Dispute vane e questioni gravi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 14/01/1902

Dispute vane e questioni gravi

«La Stampa», 14 gennaio 1902[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 454-457

 

 

È un fenomeno strano e doloroso vedere come spesso da noi i problemi più gravi per l’avvenire del paese non abbiano la forza di destare l’attenzione del pubblico e come uomini politici e giornali si occupino di mille cose futili e non vedano nemmeno le questioni veramente grandi.

 

 

Nessuno si occupa, ad esempio, della scadenza dei trattati di commercio e delle convenzioni ferroviarie. In Germania, pro e contro le nuove tariffe doganali, si è accesa una battaglia vivissima; e sono scesi in campo non solo insigni economisti, ma anche i partiti politici; e gli agrari ad invocare l’aumento dei dazi sui cereali hanno radunato comizi di decine di migliaia di contadini e di proprietari; ed i socialisti hanno presentato al parlamento indirizzi coperti da milioni e milioni di firme per scongiurare il minacciato attacco contro la libertà del pane.

 

 

In Italia, chi si interessa dei nuovi trattati di commercio? Quasi solo l’amico Giretti seguita a combattere la sua buona battaglia contro il dazio sul grano (vedi il suo recente, vivace e pugnace, volume Per la libertà del pane); ed alcune poche associazioni preparano dei memoriali. Ma le loro voci cadono nel vuoto, quasi che la questione riguardasse il mondo della luna, e non riflettesse invece gli interessi più diretti e più vitali d’Italia e quasi che l’alto sonno dell’opinione pubblica non facesse correre il pericolo di consegnare le masse lavoratrici per altri dieci anni piedi e mani legate in balia di pochi gruppi di grandi industriali; e quasi che un men buono indirizzo impresso alle negoziazioni non dovesse porre un grave ostacolo allo sviluppo della nostra ricchezza.

 

 

Lo stesso accade per le convenzioni ferroviarie. Pochi competenti discutono tra loro, ed il pubblico non se ne interessa e non intravede o non gli si fa intravedere nemmeno quale profonda differenza, rispetto all’intensità dei traffici ed al ribasso delle tariffe, possa esercitare la scelta tra il sistema del canone proporzionale al prodotto lordo e quello del canone fisso.

 

 

Così di cento altri problemi veramente urgenti e veramente tormentosi. Ho sott’occhio un grosso volume di quell’infaticabile lavoratore che è F. S. Nitti su La città di Napoli. Il volume, oltre a sviscerare a fondo la questione napoletana ed a presentare proposte precise in proposito, contiene una appendice, che è un vero grido di allarme, il quale dovrebbe essere inteso da tutti quelli che si occupano dell’avvenire d’Italia.

 

 

L’appendice si occupa «delle forze idrauliche dell’Italia e della loro utilizzazione», e discute i problemi i quali sono collegati al regime delle acque in Italia. Problemi davvero urgenti e ponderosi, poiché in un paese, – dove non esistono quasi miniere di carbon fossile e dove occorre importare dall’estero carbone per una somma che ora è di 150 milioni di lire all’anno e crescerà certo in futuro, – si potrebbe verificare una profonda rivoluzione industriale ed un incremento ragguardevole dell’industria e della ricchezza quando fosse possibile utilizzare su vasta scala la forza delle acque scorrenti in abbondanza dalle montagne. Non discuto il punto di vista tecnico della questione; né indago quanta forza idraulica sia utilizzabile in Italia, se 3 o 5 o più milioni di cavallivapore, ed a quale costo e con quale convenienza di fronte al carbon fossile importato. Dobbiamo però rammentare che allo stato – proprietario secondo il diritto vigente delle acque – incombe il dovere di facilitare in ogni modo la via alla loro utilizzazione, il dovere di concedere le acque senza formalità e spese eccessive agli industriali che vogliano servirsene effettivamente; il dovere infine di impedire che le acque vengano accaparrate per sempre da speculatori, di null’altro desiderosi fuorché di trarne, cedendole ai veri industriali, un profitto il quale dovrebbe essere in ogni caso riservato alla nazione intera.

 

 

Orbene, la nostra legislazione contraddice lamentevolmente a codesti requisiti; essa impone formalità interminabili per le concessioni, non consente che le acque siano concesse all’industria quando siano troppo vive le opposizioni locali o vi sia la possibilità di future ipotetiche utilizzazioni ferroviarie, non contiene nessuna garanzia contro le concessioni a speculatori ed in fatto attribuisce ai concessionari le acque per sempre, con diritto di rinnovazione indefinita.

 

 

A togliere codesti mali, che impediscono lo sviluppo presente e pregiudicano l’avvenire, il Nitti vorrebbe lo stato nazionalizzasse le acque e facesse, con capitali presi a prestito all’estero a mite saggio, direttamente gli impianti di utilizzazione delle acque, concedendo la forza elettrica al prezzo minimo di costo nei borghi industriali e nelle città; e descrive la risurrezione della sua Napoli diletta in seguito all’avvento rigeneratore di 60 mila cavalli di forze idrauliche condotte dallo stato a Napoli dai fiumi vicini.

 

 

Bello e nobile disegno; e più proficuo certo e meno costoso della direttissima tra Roma e Napoli. Non so se nelle condizioni attuali convenga affidare allo stato una funzione così nuova e perigliosa, data l’infanzia dell’industria elettrica. Miglior consiglio sembrami quello di accingersi ad una modificazione pronta dei nostri ordinamenti legislativi che vorrei inspirata ai seguenti principii:

 

  • facilitare le concessioni di acque ai privati, togliendo le formalità inutili ed invitando così nel miglior modo possibile il capitale italiano e forestiero ad impiegarsi negli impianti idraulici;
  • stabilire dei termini rigorosi ed improrogabili, salvo i casi di vera forza maggiore, per la utilizzazione delle acque; scaduti i quali i concessionari dovrebbero intendersi decaduti; allo scopo di impedire che fra lo stato proprietario ed i concessionari si frappongano speculatori ingordi;
  • fare le concessioni per un ventennio ad un canone mitissimo; col diritto di rinnovazione solo per un altro ventennio ad un canone maggiore prestabilito. Disposizione questa che ritengo di capitale importanza e che avvicina il mio divisamento a quello del Nitti, poiché lo stato in tal modo conserva la proprietà delle acque.

 

 

Siano pur concesse queste a mite, anzi mitissimo prezzo all’industria privata per un ventennio, più che sufficiente per ammortizzare l’impianto; sia pur dato il diritto alla rinnovazione per altri venti anni, ad un canone un po’ maggiore, per permettere agli avventurosi imprenditori, che primi osarono iniziare un’industria nuova di disporre di tutto il tempo necessario per ottenere adeguato compenso al rischio corso. Trascorsi i quarant’anni, lo stato rientri in possesso delle acque che sono sue e possa riaffittarle ancora al più alto offerente. Concedere per sempre le acque, come ora in fatto accade, ai privati, non è promuovere l’industria italiana, ma è soltanto fare un regalo della rendita che quelle acque frutteranno nell’avvenire a coloro che hanno ottenuto la concessione. Costoro certo non saranno così ingenui da regalare una rendita, che potrà divenir cospicua, agli imprenditori d’industrie, ma se la faranno pagare al prezzo del mercato; e non si vede perché non sia lo stato a percepire quell’entrata.

 

 

Seguitare nel sistema attuale è non solo dannoso per l’industria; ma è un vero delitto – la parola è rude, ma è vera – di fronte alle generazioni future. Molto si è gridato contro gli sperperi del patrimonio degli enti ecclesiastici aboliti; ed erano sperperi giustificati in parte dalle terribili condizioni dell’erario italiano.

 

 

Oggi, sotto i nostri occhi, si sta iniziando uno sperpero ben più grandioso e pernicioso di una ricchezza, sinora ignorata e forse ingentissima, la quale appartiene allo stato italiano; e, come al solito, si maschera il fatto brutto col pretesto degli interessi dell’industria nazionale.

 

 

L’industria italiana non ha bisogno che lo stato le regali ciò che è patrimonio di tutti; essa richiede soltanto – cosa che le presenti leggi favorevoli alle lungaggini amministrative ed alle ingordigie accaparratrici non concedono – che l’acqua le sia concessa prontamente, a mite prezzo per un tempo sufficiente ad ammortizzare i costosi impianti. Concedetele questo e l’industria privata farà miracoli. Miracolo non ultimo, la risurrezione economica di Napoli, che sta tanto a cuore – e bene a ragione – al Nitti. Quando le classi dirigenti, e quando le masse lavoratrici si accorgeranno che qui sta un problema ben più grave e solenne delle misere dispute in che paiono dilettarsi?

 

 



[1] Col titolo Un pericolo per l’Italia. Dispute vane e questioni gravi [ndr]

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