Dire tutta la verità

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 12/10/1921

Dire tutta la verità

«Corriere della Sera», 12 ottobre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 401-404

 

 

 

Dicono che un gruppo di delegati al congresso socialista di Milano sia deciso a dire tutta la verità e solo la verità sulla vera situazione della Russia. È un proposito indubbiamente lodevole, il quale, se attuato, gioverà assai ad illuminare l’opinione degli umili adepti della dottrina socialista intorno alle tragiche conseguenze dell’esperimento comunista in Russia. Vedremo se l’illuminazione sarà davvero compiuta e se i socialisti oseranno separare nettamente le loro sorti da quelle del comunismo russo.

 

 

Il coraggio comincerebbe quando l’esame critico volesse estendersi anche alle forme più miti e più nostrane del socialismo, quelle che sono più care al cuore dei socialisti riformisti o concentrazionisti e degli organizzatori e cooperatori operai. Un inizio di confessione lo si può riscontrare in certe distinzioni tra le varie specie di socialismo, le quali sono venute recentemente di moda nei circoli intellettuali socialisti. Si distingue tra statizzazione e socializzazione; e taluno vi aggiunge anche la presocializzazione. Distinzioni sottili, difficili ad afferrare per i non iniziati; talché i capi possono darsi il lusso di affettare un gran disprezzo per i disgraziati analfabeti del teoreticismo borghese, i quali non riescono a comprendere che, ad esempio, la statizzazione è una forma spuria di socialismo, qualche cosa come una diabolica invenzione della borghesia per denigrare il socialismo.

 

 

Volta e rivolta, in parole povere, tutto ciò vorrebbe dire che la statizzazione ha fatto un solennissimo fiasco. Statizzazione sarebbe l’esercizio diretto da parte dello stato delle ferrovie, delle poste e dei telegrafi, e l’esercizio comunale delle tranvie. Tutti sanno che questi servizi così detti pubblici servono a tutto fuorché al pubblico, che essi costano disavanzi di miliardi, di centinaia di milioni e di milioni, a seconda delle dimensioni, ai disgraziati contribuenti; che essi vanno alla gran diavola, che gli impiegati e gli agenti sono tra i meglio pagati funzionari pubblici e ciononostante sono malcontenti e spesso indisciplinati e riottosi. Molti uomini politici sono convinti che, se potessero vendere, con le debite cautele per l’esercizio, ferrovie e telegrafi e telefoni a qualche impresa privata, sarebbe un sensibile vantaggio per lo stato, per il pubblico e per gli stessi impiegati. Se si potesse portare in porto una simile riforma, tutti tirerebbero dal profondo del cuore un gran respiro di soddisfazione. Nessuno osa però fiatare, perché tutti temono di essere additati siccome mancipii del capitalismo; ed i socialisti se la cavano dicendo che quello non è vero socialismo. La statizzazione sarebbe, secondo essi, un socialismo spurio, gerito dal governo, o sia dal comitato esecutivo della borghesia allo scopo di mettere in mala vista il socialismo vero. Comunque sia di tale piano machiavellico, di cui gli uomini politici italiani, esageratamente ansiosi di parere tutti amanti sviscerati del proletariato, ed i burocratici amministratori delle statizzazioni, sono assolutamente incapaci, per mancanza di volontà e per inettitudine congenita alle manovre troppo complicate; qualunque giudizio si voglia dare di tale tesi storica, è certissimo che essa equivale ad una dichiarazione precisa che le statizzazioni sono un fiasco. In tal caso, perché non si ha il coraggio di proclamare tale verità dinanzi al congresso socialista? Bisogna essere sinceri sino all’ultimo e dichiarare apertamente che non solo il comunismo ma anche le statizzazioni sono un errore pericoloso.

 

 

Qualche verità bisognerebbe pur dirla anche intorno al nuovo tipo di socialismo che si vorrebbe surrogare a quelli oramai superati nella rapida evoluzione del pensiero socialista. La socializzazione sarebbe quel socialismo, che non è gerito dallo stato, ma è amministrato, a quanto pare, dagli stessi interessati, con l’aiuto finanziario dello stato. Se le ferrovie, ad esempio, fossero gerite dai ferrovieri, uniti in una specie di cooperativa, con la rappresentanza degli utenti e dello stato finanziatore nel consiglio di amministrazione, si avrebbe qualche cosa di simile ad una socializzazione. È un po’ difficile chiarire con precisione il concetto perché i suoi teorici hanno finora mostrato maggior zelo nello scrivere contumelie contro i borghesi e gli economisti che non comprendono le bellezze della nuova socializzazione, di quanta buona volontà abbiano messo in opera per chiarirne il contenuto ed il meccanismo. Tuttavia, qualche verità sarebbe utile fosse detta nelle sedute del congresso socialista intorno alla socializzazione. Se non andiamo errati, l’esempio più cospicuo di socializzazione avutosi in Italia sarebbe la gestione cooperativa delle miniere di lignite. Sorse per suggestione di un capo di governo immaginoso nel valutare la possibilità prossima di liberare con le ligniti il paese dal servaggio del carbone inglese; né devono essere mancati gli aiuti finanziari di quell’Istituto di credito per le cooperative, il quale è la lunga mano dello stato nella fornitura di fondi ai socializzatori. La organizzazione dell’ente gestore delle miniere deve essere stata concepita in maniera da contemperare l’intervento diretto dei minatori, quello dei tecnici, e quello dei finanziatori. Se proprio non era socializzazione, trattavasi di una entità strettissima parente sua. Ahi! che però non era trascorso gran tempo dalla fondazione dell’impresa, che qualche suo dirigente riscontrava la riottosità degli industriali e degli altri consumatori italiani a comprar lignite nazionale per incomprensibile affetto verso il carbone inglese che si dice meno dannoso per le griglie delle caldaie, meno ingombro di materie estranee, meno impregnato di acqua. Tutti pretesti capitalistici, dicono i nazionalizzatori; «è necessario emanare una bella legge o, forse meglio, un più fulmineo decreto-legge, il quale faccia obbligo a certe caldaie nazionali di consumare lignite nazionale». Ma, poiché l’idea non apparve subito persuasiva, così ora sembra che l’esperimento cooperativistico minerario debba avere infelice termine. Al congresso socialista ci sarà qualcuno il quale dica la verità sulle cause dell’insuccesso? Il quale svisceri i pericoli ed i costi del cooperativismo sussidiato dallo stato, e faccia l’analisi precisa delle varie forme di avviamento alla socializzazione così care al cuore dei Turati, dei Treves, dei D’Aragona, dei Baldesi, degli Umberto Bianchi e degli altri riformisti e concentrazionisti del socialismo italiano? Diranno essi il loro pensiero nudo e crudo sul controllo operaio sulle fabbriche, sulle gesta dei consigli di fabbrica? Spiegheranno il mistero in forza di cui questi nuovi istituti, che finora hanno tanto nociuto alla produzione italiana, improvvisamente dovranno diventare ad essa straordinariamente vantaggiosi? Ci sarà qualche amministratore comunale socialista il quale venga a palesare i suoi patemi d’animo dinanzi allo spettacolo dell’appetito divoratore spiegato dagli impiegati, dai dazieri, dai tranvieri e dagli spazzini municipali convertitisi in massa al socialismo nel giorno in cui alla loro mente balenò l’idea che questo poteva essere un mezzo per espropriare, coll’agile ed elegantissimo sistema delle sovrimposte e dei dazi, a proprio profitto le classi reiette dei proprietari, dei professionisti e dei lavoratori privati? Chi metterà dinanzi al congresso il quesito: fino a che punto potremo noi seguitare ad assorbire i redditi dei privati a vantaggio dei partecipanti alle statizzazioni, comunalizzazioni, socializzazioni o presocializzazioni? Il giorno in cui tutto sarà socializzato, dove saranno ancora le pecore da tosare?

 

 

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