienti alle forze ed all’indole loro: e questo è certo uno de’ principali buoni effetti che derivano dalla libertà, la quale non esclude ogni regola, ma ripugna agli ostacoli ed alle panie» (pagg. 88-89).

«Rispetto alle scuole superiori private in Napoli, oso affermare che devesi ad esse non solamente la istruzione d’una parte della classe media più elevata, a dispetto degli ostacoli politici che vi si oppongono, ma benanche quella specie di movimento scientifico che si avverte nel regno e che non si avrà mai là dove il monopolio dell’insegnamento fa del sistema degli insegnanti un domma universale in tutto lo Stato, sicché colui che se ne diparte è guardato come un eretico.

In Napoli, quando la polizia non è del tutto dominata dallo spirito delle tenebre, sicché l’antica consuetudine risorge e l’insegnamento privato è facilmente permesso, vedi l’uno accanto all’altro professori che insegnano diversi sistemi e con diversi metodi; e tra questi professori sono uomini eminenti e uomini mediocri. Al banchetto della scienza possono in tal modo sedere giovani ingegni di gusto e di attitudine diversa, e ciascuno uscire convenientemente nutrito. Ed oltracciò dalle scuole comincia quella varietà di studi e di opinioni la cui lotta è vita della scienza, e condizione del suo incremento. Escludetela, e voi convertirete il sapere umano in una specie di religione, tanto più intollerabile e presuntuosa per quanto vi ha più parte l’intelletto e meno il cuore. La varietà delle scuole, de’ metodi e de’ sistemi sveglia le menti, amplia l’intelligenza, e rinvigorisce gl’ingegni. Essa fa di Napoli, ad onta de’ più gravi ostacoli, un semenzaio di professori sì pel resto d’Italia, e sì per l’estero: ve ne ha in Toscana, in Lombardia, in Piemonte, nelle isole Jonie, nella Svizzera, da per tutto.

Il governo è persuaso che questa tradizionale concorrenza privata nell’insegnamento superiore, radicata oramai ne’ costumi del popolo, romperà sempre il disegno d’ispirare a suo modo la gioventù per mezzo di professori universitari da lui prescelti; e però ne’ tempi di reazione le scuole private sono arbitrariamente chiuse, o non permesse ad altri che a professori di fiducia del governo. Anzi, se mal non mi appongo, uno de’ principali motivi della espulsione degli studenti dalla capitale, fatta non ha guari, ha dovuto essere l’impedire il loro contatto con uomini abili ad insegnar loro le scienze filosofiche e sociali, le quali in Napoli più che altrove, sebbene di soppiatto e tra mille pericoli, sono da pochi, ma profondamente studiate» (pagg. 90-91).

10. – Scialoja spiega altresì, giustamente lodando la legislazione napoletana, come il frutto delle tasse di bollo e registro sia minore in Napoli che in Piemonte:

«Nel banco delle due Sicilie è una istituzione tutta speciale e che merita d’essere menzionata: essa preesisteva all’ordinamento attuale, ed era comune a ciascuno dei sette banchi ch’erano in Napoli il secolo scorso, e i quali fecero buona prova sino a che il governo non ne abusò per suoi fini. Secondo questa istituzione colui che deposita il suo danaro al banco ne riceve un titolo detto fede di credito, trasferibile per girata e rimborsabile a vista, ovvero acquista il diritto di caricare sulla cassa del banco speciali mandati, detti polizze notate, sino alla concorrenza del deposito attestato da una madrefede. Nelle girate delle fedi o delle polizze notate può scrivere la causa del pagamento ch’egli intende di fare col loro valore, ed anche se gli piace un intero contratto che ha una relazione qualunque col pagamento ch’effettua. E perché queste fedi e queste polizze possono farsi di poche grana (anche di 10 ch’equivalgono a circa 9 soldi) si suole approfittarne in ogni specie di convenzione, ove è facilissimo innestare un pagamento così lieve, ed in ogni specie di quitanze, massime colà dove non è nelle leggi civili quell’articolo assai improvvido e molesto che leggesi nel nostro [piemontese] codice, e pel quale le quitanze di obbligazioni contratte con istrumenti sono nulle, se non vengono fatte colle medesime solennità. Que’ polizzini o quelle fedi si mandano tosto a cambiare al banco, e se ne fa copia, che si rilascia nelle mani dell’altro contraente. Il banco ha un registro, in cui trascrive simili contratti, e conserva in filze gli originali. In capo a qualunque spazio di tempo, si può chiederne un estratto, il quale fa piena fede e costa poche grana per la copia, più il prezzo di un foglio di carta bollata ed il registro di un tarì. Questi estratti si dimandano nel solo caso che siavi contestazione giudiziaria sulla convenzione o sulla sua data. Nella città di Napoli specialmente non vi è quasi un solo affitto, o una ricevuta di pagamento, o un contratto di compra vendita di cose mobili, che non sia scritto su fedi di credito o polizze notate. Ciascun proprietario del pari che ciascun commerciante è provveduto di piccoli polizzini per distendervi sopra di simili atti. È facile ad intendere come questa istituzione, che dà gratuitamente a ciascuno la facoltà di avere, per così dire, il notaio in saccoccia, scemi l’entrata del bollo e del registro» (pagg. 58-59).

11. La lode data ai particolari istituti napoletani rafforza il biasimo per i principii informatori del sistema tributario napoletano. Troppa essere la predilezione per le imposte sui consumi e sommo il timore di scontentare i ceti medi con le imposte sulle professioni, sui commerci e sulle industrie, a cui Gioacchino Murat durante il suo regno aveva dato inizio istituendo imposte personali e sulle patenti:

«I Borboni di Napoli, per ingraziarsi ne’ popoli loro soggetti, abolirono i tributi personali e lasciarono sussistere l’enorme dazio di più di 10 milioni sul consumo della sola capitale, dove la plebe, disputando il terreno palmo a palmo all’esercito francese, si era mostrata tanto ligia alla loro dinastia. Anche in Piemonte il conte d’Agliano nel riprendere il possesso della Savoia, nel 1814, annunziava a nome del restaurato Vittorio, che sarebbero abolite le tasse di successione e di patente; e nel 1815 riducevasi a metà l’imposta personale, ristretta anche di vantaggio nel 1818. Ingannaronsi forse questi re restaurati? No; l’assolutismo ha una specie d’intuito della propria utilità immediata, e rare volte s’inganna» (pag. 48).

Repugnano dappertutto i popoli alle imposte sui redditi. In Piemonte

«pagansi senza lamenti 13 milioni pel monopolio del tabacco, e si levano alto le grida contro la mobiliare, la personale, la tassa delle patenti ed i canoni gabellari, che insieme sommati rendono appena 13 milioni lordi. Epperciò anche in Piemonte “aspettando che (le moltitudini) ragionino e adoperandosi perché ragionino presto, bisogna però tener conto che non ragionano ancora”» (pag. 49).

Se dunque giova usar prudenza nell’istituire imposte moleste ai capitalisti, ai commercianti ed agli industriali, la mancanza d’ogni tributo sembra tuttavia allo Scialoja testimonianza di debolezza nel governo borbonico.

«Il commercio è di sua natura … querulo. Esso è parte nelle mani di stranieri, che ad eccezione di pochi generosi, sono contenti di qualunque governo e gli fan plauso, quando non pagano, e parte in quelle d’una classe di nazionali che, per vero dire, è la più indifferente alle libertà politiche, ma che forse si sveglierebbe dalla sua sonnolenza se avesse a pagare. Se non altro i suoi abiti di tornaconto le farebbero dimandare: “perché paghiamo, e che uso è fatto delle somme che paghiamo?…”. Quanto alle professioni dotte, egli è certo che in nessun altro paese d’Italia sono retribuite meglio che in Napoli, e però in nessun altro potrebbero più agevolmente tollerare una imposta. Ma coloro che sono in continuo contatto col resto della popolazione, il medico, l’avvocato, l’architetto, ecc. che hanno su di essa un certo ascendente e che rappresentano, direi quasi, lo spirito della classe media, si teme di colpirli con imposizioni dirette. Cotesta gente si ha paura di toccarla come se fosse un vespaio. Oltre che quella parte della classe media, che ha per capitale l’ingegno, paga volentieri ne’ governi liberi, ov’essa può molto ed è chiamata a dominare pel suo sapere. Ma sotto un governo assoluto essa è con ragione la più riottosa, e la più temuta: già s’intende ch’essa è pure la più odiata da chi governa» (pag. 51).

12. – Magliani piglia di fronte arditamente la concezione di Scialoja: perché istituire imposte non necessarie, le quali sarebbero dannose?

«È grave quanto vera la sentenza del Montesquieu “che non bisogna togliere nulla al popolo su’ suoi bisogni reali per bisogni immaginarii dello Stato. Bisogni immaginarii sono quelli che vengono suscitati dalle passioni di coloro che governano, dall’ambizione di una vana gloria, e da una certa impotenza di spirito contro la fantasia”» (pag. 26).

Fa d’uopo spendere bene il pubblico danaro.

«Accrescere la forza produttiva della finanza col diminuire le gravezze dei sudditi, e col mantenere indiminuite le spese di tutti i servizi dello stato; ecco lo scopo dell’amministrazione finanziaria del governo del re delle Due Sicilie. Esso è nobile e generoso e degno di essere imitato» (pag. 22).

13. – Ribatte lo Scialoja: è vero, il governo napoletano spende meno di quello piemontese. Sia il divario da 14 a 28 lire per abitante, come affermano i suoi zelatori, ovvero da 21 a 26, come dovrebbe correggersi, sta di fatto che il fisco borbonico ha la mano più lieve di quello piemontese. Ma:

«se fossero chiamati tutti gl’italiani a comizio per eleggere tra il governo sardo coi suoi debiti e le sue imposte o il napolitano, non dirò già con minori debiti e con minori imposte, ma senza imposte e senza debiti, non vedo che sarebbe dubbio per alcuno il risultamento del suffragio» (pag. 13).

Piaceva ai laudatori del governo napolitano confrontare i 630 milioni del debito pubblico piemontese, cresciuto nel 1857 a somma così spaventosa dai 95 milioni del 1847, coi pochi 420 milioni di lire, ai quali il debito napoletano era stato ridotto, in regno tanto più vasto e popoloso. Rispondeva Scialoja: essere il debito napoletano dovuto alle spese di occupazione di soldatesche straniere accorse nel regno a ristabilire o difendere la dinastia; ed invece quello piemontese alle guerre del 1848 e 1849 volte alla indipendenza d’Italia dallo straniero ed alle opere pubbliche intese a crescere la potenza economica del paese. Laddove a Napoli la sola ferrovia esistente era quasi un gingillo di corte, a Torino: la gran rete di vie ferrate, di cui le principali maglie si vanno di mano in mano formando sul territorio sardo, dove sono già in esercizio o in costruzione 902 chilometri di ferrovie, rende sempre più necessaria la costruzione di strade secondarie; e quindi più considerevole la spesa delle provincie per la loro costruzione e manutenzione. Ma questa spesa è compensata con usura da’ benefizi economici che se ne ritraggono. In questo come in tutti gli altri casi, in cui si tratta di spese, cadesi in sofismi grossolani, se dal confronto delle somme vuole indursi argomento di lode per chi spende meno, e di censura per chi spende più. Le spese maggiori pei lavori pubblici, quando sono destinate ad opere utili, lungi dall’essere prova di prodigalità sono indizio di prudenza; perciocché veramente non sono spese, ma investimento di valori di capitali, che per essere di pubblico uso, sono fruttiferi per tutti.

14.- La chiusa dell’atto d’accusa di Scialoja è solenne: chiaro appare dal

«confronto tra i due sistemi finanziari, che il governo piemontese sebbene spenda più del governo precedente, e più ancora spendano le amministrazioni locali per reazione al passato che fu o troppo misero o troppo negligente nel provvedere a certe spese, pure il governo più assoluto che siavi oggi in Europa, quello di Napoli, non ispenda meno per conto dello stato e non faccia spender meno ai comuni, se non in quelle cose che tornano profittevoli all’avanzamento della civiltà.

Il Piemonte faceva prova de’ nuovi ordinamenti tra le maggiori contrarietà: dopo una sconfitta ed a dispetto del vincitore, sotto le maledizioni di Roma, circondato da sospetti e da gelosie in Italia, tentato dal mal esempio di tutta Europa, al quale resistette la fede intemerata d’un principe che abborre dallo spergiuro e fa dell’onore nazionale una seconda religione: e di giunta afflitto da carestie ed altre distrette economiche di cui gli effetti riuscirono gravissimi per la novità di riforme di fresco compiute, e per l’eccitamento commerciale che ne era seguito.

Ciò non ostante il Piemonte guerreggia, sede in congressi; e governanti e governati vi tengono levata la fronte: mentre in Napoli gli oppressi gemono, gli oppressori temono; e sono dalle irreparabili conseguenze del mal governo ridotti gli uni alla impotenza di correggerlo e gli altri alla impossibilità di abbandonare il presente sistema di arbitrio e di corruzione» (pagg. 139-140).

Forse non esiste documento storico il quale possa essere a maggior ragione ricordato dai teorici della finanza a sostegno della tesi che le imposte gravano sui popoli solo quando sono estorte da governi oppressori ritornati sulla punta delle baionette straniere, come era il governo borbonico; laddove, se sono esatte da governi nazionali e volte a beneficio universale, benché le nude cifre paiano dure, in effetto quelle imposte crescono ricchezza e potenza ai popoli medesimi.



[1] Col titolo dato alla presente nota (Viaggio tra i miei libri), in «la riforma sociale» 1935, quaderno del marzo-aprile, pagg. 227-243, e in questo libro, pagg. 3-26.

[2] In appendice all’articolo Il peccato originale e la teoria della classe eletta in Federico Le Play, in «Rivista di storia economica», quaderno del giugno 1936, e in questo libro, pagg. 329-343.

[3] W. Prager sopravvisse alla persecuzione anti-ebraica e pubblica in Roma dotti ed istruttivi cataloghi in materie economiche e giuridiche, sebbene offerti a prezzi insolitamente alti per il mercato italiano. Prezzi emulati dal dott. Enrico Vigevani, il quale provveduto anch’egli di buona suppellettile bibliografica, apprezza i libri da lui offerti nel catalogo della libreria Il Polifilo in Milano in guisa non dissimile dai grandi librai antiquari specialisti in cose economiche di Parigi, Londra e New York [Nota del 1952].

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