Di una disputa fra Maffeo Pantaleoni e Giovanni Montemartini

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/12/1938

Di una disputa fra Maffeo Pantaleoni e Giovanni Montemartini

«Rivista di storia economica», III, n. 4, dicembre 1938, pp. 335-338.

 

 

 

Benvenuto Griziotti. – “Intorno alla scuola di Luigi Cossa in Pavia”. Glosse e controglosse inedite di “Maffeo Pantaleoni” e “Giovanni Montemartini” a “una questione di metodo nella storia delle dottrine economiche”. N. 70 degli “Studi nelle scienze giuridiche e sociali” della Università di Pavia, 1938, in ottavo di pp. 44. L. 10.

 

 

Precedono taluni suggestivi ricordi di Francesco Coletti sulla scuola di Cossa. “Avrei proprio un bel tema sulle monete milanesi del diciassettesimo secolo da proporle”; par di vederlo, il Cossa, ricevere così a bruciapelo il giovane studioso anelante a studiare questioni economiche vive! Eppure così, con dura disciplina, il Cossa animò tanti valorosi a seguire, con serietà di metodo, non lui, ma la propria inclinazione.

 

 

Il testo si compone della ristampa di un articolo originariamente pubblicato dal Montemartini nella “Rivista filosofica” del 1899 a guisa di esame critico del celebre articolo di Pantaleoni “dei criteri che debbono informare la storia delle dottrine economiche”. Ma la ristampa è corredata da glosse inedite scritte da Pantaleoni in margine ad una copia delle bozze inviategli dal M. e delle controglosse di queste. Un insieme singolarmente fresco ed eccitante. Ad incoraggiare i lettori a riandare la disputa sul documento originale accuratamente edito dal memore curatore, che di entrambi i disputanti fu discepolo e amico, reco qualche esempio del dibattito: M. “Sistemi economici si sono succeduti nel tempo ed è prevedibile che nuovi sistemi si succederanno in tempi avvenire. P. Fermo. Se intendete per “sistemi” metodi pratici di organizzazione sociale, dico di sì, ma aggiungo che non sono oggetto di scienza. Vedete il saggio di Cairnes sul “Laissez faire” o il suo “Metodo e carattere” ecc. Se intendete per “sistemi” la raccolta e l’ordinamento delle leggi economiche, dico di no. Il nucleo vero s’ingrandisce e le scorie si buttano.

 

 

M. Sistemi nel senso di modi di concepire l’azione economica, la vita economica.

 

 

M. I sistemi incompleti possono sempre presentare qualche parte di vero, ed il sistema più perfetto può sempre lasciare inesplorata qualche parte della verità e prestare fianco alla critica; sicché tutti rimangono nella loro convinzione di essere i veri rappresentanti del vero.

 

 

P. Niente affatto. Nessuno crede più al sistema di Ptolomeo. Nessuno sta più con gli avversari di Harvey. Nessuno sta più con gli avversari di Galileo. Nessuno sta più con i “flogisti”. Nessuno sta più con gli alchimisti. Nessuno crede più alla storia romana quale la raccontavano due secoli or sono. Nessuno disputerà più su ciò che ci sia al Polo Nord, se il Duca degli Abruzzi ci arriverà. Nessuno sostiene più che Descartes avesse ragione con la sua teoria della marea. Da qui a poco nessuno negherà che Marx fosse un ciarlatano o un somaro. Nessuno crede più al sistema di Quesnay.

 

 

M. Non assumendo tempi passati, ma osservatori contemporanei che hanno uno stesso fondo di cognizioni generali.

 

 

M. Certo il metodo complesso degli economisti sociologi o biologi presenterà la più grande facilità di cadere in equivoci od in errori, – ma non per questo essi rinunceranno di rimproverare agli economisti puri che la loro rappresentazione del fenomeno è non conforme alla realtà, e che nei loro sistemi si riflette unilateralmente e che ha bisogno di essere integrata e collegata a tutto il complesso delle cognizioni attualmente acquisite.

 

 

P. Per bacco, sfonderanno porte aperte. Se il fisico dice che l’oro cristallizza in cubi e l’economista dice che, regnando il bimetallismo antico, vale 15 e mezzo d’argento, non vedo come s’integrino le due cose, come si consolidino, e che interesse ci sia a saperle entrambe simultaneamente per il fisico, o per l’economista. Forse serve allo scocciologo di integrare le due cose. Ed allora può continuare nel lavoro d’integrazione prendendo tutte le proposizioni negative possibili che sono naturalmente infinite: l’oro non è un cane, l’oro non è una rosa, l’oro non è un cibo – le quali forse diventeranno false un giorno quando verrà chi guarderà le cose da sopra, da sotto, da destra, da sinistra, da didentro, da difuori ecc. tutto in una volta e sarà un perfetto filosofo e sociologo!!

 

 

M. Ad ogni modo l’opinione che vi siano delle scuole non è un arcaismo, – esse esistono nella realtà.

 

 

P. Su quistioni d’arte. Non in quistioni di scienza. In scienza vi sono solo quistioni già risolute e quistioni non ancora risolute. Le prime non ammettono scuole e si capisce perché. Le seconde non ammettono che scienziati si dividano in scuole, perché gli scienziati non sono dei credenti e non negano e non affermano che là dove sanno e non si schierano di qua o di là che dove sanno.

 

 

M. Sapere vuol dire vedere e talvolta si vede male e peggio si afferma.

 

 

M. Ora, se vi sono ancora degli economisti, che per di più hanno largo seguito, i quali continuano a rimanere fermi al loro punto di partenza a ricercare le cause dei fenomeni, e vederle o nell’utilità esclusivamente o esclusivamente nel costo, a non voler sapere di concezioni matematiche di economia pura, di metodi per successive approssimazioni – cosa rappresenteranno questi economisti? non rappresenteranno essi scuole diverse?

 

 

P. Parafrasi. “Ora se vi sono ancora dei medici, che per di più hanno largo seguito (in China) i quali continuano a rimanere fermi al loro punto di partenza”, a ricercare le cause delle malattie negli spiriti benigni e maligni a non volere sapere di concezioni anatomiche, di medicina positiva, di metodi di osservazione e di analisi chimica e fisiologica, – “cosa rappresenteranno questi medici?” non rappresenteranno essi “dei bestioni?”.

 

 

M. Hanno una portata immensa la cognizione e lo studio delle diverse teorie economiche, anche se queste teorie furono dappoi riconosciute fallaci. Esse ci lumeggiano un punto della scena storica d’un popolo. Così per esempio le riforme di Colbert e l’atto di navigazione di Cromwell si riannodano ad uno speciale modo di concepire il commercio interno ed internazionale; le erosioni delle monete, tanto in uso presso i principi medioevali, provengono da una falsa credenza intorno ad una falsa teoria monetaria; il periodo liberista deriva dal trionfo della concezione economica sostenuta dalla lega di Cobden.

 

 

P. Sì, e mai pensai di negare cosa tanto evidente. Le dottrine assurde sono storia anch’esse. è interessante vedere la gente aver fatto dell’alchimia.

 

 

È interessantissimo il totemismo. Ma è una mutatio elenchi discutere ciò.

 

 

Io dico che per studiare la chimica non occorre o è perdita di tempo studiare l’alchimia. Io dico che per fare dell’ontologia è inutile approfondire il totemismo. Io dico che per fare della matematica è inutile studiare i pittagorici. Io dico che per studiare l’economia è inutile studiare i mercantilisti. Io dico che per fare la storia della Francia, conviene studiare i mercantilisti! Io dico che per studiare la medicina, non occorre sapere cosa abbia pensato Ippocrate. Io dico che per fare la storia della Grecia è importante sapere cosa sapesse Ippocrate in fatto di medicina. “Il medico (o lo storico) che appurerà le dottrine di Ippocrate, apporterà un grande contributo alla storia delle civiltà passate”.

 

 

M. Ed allora? qui si tratta appunto di storia di una scienza e non dello studio di una scienza.

 

 

M. Ricordate le invettive di Marx contro l’economia borghese. E di riscontro il Pantaleoni: “per ora non c’e` posto per Marx in una storia delle dottrine”. Ecco di un colpo radiata dalla storia economica la teoria della lotta di classe e la conseguente teoria del profitto e del salario.

 

 

Eppure il fenomeno della lotta di classe è considerato da molti come universale ed assodato, ed assunto come premessa incrollabile.

 

 

P. La lotta di classe è un fatto e non una teoria. Io non radio i fatti. La teoria del profitto e del salario del Marx è una teoria ed io la dico una bestialità dimostrabile sin dalle prime pagine del suo primo volume dove formula l’equazione M – D – M D – M – D, la quale non regge in piedi.

 

 

M. Quale maggiore utilità che il mostrare con una storia delle dottrine economiche, la quale tratti degli errori oltrecché delle verità dove si cela il pericolo dell’errore logico, del pregiudizio, della petizione di principio, dell’utopia irrealizzabile, del sofisma?

 

 

P. Questo s’insegna alla gente molto meglio facendo loro fare una licenza liceale più rigorosa dell’attuale”.

 

 

Quasi sempre, se Montemartini vuole districarsi dalla stretta della ferrea logica di Pantaleoni, deve mutare la posizione del problema. In fondo, e senza che sempre egli ne avesse chiara consapevolezza, il problema di M. era diverso da quello di P. Questi, loico perfetto, non voleva lasciarsi trascinare a confondere ricerche diverse; e avendo chiamato (a) “storia delle dottrine economiche” quella del processo per cui si era giunti alle verità oggi accettate, non voleva che passassero sotto quella bandiera altre storie: (b) dei fatti economici o (c) dell’influenza delle idee sui fatti e via dicendo. Diceva anche che ogni storia aveva una metodologia sua propria; e se può essere importantissimo studiare gli errori quando si vuole fare la storia (c), ed anzi più importante studiare gli errori che le verità, essendo gli uomini propensi a lasciarsi trascinare più dai primi che dai secondi, la storia a trascura gli errori o ne tratta solo in quanto, per opposizione o per integrazione, generarono verità. È probabile che, se tutti ponessero chiaramente le premesse della discussione, la discussione non avrebbe più luogo, essendo assiomatica la convenienza del distinguere ricerche diverse. Gli studiosi continuerebbero, a seconda della loro inclinazione, gli uni a dar maggior peso alla storia a e gli altri alle storie b e c. La dimostrazione, data in sede di storia a, del processo logico per cui si giunse alla verità x, non sarebbe da nessuno giudicata incompatibile con la contemporanea dimostrazione, data in sede di storia b, dell’avverarsi del fatto m e della connessione, dimostrata in sede di storia c, fra l’avvento di m e la vittoria dell’errore y. Pantaleoni avrebbe, parmi, solo obbiettato a chi, dal fatto del trionfo dell’errore y contro la verità x, avesse tratto argomento per dubitare sul connotato di errore da attribuirsi ad y. Non avrebbe invece obbiettato a chi, senza far confusioni e procacciando di tener distinti concetti diversi, avesse voluto contemporaneamente scrivere storia di a, di b e di c; ed avrebbe anche consentito a chi, nel lodevole intento di non dar noia al lettore col rammentargli di continuo la distinzione fra i tre tipi di storia, l’avesse appena lasciata intravvedere con tocchi inavvertiti. Né Pantaleoni negava o negherebbe l’influenza dei fatti a promuovere ricerche in una direzione o nell’altra. In un tempo nel quale la libera concorrenza parve trionfante (storia b), gli economisti studiarono principalmente l’ipotesi di piena concorrenza e scopersero verità teoriche dedotte da quell’ipotesi (storia a). Quando i sindacati o trusts o cartelli parvero trionfare (storia b1), gli economisti si interessarono dell’ipotesi di monopolio ed elaborarono teoremi di prezzi in regimi di monopolio (storia a1). Oggi, che il mondo appare tramato di quasi – monopoli o di pseudo – monopoli o di concorrenza imperfetta (storia b2), gli economisti si sono avveduti del grandissimo interesse di questi fatti e studiano ipotesi varie, non abbastanza approfondite, sebbene già avvertite, in passato, di pseudo, o quasi – monopolio o di concorrenza imperfetta (storia a2). Lo storico dei fatti ci potrà narrare come si sia passato dai fatti a (di concorrenza piena) a quelli a2 (di quasi – monopolio) e forse, se è avventato, prognosticherà situazioni a1 (di monopoli perfetti); ma lo storico delle idee non riscontrerà nessuna incompatibilità fra le verità scoperte partendo dall’una o dall’altra premessa, di piena concorrenza, di pieno monopolio o di situazioni intermedie. Si rallegrerà anzi che, grazie all’arricchirsi ed al mutarsi della realtà da lui studiata, il suo schema teorico, il quale prima spiegava o raffigurava solo taluni fatti (di concorrenza piena o di monopolio puro) tenda oggi ad arricchirsi, ad integrarsi così da offrire una spiegazione o raffigurazione di una più ampia messe di fatti. La legge del prezzo in regime di piena concorrenza non è divenuta un errore solo perché si è affermata anche una legge del prezzo in regime di puro monopolio; ed ambe sono ancora vere, sebbene si elaborino teoremi adatti a situazioni intermedie. Assistiamo anzi al normale processo di arricchimento progressivo della scienza.

 

 

L’economista può sentirsi dire: “non fare il finto tonto; sai bene che non si discute, da coloro che sanno ragionare, se sia più vera la legge del prezzo in piena concorrenza o quella in monopolio puro o quelle delle tante situazioni intermedie, ma invece si vuol sapere se tu preferisci si attui in questo basso mondo l’una o l’altra di queste leggi”.

 

 

L’economista, pur togliendosi a malincuore dal terreno di pura contemplazione che è il suo, è disposto ad accettare la sfida. È disposto, cioè, a dire al politico che l’interroga: se tu seguirai questa via ed adotterai queste norme coattive o compirai queste azioni, la legge del prezzo la quale si attuerà sarà probabilmente quella di concorrenza piena o altra a questa approssimata; se tu invece compirai azioni opposte o legifererai diversamente, la legge del prezzo sarà quella di monopolio puro od altra ad essa vicina. Nell’uno o nell’altro caso, le conseguenze economiche e sociali saranno tali e tali. Or che sai, muoviti ed agisci.

Torna su