Diminuiranno i prezzi nel dopoguerra?

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 01/01/1919

Diminuiranno i prezzi nel dopoguerra?

«Minerva», 1 gennaio 1919

 

 

 

Una delle domande intorno all’avvenire nel dopoguerra, a cui si desidererebbe volentieri rispondere, è questa: quanto costerà la vita? sarà possibile un ribasso di prezzi? Ma rispondere non è agevole, tanto il problema è irto di punti interrogativi e di fattori complicati ed in parte misteriosi. Sicché una risposta non può essere che dubitativa e parziale, quasi la conseguenza dei fatti che si conoscono e si riferiscono al passato. Né, in un articolo di dimensioni modeste si possono questi fatti compiutamente investigare; ma soltanto se ne possono segnalare alcuni i quali paiano gittare più viva luce sul problema.

 

 

Pochi ne conosco i quali permettano di formarsi un’idea meglio istruttiva intorno alle cause ed all’andamento del rialzo dei prezzi, dei numeri indici periodicamente pubblicati dall’Economist di Londra per l’Inghilterra e dal prof. Riccardo Bachi sul Corriere Economico di Roma per l’Italia. I lettori della Minerva sanno che cosa sono i numeri indici: numeri astratti, in cui certi prezzi, nel caso nostro 44 prezzi di merci vendute all’ingrosso, sono trasformati in percentuali uniformi su una certa base. È difficile paragonare i prezzi del frumento, della carne, del carbone, ecc. ecc. Essi si riferiscono ad unità di peso differenti e partono da punti d’origine diversi. Per esempio, il frumento è passato da 30 a 60 lire, ossia raddoppiato, la carne da 2.50 a 7 lire, ossia aumentata del 180 per cento, il carbone da 50 a 450, ossia accresciuto dell’800 per cento. Paragonare questi aumenti implica un calcolo, che a mente si fa a disagio e che non dà luogo a una visione pronta e precisa del fenomeno.

 

 

Per semplificare tutto ciò, l’Economist ed il Bachi, a sua imitazione, hanno supposto che i prezzi medi del 1900-905 fossero uguali tutti a cento; ed hanno calcolato a quanto ammontarono negli anni successivi i prezzi, in proporzione ai prezzi medi del 1900-905 supposti uniformemente eguali a 100. I numeri così ottenuti si chiamano indici perché indicano immediatamente di quanto per cento siano cresciuti i prezzi dopo la data d’origine. I prezzi sono classificati in cinque categorie principali (cereali e carni, altre derrate alimentari, tessili, minerali e metalli, merci diverse) e poi raggruppati in un indice complessivo.

 

 

Osservando gli indici pubblicati nei due paesi, si vede che in Inghilterra il prezzo dei cereali e carni, che era di 100 nel 1900-905, era già salito a 115.8 nel luglio 1914, al principio della guerra. Era un aumento del 15.8 per cento e pareva allora una faccenda grossa. Ma in seguito le cose peggiorarono assai. Nel giugno 1917 arriviamo al massimo di 286.5, con un aumento del 186.5 per cento. Ora siamo un po’ ribassati a 249.3; ma è pur sempre un aumento del 149.3 per cento. Nonostante ciò, gli Inglesi si possono chiamare fortunati rispetto all’Italia, in cui, essendo partiti da un livello leggermente più basso – 114 – nel luglio 1914, abbiamo continuato a salire senza requie, fino a 411.4 nel settembre 1918, con un aumento del 311.4 per cento, più che il doppio di quello inglese. Somigliante è l’andamento per gli altri gruppi di merci, con questa differenza, che anche in Inghilterra non si avverte più alcuna tendenza a diminuzioni dopo il 1917.

 

 

Ma, sebbene in generale in Italia si fosse nel luglio 1914 ad un livello più basso, siamo ora in tutti i casi giunti a punti assai superiori. Così per le altre derrate alimentari, ad un aumento inglese del 159.8 per cento corrisponde un aumento italiano del 260.3 per cento – se l’indice passa da 100 a 360.3 vuol dire che vi fu un aumento del 260.3 per cento -; ad un aumento inglese nei tessili del 285.8 per cento fa contrapposto un aumento italiano del 485.8 per cento; contro il 122.2 per cento di aumento nei minerali e metalli (carbone, ferro, ecc.) si erige nientemeno che l’842 per cento; mentre per le merci diverse si ha, invece del 178.5 per cento, il 399.8 per cento. Tutto ciò si riflette sull’indice generale, che riassume l’andamento di tutte le 44 merci; in Inghilterra l’indice, rispetto al 100 del 1900-905, va da 116.6 nel luglio 1914 a 283.1 nel settembre 1918; in Italia passiamo da 115.7 a 545.8.

 

 

È vero che si tratta di prezzi all’ingrosso di materie alimentari e gregge; mentre per i consumatori il rincaro della vita è dato dai prezzi al minuto per prodotti finiti e pronti al consumo. È vero anche che certi prezzi, non contemplabili nei due indici, come i fitti delle case, non sono cresciuti, ed è vero anche che di talune merci si è ristretto il consumo. Quindi gli indici surriportati non hanno un rapporto diretto col rincaro della vita, per studiare il quale bisogna procedere con dati e metodi differenti. Tuttavia, perché il costo della vita ribassi, è pure necessario che anzitutto ribassino i prezzi all’ingrosso, dei cereali, delle carni, del carbone, della lana, del cotone. Ci vorrà un po’ di tempo prima che il ribasso giunga al consumatore; ma bisogna cominciare di lì. Orbene, una prima osservazione interessante è che l’aumento dei prezzi fu assai più sensibile in Italia che in Inghilterra; una seconda è che l’aumento in Inghilterra si può dire quasi fermato al principio del 1918; in Italia indizi di arresto si ebbero soltanto nel luglio.

 

 

Vedendo che i prezzi in Italia sono saliti tanto più che in Inghilterra, e si mantengono più ostinatamente al rialzo, vien fatto subito di pensare che la differenza sia dovuta all’aggio o cambio, ossia al deprezzamento della lira italiana in confronto alla lira sterlina. La lira nostra essendo deprezzata in confronto alla lira sterlina, occorre darne di più per avere l’identica quantità di merci. Per potere verificare quanto vi sia di fondato in questa ipotesi, ho cercato di fare qualche calcolo, il quale mi permettesse di rispondere alla domanda: a quanto sarebbe salito l’indice inglese se la lira sterlina fosse stata deprezzata come lo fu successivamente la lira italiana?

 

 

La domanda ha per iscopo di sceverare nell’aumento italiano quella parte che si deve al deprezzamento della lira da quella che può essere stata dovuta ad altre cause. è un tentativo approssimativo e grezzo; ma qualcosa dice: veggasi, ad esempio, il giugno 1918, in cui i cambi giungono al massimo. In quel mese l’indice italiano segnava 523.5 e quello inglese 277.4. La differenza era di 246, sovrappiù complessivo dei prezzi italiani sui prezzi inglesi. Ma, siccome l’indice inglese di 277.5 sarebbe, ove anche in Inghilterra la sterlina fosse stata deprezzata come la lira italiana, diventato di 474.4, ecco che noi possiamo approssimativamente dire che, del supero complessivo dei prezzi italiani su quelli inglesi, una ben grossa parte, ossia 196.9 (differenza fra 474.4 e 277.5), può trovare la sua spiegazione nel deprezzamento della lira italiana. Il resto, ossia 49.1, appariva dovuto ad altre cause, ad esempio: maggiori pericoli di siluramenti per il più lungo percorso, maggiore costo dei trasporti, in confronto all’Inghilterra, ecc., ecc.

 

 

La conclusione però è incerta, perché le cifre raccolte fanno supporre l’esistenza di qualche fattore misterioso. Dal punto di vista del confronto fra i prezzi inglesi ed i prezzi italiani, la guerra, nel tempo, si può dividere in tre periodi: un primo periodo, dall’inizio sino a circa metà del 1915 in cui la differenza fra i prezzi inglesi ed italiani è piccola e quasi accidentale. In un secondo periodo, dal dicembre 1915 al luglio 1918, la differenza va crescendo rapidamente, sino a 262.1; e di questa differenza la più gran parte, dai due terzi ai tre quarti, appare dovuta al deprezzamento della lira italiana.

 

 

In un terzo periodo, cominciato nell’agosto 1918, ossia da quando i cambi italiani su Londra rapidamente ribassarono dal 70 al 20 per cento, la logica avrebbe voluto che anche i prezzi italiani ribassassero in confronto a quelli inglesi. Difatti al più 63 punti in agosto e 57.2 in settembre della differenza possono essere spiegati dall’aggio o cambio. Viceversa, la differenza complessiva è sempre altissima. In agosto la differenza totale di 259.3 (indice dei prezzi inglesi 284.8, indice dei prezzi italiani 544.1); in settembre è di 262.7 (indice inglese 283.1, indice italiano 545.8). I prezzi sono alti in Italia come prima che i cambi ribassassero. Quindi dall’agosto in qua, quasi i quattro quinti della differenza esistente tra i prezzi inglesi ed i prezzi italiani dovrebbero essere spiegati da altre cause, diverse dal deprezzamento della lira italiana.

 

 

A che pro, dirà il lettore, tanti calcoli e tanti confronti? Non sarebbe stato meglio dare una opinione precisa intorno alle probabilità esistenti di ribasso dei prezzi? Il guaio si è che quella opinione precisa è ardua cosa formarsela.

 

 

Volendo affermare qualcosa, sulla base dei dati citati, giungerei alle seguenti conclusioni:

 

 

1)    Vi sono cause di rialzo dei prezzi, comuni a tutti i paesi del mondo. Dappertutto la moneta è deprezzata, anche quella d’oro o quella permutabile in oro, come, con certe limitazioni, è la lira sterlina. Quindi dappertutto bisogna dare più moneta per avere merci. Non vedo come questa causa possa essere eliminata rapidamente. Saranno necessari parecchi anni prima che, attraverso al fallimento degli Stati vinti o in condizione di anarchia, ovvero attraverso al rimborso e ritiro di parte dei biglietti in quelli bene assestati, la quantità di moneta circolante si riduca e il traffico riesca a ridare alla moneta il suo antico potere d’acquisto. Per quanto è dovuto a questa causa, i prezzi rimarranno alti per un pezzo.

 

2)    Dappertutto, altresì, i prezzi sono aumentati per cause diverse dal deprezzamento della moneta: siluramenti, maggiori percorrenze, minore produzione, maggiori difficoltà di distribuzioni, calmieri, gride governative e clamore pubblico contro i commercianti, gestione del commercio da parte di una burocrazia incompetente. Tutto ciò che scema la produzione e spaventa i produttori ed i commercianti, tutto ciò che sostituisce agli interessati i pasticcioni ministeriali accresce i prezzi. è da sperare che questi malanni vadano via via eliminandosi: sono venuti meno i siluramenti; più o meno presto il tonnellaggio marittimo crescerà; si ripareranno i vecchi carri ferroviari e se ne costruiranno di nuovi. Parmi più ardua impresa mandare a casa commissari ai viveri, impiegati degli enti autonomi e fare un falò dei calmieri e delle gride; riaprire le porte all’importazione e all’esportazione; anche ed illimitatamente a questa, perché, se non si può esportare, nessuno importa, ed il mercato intisichisce ed i prezzi restano alti. Ostano a far piazza pulita della legislazione di guerra fortissimi pregiudizi popolari, a cui uomini di governo e rappresentanti del popolo e giornalisti con molta debolezza ed ignoranza fanno eco. Ci vorranno anni per sradicarli; e tanto meno facilmente scompariranno quanto più domineranno i partiti estremisti; ed i prezzi rimarranno alti e forse cresceranno ancora se i pregiudizi popolari si faranno maggiormente sentire sull’azione del governo.

 

3)    Vi sono cause di aumento particolari all’Italia: siluramenti maggiori, percorrenze più lunghe, ecc. Queste cause o sono già cessate o stanno per cessare.

 

4)    Pare anche che in Italia l’azione governativa per frenare i prezzi sia stata più farraginosa, inframmettente e disordinata che altrove. Purtroppo non vedo prossima la fine del malanno. Il pubblico invoca ancora calmieri e forche per gli accaparratori, divieti di esportazioni e simili fatuità dannose. Ed i giornali fanno eco; ed il governo seguita a dir di si; ed i commissari e burocratici non vanno a spasso; e si istituiscono nuovi monopoli a dozzine per volta. Ho paura sul serio che questa cagione di inasprimento dei prezzi, più sensibile per l’Italia, non abbia a venir meno tanto presto.

 

5)    Tutte le monete sono deprezzate; ma la lira è deprezzata più del franco, della lira sterlina e del dollaro. Finché ciò durerà, i prezzi saranno più alti in Italia che all’estero. Abbiamo già veduto però come qui sotto ci sia qualche mistero. La lira sterlina è ancora apprezzata in confronto alla lira italiana; ma solo del 20 invece che del 70 per cento.

 

 

E tuttavia i prezzi non sono ribassati in confronto all’Inghilterra. Si vede dunque che il ribasso dei cambi non ha avuto alcun effetto sui prezzi delle merci. Ora, al pubblico i cambi alti o bassi per se medesimi non importano niente. Al pubblico importano i prezzi bassi invece che alti. Non a torto dice: che vantaggio ricavo io dal fatto che quei pochi industriali i quali possono comprare merci all’estero, possono pagare la lira sterlina relativamente a buon mercato, quando io debbo pagare all’interno tutte le merci egualmente care?

 

 

E la ingenua domanda del pubblico è probabile sia un altro modo di esprimere una osservazione che lo scrivente ha ripetutamente fatto durante la guerra: essere vano lamentarsi del cambio alto, quasiché esso fosse dovuto ad ingordigia degli stranieri ed a loro desiderio di sfruttarci. Anche se noi dovessimo pagare 100 lire invece di 25 per avere una lira sterlina, non perciò gli Inglesi guadagnerebbero un centesimo; noi pagheremmo 100 lire ad altri Italiani od al governo nostro, che avessero lire sterline da venderci; ma gli Inglesi riceverebbero sempre e soltanto la loro unica lira sterlina, non aumentata neppure di una minima frazione. Ed oggi si ha una riprova sperimentale di tale osservazione: grazie al concorso dei crediti apertici da Inglesi, Americani e Francesi, i cambi sono ribassati.

 

 

Ma i prezzi all’interno sono rimasti alti come prima. Segno che il rialzo dei prezzi, per quella parte che è dovuta alla moneta, non è in rapporto puro e semplice coi cambi. Io direi, con licenza di coloro che non ne vogliono sentir parlare, che, per questa parte, il rialzo dei prezzi è dovuto alla abbondanza della nostra carta moneta, ed il maggiore rialzo in confronto all’estero alla maggiore abbondanza relativa della carta moneta emessa dal governo, s’intende in relazione al volume dei nostri traffici. I prezzi scemeranno quando il governo ritirerà e brucerà alcuni dei 13 miliardi di lire di carta che ora circolano. Il che non mi pare avvenimento molto prossimo; e sarebbe da discutere se sia sotto tutti i rispetti augurabile; sebbene sia indiscutibile che si debba mettere un punto fermo alle nuove emissioni di carta moneta, se non si vuole che i prezzi crescano ulteriormente.

 

 

In conclusione: i prezzi scemeranno a poco a poco col venir meno delle circostanze che li hanno spinti all’insù. Ma difficilmente torneranno al punto di prima; sia perché sembra difficile procedere a forti e rapide riduzioni di circolazione monetaria, sia perché i pregiudizi popolari, l’interesse della burocrazia e la debolezza dei governi vietano il ritorno a quella illimitata libertà di commercio che è la garanzia più sicura dei prezzi bassi, adeguati ai costi di produzione.

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