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La nuova stampa

Difesa della nostra storia. Gli uomini d’oggi non hanno il diritto di offendere la memoria dei loro vecchi, mutilando anche il ricordo di quel che le loro terre erano state, di quel che i loro padri avevano operato e sofferto

«La Nuova stampa», 22 agosto 1946

«Il Mondo», settembre 1946, pp. 17-18[1]

 

 

 

Gli uomini d’oggi non hanno il diritto di offendere la memoria dei loro vecchi, mutilando anche il ricordo di quel che le loro terre erano state, di quel che i loro padri avevano operato e sofferto.

 

 

L’articolo 7 della sezione seconda (Francia) della parte prima relativo alle clausole territoriali del progetto di trattato di pace con l’Italia è così formulato:

 

 

«Il governo italiano si obbliga a consegnare al governo francese tutti gli archivi storici ed amministrativi anteriori al 1860 i quali riguardino il territorio ceduto alla Francia col trattato del 24 marzo 1860 e la convenzione del 23 agosto 1860».

 

 

L’articolo, dall’apparenza innocente, intende risolvere una vecchia controversia la quale risale alla cessione della Savoia e di Nizza alla Francia nel 1860. Era naturale che, insieme ai territori ceduti, passassero alla Francia i documenti relativi alla loro amministrazione. Gli uffici civili, giudiziari, finanziari, religiosi, non possono svolgere la loro attività se sono privi della documentazione relativa agli affari che essi sono chiamati a trattare e risolvere. Perciò è uso inserire nei trattati di pace un’articolo il quale regola la trasmissione delle carte d’archivio dei territori ceduti.

 

 

Il Traitè de limites del 24 marzo 1760 fra il Re sardo e il Re cristianissimo, che ho avuto occasione di ricordare altra volta a proposito dei confini occidentali, stipulava all’articolo 16 che «i titoli e documenti i quali possano riguardare le cessioni fatte saranno consegnati da una parte e dall’altra in buona fede nel termine di sei mesi».

 

 

L’art. 31 del trattato di pace di Parigi del 30 maggio 1814, che poneva fine alla dominazione napoleonica in Europa, ordinava che «gli archivi, le carte, i piani e documenti qualsiasi appartenenti ai paesi ceduti o concernenti la loro amministrazione saranno fedelmente resi nel tempo stesso in cui è restituito il territorio od al più entro sei mesi dalla restituzione». A nessuno però era caduto in mente che la restituzione dovesse riferirsi a cosa diversa dalle carte relative alla amministrazione locale dei territori trasmessi. L’art. 15 del trattato di pace di Zurigo fra la Sardegna, la Francia e l’Italia del 10 novembre 1859 stipulava invero espressamente che «gli archivi contenenti i titoli di proprietà e di documenti amministrativi e di giustizia civile relativi sia alla parte della Lombardia rimasta in possesso dell’Imperatore d’Austria sia alle province venete, saranno consegnati ai commissari austriaci e reciprocamente quelli concernenti le province lombarde cedute al Re sardo che si trovino negli archivi dell’impero saranno consegnate ai commissari sardi».

 

 

Sulla falsariga del trattato di Zurigo, la convenzione franco-sarda firmata a Parigi il 23 agosto 1860 disponeva per Savoia e Nizza all’art. 10: «Gli archivi contenenti titoli di proprietà, i documenti amministrativi, religiosi e della giustizia civile relativi alla Savoia ed a Nizza che possano trovarsi (qui peuvent se trouver) nella mani del governo sardo saranno consegnati al governo francese. Reciprocamente il governo francese si obbliga a consegnare al governo sardo i titoli e documenti relativi alla famiglia reale sarda che potranno trovarsi nelle province cedute alla Francia. I due Stati si impegnano vicendevolmente a scambiarsi informazioni, copie o calchi, a richiesta delle autorità superiori dell’uno o dell’altro paese, per tutti i documenti relativi ad affari concernenti contemporaneamente il regno di Sardegna ed i territori annessi all’impero francese».

 

 

La convenzione era chiarissima: alla Francia dovevano essere consegnati tutti i documenti aventi tratto alla vita amministrativa, civile, giudiziaria, e religiosa dei territori ceduti; per gli altri, ossia per i documenti di carattere politico generale, concernenti affari relativi al governo centrale, alla storia dei paesi componenti la corona sabauda, la Sardegna prima e l’Italia poi dovevano fornire, a richiesta delle autorità francesi, informazioni, copie o calchi.

 

 

L’Italia si attenne scrupolosamente alle stipulazioni del trattato. I documenti amministrativi delle province savoiarde furono lasciati in loco e la consegna ebbe luogo automaticamente. Già nel 1797, al momento di una precedente cessione della Savoia alla Francia rivoluzionaria, Torino aveva consegnato alla Francia 640 mappe e 1325 volumi di tabelle e catasti delle province savoiarde, e mappe e volumi rimasero a Chambery e ancora vi si trovano, ed altre consegne di documenti e volumi di interesse locale furono a parecchie riprese fatte ed offerte.

 

 

Chi non si contentò mai della esecuzione data dall’Italia alla convenzione del 23 agosto 1860 furono gli eruditi savoiardi. Essi si sono sempre in passato annoiati e tuttora si annoiano di dover recarsi a Torino per studiare i documenti della storia sabauda e vorrebbero che anche l’archivio storico fosse trasportato a Chambery. Essi non si contentano che siano rimasti in Savoia gli archivi detti della insinuazione nei quali sono depositati i titoli di proprietà, gli archivi delle intendenze nei quali si conservano i documenti amministrativi, gli archivi delle diverse magistrature giudiziarie, nei quali si hanno i titoli relativi alla giustizia civile ed infine gli archivi dei vescovadi, dei capitoli, delle parrocchie, delle corporazioni religiose e delle opere pie, nei quali si custodiscono i titoli religiosi, ossia non si contentano di essere entrati in possesso di tutti i documenti che l’art. 10 della convenzione di Parigi del 23 agosto 1860 attribuiva alla Francia, ma vogliono altro.

 

 

L’avevano già tentato prima della firma della convenzione del 23 agosto 1860 ed in una seduta del 17 luglio di quell’anno, avevano fatto riserve sulle dichiarazioni del conte di Pollone, commissario sardo, il quale aveva affermato il buon diritto degli italiani di conservare, salvo a darne copia, tutto ciò che riguardava la storia e la politica. Ma alla fine la Francia, mettendo la firma alla convenzione del 23 agosto 1860, aveva riconosciuto la validità della distinzione fra i documenti amministrativi, giudiziari, civili e religiosi di interesse locale, che dovevano essere consegnati alla Francia ed i documenti di interesse storico o politico i quali dovevano restare a Torino.

 

 

Dopo aver riconosciuto il principio, i successivi governi francesi non hanno però mai saputo resistere alle aspirazioni degli studiosi savoiardi di costituire a spese dell’Italia, un archivio storico della Savoia. Le note verbali e la corrispondenza diplomatica si susseguono: nel 1860, nel 1865, nel 1866 (con una inattesa proposta di rinuncia ad ogni pretesa sui documenti savoiardi in cambio della consegna dei documenti della Corsica anteriori al 1768 conservati a Genova), nel 1870, nel 1877, nel 1906, nel 1919, nel 1920, nel 1946 ritornano sempre sul medesimo punto: l’applicazione della convenzione del 1860. Ma sinora non era stato mai messo in dubbio da parte francese il principio che i documenti storici dovesero rimanere a Torino. Si chiedeva soltanto che fossero consegnati i documenti che, pur essendo storici, venivano ancora richiesti per usi amministrativi.

 

 

Tutto ad un tratto, l’articolo settimo dell’odierno progetto di trattato di pace mira a modificare la situazione di diritto sorta ottantasei anni fa in seguito alla cessione della Savoia. Non più solo gli archivi amministrativi, ma tutti gli archivi, anche quelli semplicemente storici! Il minacciato scempio degli archivi torinesi

 

 

Non si immagini che si tratti di un problema di scarsa importanza. Il Journal de Geneve del 15 giugno, scriveva in verità: «La casa di Savoia ha abdicato, la partenza di Umberto II ha tolto alla giovane repubblica le preoccupazioni relative alle carte della sua famiglia. Il principale argomento opposto ai francesi è divenuto caduco».

 

 

Le Monde del 25 giugno rincalza: «La biblioteca del re a Torino è ricca di una incomparabile collezione di memorie e manoscritti sulla casa dei Savoia. La repubblica italiana manterrà fede alla concezione feudale dei governi precedenti quanto agli archivi concernenti i beni e le persone della casa Savoia? I principi della casa Savoia sono in esilio. Forseché le argomentazioni che si inspiravano alla loro presenza hanno conservato il valore?».

 

 

Dicasi subito che allo scempio che si vuole perpetrare negli archivi torinesi, nessun italiano sia esso monarchico che repubblicano, si può acquietare. Benedetto Croce ha elevato solenne protesta contro la distruzione della parte più antica e preziosa dell’archivio di Napoli effettuata barbaramente dai tedeschi nel settembre 1943. Abbiamo dovuto assistere alla distruzione per fatto di guerra dell’archivio del Senato di Milano, dei fondi genovesi e di una parte degli stessi fondi torinesi.

 

 

Dovremmo oggi consentire alla barbara mutilazione degli archivi torinesi? No. Il trasporto di quelle carte a Chambery non è la innocua restituzione dei documenti relativi alle vicende private di una illustre famiglia savoiarda. Quei documenti fanno parte e parte viva della storia italiana. Negli archivi torinesi non si raccolgono soltanto i documenti di una famiglia savoiarda; bensì quelli della storia di un principato il quale si estendeva, fin dal mille, al di là e al di qua delle Alpi. La storia civile politica religiosa ed economica delle province savoiarde è inestricabilmente connessa con quella delle provincie piemontesi. Non vi è serie di documenti dai conti della real casa a quelli delle tesorerie generali, dai protocolli dei segretari e notai ducali a quelli delle castellanie, dalle minute dalle patenti di Savoia a quelle dei registri degli atti e domande davanti al consiglio di Stato di Savoia in cui non siano inestricabilmente registrati provvedimenti e notizie relative a paesi d’oltre alpi e di qua dalle Alpi, provvedimenti i quali concernono il governo centrale del paese nella maniera in cui si concepì nei diversi tempi il compito di un governo centrale. Consegnare qualcosa di questo archivio centrale vorrebbe dire smembrare, talvolta rovinare irreparabilmente tutte le serie del grande archivio di stato di Torino, e rendere impossibile e faticosissima qualsiasi ricerca storica. Gli studiosi di tutto il mondo i quali oggi si recano in Italia per studiare le relazioni dei loro stati collo stato sabaudo dovrebbero dividersi fra Torino e Chambery per ricostruire quel che è un tutto inscindibile!

 

 

La pretesa della Francia sarebbe equivalente a quella della Germania che nel 1871 avesse preteso la consegna di tutte le carte parigine relative all’Alsazia Lorena o di chi oggi pretendesse dall’Inghilterra la restituzione delle carte dell’epoca in cui i re inglesi dominarono metà della Francia ed esigesse dalla Spagna la disseminazione tra le repubbliche centro e sud americane delle carte concernenti il Consiglio delle Indie, da Vienna lo sparpagliamento per tutta l’Europa delle carte relative al governo dei paesi dipendenti dal Sacro Romano Impero, o facesse richiedere dagli Stati Uniti all’Inghilterra, la consegna delle carte delle tredici colonie nord-americane.

 

 

Ammesso il principio nuovissimo invocato oggi dalla Francia le applicazioni sarebbero imprevedibili. Già si parla della biblioteca reale di Torino, la quale non ha nulla a che fare con gli archivi di stato; e pur essendo largamente aperta agli studiosi, fu sempre direttamente amministrata e completata dal sovrano. A questa stregua, perché non gli archivi storici delle famiglie italiane di origine savoiarda?

 

 

Noi, sì, avremmo ragione di pretendere restituzioni dalla Francia. Nonostante le solenni stipulazioni dei trattati di Parigi e di Vienna, troppi documenti oltreché opere d’arte, rimasero in Francia, che erano compendio delle razzie compiute da Napoleone negli archivi italiani: gran parte delle 135 casse tolte dal 1808 al 1812 dall’archivio segreto della Repubblica Ligure; 57 codici appartenenti al Ducato di Genova, e, tra essi, preziosissimi i nove volumi dei Libri Jurium Reipublicae Genuensis ed i due degli annalisti Caffaro e Stella, il codice diplomatico colombiano-americano, la collezione delle leggi di istituzioni liguri dal 1403 al 1528, ecc., ecc.

 

 

Ad 86 anni di distanza la Francia non può chiedere all’Italia fuorché la sollecita applicazione dell’art. 10 della Convenzione del 23 agosto 1860. Se non l’abbiamo già in tutto applicata, è ben giusto che non si tardi oltre. Ma qualunque estensione di quell’obbligo liberamente accettato sarebbe una rinuncia a quel che ogni popolo ha di più prezioso: alla propria storia. Non perché si muta regime si rinnega il passato. Anzi! Si ha il dovere di conoscerlo meglio se si vuol fare un passo innanzi. È doloroso rinunciare ad una parte anche piccola del territorio nazionale, ma, se necessario per la salvezza della patria, gli uomini viventi oggi possono anche consentirvi. Gli uomini d’oggi non hanno però il diritto di offendere la memoria dei loro vecchi, mutilando, insieme con il proprio territorio, anche il ricordo di quel che le loro terre erano state, di quel che i loro padri avevano operato e sofferto. Il delitto sarebbe troppo atroce, gli italiani di oggi, figli di quelli di ieri, non lo possono e non lo debbono compiere.



[1] Ristampato nello stesso anno col titolo In difesa della nostra storia [Ndr.].

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