Dopo il voto delle leggi pel Mezzogiorno

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 16/07/1906

Dopo il voto delle leggi pel Mezzogiorno

«Corriere della Sera», 16 luglio 1906

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 377-381

 

 

Colla approvazione del senato sono divenute leggi dello stato due progetti che avranno una lunga e feconda influenza sull’avvenire dell’Italia: il riscatto delle ferrovie meridionali ed i provvedimenti per il mezzogiorno.

 

 

Il riscatto delle ferrovie meridionali appassionò molti uomini politici solo perché parve per un momento mezzo adatto ad abbattere un gabinetto e ad esaltarne un altro; ma non furono certamente cotesti uomini politici quelli che a fondamento del loro voto posero un esame accurato e spassionato del difficile problema. Costoro plaudirono prima all’on. Saporito, il quale li aiutava ad abbattere l’on. Sonnino; e lo zittirono poi quando egli, con costanza degna di rispetto, minacciava di mandare in lungo l’inizio delle vacanze estive. In realtà il problema fu deciso alla camera dai pochi competenti, i quali, al disopra delle divisioni di parti politiche, si trovarono d’accordo nell’approvare quanto era stato proposto dall’on. Carmine, a buon diritto onorato e stimato da tutti, amici ed avversari, come uomo integerrimo e di grandissima competenza in materia. Le obiezioni dell’on. Saporito, sia pur dettate da amor di patria e da scrupolosi intendimenti di difesa dell’erario, parvero ai più poggiate su erronei calcoli intorno all’aumento del coefficiente di esercizio nell’avvenire. Egli più volte fece e rifece il conto dei vantaggi che la Società delle meridionali ritraeva dalla vendita delle ferrovie allo stato, argomentando dalla convenienza per la società di sottrarsi agli obblighi contrattuali di raddoppio dei binari ed all’aumento inevitabile nelle spese di esercizio, e concluse che se la società faceva un affare buono, lo stato doveva farlo pessimo. Non vide l’implacabile avversario del riscatto che il suo ragionamento peccava nella premessa, potendo ben darsi che un contratto sia buono per amendue i contraenti. Se era inevitabile che, vendendo la rete meridionale, la società facesse un buon affare – preparato d’altronde da leggi e convenzioni antiche e da una accorta amministrazione – ; è convinzione dei più che lo stato abbia saggiamente provveduto ai suoi interessi. I vantaggi del riscatto delle meridionali per lo stato non si debbono commisurare al reddito che quelle ferrovie possono dare per se stesse; ma ai vantaggi ben diversi che se ne potranno ricavare, innestandole sul tronco maggiore delle ferrovie di stato. Ad un industriale può tornare conveniente comprare un salto d’acqua ad un prezzo alto, che gli concede appena l’interesse del3% sul capitale impiegato, quando il possesso di quel salto gli permette di utilizzare meglio un’altra forza idraulica vicina da lui posseduta, con un aumento nel reddito di questa dal 3 al 5%. Così si dica delle ferrovie meridionali: il possesso delle quali da parte di una società privata poteva incagliare in mille modi il più perfetto ed economico funzionamento dell’esercizio delle ferrovie dello stato. Già lo vedemmo l’anno scorso all’epoca della vendemmia, quando non fu possibile istradare le spedizioni di uve, provenienti dalla zona servita dalle ferrovie di stato, lungo la comoda e grande via ferrata dell’Adriatico, per non far perdere all’erario il guadagno di quei trasporti.

 

 

Da questo elevato punto di vista conviene guardare il riscatto della rete meridionale, come uno sforzo, che l’avvenire dimostrerà con quanto sacrificio finanziario sia stato compiuto, per rinsaldare vieppiù l’unità economica d’Italia. Oramai lo stato possiede integro nelle sue mani questo massimo strumento e fattore della prosperità nazionale, le ferrovie. Noi auguriamo che sappia servirsene per favorire efficacemente l’incremento dei traffici, per facilitare i viaggi a distanza, per fare conoscere a vicenda agli italiani tutti le regioni che compongono la loro patria bellissima.

 

 

L’incremento di traffici, e la maggiore conoscenza delle varie parti del nostro paese gioveranno al settentrione; ma gioveranno ancor più al mezzogiorno, che di elevarsi a più moderne condizioni di vita sente ora il bisogno; e tanto più gioveranno, quanto meglio i meridionali sapranno trarre vantaggio dalle provvidenze contenute nell’altro disegno di legge or ora approvato dal senato e che si intitola appunto dai «provvedimenti per il mezzogiorno».

 

 

Nella breve discussione avvenuta dinanzi alla camera vitalizia, vi fu un senatore che definì quella legge come una legge di impulso e di stimolo per i meridionali; e questo appunto reputiamo noi che sia il suo pregio massimo. Certo, se si prendono ad una ad una le disposizioni contenute in questa legge, è facile accusarle, come fecero gli attuali ministeriali quando si trattava di abbattere a furia il gabinetto proponente, di insufficienza e di manchevolezza. Chi può negare che una revisione giusta negli estimi catastali, con ribasso dell’imposta in ragione dello scemato reddito, sarebbe cosa migliore di una riduzione uniforme del 30% nell’imposta erariale e che una legiferazione compiuta sui rapporti fra proprietari, affittuari, coloni e contadini sarebbe stata più perfetta di una norma riguardante solo le anticipazioni di vitto e di semenze ai coltivatori? Può anche concedersi che una legislazione la quale accortamente avesse contemplato in maniera generale per tutta Italia i casi più dolorosi di pressione tributaria e di deficienze scolastiche, stradali ecc., avrebbe in sostanza giovato sovratutto al mezzogiorno, senza escludere quei distretti poverissimi che si possono trovare sparpagliati, qua e là, nelle diverse regioni d’Italia.

 

 

Ai critici abbiamo replicato che questo non era più tempo da inchieste e che l’amore del meglio troppe volte in passato avea impedito il bene. Oramai urgeva l’azione; e, se non si voleva passare per mancatori di parola di fronte alle popolazioni del mezzogiorno, era pur d’uopo concretare subito provvedimenti che, senza impedire, anzi affrettando il meglio per l’avvenire, facessero il bene nel presente. L’aver compreso questa verità costituisce il vanto del ministero Sonnino; e l’aver condotto in porto sollecitamente i provvedimenti pel mezzogiorno, non monta se con qualche dubbiezza, è cagion di lode per il ministero attuale e per il parlamento.

 

 

Ai meridionali spetta oggi di trarre partito da quella legge. La quale sarebbe stata approvata invano, se non se ne traesse stimolo a migliorare la produzione agraria, ad instaurare nuove industrie, a rendere socialmente stretti i vincoli fra proprietari e coltivatori, a perfezionare la rete stradale e ad elevare il livello intellettuale delle popolazioni. La legge ha gittato i germi di un rinnovamento fecondo; ma quei germi debbono, per poter germogliare e dar frutti abbondanti, essere accolti da un terreno fertile. La responsabilità maggiore spetta alle classi dirigenti del mezzogiorno; alle quali appartiene il dovere di dimostrare come avessero torto quei loro rappresentanti alla camera, i quali volevano accogliere negli utili il progetto di legge, approvando la riduzione dell’imposta fondiaria del 30%, respingendo gli oneri che in compenso si imponevano ai proprietari verso i loro contadini. Alle classi dirigenti, non pure del mezzogiorno, ma di tutta Italia tocca il compito di accogliere l’incitamento che dalle esenzioni tributarie volute dalla nuova legge viene alla creazione di industrie nel mezzogiorno. La conversione della rendita favorirà certamente l’esodo dei capitali verso i campi non ancora sfruttati del sud; ed è da sperare che i fatti presto dimostrino come possa essere feconda l’azione stimolatrice dello stato, anche se limitata a non opprimere le iniziative private.

 

 

L’azione dello stato non è e non deve essere chiusa a questo punto. L’unificazione della rete ferroviaria ed i provvedimenti per il mezzogiorno sono due leve potenti del risorgimento economico delle nostre regioni meno fortunate; ma non sono tutto. Un campo sterminato rimane da coltivare alle iniziative individuali in Italia; un campo vergine e da secoli non tocco. Chi può immaginare lo sviluppo superbo dell’industria e del lavoro italiano se fosse dato di coltivare e di sfruttare quegli strati vergini di consumo che ora sono isteriliti dalla elevatezza eccessiva dei prezzi e delle imposte che gravano sulle merci più necessarie e sugli atti più consueti della vita? Il danno che al progresso dei consumi e della ricchezza in Italia e specie delle regioni più povere d’Italia, fa l’asprezza eccessiva dei tributi è troppo grande perché i ciechi medesimi non lo veggano. Eppure, oggi che la conversione della rendita ci offre il modo – da tanto tempo auspicato – di iniziare una profonda riforma tributaria, già si affilano le armi per ingoiare in molte piccole spese, non inspirate ad un criterio che, solo ove fosse pensato ed organico, sarebbe ammissibile, i frutti di quella che a ragione fu detta eroica conquista dei contribuenti italiani. Una nuova battaglia si annuncia: nobile e bella battaglia per l’avvenire della patria nostra.

 

 

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