Diminuire la pressione tributaria

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/03/1924

Diminuire la pressione tributaria

«Corriere della Sera», 29 marzo 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 647-651

 

 

 

Dopo le dichiarazioni del presidente del consiglio intorno ai propositi del governo di allentare la pressione tributaria, gli animi dei contribuenti italiani si sono aperti a liete speranze. Ognuno, in cuor suo, spera che il ministro delle finanze rivolga il suo sguardo benigno precisamente sulla sua situazione e si persuada che la gravezza delle imposte è, nel caso suo, davvero incomportabile.

 

 

Tuttavia, sarà giuocoforza al ministro delle finanze scegliere. Egli non può allentare dappertutto: il disavanzo toccherebbe nuovamente cifre ammonitrici. Il ministro sceglierà a ragion veduta; e sarebbe presunzione anticipare i suoi calcoli ed i suoi giudizi, sulla base di notizie manchevoli. Voglio però, nell’attesa, tentare di esporre le aspirazioni dei contribuenti. Anche le lagnanze tributarie hanno una graduatoria; potendosi distribuire lungo una scala la quale va dal mormorio sommesso a strilli acutissimi. Non sempre lo strillo più acuto è quello che risponde ad un dolore più sentito. Gli strilli «organizzati» in memoriali, od esposti, con gran lusso di cifre, da associazioni o in articoli di giornali, non sono sempre i più commoventi. A me fanno pensare di più le lettere ricevute non di rado da gente umile, non organizzata, priva di appoggi, la quale scrive a coloro di cui vede la firma sui giornali, nella speranza che costoro possano far qualcosa a suo pro. Talvolta i doloranti vengono a parlarci; ed allora siamo costretti a confessar loro che il nostro potere finisce proprio nello scrivere, nel riprodurre per la stampa, se le riteniamo giuste, le loro querimonie.

 

 

Oggi, se debbo giudicare della gravezza tributaria dal tono delle confessioni di cui sono il destinatario, dovrei dire che certi problemi che prima davano il la alla letteratura epistolare – sovraprofitti di guerra, tasse di lusso, tassa di successione – sono passati in seconda linea. Le imposte sul consumo preoccupano poco, salvo quella sul vino per la cagion transitoria della svendita che in alcune regioni dicesi essere appena ai suoi inizi. Alla patrimoniale, salvo per gli accertamenti, si è rassegnati; la complementare sul reddito non fa parlar di sé, perché i contribuenti si preoccupano soltanto di ciò che è in atto e strilleranno, se occorrerà, solo a partir dal 1925. Alcuni sono in arme contro la imposta sul reddito consumato, perché hanno avuto sentore di propositi draconiani dei loro municipi.

 

 

Se si va in fondo e si cerca di intuire il punto del dolore massimo, se ne trovano due: gli accertamenti mobiliari e il trattamento dei redditi fissi. Non riguardano una imposta più che un’altra; né si riferiscono ad una imposta per se stessa. Il problema non è, se non in parte per i redditi fissi, un problema legislativo. Fatti alcuni ritocchi minori; compiuta l’opera di coordinazione, il contribuente è contento per ciò che tocca la linea generale. Il problema che lo turba è di tono, è di amministrazione.

 

 

È un problema di accertamento mobiliare, in primo luogo. Quando si dice «mobiliare» si vuol intendere tutti quegli accertamenti, siano pure derivanti dalle industrie agrarie ed edilizie, per cui si discute coll’agente delle imposte. Il contribuente medio ha la sensazione che da qualche anno l’aria è mutata nelle agenzie. Non sanno le cifre dell’aumento degli imponibili dal 1918 in poi; ma sanno che oggi gli agenti capitano non di rado assai vicino alla verità. E sinché si trattasse solo di ciò, non si lagnerebbero. Sono persuasi che la verità si impone a tutti, anche ai legislatori; e che se era tollerabile una aliquota dal 20 al 35%, tutto compreso, quando i redditi «imponibili» erano inferiori ai redditi «reali»; oggi le aliquote dovranno essere ridotte, tutto compreso, anche le addizionali e la imposta sulle industrie, a massimi inferiori al 20%. Essi si lagnano, da qualche tempo, per le incertezze delle basi di accertamento. Si ha l’impressione che quei valorosissimi tra i valorosi funzionari tributari che sono gli agenti delle imposte, si lascino trasportare un po’ troppo dalla teoria della svalutazione della moneta; e moltiplichino tutto per quattro, per cinque, per sei, per dieci. C’è chi confessa di essere stato chiamato a denunciare per 250 e di aver concordato per 70. Altri è sbalordito da cifre di 100 dove bisognava mettere 20. Chi teme gli rinvanghino cose di quattro o cinque anni fa e non osa comprarsi l’appartamento o prendere piccole iniziative industriali, apportare qualche miglioria alla sua azienda o alla sua casa, per paura dell’agente delle imposte. C’è chi esce da un concordato per la patrimoniale, rassegnato dopo lunghissimi discorsi a pagare su 100; e si inferocisce quando apprende che il funzionario aveva la facoltà di scendere sino a 70 e l’ha fatto con altri, più tenaci di lui. Non ho citato questi casi, scelti tra confessioni fededegne, per concludere che si debba mutar sistema. Purtroppo, per certi redditi, non si può arrivare alla perfezione che si riscontra solo nel catasto e la cui essenza consiste nella esclusione assoluta delle trattative «individuali» e nel trattamento uguale dei contribuenti secondo criteri «generali». Ma anche nel campo degli accertamenti «individuali» (che è il sinonimo dei «mobiliari») credo che oggi il regalo maggiore che il ministro delle finanze e il direttore generale delle imposte possano fare ai contribuenti, che il modo migliore per allentare seriamente la pressione tributaria, che per me vuol dire «angoscia», «incertezza», incapacità a prevedere dove il colpo andrà a parare, affannosa esclusione di tutto ciò che può mettere in vista, sia questo:

 

 

  • ridurre al minimo umanamente possibile la proporzione degli accertamenti basati su «ciò che consta all’agente», sulle «informazioni particolari», sui «paragoni addotti dai concorrenti». Tutto ciò esaspera il contribuente fino al color rosso. Bisogna abituare le due parti alla discussione su dati precisi, comunicati per intiero e non riservati, salvo casi di gravità estrema;

 

 

  • ridurre al minimo lo scarto tra la cifra che la finanza chiede e quella a cui è disposta di arrivare. Non chiedere 100, se si è disposti ad arrivare a 20; ma tener duro, ad ogni costo, sul 20. Bisogna disabituare il pubblico dal contrattare. È meglio rinunciare ad un colpo miracolosamente arrivato a segno; piuttostoché persuadere negli altri casi il contribuente che il funzionario chiede a caso, tanto per saggiare il polso del paziente.

 

 

Badisi che l’esclusione degli accertamenti presuntivi e la abolizione dello scarto tra chiesto e concordato sono due massime «ideali».Non vorrei lasciare l’impressione che l’amministrazione debba rimanere alla mercé degli scarti e delle persuasioni in senso opposto dei contribuenti. Ma ritengo che l’educazione e la scelta dei funzionari debba essere fatta in maniera da premiare e mandare innanzi nella carriera quelli che diano il rendimento massimo con sistemi atti ad inspirare fiducia e stima e rispetto nei contribuenti e da relegare ai piani inferiori i venditori ambulanti di tappeti turchi, i quali chiedono 1.000 lire per contentarsi di 25. Su un punto invece bisogna tornare a disarmare l’amministrazione finanziaria in modo assoluto, senza alcuna riserva: quello dei termini di premiazione. Bisogna tornare, entro brevissimo tempo alla regola aurea per cui la finanza può pretendere ciò che le spetta solo per l’anno in corso e i due anni precedenti. Negli anni scorsi: ad un certo punto, nessun italiano era sicuro che la finanza non lo potesse espropriare, poggiandosi su fatti certi e malcerti, accertati o presuntivi – risalenti fino all’1 agosto 1914. Adesso stiamo di nuovo avvicinandoci alla normalità; ma bisogna ritornarvi senz’altro. Non più riaprire termini d’accertamento; non più far pendere la spada di Damocle del passato sull’attività futura della nazione.

 

 

Trattamento dei redditi fissi – che è il secondo punto su cui battono le confessioni – vuol dire tragedia delle classi medie. Quelli che scrivono non sono qui, come nel caso precedente, coloro che lavorano e producono oggi. Sono coloro che hanno lavorato e prodotto e risparmiato sino a ieri. Sono le vedove di professionisti, di impiegati, di negozianti morti sulla breccia. Sono vecchi impotenti a lavorare e che si erano illusi di potere trascorrere gli ultimi anni della loro vita col frutto dei risparmi passati. Non conosco nessuna tragedia tributaria più dolorosa di questa. Certe lettere scritte da mani tremanti di vecchi, nelle quali si chiede come si potrà vivere quando si saranno venduti gli ultimi titoli di rendita, fanno piangere.

 

 

So bene che non si può rendere ragione a queste vittime senza fare uno strappo alle regole generali. Ma non si può, senza offesa alla giustizia vera, trincerarsi dietro lo stretto diritto delle regole generali. È vero che, dinanzi alla imposta patrimoniale d’oggi ed alla complementare sul reddito del 1925, cento lire di rendita 3,50% sono uguali a cento lire di un’azione o di una casa o di un fondo rustico. Ma è vero altresì che colui il quale pagò 700 un titolo di rendita e talvolta lo pagò 106 – oggi possiede 81 e che queste 81 valgono 20 lire dell’ante-guerra; ed è perciò vero che costui pagò già allo stato, per effetto della svalutazione monetaria, l’80% della sua fortuna. Allo stato, dico, perché lo stato ha il beneficio del credito ottenuto in moneta buona e del debito pagabile in moneta calante. Difficoltà gravissime, probabilmente insuperabili, fra cui la necessità di evitare il fallimento dello stato medesimo, contrastano il ritorno da 20 a 100; ma è dovere strettissimo dello stato, che ha già preso quasi tutto, di non accanirsi oltre sul resto. Non discuto, ché le confessioni non ne sono l’adatta sede, dei mezzi più opportuni per rendere ragione a questi doloranti. Basta affermare che il lavorio obbiettivo, stritolatore della macchina tributaria non ha fatto scorrere a nessun contribuente lacrime così cocenti, non ha dato a nessuno altrettanta sensazione di ingiusto dolore, di pena atroce eroicamente sopportata quanto ai possessori di redditi fissi. Eccoli, i veri eroi dell’esercito dei contribuenti italiani: sono i vecchi, sono le vedove, sono gli orfani, sono le opere pie che perdettero, colla svalutazione monetaria, i quattro quinti della loro fortuna; e sono incapaci a reagire, a lavorare, a rifarsi col lavoro un nuovo reddito i Non voltiamoci dall’altra parte, impazienti di andare innanzi; ché il primo dovere delle generazioni nuove, ché la condizione prima delle nuove conquiste, è il rispetto verso le generazioni le quali tramontano.

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