Di una nuova edizione delle opere di Davide Ricardo

Tratto da:

Rendiconti dell’Accademia nazionale dei Lincei

Data di pubblicazione: 01/03/1953

Di una nuova edizione delle opere di Davide Ricardo[1]

«Rendiconti dell’Accademia nazionale dei Lincei», marzo-aprile 1953, pp. 87-101

 

 

 

Correva da molti anni – ed ora si sa per dichiarazione esplicita dell’interessato che gli anni durante i quali i volumi sono stati in corso di stampa furono venti; e ad essi fa d’uopo aggiungere gli anni di preparazione – tra gli economisti di tutti i paesi del mondo la novella che la Reale società economica di Londra avesse affidato a Piero Sraffa il compito di una nuova compiuta edizione degli scritti di Davide Ricardo. Il trascorrere di tanti anni, senza che dell’annunciata edizione comparisse neppure un saggio, aveva tramutata quella notizia in leggenda; e sulla leggenda si erano innestate talune dicerie: che Piero Sraffa profittasse dell’incarico ricardiano per esimersi dal tenere regolari lezioni a Cambridge; che alle lezioni egli preferisse gli ozi della cura della Marshall Library, ozi resi piacevoli da letture di libri rari e coonestati dal miraggio fantomatico della edizione ricardiana.

 

 

Le dicerie erano maliziose; ché, se nelle università anglosassoni l’insegnamento non prende sempre forma di lezioni togate, ma alle lezioni si alternano le conversazioni tra insegnante e studenti e le conversazioni in Cambridge hanno luogo nelle stanze dove ai libri ricevuti in dono dal grande Marshall si aggiungono preziosi acquisti e doni successivi, l’insegnamento acquista perciò efficacia ignota nei paesi dove sono di rito le sole lezioni togate; e chi viene da Cambridge racconta quale e quanta sia la stima che lassù si fa dell’opera dello Sraffa.

 

 

Ora, d’un tratto, si ha la prova provata che quella della edizione di Ricardo non era una leggenda diffusa ad arte a spiegare la misurata rarità delle scritture di Sraffa; ma notizia vera, che oggi si può toccar con mano commossa ed ammirare con gli occhi avidi. Perché tanta commozione e tanta avidità? Quanti sono oggi ancora persuasi, come molti eravamo al principio del secolo, che Ricardo è l’alfa e l’omega della scienza economica; il principe degli economisti che furono, sono e saranno; il sommo tra i sommi nella confraternita economica? Giova sperare che l’edizione Sraffa attiri nuovamente l’attenzione dei giovani studiosi sul grandissimo scrittore, non mai dimenticato, sempre largamente citato; ma, temo, ognora più scarsamente meditato e letto.

 

 

Oggi, chi voleva leggere Ricardo nell’originale inglese, doveva ricorrere alla edizione di Mac Culloch di un secolo addietro, ai due volumi dei Principii e dei Saggi, curati con diligenza dal Gonner, alle sparse raccolte di lettere ed alle note su Malthus, edite dall’Hollander. Ma le edizioni erano quasi tutte esaurite sicché i più si dovevano contentare di comuni ristampe e traduzioni. L’edizione odierna è compiuta e critica; ed ai nove volumi che la compongono e che sostanzialmente la compiono si aggiungerà in seguito un volume complementare contenente una miscellanea biografica, la quale comprenderà il rarissimo diario di un viaggio sul continente (ed in parte in Italia) ed un indice generale. Auguro all’amico Sraffa il pieno ristabilimento dall’infortunio accadutogli in gita nella state scorsa, cosicché il decimo volume, oltre a soddisfare alla giusta curiosità di conoscere l’uomo, la famiglia e gli amici, consenta di utilizzare meglio, grazie all’indice, il pensiero del grande economista al quale il suo nome sarà per sempre associato a titolo di curatore.

 

 

I «tifosi» di Ricardo hanno ragione di essere soddisfatti. Dopo il primo volume contenente i Principles of Political Economy and Taxation (pp. LXIII, 447) ed il secondo in cui sono pubblicate le Notes on Malthus (pp. XXI, 463), nei volumi di saggi (Pamphlets and Papers, III, 1809-1811, pp. VIII, 437; IV, 1815-1823, pp. VII, 422) essi leggeranno non pochi appunti inediti e sovratutto un saggio non finito sui concetti di valore assoluto e valore di scambio, al quale Ricardo aveva lavorato nelle ultime settimane della sua vita.

 

 

Nel volume V (Speeches and Evidence, pp. XXXIV, 534), dei discorsi e testimonianze sono raccolti per la prima volta i discorsi pronunciati alla Camera dei comuni e sparsi in undici volumi dei rendiconti Hansard, altri discorsi e le testimonianze rese dinnanzi a commissioni parlamentari. Erano, con difficoltà, accessibili le testimonianze stampate nei rapporti sulla ripresa del cambio a vista del 1819; ma i discorsi seppelliti nei rendiconti Hansard pochissimi avevano potuto leggerli. Il trionfo massimo di Sraffa è tuttavia nei quattro volumi di lettere (Letters, VI, 1810-1815, pp. XLIII, 353; VII, 1816-1818, pp. XI, 387; VIII, 1819-June 1821, pp. XI, 403; IX, July 1821-1823, pp. XI, 401): su 555 lettere ivi raccolte, più di metà sono inedite.

 

 

«È forse un fatto unico nella letteratura economica che gli scritti, le lettere ed i discorsi di un pensatore abbiano, come è il caso in Ricardo, siffatta unità di contenuto da consentire la pubblicazione dell’insieme praticamente compiuto delle sue opere e della sua corrispondenza come di cosa che interessa in ogni pagina l’economista». Si vede che Sraffa è orgoglioso di poter dire: «io pubblico tutto ciò che ho trovato ed ho trovato praticamente tutto; e tutto ciò che pubblico è stato pensato e scritto per gli economisti». Quale è al mondo il pensatore il quale abbia scritto solo di una data scienza, anche nelle lettere agli amici?

 

 

I volumi di lettere erano già composti presso il tipografo, quando accadde il fattaccio impreveduto e sino allora ritenuto impossibile. Erano andate perse le lettere di Ricardo a James Mill, grande amico suo e principale tra i suoi corrispondenti. Si temeva che alla morte del figlio John Stuart Mill le lettere di Ricardo fossero finite male: Bain nella prefazione alla biografia di James Mill, non aveva forse scritto che «parecchie pregevoli collezioni di lettere erano state distrutte?».

 

 

Nel 1922 le carte di John Stuart Mill erano state vendute all’asta; ma Sraffa appurò dagli acquirenti, ad uno ad uno interpellati, che nessuna lettera di Ricardo era tra quelle vendute. Per fortuna, John Stuart Mill, o forse più probabilmente la sua esecutrice testamentaria Helen Taylor, aveva donato le lettere di Ricardo a James Mill, insieme con altre carte, al noto economista John Elliot Cairnes. Il figlio, F. E. Cairnes, le aveva collocate in una cassetta di metallo chiusa a chiave, depositata nella sua casa di campagna a Raheny, nella contea di Dublino. Il genero di F. E. Cairnes, C. K. Mill, fatta aprire la cassetta da un fabbro, vi trovò un pacco indirizzato a J. S. Mill con su scritto: «manoscritti del sig. Davide Ricardo». Erano le lettere a James Mill, ritenute perdute, con altri scritti di Ricardo. Il prof. O’Brien, dandone notizia al Keynes, non si trattenne dall’esclamare: «La scoperta può quasi essere paragonata a quella dei manoscritti di Boswell nella cassetta del castello di Malahide. È curioso notare che il castello di Malahide e la casa di Raheny, dove vivono i Cairnes, sono vicinissimi». Per comprendere l’entusiasmo di O’Brien, ricordiamo che la scoperta dei manoscritti perduti di Boswell, l’uomo divenuto immortale per avere scritto, senza saperlo, quel capolavoro che è la vita di Johnson, è stato uno degli avvenimenti letterari inglesi più clamorosi degli ultimi decenni di questa prima metà di secolo.

 

 

La scoperta costrinse i tipografi a scomporre il volume dei saggi, dividendolo in due ed a crescere da tre a quattro il numero dei volumi di lettere; ma il monumento letterario elevato alla memoria di Ricardo poté dirsi compiuto. Chi voglia sapere perché siano stati necessari venti anni ed, inclusa la preparazione, probabilmente almeno un quarto di secolo per approntare questa edizione definitiva ricardiana, legga le introduzioni ai nove volumi e faccia scorrere le pagine del testo.

 

 

Non si tratta di prendere una copia della terza edizione dei Principi, mandarla in tipografia e correggere poi accuratamente le bozze. No, Piero Sraffa, munito di una copia delle tre edizioni, del 1817, del 1819 e del 1821, volle rendersi conto della composizione originaria e delle successive variazioni. Quando Ricardo cominciò a pensare ai Principi? Quando li scrisse? Di getto o con interruzioni? Ebbe dei pentimenti durante la stesura? Quando l’editore Murray lo invitò ad occuparsi della seconda e poi della terza edizione, che cosa avrebbe voluto fare e che cosa fece? Nel passaggio dall’una all’altra edizione introdusse varianti? Di pura forma? Di sistemazione formale in capitoli e in paragrafi? Di sostanza e quali? Per rispondere, il curatore (od i curatori, perché il sig. Dobb sembra abbia aiutato lo Sraffa particolarmente nella stesura delle introduzioni ai volumi I, II, V e VI) deve rifarsi ai volumi di corrispondenza, alle biografie ed ai ricordi di economisti, alle riviste del tempo; e ricostruire passo passo il cammino di Ricardo attraverso la giungla del suo faticoso scrivere. Ricardo, grandissimo come economista, fu scrittore malsicuro. Sulle bozze Ricardo spezza un capitolo; ma poi si accorge di aver ripetuto il numerale del capitolo e si contenta di correggerlo con un asterisco. Sraffa nota tutto; compila meravigliose tabelle di concordanze fra la prima e la terza edizione, che devono avergli procacciato non pochi dolori di testa e faranno restare a bocca aperta generazioni di studiosi; e ci presenta un testo, che è quello della terza edizione del 1821, ultima curata dall’autore, con l’indicazione, a piè di pagina, di tutte le varianti in confronto alla prima ed alla seconda edizione.

 

 

Gli italiani non hanno buone tradizioni in materia di edizioni di economisti classici. Nei cinquanta volumi editi al principio del secolo scorso il curatore Pietro Custodi corresse lo stile ed adoprò le forbici sul testo dei nostri classici; ed alla fine del secolo le «prefazioni» di Francesco Ferrara, nonostante Alessandro D’Ancona ne avesse inserito alcune pagine tra le classiche della crestomazia sua e di Bacci, furono dal compilatore corrette e modernizzate nello stile e rigonfiate con inutili aggiunte; sicché l’edizione critica annunciata da Bruno Rossi Ragazzi è attesa con impazienza. Nicolini e Graziani ci offrirono nei Classici di Laterza buone edizioni della Moneta di Galiani e degli economisti italiani del cinque e seicento. Esempi mirandi anche perché costituiscono eccezioni rarissime. In Inghilterra, soltanto Ashley per i Principii di economia politica di John Stuart Mill; ed il prof. Cannan per la Ricchezza delle nazioni di Adamo Smith, avevano durato la medesima dannata fatica per indicare le varianti e ristabilire le citazioni, che gli autori usavano un tempo, e forse usano talvolta ancora, fare alla gran diavola. Sraffa emula e vince Cannan.

 

 

Se Ricardo cita, rapidamente, un’edizione di un autore, quella che ha sott’occhio, Sraffa ristabilisce la citazione esatta e, se occorre, oltre alla seconda edizione, ad esempio, va su sino alla prima e cita anche quella. Pare un lavoro da poco, da far fare agli allievi. Ma guai a chi non lo fa lui, personalmente, perdendo giorni e qualche volta settimane allo scopo di accertare una minuzia che ad altri può parere trascurabilissima. Dell’errore commesso da lui o dal suo allievo si accorgerà un lettore su mille e forse se ne accorgerà quando lui sarà morto e seppellito. Ma sarà quanto basta per autorizzare l’unico lettore schifiltoso a squalificarlo per sempre come curatore della roba altrui.

 

 

Non c’è pericolo che qualcuno riesca mai a squalificare Sraffa. Quanto è più perfetta la edizione sua delle Notes on Malthus in confronto a quella curata nel 1928 da Hollander! Per un secolo il manoscritto ricardiano di Appunti o Note sui Principii di Economia politica di Malthus era diventato un mito. Mac Culloch, Trower, James Mill l’avevano letto, commentato; lo stesso Malthus l’aveva avuto in mano e ne aveva discusso con Ricardo, ambedue ostinatissimi nelle proprie opinioni. Poi il manoscritto era scomparso, sinché nel 1919 un pronipote di Ricardo, il signor Frank Ricardo, frugando nella legnaia di Bromesberrow Place, Ledbury, che era stata residenza del primogenito di Ricardo, Osman, lo ritrovò in una cassetta, insieme con cianfrusaglie diverse. Pubblicate dal prof. Hollander, che le munì da par suo di una dotta introduzione, lessi le note di Ricardo con una certa tal qual mala soddisfazione. Il prof. Gregory aveva bensì riassunto i luoghi del libro di Malthus, a cui si riferivano le osservazioni critiche di Ricardo; ma il riassunto non dava un’idea precisa delle tesi malthusiane controbattute da Ricardo e non era comodo tener sempre dinanzi agli occhi il testo della prima edizione dei Principii di Malthus. Sraffa pubblica per intero i due terzi del testo di Malthus; quei due terzi cioè a cui si riattaccano le note di Ricardo; per il terzo, su cui Ricardo non ha niente da dire, egli riproduce il riassunto autentico e larghissimo compilato dal Malthus medesimo come sommario del volume. A capo pagina, in corpo minore, il testo di Malthus; in calce, in corpo ordinario, le note di Ricardo. Oltre, s’intende le citazioni ristabilite, le correzioni e le ampliazioni esistenti nel manoscritto.

 

 

A che pro, dirà taluno, rinvangare dispute di 130 anni or sono? I nostri problemi sono diversi e di questi dobbiamo occuparci. Importa discutere Keynes, i keynesiani ed i loro obbiettatori; non attardarsi a quel che dissero e disputarono Ricardo e Malthus, Malthus e Say, Say e Sismondi, Mac Culloch e James Mill e Spencer ed altri. Intanto si noti che Keynes fu il primo promotore di questa edizione ricardiana che volle affidata a Piero Sraffa; e sino alla morte ne seguì i progressi; diede consigli per le note, i richiami, le varianti; aiutò le ricerche degli scritti inediti e di quelli perduti.

 

 

Keynes poté lamentare che la scienza economica si fosse fatta per un secolo sulle tracce di Ricardo, invece che su quella di Malthus (il Malthus dei Principii e delle dispute con Ricardo; non quello del saggio sulla popolazione); ma propugnava l’edizione delle opere complete di Ricardo, e non consta si sia fatto patrono di uguale edizione integrale di Malthus. Sovratutto queste vecchie opere, di Ricardo e, per contrasto, di Malthus, sono vive oggi come non mai. Crisi, disoccupazione, loro cause? Ad apertura di pagina Ricardo e Malthus scrivono, su quegli argomenti, per noi, che viviamo nel 1953. I germi delle dispute moderne si trovan lì; anzi qualcosa più dei germi. Quelli erano uomini che disputano come economisti, non come politici.

 

 

Cercavano la verità; e si sforzavano, disputando, di venire in chiaro dei problemi posti. Ricardo si tormentava; sospendeva di scrivere; poneva quesiti agli amici prima di arrivare ad una conclusione. Se l’economia politica del tempo fra il 1800 ed il 1830 vien detta «classica» per antonomasia, non fu per complimento. Gli uomini che ho ricordato non erano accademici il cui mestiere fosse di studiare, insegnare e scrivere libri. Ricardo, il maggiore di tutti, era un agente di cambio; Giambattista Say, privato della cattedra da Napoleone, si era messo nell’industria; Sismondi era uno storico e si piccava di essere buon agricoltore nella sua fattoria toscana. Solo Malthus, oltreché pastore d’anime, insegnava nell’India College.

 

 

Tra i soci dell’Economic Club fondato a Londra nel 1821 erano numerosi i non accademici; e d’altronde le cattedre economiche erano rare come le mosche bianche. Quegli uomini vivevano nell’infanzia della scienza pura; ed avendo dimenticato Cantillon, ne mettevano, brancolando, le fondamenta. Quando gli uomini che brancolano ansiosi di scoprire i «principii» della scienza – i trattati di allora si dicono per lo più Principii ed il solo Say intitola isuoi libri Traité e Cours – si chiamano Ricardo e James Mill, Mac Culloch e Malthus, Gian Battista Say e Sismondi e tra i cosidetti minori si ricorda un impiegato di banca, certo Pennington, il quale, senza darsi delle arie, scopre che, a parer suo i depositi in banca non sono la premessa delle aperture di credito; ma è vero il contrario od almeno è vero in un certo sistema bancario e sino ad un certo punto; quando nel club, dove i grandi discutono, il contenuto delle loro discussioni è annotato in un diario del figlio del massimo tra i polemisti critici della rivoluzione francese, Mallet du Pan, dobbiamo riconoscere che quella fu davvero una epoca prodigiosa.

 

 

Fanno compassione i poveri di spirito che collegano la nascita della nostra scienza con questo o quel presupposto materialistico: la rivoluzione industriale, gli interessi della borghesia, le lotte fra terra e capitale e simili cantafavole. Ogni epoca fornisce lo spunto dei problemi che devono essere studiati e risoluti teoricamente, ma le scoperte scientifiche sono il proprio non dei sicofanti prezzolati, bensì di uomini di genio o semplicemente di uomini ansiosi di vedere in fondo ai problemi, di uomini i quali indagano i fatti umani e scoprono le relazioni costanti tra di essi.

 

 

Il caso, il quale fa nascere al momento giusto i giganti della politica, come Camillo di Cavour e di quei giganti ne fa nascere, sì e no, uno ad ogni secolo; il caso ha voluto che verso il 1820, attorno al gigante Ricardo, miracolosamente fossero nati e tenessero con lui commercio personale ed epistolare uomini di prima figura, come Geremia Bentham, James Mill, Thomas Robert Malthus, Gian Battista Say, John R. Mac Culloch, Francis Place, Hutches Trower, Edward Wakefield, Thomas Tooke, e tutti si ritrovassero e si criticassero a vicenda e si pungessero e si malmenassero in scritti immortali. Se noi oggi vogliamo sapere se siano logicamente possibili crisi generali, sovraproduzione, assenza di domanda, eccedenze di risparmio e simili modernissimi tormenti bisogna riandare a quei tempi intorno al 1820. Ed in quei tempi, la testa pensante e creatrice, nella scienza economica, aveva nome Ricardo; l’uomo al quale Piero Sraffa, con la pubblicazione dei nove volumi delle opere, ha elevato oggi un monumento aere perennius.

 

 

Il monumento è venuto, purtroppo per me, in malpunto, quando dalle faccende quotidiane mi è vietato di consacrare ai nove volumi quei mesi di studio assiduo che sarebbero necessari per segnalare in questa presentazione, sia pur rapidamente, l’incremento che essi recano alla conoscenza del contributo dato da Ricardo alla costruzione della scienza economica. Chiedo perciò venia, se per illustrare la varietà del contenuto dei volumi, mi tratterrò esclusivamente, allo scopo di illustrare alla men peggio almeno uno dei problemi posti dalla nuova edizione, sulla disciplina alla quale Ricardo si sottomise innanzi di intraprendere, sforzato dagli amici, la carriera dello scrittore.

 

 

Siamo in molti ad avere letto le pagine dell’autobiografia di John Stuart Mill, nelle quali il filosofo ed economista e politico racconta la quasi incredibile storia del durissimo tirocinio a cui fu sottoposto dal padre James Mill, anche egli filosofo, storico, economista e pubblicista politico: a tre anni il greco, ad otto il latino, con riposi di aritmetica di algebra e di calcolo infinitesimale. Non esistendo vocabolari greco-inglesi e non potendo adoperare, prima degli otto, i vocabolari greco-latini, il bambino doveva chiedere volta per volta il significato delle parole greche al padre, che allo stesso tavolo stava scrivendo saggi di riviste ed articoli di giornali, del cui provento la sempre più numerosa famiglia doveva vivere. Un padre il quale, volendo da solo insegnare tutto al figlio, anche le cose delle quali, come nel calcolo infinitesimale, era poco informato, «pretendeva dal figlio non solo il massimo che questi poteva dare, ma parecchio che egli non avrebbe mai in nessun caso potuto dare». Obbligato il ragazzo a costruire versi in lingua inglese, essendo lo scrivere in versi più difficile dello scrivere in prosa; a dodici anni lettura e commento della Logica di Aristotile; addestramento, colla lettura dei dialoghi di Platone, nel metodo socratico di studiare e discutere; a tredici anni posto a studiare economia politica; a quindici a compilare, ad imitazione di quel che faceva Geremia Bentham per tutti i suoi scritti, i «marginal contents» ossia i riassunti, da stampare a margine di ogni pagina, degli Elements of Political Economy di suo padre; ed alla stessa età, non dovendo mai ripetere a memoria le cose imparate ma, ragionando, trovare da sé la dimostrazione di quel che diceva, costretto un giorno, per calmare la indignazione paterna, a dimostrare di aver dato prova di incredibile ignoranza quando aveva, senza riflettere, ripetuto la volgare ed ancor oggi radicata sentenza della necessità di correggere in pratica le verità insegnate dalla teoria; come se esistesse una teoria degna di questo nome la quale fosse disforme dalla pratica. Il figlio impara, anche quando il padre esce dai gangheri contro i suoi sbagli, senza spiegargli però il perché dello sbaglio.

 

 

Se deve fare esercizi di lettura ad alta voce e legge male, senza modulare la voce, il padre lo rimbrotta ma non gli fa vedere con l’esempio come invece si dovrebbe leggere. Letture interminabili di classici greci, latini e inglesi; e sunti, con commento, a non finire durante le lunghe passeggiate, che il padre per ragioni di salute deve fare ogni giorno e fanno bene anche al figlio. È curioso che, durante parecchi anni di questo intenso esercizio scolastico, dal 1809 al 1821 dai tre ai quindici anni, fino al giorno nel quale il giovinetto Mill, avendo letto e meditato e fatto suo il pensiero di Geremia Bentham nella riduzione francese di Dumont esclamò: «Finalmente potevo dire di avere opinioni mie: un credo, una dottrina, una filosofia; anzi, nel migliore tra i significati della parola, una religione; inculcare e diffondere la quale poteva diventare il precipuo scopo di una vita».

 

 

Egli aveva un compagno di scuola, di un anno più anziano del padre e di trentaquattro anni più avanzato negli anni di lui: Davide Ricardo. Il quale aveva fatto la conoscenza di James Mill, nel 1808, quando John aveva due anni, ad occasione della pubblicazione dell’opuscolo Commerce Defended, il primo tra gli scritti che recarono celebrità al nome del padre. I due allievi, il bambino o ragazzo e l’uomo maturo si incontrarono frequentemente nello studio del padre: «Poiché io ero un ospite abituale dello studio di mio padre, divenni familiare col più caro dei suoi amici, Davide Ricardo. Questi, benevolo e gentile, simpatizzava subito coi giovani; e quando io mi dedicai allo studio della scienza economica, mi invitava a casa ed a passeggio per discorrere con me in proposito».

 

 

James Mill era ugualmente severo verso i due allievi; e come costringeva il figlio a tradurre, sunteggiare e commentare per iscritto ed a voce, così era deciso «a non dar tregua all’amico sinché questi non si fosse immerso del tutto nello studio dell’economia politica». Nell’Autobiografia John Stuart afferma che «I Principi di Ricardo non sarebbero mai stati pubblicati né scritti senza l’invito ed il vivo incoraggiamento di mio padre: perché Ricardo, modestissimo uomo, sebbene fermamente convinto della verità delle sue dottrine, reputava di essere così poco capace di esporle e spiegarle correttamente, da riluttare all’idea di pubblicare alcunché». A leggere e ad ascoltare i dubbi e le esitazioni dell’amico, James Mill, il quale era a sua volta persuaso di dovergli il suo passaggio da mero appassionato amatore a riflessivo studioso della scienza economica, perde la pazienza e scrive (il 9 novembre 1815): «Perché vi lagnate: “Oh! se io fossi capace di scrivere un libro!”, quando il solo ostacolo a scrivere è questa mancanza di fiducia nelle vostre attitudini? Voi avete solo bisogno di qualche pratica nell’arte di mettere giù il vostro pensiero, nella maniera più agevole ad essere intesa da coloro che poco sanno e prestano poca attenzione; cosa che con un pò di esercizio si ottiene senza fallo. Siccome sono abituato ad usare l’autorità del maestro di scuola, valendomi a buon diritto di siffatta onorevole autorità vi comando espressamente di dar mano senz’altro al primo dei tre capi – rendita, profitto e salari – dell’opera vostra, ossia la rendita, senza indugiare neppure un’ora. Se mi affiderete la revisione del capitolo, siate sicuro vi costringerò a finirlo bene, quasi quasi prima che voi ve ne accorgiate» (VI, 321).

 

 

Pochi giorni dopo (1 dicembre 1815) James inculca all’amico, come già faceva col figlio, la necessità ed il vantaggio di scrivere a margine il riassunto o breve titolo di ogni argomento trattato nel testo: «I riassunti marginali, per essere davvero utili, dovrebbero essere scritti su un lato solo del foglio. Voi potrete tenerne così sott’occhio parecchi ad un colpo, cosa di sommo vantaggio per vedere più facilmente come i paragrafi si colleghino l’uno all’altro – se qualcuno di essi sia in sostanza la stessa cosa di un altro – se l’uno non sia per avventura compatibile con l’altro – se l’uno sia mal posto là dove si trova, ma sarebbe più adatto ad un altro luogo – se qualcosa manchi a compiere l’argomento che in quel punto deve essere esposto o dimostrato». (VI, 319).

 

 

Nella stessa lettera, James Mill, istruisce il grande scolaro, troppo pessimista intorno alla sua attitudine a fare il gran salto da agente di cambio ad economista teorico, intorno al metodo di comporre scritture scientifiche: «Voi dovete, nello scrivere, tenere sempre fisso in mente il punto preciso che volete dimostrare. Lo scritto acquisterà così una direzione precisa e perciò un ordine ed una determinazione, che non si ha mai quando si scrive senza uno scopo molto preciso e ben definito. Qui sta, in generale, il vantaggio di riscrivere due volte ogni pagina. Nella prima stesura, generalmente si studia l’argomento, si va in cerca di idee; e quindi è impossibile ottenere unità di trattazione e fermezza di indirizzo. Quando tutte le idee sono poste per iscritto, si possono vantaggiosamente mettere insieme nei giusti gruppi, e dopo averle ripartite in modo che ogni gruppo costituisca un articolo distinto, riscriverle articolo per articolo, uno dopo l’altro, distintamente e separatamente. A questo punto si tocca la perfezione. Così dovete fare col vostro opus magnum. Nel primo scrivere, non affannatevi troppo intorno alle singole idee: ma buttate giù tutte le idee che vi sembrino pertinenti all’argomento e utili a chiarificarlo. Fatto ciò, non troverete grande difficoltà a passare in rivista e porre ogni idea nel luogo in cui possa ricevere il massimo di luce dalle altre ed a sua volta gittare il massimo di luce su di esse».

 

 

«Nel cominciare a scrivere, troverete non poco aiuto, immaginando di scrivere ad un amico, di ordinaria intelligenza, al quale vi stia molto a cuore di fornire una conoscenza compiuta dell’argomento su cui voi scrivete. Voi dovete supporre che la sua mente sia quella media degli uomini che Voi ritenete possano essere vostri lettori; e metterete giù tutto ciò che vi parrà necessario per far entrare le vostre idee nella sua testa; cominciando da quelle cose che egli probabilmente conosce o riconosce e di lì passando alle altre. Nel tempo stesso sarà utile che vi formiate, prima di scrivere, per vostro uso una specie di schema delle vostre idee; ad esempio, trattando della rendita, voi dovrete tentare di formulare le proposizioni in cui le vostre idee sulla teoria della rendita potrebbero essere riassunte: quale è la causa della rendita – da quali circostanze dipenda l’agire di siffatta causa – che cosa la faccia agire più o meno produttivamente; come gli effetti della causa a lor volta possano diventare cause e così via. Ridotto a brevi appunti, ogni argomento rimane fisso davanti al vostro occhio e vi suggerisce idee» (VI, 329-331).

 

 

Il dicembre 1815 è fecondo di consigli, se pur si può chiamare consiglio quello che James Mill offre dopo aver riletto l’ultimo saggio di Ricardo sui profitti (in lettera del 22 dicembre): «La lettura del saggio mi ha persuaso a darvi un consiglio: considerare in ogni caso i vostri lettori come se ignorassero del tutto il problema; epperciò non formulare alcuna proposizione senza darne immediatamente la prova o fornire il riferimento alla pagina precisa in cui la prova sia fornita. Voi non dovete consentire che la proposizione sia dedotta dai vostri lettori, con successivi passaggi, da qualche principio più o meno remoto. Sotto questo riguardo il vostro saggio può essere, non a torto, considerato oscuro in rapporto alla preparazione in argomento di quasi tutti i possibili lettori. Perciò credo opportuno prescrivervi un esercizio. Voi avete ripetutamente affermato: che i miglioramenti agricoli (ad ipotesi nelle condizioni attuali dell’Inghilterra) aumentano il profitto del capitale (stock) e non producono immediatamente alcun altro effetto. Ma non avete dato in nessun luogo la prova della asserzione; ed avete lasciato che il lettore la deducesse dalla vostra dottrina generale sulla rendita. Il vostro ragionamento si può sunteggiare così: L’incremento di prodotto non può invero andare a vantaggio della rendita, la quale è limitata da altri fattori; né può andare a favore dei salari, i quali sono altresì altrimenti limitati. Epperciò deve andare a crescere il profitto».

 

 

«Desidero che Voi non vi contentiate di questo ragionamento: ma mettiate in evidenza per quali gradi in pratica la distribuzione del prodotto avrà luogo nella maniera da voi indicata. Se, per esempio, grazie a migliorie tutto il capitale impiegato nel suolo britannico diventa più produttivo; se la stessa quantità di cereali è adoperata per le semine e si ottiene un maggior ricavo: quali sono, ordinatamente elencati, gli effetti che ne seguono? Su questo argomento, vi comando di fare un esercizio, un esercizio di scuola; in altre parole voi mi dovrete scrivere una lettera. Naturalmente, è necessario che voi intendiate che cosa vi propongo. Voglio dire che voi dovreste successivamente rispondere alla domanda: cosa accade dopo? Prima di tutto, c’è la miglioria. Dopo, cosa capita? Risposta: l’aumento della produzione. E dopo? Risposta: un ribasso nel prezzo dei cereali. E dopo ancora? E così via. In seguito, vedrò che cosa vi dovrò proporre di fare.

 

 

Poiché voi siete già il migliore tra i pensatori in economia politica, ho deliberato che voi siate anche il migliore tra gli scrittori in quel campo. Per diventarlo occorrono solo attitudini ed applicazione; e di amendue io sono, nel vostro caso, sicuro. Fa d’uopo soltanto che voi resistiate a qualcuno tra i più frivoli degli impegni mondani; a quelli di cui non vi siete curato quando attendevate agli affari ed a cui dovreste resistere ora se volete dedicarvi allo studio. Voi non avete mai, ad esempio, giudicato necessario sacrificare le vostre mattine agli amici, al punto da preferirli alla borsa. Nello stesso modo, dedicate di buon animo agli amici tutto ciò che vi resta della giornata dopo l’ora di pranzo; e quando andrete a far loro visita a casa, anche qualcosa di più. Ma le ore prima di colazione e prima del pranzo, dovrebbero essere tutte vostre, per dedicarle allo studio, come prima facevate per gli affari.

 

 

Nessuno si offenderà quando si saprà che tale è la vostra regola di vita. Vi rispetteranno e stimeranno maggiormente, sapendo che voi fate ciò che tante poche persone sono capaci di fare. A tal fine, dovreste porvi come regola di non rimanere troppo tardi a casa altrui; e se qualcuno tarda troppo ad andarsene da casa vostra, voi avrete cura di filare a una certa ora senza congedarvi da nessuno. Non abbiate scrupolo di sembrare un po’ originale; la originalità è segno di debolezza sempre e solo quando riguarda cose futili; ma è segno di forza quando riguarda una materia degna ed uno scopo che non può essere altrimenti ottenuto».

 

 

«Voi non dovrete raccontare alla signora Ricardo che io mi comporto verso di voi come un pedagogo. Essa penserebbe – e in verità lo penso anch’io – che la mia impertinenza (impudence) è un po’ grossa». (VI, pp. 339-340). Non si sa se Ricardo abbia compiuto l’esercizio comandatogli: Ne aveva certo la buona intenzione».

 

 

Rispondendo il 30 dicembre: «Penso con molto piacere – scriveva – al compito assegnatomi e comincerei immediatamente a lavorarvi sopra, se la mia testa non fosse preoccupata dal manoscritto in corso. Quando l’ho con me, l’ho di continuo a mano per vedere se posso in qualche modo migliorarlo. L’ho corretto tante volte che talvolta temo di guastarlo invece di migliorarlo. Appena me ne sarò sbarazzato, mi metterò intorno alla proposizione della quale mi avete invitato a dare la dimostrazione» (VI, p. 348).

 

 

Poiché Ricardo continuava a lamentarsi della sua scarsa capacità di scrittore, James Mill lo rimbrotta duramente (lettera del 16 agosto 1816): «Perché un uomo il quale non ha timore di parlare su un dato argomento di fronte a chicchessia, dovrebbe aver paura di scrivere, dato che lo scrivere altro non è che parlare per iscritto? Voi non solo potere parlare con gli uomini più celebrati per le loro conoscenze nella materia economica: ma non avete nessuna paura di disputare con essi e di sostenere le vostre opinioni di preferenza alle loro e di persuadere gli astanti che voi siete dalla parte della ragione. Ebbene, fate lo stesso per iscritto: che cosa pretendete di più? Debbo cominciare un po’ a pensare che i vostri dubbi e le vostre angosce siano scuse accortamente messe innanzi in difesa della vostra pigrizia.

 

 

Oppure, ed è una congettura più ingegnosa che mi viene or ora in mente, voi usate quelle scuse come esca per eccitare complimenti; come di chi dicesse: «Oh! io non ho talento bastevole; la mia capacità non arriva a tanto» – e l’amico interrompe ed esclama calorosamente: «mio caro signore, consentitemi di correggere il solo sbaglio nel quale siete caduto in tutta la vostra vita; il vostro talento è ammirabile, la vostra capacità non ha limite; decidetevi solo a scrivere e tutto il mondo rimarrà stupefatto!» -. Io invece, non avendo molta pratica nell’arte di piacere altrui, dirò tutto il contrario: per scrivere non sono necessarie qualità superiori a quelle che ognuno possiede: voi avete già i pensieri nella vostra testa e dovete solo metterli su carta; e, dopo scritto, rileggere per assicurarvi che nulla sia dimenticato di ciò che desiderate dire, che nessun pensiero sia ripetuto due volte e che ogni cosa sia detta nel suo luogo appropriato.

 

 

Certamente, in tutto ciò non vi è nulla che possa spaventare ed è tutto ciò che voi dovete fare. Dapprima, dire tutto ciò che avete in mente sull’argomento, dal principio alla fine, in qualunque modo, non importa quale. Se alla fine non vi soddisfa, rivedete e rifate tutto ciò che vi sembri bene mutare. Se ancora non vi piace, rivedete di nuovo. Pensate forse voi che i buoni libri si scrivano per grazia divina e per impulso di ispirazione? Rousseau confessa che egli non diede nulla al pubblico che, ben lungi dall’essergli piaciuto subito, egli non avesse riscritto cinque volte. Io non ammetto che voi vi rimangiate il giuramento solenne di riconoscermi come vostro maestro di scuola, munito di tutti i diritti spettanti ad un ufficio così grave. In virtù di questi diritti, io solennemente comando ed ordino che voi andiate innanzi nel programma che avete già compilato per vostra guida; fino a che voi avete dato fondo a tutto il territorio dell’economia politica dal principio alla fine, senza preoccuparvi dell’ordine, delle ripetizioni e dello stile; deliberato unicamente a mettere i vostri pensieri su carta in un modo o in un altro. Vedremo in seguito che cosa fare dello scritto; ma questa è la prima cosa da fare. Voi siete certamente in grado di far ciò: e poiché vi dico soltanto di fare ciò che potete fare, voi non pretenderete per fermo di non poter fare ciò che potete» (VII, pp. 59-60).

 

 

Ricardo non è del tutto persuaso che lo scrivere sia la stessa cosa come parlare sulla carta. Replicando l’8 settembre: «Io posso in una conversazione sostenere con qualche asseveranza una mia opinione contro i miei avversari, perché so che essi guardano più alla sostanza che alla forma. Inoltre, da uno sguardo, da un rimarco, da un segno voi capite in una conversazione quale sia il punto in disputa e tutti i vostri sforzi si rivolgono a chiarire quel punto. Nello scrivere voi vi indirizzate sia a coloro che sanno poco come a quelli che sanno molto. Bisogna o ammettere o provare ogni cosa; e nello scrivere è difficile comprendere se voi siete molto oscuro o molto noioso. Tuttavia, su questo punto, non dirò altro; perché non voglio correre il rischio che voi non interpretiate bene le mie ragioni. Andrò innanzi nel lavoro in tutta diligenza e dopo avere copiato in fretta ciò che oggi è sparpagliato un po’ dappertutto, ve lo manderò… Però voi dovrete convincervi che, nonostante i vostri scolari siano ben disposti ed ubbidienti, vi è una grande differenza fra il dirigere le energie ed i talenti di una giovane mente, il cui abito intellettuale non è ancora formato, e quelli di un anziano, le cui passate occupazioni non furono affatto propizie al raggiungimento degli scopi che desiderate raggiungere» (VII, pp. 65-66).

 

 

Poiché Ricardo non invia per la revisione i manoscritti con premura, Mill dubita che il ritardo sia dovuto alla fatica della copiatura; e poiché il suo titolo di maestro è indisputato, sans façons offre allo scolaro un altro consiglio: «Perché perdere tanto tempo a copiare? Io copio la mia roba perché non ho i quattrini per pagare il copista; ma se fossi al vostro posto, non copierei una pagina sola» (VII, p. 73). Ricardo traversa ogni tanto momenti di sconforto. Legge libri di viaggio di Humboldt, di Mackenzie, di Ali Bey, di Pinkerton e scorre articoli del dizionario di Bayle.

 

 

Ma riflette amaramente (12 settembre 1817): «Leggo solo per divertimento. Sono pienamente convinto che voi sopravalutate grandemente la forza del mio intelletto. Sarebbe dar prova di falsa modestia di parlare in questo momento di me stesso diversamente da quanto io pensi in proposito; epperciò debbo essere creduto quando in coscienza dichiaro che la vostra opinione delle mie attitudini è eccessiva. In primo luogo io non sono molto perseverante, a meno di avere costantemente sotto i miei occhi il problema attorno a cui lavoro. Soffro di tutti gli svantaggi di una educazione negletta, che invano oggi mi sforzo di riparare. Opererei saggiamente a fermarmi al punto a cui sono; evitando di far correre, come un giocatore disperato, a quel che ho guadagnato lo spaventevole rischio a cui va incontro… Ditemi tuttavia quel che debbo fare e metterò alla prova le mie forze; ma non sorprendetevi se, dopo, io dovrò, presentandomi a voi, confessare che lo sforzo è più grande di quel che io possa durare» (VII, p. 190).

 

 

Mill, il quale, per la poca stima che faceva dell’istruzione impartita allora in Inghilterra, si era assoggettato alla dura fatica d’istruire egli stesso il suo primogenito e di farsi assistere da questi nella istruzione degli altri figliuoli, replica (il 19 ottobre 1817): «Che cosa mi andate dicendo sui difetti della vostra educazione? Se è vero che la più gran parte di quel che si imparte alla gente come educazione consiste di pregiudizi, voi vi avvantaggiate a non essere stato educato. Chi dei nostri geni educati ha mai scritto un libro come il vostro? La miglior parte dell’educazione di ognuno di noi non è quella che egli trae dagli altri, ma quella che imparte a se stesso. Chi mai scrisse un libro come quello che voi avete scritto, il quale non abbia fatto più per la propria educazione, di quanto il mondo mai potesse fare per lui?» (VII, p. 196). Sul problema dei vantaggi dell’educazione nelle scuole Mill e Ricardo ritornano ripetutamente: «Voi sopravalutate – scrive James Mill il 26 ottobre 1818 – quel che si impara nelle scuole, immaginando che perciò voi siete costretto a rimanere indietro senza rimedio. Il meglio che la scuola potrebbe darvi sarebbe l’abito di attenzione, di osservazione e di riflessione; abito che voi possedete senza uopo di scuola e che le nostre tanto imperfette scuole sono poco adatte a procacciare… Rassegnatevi a sapere che io ho deciso che voi dovete fare una gran figura e su di ciò, che è il succo di tutta la faccenda, voi non dovete darmi alcuna disillusione» (VII, p. 318).

 

 

Ricardo promette di fare quanto sta in lui per non tradire l’aspettazione del maestro: «Io sono propenso, come lo sono tutti gli uomini – risponde l’8 novembre 1918 – ad essere benevolo verso me stesso; ma non sono tanto cieco da non vedere la mia assoluta incapacità a mettere i miei pensieri in carta con una tal quale misura di ordine, chiarezza o precisione. Sono stupito della mia deficienza, dato che si tratta di qualità che tutti coloro i quali mi stanno attorno posseggono meglio di me. Voi mi fate sperare di conseguire queste qualità con la pratica: ed io apprezzo tanto la cosa, che non mancherò di perseverare sino a quando abbia un raggio di speranza di vedere coronati dal successo i miei sforzi» (VII, p. 327).

 

 

Ricardo ama leggere libri di storia; e Mill, convinto che nel libro che sta leggendo sull’Irlanda vi sia una proporzione mostruosa di cose inutili (a monstrous portion of surplusage) ne profitta per dargli una buona strapazzata: «Rimpiango sempre che Voi abbiate diminuito le vostre ore di studio. Voi avete il dovere di pensare che voi potete, in quelle ore, beneficare i vostri simili in misura tale che nessun altro possiede; epperciò non potete illudervi di non essere in colpa quando le sprecate» (VIII, p. 52). Richiesto da Mill di inviare all’Enciclopedia allora diretta dal Napier un articolo sul fondo di ammortamento del debito pubblico, Ricardo si arretra (in lettera del 6 settembre 1819) dinnanzi all’impegno di consegnarlo a data fissa: «Conosco me stesso meglio di voi e degli altri amici. So le difficoltà di mettere insieme alcune poche proposizioni; ma la difficoltà crescerebbe a dismisura se io avessi l’impressione di dovere compiere un lavoro entro un tempo determinato.

 

 

Quando scrivo, debbo essere libero come l’aria; devo avere il diritto di abbandonare il lavoro se così mi piace, rinviarlo se lo credo opportuno o buttarlo sul fuoco ogni qualvolta esso mi paia meritare quel fato. Io sono perfettamente sicuro che non potrei far nulla, anche se fossi nelle più favorevoli circostanze, se io fossi obbligato da un impegno a compiere il lavoro entro un dato limite di tempo» (VIII, pp. 54-55). Mill non sente ragioni. Replicando subito (il 7 settembre) gli dà una buona strigliata: «Quanto al dire che voi non siete in grado di lavorare a tempo fisso, è pura fantasia. Voi non siete un sentimentale piagnucoloso, un qualche cosa che debba essere dominato, invece di dominarli, dai suoi sentimenti delicati! Un paio di ore, ogni giorno, anzi molto meno; e voi finirete l’articolo in un paio di mesi … La scusa poi del difetto di capacità voi dovreste vergognarvi soltanto a pensarla. Adesso spero che voi abbiate ricevuto la vostra giusta quota di nerbate; ed avendo baciato la frusta come un buon scolaro deve fare, vi metterete senz’altro al lavoro. Dovreste ringraziare il cielo, quando vi capita di avere in casa troppi ospiti, di avere una scusa per riserbare a voi stesso una piccola porzione della giornata. Non siete forse in grado di alzarvi dal letto due ore prima di colazione? La signora Ricardo non è in piedi tre ore innanzi?» (VIII, p. 58).

 

 

Il dialogo epistolare continua in tono scherzoso (9 settembre 1819): «Devo proprio – risponde Ricardo – baciare la bacchetta e mettermi seriamente al lavoro? Voi vi attendete veramente così supina ubbidienza? Sono tentato di darvi una prova del mio spirito democratico e dirvi in faccia che io non mi rassegno ad essere un autore in catene. Ma riflettendo che voi sempre mi siete stato buon padrone e guida; che devo al vostro incoraggiamento quelle soddisfazioni che hanno lusingato la mia vanità di autore delibero di non darmi subito ad aperta ribellione. Se le mie ragioni non vi hanno persuaso, nemmeno le vostre hanno illuminato le mie obiezioni. Io non mi impegno affatto a fornire il richiesto articolo; ma farò del mio meglio per scriverlo.

 

 

Rimaniamo amendue liberi come l’aria. L’editore potrà sempre dichiarare, a costo di umiliarmi, che io non sono stato all’altezza del compito; e sarà libero di buttare l’articolo nel cestino e di estrarne quelle idee che a lui parranno degne di attenzione. Voi non dovete lasciargli credere che io possa fare qualcosa che egli sia obbligato poi a stampare ed io confesso che sarò soddisfatto se saprò che qualchedun’altro si è incaricato del lavoro» (VIII, p. 60).

 

 

James Mill è però uomo ostinato e non si arrende. Inviando a Ricardo un pacco di libri sul fondo di ammortamento del debito pubblico, gli raccomanda (lettera dell’11 settembre 1819) di non imbrogliarsi troppo nella esposizione storica dei fatti. Qualcun altro vi provvederà: «Il vostro grande affare dovrebbe essere la spiegazione dell’indole e dell’operare del fondo di ammortamento e la discussione dei problemi di politica economica che vi sono collegati. Se Hamilton (Robert Hamilton autore di un libro classico in argomento An Inquiry concerning… the National Debt pubblicato nel 1818) o chiunque altro ha scritto prima di voi quel che occorre dire, voi lo ripeterete, ricordando la fonte; sia con le stesse loro parole sia con altre, secondo consiglierà il contesto. Un articolo per l’Enciclopedia deve essere sino ad un certo punto didattico ed anche elementare. Esso deve invero essere ad un tempo consultato dall’ignorante e dal conoscitore.

 

 

La materia che da altri è stata già frequentemente spiegata, può essere esposta in breve, per lasciar maggior spazio a ciò che è meno comunemente noto. Quanto allo spazio, disponete di poco o di molto, come l’argomento impone. Mettete in carta ogni punto che voi ritenete istruttivo spiegare; e non abbiate timore di andare troppo per le lunghe. Quando voi avrete compilato la lista dei punti che nella vostra opinione dovrebbero essere illustrati nell’articolo, inviatemela. Mi potranno venire in mente argomenti che non avete elencato. Attualmente ho pensato così poco al problema, che non posso dire quasi alcunché sulle cose da toccare. Il modo in cui un fondo di ammortamento, se reale, giova a pagare i debiti, è un argomento; il modo in cui un fondo di ammortamento, che non sia più effettivo, può essere fatto apparire effettivo al pubblico, è un secondo; ed un terzo punto – sul quale nessuno ha scritto prima d’ora – è la compiuta assurdità di affidare un fondo di ammortamento ad un governo come il nostro. L’ultimo punto è originale; ed elaborato alla vostra migliore maniera, farà colpo. Io non so se voi riuscirete a dire qualcosa che sia del tutto nuova su qualche altra parte del soggetto; ma sarà certo grandemente utile riuscire a mettere in luce nel modo più chiaro possibile le illusioni per così lungo tempo nutrite a proposito del fondo di ammortamento; e voi sarete in grado di illuminare il problema di nuova luce» (VIII, p. 67).

 

 

Così discorrevano tra di loro James Mill e Davide Ricardo; questi, come dissi prima, ancor oggi da molti reputato il principe degli economisti e l’amico coetaneo più scaltrito nell’arte dello scrivere. James Mill frustava il figliolo bambino e ragazzo per costringerlo, con grave rischio della sua salute fisica e mentale, a diventare quell’economista e filosofo insigne che poi divenne; e l’agente di cambio, che il genio divinatorio aveva, attraverso un duro lavoro, arricchito nell’età sua praticamente operosa, umilmente si assoggettava, nella età più matura, al duro tirocinio dell’arte dello scrivere.

 

 

Tutti sappiamo che Ricardo non riuscì mai ad apprendere compiutamente quell’arte; ma se, nonostante la forma aspra e disadorna, il pensiero ricardiano illumina ancora oggi la scienza economica nel suo stupendo avanzamento, quanta parte di quella luce non è forse dovuta allo stimolo delle conversazioni e del commercio epistolare fra il singolare maestro e il grande scolaro; stimolo di cui la lunga fatica del curatore della preziosa edizione, che ho avuto l’onore di presentarvi, rende testimonianza?

 

 

 



[1] Presentata nella seduta del 14 marzo 1953 in occasione dell’omaggio fatto, a nome di Piero Sraffa, professore di economia politica nell’Università di Cagliari e da assai anni insegnante nell’Università di Cambridge in Inghilterra, dei nove volumi di un’opera monumentale dal titolo The Works and Correspondence of David Ricardo. Cambridge, at the University Press, for the Royal Economic Society, 1951-52).

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