Dodici anni di errori

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 07/10/1900

Dodici anni di errori

«La Stampa», 7 ottobre 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 228-232

 

 

Agli alunni si insegna nelle scuole che la storia è la maestra della vita. Può darsi che il precetto scolastico sia vero; ma è molto dubbio che possa essere applicato alla politica e sovratutto alla politica finanziaria. I medesimi errori si ripetono da uomini che bene ne conoscevano le conseguenze dannose e che contro quelle conseguenze avevano alzato la loro voce quando gli errori erano commessi da altri uomini politici. La storia finanziaria d’Italia è feconda di simili fatti, anzi, ne è quasi completamente intessuta.

 

 

Questa almeno è l’impressione di chi legge il secondo volume, testé pubblicato, della Storia della finanza italiana di Achille Plebano.

 

 

Il primo volume aveva narrato le vicende della finanza italiana dalla costituzione del regno al 1876. Molti furono gli errori commessi in quello che fu chiamato il periodo eroico della nostra finanza; ma vi era la scusante della necessità che non ammetteva indugi e costringeva i finanzieri a sempre nuovi spedienti per far denari. Trattavasi di formar l’Italia nuova; conguagliare i tributi, provvedere alle spese di guerra, costruire strade, porti, ferrovie, scuole, combattere il brigantaggio e lottare senza tregua con un enorme disavanzo che in taluni anni giunse a 400 milioni. In quei frangenti vi fu un finanziere, il Sella, che seppe essere feroce tassatore, ebbe il coraggio di far sancire i più gravi balzelli che mai fervida immaginazione fiscale abbia saputo escogitare e di riscuoterli con indomabile energia. Grazie alla energia provvida di quegli uomini il bilancio italiano nel 1876 quasi aveva raggiunto il pareggio.

 

 

Era un pareggio puramente aritmetico che nasceva da un sistema tributario sperequato, tutto inteso a spremere denari dalle tasche dei contribuenti, pur che lo stato fosse salvo, pur che la giovane nazione, appena costituita, potesse pagare puntualmente gli interessi dei suoi debiti.

 

 

Era chiaro il compito degli uomini nuovi.

 

 

Giovarsi del pareggio faticosamente raggiunto per compiere una serie di riforme che facesse penetrare la giustizia e la elasticità nel sistema tributario; alleggerire le aliquote troppo alte delle imposte dirette, proseguire sulla via della libertà doganale che si era dimostrata efficace a promovere la ricchezza nazionale ed a rendere la vita più a buon mercato; preparare la conversione del debito pubblico e l’abolizione del corso forzoso; restringere i lavori pubblici a quelli veramente produttivi e chiudere veramente e per sempre il gran libro del debito pubblico.

 

 

Questo l’Italia sperava dagli uomini nuovi che erano saliti al potere nel 1876; ed era un programma che poteva essere attuato e che avrebbe lasciato il paese in condizioni invidiabili di prosperità e di pace sociale.

 

 

Invece nel 1888, quando morì il Depretis, che in quegli anni quasi sempre resse le sorti del paese e si ritirò il Magliani, che era stato per lungo tempo il reggitore della finanza italiana, non solo non si era fatto nulla, ma quello che era stato fatto aveva aggravato i mali di che l’Italia soffriva, ed aveva sparso i germi di quel malcontento che cagionò poi le rivolte della Sicilia ed i moti del 1898.

 

 

«Se il pareggio non c’è bisogna ottenerlo, e se c’è conservarlo ed assodarlo», aveva dichiarato il Depretis nel primo suo giungere al governo; e un vistoso e persistente disavanzo fu il risultato di dieci anni di amministrazione. Dal 1860 al 1876 si era giunti da un disavanzo di 400 milioni ad un avanzo di 20; e dal 1876 al 1887-88 si ricade nel disavanzo di 73 milioni.

 

 

Chiamato al governo per difendere l’improvvisa ed improvvida abolizione del macinato, tributo odioso, ma che non poteva essere tolto d’un tratto, il Magliani annunzia il programma della unificazione tributaria, per dare alla distribuzione dei pubblici carichi base di equità e, sovratutto, per sollevare dalle esigenze del fisco le classi meno abbienti. E quella trasformazione si concreta invece nella maggior somma di oltre 181 milioni sottratti ai cittadini colle imposte sui consumi (1876, 422 milioni; 1887-88, 603); nella sostituzione al macinato della più ingiusta e più gravosa dogana sulle farine e sul grano, inasprita, nei suoi effetti, dagli aggravi locali; e nella elevazione del dazio sullo zucchero e sul petrolio a livelli non raggiunti in alcun paese.

 

 

Le larghe e razionali riforme degli ordinamenti amministrativi, la rarificazione della burocrazia, la diminuzione delle spese delle pubbliche amministrazioni costituiscono precipua parte del programma del governo. Le riforme amministrative rimasero un desiderio, l’esercito della burocrazia si trovò potentemente rinvigorito ed accresciuto; e nel suo complesso la spesa dell’opera amministrativa dello stato salì da 289 a circa 383 milioni.

 

 

Si diede mano a numerose opere pubbliche; ma per i criteri adottati e per i metodi seguiti s’impose al paese un onere di gran lunga superiore a quello che il ragionevole sviluppo delle opere richieste dalle esigenze reali del paese poteva richiedere; e si aprì per la finanza una delle più feconde fonti di suoi dissesti.

 

 

Il concetto della libertà nel campo economico aveva il Depretis dichiarato essere tradizionale ed insito nel suo partito; il Magliani, uomo di scienza, quel concetto aveva eloquentemente propugnato e difeso; ed essi lasciarono l’Italia gravata dal protezionismo agrario ed impegnata in una guerra di tariffe nel campo dei suoi più importanti scambi.

 

 

Si era tentata l’abolizione del corso forzoso e già si calcolavano i vantaggi che doveva trarne l’economia nazionale; ma fu l’illusione di un momento. Il metallo costosamente raccolto, tornò in breve a sparire; il disagio della carta ricomparve, ed il corso forzoso abolito dalla legge già era di fatto in piena vita quando il Magliani lasciava il governo. Della grande impresa non rimaneva che l’onere recato allo stato dal prestito contratto per tentarla.

 

 

Questo il bilancio dei dodici anni di storia narrati dal Plebano nel suo volume, il quale dovrebbe essere meditato sul serio da tutti coloro che in Italia si interessano di questioni finanziarie e sovratutto da quelli a cui è affidata la cura di legiferare intorno alla cosa pubblica.

 

 

Ora, in seguito ad un altro dodicennio di pentimenti, in parte sinceri ed in parte farisaici, e di nuovi strumenti di tortura applicati ai contribuenti, noi ci troviamo nel 1900 ricondotti allo stesso punto a cui eravamo giunti fino dal 1876.

 

 

Il disavanzo è o sembra nuovamente scomparso, come era scomparso un quarto di secolo fa.

 

 

Quale sarà dunque la via che noi sceglieremo? Ripeteremo gli errori funesti dei nostri predecessori o daremo mano a compiere quel programma che essi dissero di volere attuare e di cui invece attuarono l’opposto?

 

 

Il pericolo che si ricominci a commettere i medesimi errori del passato rimane ed anzi sotto certi rispetti è maggiore di prima. I mali a cui occorre porre riparo sono più numerosi; ed è più difficile sanarli perché nel 1876 tutti erano d’accordo nel volere il programma di giustizia tributaria, mentre ora sono molti i quali traggono giovamento dalla ingiustizia, ad esempio i proprietari di terre a grano e gli industriali che dai dazi sono vantaggiati a danno della intera società.

 

 

Né mancano i segni che non sono scomparsi ed anzi persistono vigorosi e rumorosi i fautori di quella politica finanziaria allegra e spensierata che dodici anni fa ci condusse al triste epilogo narrato sopra sulla scorta del Plebano.

 

 

Ancora oggi vi è chi vorrebbe fare, ad imitazione del Crispi, una politica interna fortemente repressiva ed una politica internazionale grandiosa ed espansionista; e non mancano negli articoli di molti giornali gli accenni che la razza dei Magliani non è spenta, e che l’attingere denaro al credito per opere pubbliche di dubbia utilità non è massima finanziaria del tutto ripudiata e da molti si crede tuttora essere possibile imprimere un forte sviluppo alla ricchezza ed all’operosità nazionale con imprese di stato che l’esperienza del passato ci autorizza a ritenere dannose e con lavori pubblici distruttivi della ricchezza che si vorrebbe fecondare.

 

 

Le vie che ci si aprono dinanzi non potrebbero essere più divergenti e recisamente opposte.

 

 

O noi seguiteremo nella politica di espedienti, di mezze misure, di lavori pubblici inutili, di imposte ad aliquote alte, di protezionismo doganale e fra altri dieci anni ci troveremo di nuovo a combattere colle centinaia di milioni di disavanzo. Oppure noi sapremo tollerare, colla calma dei forti, i clamori dei divoratori interessati del nostro bilancio, ritornando alla politica della libertà commerciale, la più ampia possibile nelle contingenze attuali, del ribasso delle aliquote, della giustizia tributaria e fra un decennio potremo raggiungere quell’ideale che già dal 1887 avrebbe dovuto essere oltrepassato: il pareggio solidamente assicurato, la conversione della rendita, l’abolizione del corso forzoso, e l’accrescimento della pubblica ricchezza.

 

 

Speriamo che il giudizio dello storico futuro sull’opera degli uomini d’adesso, non debba essere altrettanto severo come dovette essere il giudizio del Plebano sugli uomini capitanati da Depretis e da Magliani.

 

 

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