Dopo il congresso delle case popolari

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/01/1910

Dopo il congresso delle case popolari

«Corriere della Sera », 28 gennaio 1910

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 22-28

 

 

 

 

Il congresso per le case popolari che si chiuse testé a Milano va segnalato di tra la folla dei congressi, per avere additato la via alla soluzione di alcuni tra i maggiori problemi dell’abitazione e per avere messo in rilievo la necessità di affrontarne alcuni altri non meno importanti. All’apertura del congresso venne l’on. Luzzatti ad annunciare i propositi del governo; e fu cagion di compiacimento tanto il non sentir parlare di provvedimenti empirici suggeriti dal clamore dei malcontenti (come, ad es., i calmieri degli affitti ed il probivirato degli alloggi) quanto il sentire annunciati invece progetti ragionevoli in materia di tributi e di credito. Fuori della sala delle adunanze, i congressisti poterono, dalla convinta parola di un ferroviere, Sigismondo Balducci, sentire la esposizione di un suo, a lungo meditato, piano finanziario per le case popolari, che sembrami meritevole del più attento studio da parte degli organizzatori degli enti per la costruzione di case, civili e popolari.

 

 

Su due punti principalmente furono unanimi le opinioni del congresso: sulla necessità di agevolare l’accesso al credito ai costruttori di case popolari e sulla necessità di allungare il periodo della esenzione tributaria e di estendere questa anche ai privati ed alle società anonime. Mi sia lecito di esporre qui alcuni dubbi su queste conclusioni unanimi, dubbi che sorgono dal considerare il problema del credito o dell’immunità tributaria non in sé, come vantaggi isolati, ma in relazione ad altri problemi che nel congresso non pare siano stati a sufficienza approfonditi.

 

 

Nessun dubbio che il credito sia necessario alla soluzione del problema edilizio. Se si dovessero costruire case coi soli denari di proprietà dei privati e degli enti costruttori si dovrebbe aspettare mill’anni. Ma in questa stessa precisa situazione si trovano tutte le altre industrie. L’agricoltura ha sete di credito; il commercio vive sul fido; e molte aziende industriali in Italia hanno fatto assegnamento sin troppo sull’ausilio del capitale preso a prestito. Le banche esistono apposta per avvicinare i risparmiatori agli imprenditori, per ricevere i denari da chi li ha e non sa usarli e darli a chi saprebbe utilizzarli bene, ma disgraziatamente non li possiede o non ne possiede a sufficienza. Senonché le banche ordinarie non possono esercitare il credito edilizio, perché l’immobilizzare a lungo i capitali significherebbe correre incontro al fallimento. Il credito edilizio può essere esercitato soltanto da quegli enti che possono impiegare i capitali con ammortamenti a lunga scadenza, che si possono contentare di interessi miti, perché devono alla loro volta corrispondere interessi miti ai depositanti. Sono le casse ordinarie di risparmio, le casse postali di risparmio, e per esse la Cassa dei depositi e prestiti da un lato, e, gli istituti di assicurazione, specialmente quelli semi pubblici, come la Cassa nazionale per l’invalidità e la vecchiaia, dall’altro lato; né si escludano le opere pie e gli enti di beneficenza. Invalse per lungo tempo il costume di imporre a tutti questi istituti od enti un largo impiego dei loro capitali in rendita di stato; e fu costume imposto dalla necessità finanziaria di trovare chi comprasse – per amore o per forza – il consolidato italiano in tempi di strettezza per il bilancio dello stato. Oggi, che la rendita italiana supera la pari, sarebbe inutile e perfino dannoso seguitare a stringere i freni nella maniera fin qui usata. Si costringerebbero gli istituti a comprar rendita a prezzi vieppiù alti e si infliggerebbero loro perdite gravi il giorno in cui, per una nuova fortunata conversione dal 3,50 al 3%, il valore di borsa si riavvicinasse alla pari. Bene perciò si fa quando a tutti gli istituti, che sopra si sono enumerati, si vuol consentire una maggior larghezza di impieghi. La rendita, non più comprata o magari venduta dagli istituti, troverà in Italia ampio sfogo, poiché esistono capitalisti famelici di titoli consolidati statali ed a cui è d’uopo darla, poiché, per congenita e non sempre biasimevole diffidenza, aborrono da ogni altro investimento. Gli istituti potranno devolvere i fondi disponibili  ad altri scopi, fra cui il credito edilizio e, facendo l’utile proprio, promuovere la soluzione del grave problema dell’abitazione.

 

 

Ad una condizione però: che nel far mutui gli istituti non si scostino dai canoni di prudenza che sono essenziali per l’industria bancaria. Ogni tanto sorgono voci di lagnanza contro le casse di risparmio che non vogliono imprestare più della metà od al massimo i due terzi del valore della casa; e si vorrebbe che i mutui si spingessero sino all’80 od al 90% del valor della casa, affine di permettere agli enti costruttori di ottenere risultati massimi con un piccolo capitale proprio. Queste sono follie e follie preoccupanti, contro di cui è doveroso protestare con energia, finché si è in tempo. Stimare il valore delle case con larghezza e imprestare percentuali troppo forti del valore di stima, vuol dire provocare la crisi edilizia e con essa la rovina degli istituti mutuanti. I ricordi della crisi edilizia scoppiata a Roma nel 1889 e ripercossasi in parecchie altre città italiane dovrebbero suonare ammonitori.

 

 

Adesso noi ci troviamo in una curva ascendente dei fitti e dei valori delle case; ma chi può prevedere se gli aumenti abbiano a durare all’infinito? Il Leroy Beaulieu in quel suo volumetto intitolato L’art de placer et gérer sa fortune, che è un mirabile consigliere del capitalista in cerca di impieghi, mette in guardia gli investitori contro i pericoli degli impieghi eccessivi in case. Coloro che a Parigi, dal 1860 al 1880, hanno investito denari in case, per la speranza che i valori dovessero seguitare a crescere, hanno subito acerbe disillusioni negli anni più recenti. La concorrenza dei sobborghi nuovi, favorita dalle rapide vie di comunicazione, ha diminuito il valore delle case in molti rioni centrali ed ha persino fatto subire perdite al Crédit foncier, che pure si limita a mutuare il 50% del valore.

 

 

Una delle rubriche più interessanti dell’«Economiste français», diretto dallo stesso Leroy Beaulieu, è quella del mercato degli immobili a Parigi e nelle provincie; ed uno dei fatti che più colpiscono nel leggerla è l’alto saggio di reddito netto che danno le case nella città parigina. Prendendo le vendite verificatesi dal 29 dicembre 1909 al 19 gennaio 1910 si hanno i seguenti saggi di reddito netto in base ai prezzi di aggiudicazione comprese le spese: 3,80-5,17-5,90-7,26-6,29-5,60-4,52-5,97-5,06-5,55 %. Le cifre sono sintomatiche specialmente se si pensa che la rendita pubblica francese frutta al netto pochissimi centesimi più del 3 per cento. Vogliono dire che i capitalisti non hanno fiducia in genere nell’aumento di valore delle case, reputano che gli impieghi edilizi presentano rischi e pretendono ottenere dal loro denaro un interesse che va dal 3,80 al 7,26%. Notisi che fra le case vendute vi sono dei magnifici immobili, che furono oggetto di viva disputa fra gli acquirenti. Potrei citare, se non temessi di andare troppo per le lunghe, dati consimili per Londra, dove, se vi sono quartieri nuovi, signorili ed industriali, in aumento, se gli affitti della City hanno raggiunto limiti favolosi, vi sono altri quartieri dove i fitti sono in marcata diminuzione. Non basta insomma che una città ingrossi e diventi magari mostruosa perché i fitti abbiano a crescere. Date le opportune circostanze fitti e valori delle case possono magari scendere. Dato ciò, chiedere agli istituti di credito di mutuare sino all’80 o al 90% del valore della casa, stimata con larghezza è proposta pericolosa.

 

 

La proposta di aumentare sino ai 15 anni il limite di esenzione per le case popolari costruite dagli enti autonomi, municipi, cooperative, ecc. e di concedere la esenzione sino ai 10 anni ai privati ed alle società anonime risponde al principio, ripetutamente chiarito, che le immunità tributarie a nulla valgono se sono limitate da troppe condizioni regolamentari. Esentare e case popolari dall’imposta e poi definire queste in maniera fastidiosa per i costruttori; esentarle e poi restringere oltremisura il novero degli enti che possono costruire le case dette popolari, significa dare con una mano e togliere con l’altra. È da sperare che l’on. Luzzatti possa indurre il suo collega delle finanze ad interpretare con larghezza il principio dell’esenzione per le case popolari nel primo periodo della loro vita, principio che, andrebbe, a parer mio, esteso oltrecché a tutte le case in generale, a tutte le nuove intraprese industriali nei primi anni della loro costituzione. E ciò, sia per non inceppare le aziende nuove con fiscalismi eccessivi nel periodo più difficile della loro esistenza, sia per apprestare negli anni susseguenti una ampia messe tributaria al fisco. Non è valida invece l’affermazione dell’on. Luzzatti, secondo il quale, per fronteggiare l’aumento dei salari e quello dei materiali da costruzione, bisogna con calcolato coraggio alzare da 10 a 15 anni il periodo di immunità della imposta sui fabbricati a beneficio delle case popolari. Onde parrebbe potersi dedurre che, a mano a mano che i salari ed i materiali da costruzione andranno crescendo di prezzo, dovrà lo stato allungare il periodo di esenzione da 15 a 20, a 25… anni. Di questo passo, dove si andrà a finire? Sovratutto se si pensi che l’affermazione può essere letta al rovescio, così: «l’aumento del periodo di immunità dell’imposta da 10 a 15 anni farà aumentare le costruzioni e quindi i salari; onde crescerà di nuovo il costo di fabbricazione delle case e sarà d’uopo allungare ancora il periodo di esenzione da 15 a 20 anni» e così via all’infinito poiché il circolo vizioso mai non si interrompe e ritorna su se stesso.

 

 

I miei dubbi si rafforzarono nel leggere un brano assai significativo del breve discorso che al congresso delle case popolari tenne il commendatore Negri, capo del compartimento delle ferrovie di stato a Milano. Dopo aver lodato il relatore on. Casalini per aver sollevato la grave quistione del costo elevato delle case popolari, aggiunse:

 

 

Quale presidente della commissione per le case dei ferrovieri, io coi miei ingegneri mi affatico inutilmente da un anno per studiar modo di far costare il meno possibile le case operaie che si vanno ad appaltare; ma il problema è quasi insolubile. La causa vera sta, più che nell’elevato prezzo della mano d’opera, nella limitazione del lavoro, alla quale si deve il risultato che i mattoni oggi costano 28 lire al migliaio, mentre pochi anni sono non costavano che 14; e se si tiene conto che il buon muratore in passato eseguiva, lavorando a cottimo, ben tre metri cubi al giorno di muratura retta, mentre oggi, a cottimo proibito, non ne eseguisce più che uno solo, si intende subito come il costo delle case sia enormemente cresciuto. Pur conservando l’alto prezzo della mano d’opera, onde l’operaio possa vivere e vivere bene, sarebbe necessario togliere la limitazione del lavoro, che è rovinosa nei suoi effetti: e che tra l’altro produce il grave danno al paese, che molti ottimi muratori specie del comasco e del lago Maggiore cercano all’estero, ove sono desideratissimi, quella libertà di produrre colle loro braccia robuste e colla loro intelligenza, ciò che in patria viene loro proibito: il massimo del lavoro ed il largo guadagno che consegue e che mandano in buona parte alle famiglie.

 

 

I quali fatti, esposti da una persona che, per le sue funzioni, è animata dal vivo desiderio di fare cosa utile ai ferrovieri, inducono a talune considerazioni:

 

 

1)    Che il problema delle case popolari è tecnico oltrecché finanziario; e che a nulla giovano i discorsi, le invettive e le campagne contro i padroni di casa quando contemporaneamente si favoriscono e si promuovono metodi negligenti e volutamente lenti dei muratori, addetti alla costruzione di case nuove. Gridare contro i padroni di casa e lodare le leghe dei lavoratori edilizi, le quali aboliscono il cottimo è contraddizione stridente che si può spiegare solo coll’ignoranza da parte dei capi lega, i quali immaginano che, ridotta la produttività del lavoro aumenti la richiesta di operai, diminuisca la disoccupazione e crescano i salari. Perché la Società umanitaria non istituisce nella sua utilissima scuola di legislazione sociale un corso in cui si spieghi che è vero appunto l’opposto: che cioè la scarsa produttività del lavoro aumenta il costo del prodotto, ne scema il consumo e quindi per riflesso la produzione, con aumento fatale nelle schiere dei disoccupati e degli emigranti verso paesi più benigni, come ha rilevato il Negri? Perché non spiegare che invece conviene agli operai spingere al massimo il rendimento del loro lavoro per ridurre il costo e crescere la domanda, nel caso nostro, di case ampie e belle e igieniche? Coloro che sanno tutte queste cose, che le hanno lette nei libri dei Webb, i classici storici e teorici dell’unionismo operaio,male incolpano altri di un malanno di cui essi in parte sono responsabili.

 

 

2)    Che sarebbe inutile seguitare a crescere le immunità tributarie a favore delle case nuove, se esse dovessero soltanto servire di pretesto alle leghe per aumentare il numero degli operai necessari a compiere un dato lavoro. Da questo circolo vizioso è difficile una via di uscita, dovendosi fare affidamento sul progresso nell’educazione economica dei lavoratori, affidamento che per ora non si sa quale valore abbia.

 

 

Il crescendo dei fitti da un lato, il desiderio dall’altro di profittare subito delle agevolazioni fiscali, limitate nel tempo e nei luoghi, hanno portato ad una richiesta straordinaria di mano d’opera edilizia.

 

 

Questa si è trovata in una condizione privilegiata di forza ed, essendo fortemente associata, ha cercato di ottenere i prezzi massimi di monopolio, come un qualunque altro monopolista; e siccome non parve conveniente, per non dar troppo nell’occhio, aumentare ancora i salari individuali, si credette miglior partito far godere gli attuali salari ad un numero inutilmente sovrabbondante di operai. Questa la genesi del deplorato fatto, che andrebbe così ricondotta alla tumultuaria richiesta di mano d’opera e di materiali da costruzione (nel produrre i quali è impiegata nuova mano d’opera) nell’industria edilizia.

 

 

Perciò pare pericoloso moltiplicare i favori tributari ad una sola industria. Quelli che si trovano impiegati in quell’industria traggono a sé tutti i vantaggi di quei favori ed i consumatori si trovano a bocca asciutta e devono seguitare a pagare fitti elevati.

 

 

Gli sgravi tributari nei primi anni di esercizio di un’azienda sono giusti e fecondi, come sopra si disse; ma purché siano estesi a tutte le industrie. Allora né gli imprenditori né gli operai si troveranno in una condizione di privilegio perché la immunità iniziale, negli anni duri dell’organizzazione e della lotta, sarà concessa a tutti e nessuno potrà giovarsene in modo particolare. Gli operai edilizi non potranno trasformarsi in monopolisti perché l’industria edilizia non distoglierà capitali dalle altre industrie ugualmente immuni e non vi sarà quel tumultuario afflusso di capitali che oggi permette agli operai di adottar la politica del lavorar poco. Le immunità tributarie non devono essere ristrette a piccole classi di contribuenti, perché facilmente si convertono in privilegi. Non rifacciamo, per carità, a ritroso la via che i nostri maggiori hanno percorso abbattendo le immunità di classe e instaurando il principio della universalità dell’imposta!

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