Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Diminuire i buoni del tesoro

«Corriere della Sera», 13 dicembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 478-480

 

 

 

 

Un piccolo quadro, costruito sul riassunto ufficiale dell’esposizione finanziaria, merita un breve commento. È il quadro, in miliardi di lire, del debito pubblico italiano:

 

 

31 luglio 1914

30 giugno 1919

31 ott. 1920

31 ott. 1921

Debiti perpetui e redimibili

14,8

28,4

48,9

49,3

Buoni del tesoro a 3,5 e 7 anni

5,7

4,6

5,7

Buoni del tesoro da 3 a 12 mesi

0,4

15,0

10,7

23,0

Conto corr. con la Cassa depositi e prestiti

0,5

0,6

0,6

Biglietti di stato e di banca per conto dello stato

0,5

8,6

12,7

10,6

Totale debiti interni

15,7

58,2

77,5

89,2

Debiti esteri

19,2

20,6

21,0

Totale generale

15,7

77,4

48,1

110,2

 

 

Passiamo sopra alla cifra dei debiti esteri, la quale cresce negli ultimi esercizi solo per il cumularsi di interessi non pagati col capitale, ed è un grosso enigma. La somma di 21 miliardi di debiti esteri con 89,2 miliardi di debiti interni è un’assurdità, perché i primi sono espressi in lire alla pari con le sterline ed i dollari, ed i secondi in lire-carta. Se calcolassimo i 21 miliardi al cambio del giorno, forse diventerebbero 90 e porterebbero il debito pubblico vero a 180 miliardi di lire. Ma chi può credere che l’Italia possa pagare e l’Inghilterra e gli Stati uniti vogliano esigere sul serio una somma fantastica come sarebbe quella di 90 miliardi di lire?

 

 

Passiamo dunque al debito interno. Qui c’è una cifra promettente ed un’altra spiacevole. È promettente la diminuzione da 12,7 a 10,6 miliardi dei biglietti di stato (5 e 10 lire) e dei biglietti di banca emessi per conto dello stato. Se, senza premere, si potesse a poco a poco ridurre la circolazione, i cambi potrebbero stabilizzarsi e, senza tornare affatto al livello antebellico, cosa per tanti rispetti non augurabile, i prezzi potrebbero perdere quella loro asperità, la quale è dovuta ad elementi imponderabili di apprensione politica e finanziaria. Notisi però subito che non è vero che la circolazione sia diminuita di 2,1 miliardi di lire. Mentre diminuiva di questo ammontare la circolazione cosidetta «per conto dello stato», aumentava da 8 miliardi e 230 milioni a 9 miliardi e 775 milioni, ossia di 1,5 miliardi la circolazione cosidetta «per conto del commercio». È questa una distinzione formalistica e priva di senso sostanziale che, unici al mondo, ci ostiniamo in Italia a mettere in grande evidenza. Tanto è senza senso la distinzione, che lo stesso ministro del tesoro è costretto a dichiarare che a determinare 1 miliardo e 545 milioni di aumento della circolazione «per cosidetto conto del commercio» hanno parte notevole certi acquisti fatti dalle banche di emissione di «titoli di stato». Dunque, se il tesoro si fa anticipare dalle banche di emissione direttamente, ad esempio, 500 milioni di lire in biglietti, questa è circolazione «per conto dello stato»; se lo stesso tesoro si fa scontare dalle stesse banche di emissione i medesimi 500 milioni, presentando allo sconto altrettanti buoni del tesoro, questa è circolazione «per conto del commercio»! Eh, via; non sarebbe meglio di abbandonare una distinzione così cervellotica, la quale oramai è oggetto di riso universale e, a torto, fa sospettare il tesoro di voler nascondere una parte dell’aumento di circolazione dovuto a sua responsabilità?

 

 

Deducendo 1 miliardo e 545 milioni di aumento da una parte dai 2 miliardi e 100 milioni di diminuzione dall’altra – a stretto rigore la sottrazione non si potrebbe fare perché la prima cifra si ferma al 30 settembre, mentre la seconda va sino al 31 ottobre; ma ci si può passar sopra, deplorando soltanto che neppure il ministro del tesoro, che è tutto dire, conosca alla data dell’8 dicembre l’ammontare della circolazione al 31 ottobre – troviamo che la circolazione in un anno è diminuita di 600 milioni di lire. Per le ragioni altra volta dette intorno ai pericoli di un ribasso troppo rapido della circolazione, si sarebbe quasi portati a concludere che i 600 milioni di riduzione sono un ottimo risultato, forse l’ottimo tra gli ottimi.

 

 

«Si sarebbe» – è scritto sopra ed a bella posta. Poiché accanto a questa buona cifra bisogna scriverne subito un’altra brutta, anzi bruttissima: i buoni del tesoro ordinari, da 3 a 12 mesi di scadenza, sono aumentati in un anno da 10,7 a 23 miliardi di lire. Questa è davvero una situazione di tesoro preoccupante. A che cosa serve diminuire di qualche briciola i biglietti circolanti quando crescono tanto i buoni ordinari? Badisi che un buono ordinario, che scadrà domani, fra pochi giorni o mesi, è sempre un biglietto «in potenza». Lo erano ieri; lo possono ridiventare domani. Lo erano ieri; poiché non bisogna dimenticare che i contadini ed anche molta altra gente fino a ieri avevano paura di tutto e tenevano i propri risparmi in biglietti. Scemata la paura, hanno convertito i biglietti in buoni; sicché la circolazione di biglietti forse è diminuita solo in apparenza. Parecchi miliardi di biglietti, che nel 1919 e nel 1920 erano tesaurizzati, adesso gonfiano effettivamente la circolazione. Non siamo nient’affatto sicuri che domani, per una qualsiasi circostanza di turbamento politico o di crisi economica, i detentori di buoni vogliano riconvertire una parte dei loro 23 miliardi in biglietti contanti; ed ecco il governo costretto a far lavorare il torchio, messo da parte solo momentaneamente.

 

 

La conclusione che si deve cavare dalla tabella è chiara ed univoca: il massimo sforzo del tesoro nel presente momento, del tesoro come esecutore tecnico delle esigenze finanziarie dello stato, deve consistere nel consolidare quanta più larga parte è possibile del debito fluttuante dei 23 miliardi di buoni ordinari. Bisogna diminuire quella cifra e presto. Bisogna offrire ai portatori dei 23 miliardi di buoni un titolo appetibile, desiderato ed a lunga scadenza. Ad ogni costo importa liberare il tesoro dall’incubo di un debito rimborsabile a breve scadenza di 23 miliardi di lire.

 

 

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