Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Domande

«Corriere della Sera», 4 gennaio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 497-500

 

 

 

Seguitando nel discorso delle responsabilità, si sono lette nei giornali di questi giorni affermazioni troppo gravi perché sia lecito passarle sotto silenzio. Le affermazioni possono essere poste sotto forma di domanda:

 

 

È vero che il corso delle azioni della Banca italiana di sconto fosse tenuto assai fermo, in aperto contrasto con le voci o le sensazioni pessimiste, le quali andavano diffondendosi da tempo nelle borse?

 

 

È vero che cotal contegno fermo fosse dovuto ad acquisti di azioni da parte di enti affiliati o creature della Banca di sconto, in aperto contrasto sostanziale, se non formale, con le norme del codice di commercio, le quali fanno divieto alle società anonime di acquistare azioni proprie? Divieto inteso, come ognun sa, ad evitare che una società anonima figuri, di fronte ai terzi, meritevole di fido in funzione di un capitale che, in caso di acquisto dei proprii titoli, in realtà più non possiede.

 

 

È vero che gli acquisti rivolti a tenere fermi i corsi continuarono anche dopo la costituzione del consorzio dei 600 milioni e coi denari del consorzio medesimo?

 

 

Se i dirigenti del consorzio somministrarono fondi a tal uopo e ciò fecero evidentemente allo scopo di impedire che il ribasso delle azioni traesse con sé la sfiducia nella banca e provocasse il panico dei depositanti – e, facendo ciò, essi operavano in conformità ai fini del consorzio – ebbero cura o modo di assicurarsi che nessuno facesse ad essi la contropartita? Non accadde cioè, come insistentemente vedo affermato per le stampe, che mentre il consorzio comperava per tener fermo il titolo, altri, detentore di grossi pacchi di azioni e forse conoscitore della situazione interna della banca, vendesse per mettersi in salvo per tempo? Cosicché il consorzio, invece di un mezzo per rinsaldare la banca, stava diventando una comoda scappatoia per i grossi detentori di azioni per sfuggire alle conseguenze di una crisi che essi conoscevano inevitabile?

 

 

Se a queste domande i commissari giudiziali dessero risposta affermativa, almeno in quanto è possibile darla, si imporrebbero alcune deduzioni.

 

 

In primo luogo, resta confermato che bene fecero il governo ed i consorziati a non concedere più altri sussidi. Questi si danno nell’interesse del paese, non per consentire ai meglio avvisati di uscire dal ginepraio.

 

 

In secondo luogo, come si può consentire, se le cose stanno così o se fondatamente si dubita stiano così, che a capo della banca stiano ancora, sebbene fiancheggiati dai commissari giudiziari, gli antichi amministratori? La loro permanenza diventerebbe ancora più incompatibile, se fosse vero, come non ho ancora veduto stampato, ma si sente dire, che il patrimonio della cassa od istituto di previdenza degli impiegati della banca sia in tutto o per gran parte investito in azioni della banca stessa. Era già biasimevole che questa banca, come ora anche si sente dire, insistentemente consigliasse ai proprii clienti bisognosi di sconto, l’acquisto delle proprie azioni, quasi come condizione per ottenere prestiti; ma che cosa dire del consiglio fornito ai proprii dipendenti di investire i fondi destinati alla vecchiaia o alle malattie in azioni di banca in genere e per giunta di una banca che i dirigenti sapevano trovarsi in condizioni critiche?

 

 

Rincresce dover fare e ragionare su ipotesi, quando si desidererebbe poter fondarsi soltanto su fatti bene accertati. Ma da troppe parti si accusa la stampa indipendente di aver taciuto quando era il tempo di parlare e di voler mettere ancora oggi tutto in tacere, per la salvezza del regime borghese pericolante. Quelli stessi che così oggi rimproverano a noi il silenzio passato, probabilmente ci avrebbero tacciati di diffamatori o ricattatori se si fossero dati avvertimenti. Nella realtà, non si poteva discorrere quando nessuno sapeva, all’infuori di pochissimi iniziati o quando si trattava di voci incontrollabili, che davvero potevano essere diffamatorie. Nella realtà ancora, il regime borghese non corre alcun pericolo per gli odierni avvenimenti. La storia economica è piena di fatti consimili, la cui importanza relativa diventa col tempo sempre più piccola. Nonostante la guerra e la grandezza delle sue dimensioni e degli sconvolgimenti da essa provocati, le catastrofi bancarie ed industriali sinora in Italia ed all’estero non hanno assunto le terrificanti proporzioni di un tempo. In Italia la caduta della Banca generale, del Credito mobiliare, della Banca romana ebbero ripercussioni più vaste. Né in Francia, né in Germania, né in Austria si è verificato nulla di simile ai fattacci del Panama od alla crisi del 1873; in Inghilterra non si segnala ancora nessun venerdì nero e negli Stati uniti l’organismo bancario ha resistito ed anzi ha provocato con previggenza la crisi, la quale si svolge assai più tranquillamente di quella del 1907. Non parliamo delle catastrofi del secolo diciottesimo, alle quali ora non si può trovare nessun termine di confronto, salvoché, s’intende, nella Russia, dove tutti i contrassegni più acuti delle crisi cosidette capitalistiche del passato si riproducono magnificati sotto una enorme lente d’ingrandimento, la quale dà ad essi aspetti spaventosi di miseria, di distruzione, di carestia e di morte.

 

 

No. L’economia attuale, male designata col titolo di borghese o capitalista, si è agguerrita attraverso le esperienze del passato; ha imparato molte lezioni e ne ha tratto profitto. Sarebbe desiderabile che i suoi dirigenti imparassero alcune altre lezioni, per trarne loro pro nelle inevitabili crisi dell’avvenire. Ne indico talune, quasi a corollario delle ipotesi o domande poste prima e le quali è desiderabile vengano meditate non solo dall’autorità giudiziaria, ma pure dal pubblico e dagli interessati:

 

 

  • Non giova tener su i proprii titoli artificiosamente.

 

 

Chi agisce in tal modo si prepara la fossa ancor prima.

 

 

  • Non giova inspirar fiducia per forza ai clienti od inculcarla ai dipendenti. I clienti, che hanno bisogno di sconti, non possano investir denaro in azioni; ed i fondi dei dipendenti vanno investiti in impieghi non connessi con la fortuna della casa a cui sono addetti.
  • I consorzi di sostegno, i divieti di vendita allo scoperto sono empiastri su una gamba di legno; consentono ai furbi di svignarsela e lasciano gli altri in peste peggiori di prima.

 

 

Umili verità, anche queste; risapute da gran tempo. Ma giova ridirle nel momento in cui, per una dolorosa esperienza subita, la mente degli uomini è più atta a meditarle ed a ricordarle in avvenire, quando il ricordo ne sarà tempestivo e fruttuoso. La forza dell’economia attuale sta anche nel cumulo enorme di ricordi di errori passati, i quali di tanto in tanto impediscono un errore presente.

 

 

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