Discordia felice

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/10/1922

Discordia felice

«Corriere della Sera», 22 ottobre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 906-910

 

 

 

Chi non conosca i retroscena degli interessi che si agitano attorno ai cantieri navali, alle imprese siderurgiche produttrici di materiali da costruzioni di navi, alle banche che finanziano i cantieri, alle regioni dove questi sono situati ed alla posizione elettorale dei relativi collegi, non capisce niente della discussione che è avvenuta in seno alla Settima commissione parlamentare (industria e commercio) intorno ai progetti di legge De Vito per il lavoro nei cantieri e per le linee marittime sovvenzionate.

 

 

O almeno, capisce questo soltanto: che i partiti democratico, socialista e fascista fortunatamente non sono riusciti a mettersi d’accordo con quello popolare, e quindi non ha potuto approdare il commovente anonimo proposito di crocifiggere ancor di più il contribuente italiano. Se questi è provvisoriamente salvo, ringrazi la fortuna. Non si illuda però troppo: ché la concordia può ritornare ed è dubbio sino a quando i popolari potranno resistere alle denuncie, che gli altri partiti già muovono loro, di lesa maestà elettorale. Socialisti e fascisti sono invero forte adirati contro i popolari e vogliono votare un ordine del giorno da cui risulti che la responsabilità di aver mandato a monte il progetto e di aver procurato fame e disoccupazione agli operai dei cantieri spetta unicamente ed esclusivamente ai popolari.

 

 

In verità, l’interesse collettivo non è meglio tutelato dagli uni che dagli altri; il punto del dissidio stando in ciò: che socialisti e fascisti da una parte volevano che una buona dose dei milioni strappati all’erario fosse destinata alle «commesse di stato», ossia a far costruire navi da adibire alle linee sovvenzionate per conto dello stato, mentre i popolari preferiscono che i medesimi milioni siano tutti spesi nel dare a fondo perduto dei contributi di costruzione ai cantieri, lasciando che questi costruiscano le navi che essi ritengono più opportune, a loro rischio e senza garanzia di poterle vendere ad un prezzo fermo alle compagnie di navigazione che eserciteranno i servizi sovvenzionati. Le ragioni della preferenza per l’uno o l’altro sistema non sono chiarite nei rendiconti pubblicati dai giornali. Col sistema delle commesse di stato sembra che si possa costruire un numero minore di piroscafi, perché l’intiero costo di essi è sopportato dallo stato, di cui i piroscafi diverrebbero proprietà. Col sistema dei contributi statali ai cantieri, i piroscafi costruendi crescono di numero, perché i cantieri, per costruire a proprio conto e rischio, non hanno bisogno di ricevere un sussidio uguale all’intiero costo. Commesse di stato vuol dire cioè minor numero di piroscafi, ma proprietà di stato dei piroscafi stessi. Contributi statali vuol dire maggior numero di piroscafi, ma questi rimangono di proprietà privata. Col primo sistema c’è il pericolo che lo stato, possedendo piroscafi suoi, voglia esercitare poi direttamente le linee; col secondo sistema tale pericolo gravissimo sembra allontanato; ma l’elemosina di stato viene ripartita fra un maggior numero di cantieri.

 

 

Probabilmente le ragioni le quali hanno premuto di più sui partiti politici per indurli ad assumere un dato atteggiamento sono appunto quelle relative al numero dei cantieri beneficandi; la scelta del sistema dovendo avere un’influenza non piccola nel determinare quali e quanti cantieri sono destinati a ricevere la manna celeste dei milioni governativi. E dinanzi a tale prospettiva, socialisti, fascisti e popolari hanno perso l’uso della ragione; e tutti occupati a tirare a sé la coperta troppo piccola per coprir tutti, hanno dimenticato semplicemente che essi sono mandati al parlamento per tutelare gli interessi della collettività. I quali comandano nel presente momento una cosa prima di tutto e sovratutto: salvare lo stato, salvare l’erario pubblico dalla rovina, impedire che alla rovina dello stato segua lo sfacelo dell’economia nazionale e che l’Italia precipiti nella situazione pitoccosa dell’Austria.

 

 

Che chiacchiere sono queste intorno alla scelta fra le commesse di stato ed i contributi statali? Socialisti, fascisti e popolari – dei democratici non val la pena di dire, perché non contano nulla – sembrano credere che il loro dovere sia di discutere come si debbano spendere le centinaia di milioni; mentre dovrebbero discutere se si debbano spendere. Quando si fossero posti questa fondamentale domanda, essi avrebbero dovuto forzatamente porsene pure un’altra: è lecito, è decente deliberare di fare prestiti per 325 milioni di lire, quando lo stato già deve fronteggiare un disavanzo di 5 miliardi all’anno? Un privato, che avesse un bilancio dissestato in misura proporzionata a questa e si proponesse di fare un altro debito per venire in aiuto di un parente o di un amico male in gambe, meriterebbe di essere senz’altro interdetto. Qui si tratta dello stato ed i ragionamenti ordinari, imposti dal buon senso, sembrano non avere più alcun valore. Se, invece che per conto della collettività, questi discorsi fossero fatti per conto proprio dei singoli contendenti, senz’altro li giudicheremmo matti da manicomio. L’on. Ciano, fascista, afferma che lo stato deve dare i milioni ossia far debiti, perché l’ha solennemente promesso. In verità, le promesse furono quelle di ministri, che agirono di testa loro e dovrebbero pagare di tasca propria; ma, anche se l’argomento fosse fondato, significherebbe questo solo: che se un tale, senza un soldo, anzi con gran debiti per giunta, ha promesso agli amici, in un momento di allegria, di fare altri debiti per regalar denari a dritta ed a manca, la sua stolta promessa è sacra.

 

 

Il danno recato all’erario giovasse almeno ai cantieri! Invece, la realtà è che i 325 milioni si vogliono buttare dalla finestra; per debolezza politica, per pressione dei partiti di massa e per arrecare, quel che più duole, un danno irrimediabile all’industria che si affetta di aiutare.

 

 

Prima della guerra esistevano in Italia 10 cantieri, oltre i cantieri e gli arsenali di stato ed il cantiere Pattison di Napoli, dedicati esclusivamente alle costruzioni militari. Essi avevano una potenzialità massima di produzione annua di 80.000 tonnellate di stazza lorda; massimo mai raggiunto, perché gli armatori italiani non rinnovavano la flotta con la velocità teoricamente necessaria e perché essi preferivano non di rado comprare all’estero navi nuove o vecchie. Oggi, i cantieri sono 27, di cui 10 sono gli antichi delle vecchie province, 6 sono gli antichi della Venezia Giulia e 11 sono stati creati durante e dopo la guerra. La capacità di produzione dei 27 cantieri è di 250 mila tonnellate annue di stazza lorda; superiore di gran lunga alla capacità di assorbimento della flotta italiana, pur quando si tenga conto che la flotta mercantile italiana è nel frattempo cresciuta da 1 miliardo e mezzo a 3 miliardi di tonnellate.

 

 

La moltiplicazione del numero e l’aumento della capacità produttiva dei cantieri è avvenuta per colpa esclusiva dei proprietari di cantieri. Adesso, a posteriori, quando la frittata è fatta, essi gettano la colpa sul governo che li ha incoraggiati a costruire navi con i famigerati decreti Villa e De Nava. La storia vera non si deve far così. La verità vera è che gli armatori proprietari di cantieri e le banche sovventrici di cantieri e tutti coloro che ci stavano attorno si erano nel 1918 e nel 1919 e un po’ anche nel 1920 montata la testa ed erano persuasi che la bazza dei noli alti dovesse durare per sette od otto anni: tant’è vero che essi vollero mandare a picco il decreto Villa, il quale faceva ponti d’oro, ma vincolava le nuove navi al cosidetto noleggio biennale per conto dello stato, grazie a cui il plusvalore, o sovracosto delle navi veniva ammortizzato in soli due anni. Gli armatori speravano di guadagnare molto di più ed ottennero, con fracasso enorme, un decreto De Nava, il quale consentì la scelta fra il noleggio biennale di stato ed il regime di libertà; e per un bel po’ tutti scelsero la libertà. In seguito, quando i noli ribassarono, si accorsero di aver commesso uno sproposito; ma sta di fatto che allora essi comprarono o fecero costruire navi perché credevano di avervi interesse.

 

 

Avendo sbagliato, vorrebbero che il governo pagasse una parte delle spese e dicono, piagnucolando, di essere stati incoraggiati dal governo. Stiano buoni, ché nessuno ci crede nella attitudine dei ministri d’allora e d’oggi a mettere nel sacco gli armatori ed i proprietari di cantieri. I ministri sono, in loro confronto, povera gente; che, messa a quel posto, farnetica di essere chiamata a salvare il mondo, a promuovere di qua, ad incoraggiar di là; ma, di fatto, si lasciano persuadere dal primo che va a commuoverli sulla necessità di incoraggiare industrie e commerci e cooperative a spese del pubblico. Adesso, posti faccia a faccia all’agitarsi convulsionario dei cantieri e dei loro rappresentanti politici, i ministri credono di dovere «dar lavoro» coi denari dello stato e, per questa assurda credenza, rovinano i cantieri. Finché tutti i 27 cantieri oggi esistenti rimangono in piedi, questa bella e gloriosa e tradizionale industria italiana vivrà una vita fallimentare e pitoccosa. È necessario, è urgente che una parte di questi 27 cantieri vada a fondo, sia smantellata e scompaia. Quanto più presto ciò accadrà, tanto meglio. Gli altri, i migliori tecnicamente e finanziariamente, tireranno il fiato.

 

 

Quali cantieri devono fallire? La risposta non deve essere data né dai ministri, né dal parlamento, né dai giornalisti. Il solo pensiero che una sentenza di questa specie possa essere data dai poteri pubblici, prova a quali traviamenti sia giunta la nostra vita pubblica. Se lasciamo dare quel giudizio a ministri, a deputati ed a senatori, la sentenza sarà certamente iniqua. Chi ha diritto di non morire? Colui che è in grado di produrre più a buon mercato. Costui è l’uomo utile, è l’uomo che rende servigi agli altri; soltanto costui merita di vivere. Chi deve sceglierlo? Il compratore di navi, libero ed interessato a spendere i proprii quattrini nel modo migliore possibile. È disonesto che la sentenza sia data invece da poteri politici, per considerazioni elettorali o di pubblica sicurezza. Provveda lo stato a mantenere l’ordine od a dare sussidi di disoccupazione, conformemente all’ufficio suo di stato; e lasci liberi i privati di far vivere gli industriali migliori. Il più triste della brutta faccenda è che gli industriali interessati vi si acquetino. Non sale una vampa al viso ai costruttori di navi quando querulamente domandano di diventare dei pitocchi mantenuti dallo stato? Che tra i 27 non ci sia nessuno, il quale non preferisca lottare, e magari lottando soccombere, a questa vita di accattonaggio?

 

 

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