Domande ai candidati

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 12/05/1921

Domande ai candidati

«Corriere della Sera», 12 maggio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 164-167

 

 

 

La campagna elettorale si sviluppa sovratutto sulla base di idee generali: contro il comunismo ed il bolscevismo, contro lo spirito di distruzione, per la restaurazione delle idee di patria, di libertà, di ordine. È bene sia così, perché le idee generali sono quelle che in definitiva inspirano l’azione pratica; e la causa principale per cui la legislatura passata creò esclusivamente leggi demagogiche furono le idee di odio e di vendetta contro la guerra le quali informarono le elezioni generali da cui essa nacque.

 

 

Giova però, accanto alle idee, discutere i problemi concreti particolari. Importa che il candidato dia prova pubblica della sua preparazione a risolvere, senza chiacchiere generalizzatrici e vuote, i quesiti i quali tra breve si presenteranno a lui come legislatore. Le risposte non valgono come un impegno assoluto, ma devono essere l’espressione precisa del suo pensiero attuale sulla base dei dati e dei fatti, i quali sono ora a sua conoscenza. Ove egli, come legislatore, muti parere, avrà solo l’obbligo morale di chiarire, con altrettanta onesta precisione, le ragioni del mutamento.

 

 

Ecco alcune domande che gli elettori potrebbero utilmente porre ai candidati:

 

 

  • Quale la vostra opinione sul controllo nelle fabbriche? Già discorremmo di questo punto, dimostrando come il liberalismo non si identifichi affatto con l’accettazione del controllo. Se questo è sproposito dannoso, rimane tale qualunque sia il regime sociale a l’indirizzo d’idee a cui si appartenga. E badisi che non basta fantasticare di un immaginario tipo di controllo, che sarebbe benefico, in contrapposizione ad un altro che sarebbe dannoso. Bisogna dimostrare che quel tipo è possibile, che esso non è il primo ineluttabile passo verso tipi più dannosi, indicare dove e come funzionò e con quali risultati.

 

  • Invece di rendere l’Italia terra d’esperimento di pazzi sperimenti bolscevichi, non sarebbe più saggia cosa applicare e perfezionare le leggi sociali vigenti? Noi avevamo già prima della guerra una buona legislazione sul lavoro delle donne e dei fanciulli, sulle casse di maternità e sugli infortuni degli operai industriali. Durante la guerra si aggiunsero nuove leggi sugli infortuni agricoli, sulla assicurazione per la vecchiaia e l’invalidità; e si stanno preparando leggi per l’assicurazione malattie. Ma tutta questa materia è ancora una nebulosa; le leggi vigenti, specie quelle nuove, in parte non sono applicate ed in parte sono di difficile applicazione. Talvolta fanno sopportare oneri ingiusti a persone che non sono interessate nella materia. Gli organi non sono ancora efficienti. L’assicurazione malattie minaccia di creare una nuova costosissima burocrazia medica, invisa agli ammalati, mentre dovrebbe innestarsi sul concetto della libera scelta dei medici da parte degli ammalati stessi. Invece di creare nuove cause di odi, di attriti e di diminuzione della produzione col controllo, non sarebbe obbligo della nuova legislatura di dedicare tre o quattro anni di lavoro assiduo e competente a perfezionare quella legislazione sociale, che l’esperienza prova essere stata uno dei mezzi più efficaci per innalzare sul serio le condizioni degli operai, dando nel tempo stesso nuova spinta alla produzione? Non vale la pena di curare che gli istituti assicurativi, invece che diventare una piovra burocratica, lavorino al minimo costo possibile? Non è forse un vanto dei liberali di avere per i primi, contro le concezioni catastrofiche dei socialisti, proposto ed ottenuto le leggi di tutela del lavoro degli operai nelle fabbriche?

 

  • Che cosa pensate della formula della terra ai contadini? è bene che i candidati si spieghino chiaramente su questo punto. L’indeterminatezza delle promesse fatte da gente incompetente durante la guerra, non ha prodotto altri risultati che le invasioni dei terreni, scelti tra i meglio coltivati, da parte di pseudo-cooperative che si limitano a sfruttare malamente i terreni; ha inasprito i rapporti fra proprietari e lavoratori della terra; ha diffuso l’idea falsa che dappertutto la terra possa essere divisa fra i coltivatori diretti e che sia un bene togliere la terra agli attuali proprietari per regalarla ad altri che diverranno i nuovi proprietari.

 

 

Non è tempo di sostituire alla falsa formula l’altra: la terra a chi la merita? Ossia a coloro che con l’esperienza, il lavoro, il risparmio si mettono in grado di acquistare, da chi la vuol vendere, la terra? In questa maniera non si sono creati in Italia da 3 a 4 milioni di proprietari ossia un terzo della popolazione? Non è bene che lo stato intervenga soltanto in modo indiretto, ossia promuovendo la viabilità, le bonifiche, i rimboschimenti, le costruzioni coloniche, i trasporti? Gli interessati risolveranno poi essi di comune accordo il problema, nei modi svariatissimi che l’esperienza locale dimostrerà meglio opportuni.

 

 

  • Quale è il vostro pensiero sul problema degli impiegati? Anche questa è una delle maggiori piaghe aperte del nostro organismo statale. È un problema non meno grave di quello operaio o contadino. Gli impiegati si lamentano che le loro remunerazioni non sono cresciute, in proporzione al rincaro della vita. In parte hanno ragione sebbene si possa dimostrare che, per il modo caotico con cui gli aumenti furono concessi, molti impiegati quintuplicarono i loro assegni, mentre altri non giunsero a raddoppiarli.

 

 

Ma il metodo adottato sin qui dai successivi governi per dar ragione alle domande degli impiegati è quanto di più scombinato si possa immaginare. Si è concesso a poco a poco, per categorie, cominciando dalle categorie più facinorose. Vennero primi i ferrovieri e poi i postelegrafonici; e la resa del governo fu così priva di ogni senso di dignità che gli impiegati ne trassero argomento per ritenersi i padroni assoluti di organi essenziali della vita economica del paese. Gli aumenti di stipendio strappati con la forza, invece che ad un maggior lavoro condussero al disordine, all’indisciplina. Imperversano nelle ferrovie i furti, i guasti alle merci, i ritardi fantastici. Una delle cause più gravi del rincaro della vita in Italia è il mancato funzionamento dei trasporti di merci.

 

 

Le concessioni ai ferrovieri esasperarono le altre classi di funzionari; le quali pubblicano manifesti da cui risulta che mentre gli ispettori superiori di prima classe, i capi-servizio ed i capi-compartimento di prima classe nelle ferrovie vanno da 1.622 lire al mese nel primo anno di grado a 2.047 nel decimo anno, i capi-divisione, i vice-prefetti, gli intendenti di finanza, i provveditori agli studi, i professori universitari vanno solo da 887 a 1028; mentre gli applicati nelle ferrovie vanno da 666 a 825, quelli delle amministrazioni civili vanno da 350 a 402; e mentre gli uscieri ferroviari vanno da 617 a 705 lire, gli uscieri soliti vanno da 318 a 446 lire. Anche qui il governo, dopo vane mostre di resistenza e procrastinazioni di commissioni parlamentari, cede dinanzi al tumulto ed alla minaccia di voti bolscevizzanti.

 

 

Ritenete voi che il sistema possa durare? Quelli che si spendono per gli impiegati sono denari strappati ai contribuenti; denari che costano talvolta lagrime di sangue a chi li paga; che riducono alla disperazione ed a pensieri di morte piccoli risparmiatori, le cui sorti sono assai più dure di quelle degli impiegati beneficati, ed altre volte costringono al fallimento imprese industriali ancora capaci di produrre redditi e di pagare imposte. Non è dunque necessario che il governo assuma la responsabilità di proposte generali e definitive, le quali perequino le condizioni di tutti gli impiegati che prestano un medesimo lavoro, sicché non esistano più sperequazioni; che a tutti i funzionari si garantisca un trattamento decoroso, ma da tutti si esigano disciplina e adempimento del proprio dovere? Non è urgente che si smobilitino tutti gli uffici superflui creati durante la guerra, che lo stato rinunci alle funzioni non sue: si riduca, ad esempio, se occorre, alle grandi linee, abbandonando le linee ferroviarie minori alla gestione più agile dei privati, senza impacci di equo trattamento? Se lo stato farà solo le poche cose che deve fare e le farà bene, potrà pagare bene i suoi impiegati. Altrimenti il bilancio andrà in rovina; il costo della vita continuerà a crescere e gli impiegati a tumultuare.

 

 

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