Dopo la soluzione

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 09/03/1902

Dopo la soluzione

«La Stampa», 9 marzo 1902

 

 

 

La questione dei ferrovieri è composta. Questo lieto annuncio ché ci ha dato il telegrafo da Roma sarà certo accolto con soddisfazione da tutti coloro che vedevano con dolore l’inciprignirsi della vertenza e prevedevano i gravi danni per il Paese, per le industrie e per tutti, che sarebbero stata la conseguenza di uno sciopero, sia pure dei soli ferrovieri non militarizzati.

 

 

Noi, che fummo tra i primi a consigliare il ricorso al metodo delle trattative tra personale, Società e Governo, prendiamo atto con compiacimento del buon risultato di pacificazione sociale a cui le trattative hanno condotto.

 

 

Ma ora che l’accordo si è raggiunto e che il pericolo gravissimo è scomparso, dobbiamo notare che le trattative divennero necessarie e si imposero colla forza delle cose per una serie di cagioni che sarebbe troppo lungo enumerare e che si possono riassumere nella imprevidenza con cui si lascio giungere la vertenza allo stadio acuto.

 

 

Così come ora il problema si presentava, non rimaneva altro da fare se non che trattare.

 

 

Ma l’esito felice delle trattative non ci deve indurre e sovratutto non deve indurre il Governo ad abbandonarsi alla stessa apatica indifferenza per cui nel passato si lascio spensieratamente crescere la marea sino a che le parti dovettero in fretta ed in furia mettersi d’accordo, perché l’acqua era alla gola e sul Paese pendeva la spada di Damocle, dello sciopero generale, minacciato a scadenza fissa.

 

 

Occorre che per il futuro l’acqua non venga più alla gola e che non incomba mai più il pericolo che oggi ha minacciato di gettare nel marasma tutta la vita economica italiana. Purtroppo il pericolo non è a scadenza lontana: ed i reggitori della pubblica cosa non hanno tempo da perdere se vogliono opporvi valido schermo.

 

 

Nel manifesto medesimo che la Commissione dei ferrovieri ha lanciato ai federati per avvertirli che non si doveva più fare sciopero, vi è una frase la quale dice che l’accordo odierno non toglie alle organizzazioni operaie il diritto di agire ulteriormente per fare maggiori conquiste nel 1905 quando scadranno le convenzioni ferroviarie.

 

 

Dunque, malgrado gli ottenuti miglioramenti, per i ferrovieri, la partita è soltanto rimessa. Da qui a tre anni si tornerà da capo colla richiesta di altri miglioramenti, e di nuovo la vita d’Italia correrà il pericolo di un arresto.

 

 

A togliere così grande iattura è duopo provvedere fin d’ora. Qual è la natura dei provvedimenti atti a scongiurare il pericolo?

 

 

Dovere del Governo è innanzi tutto di presentare un disegno di legge sui pubblici servizi. Il diritto della libertà del lavoro deve essere conservato intatto; ma come in molte legislazioni estere si fa, è necessario impedire che il fatto di abbandonare improvvisamente il lavoro arrechi grave danno ai terzi, quando si tratti di servizi come quelli delle ferrovie, del gas, ecc., che hanno carattere pubblico. Perciò nello stesso modo che il diritto allo sciopero si nega ai pubblici impiegati, così occorre disciplinare i doveri e gli obblighi dei ferrovieri. Sinora il fare questo poteva avere apparenza odiosa verso gli operai a cui si disconoscevano in pratica i diritti sanciti dalle convenzioni ed a cui si sarebbero imposti obblighi che possono soltanto riguardare impiegati aventi garanzie di carriera e di organico.

 

 

Ma ora che queste garanzie sono date; ora che ai ferrovieri è concesso un organico che – da quello che ne è trapelato – sotto parecchi rispetti è migliore di quello goduto dagli impiegati di molte amministrazioni governative, non parrà a nessuno pretesa eccessiva che anche ai ferrovieri si impongano quegli obblighi a cui sono sottomessi gli impiegati dello Stato.

 

 

Ma non basta. A coloro a cui si toglie la possibilità di far valere le proprie rivendicazioni a danno del pubblico colla violenza dello sciopero improvviso, bisogna concedere la maniera di far valere legalmente e pacificamente i propri diritti offesi. Non basta che ci sia l’organico; occorre che esso sia rispettato; ed occorre che i ferrovieri, quando si credano lesi nei loro diritti, non siano stimolati dalla mancanza di protezione legale a ricorrere all’arma dello sciopero, ma sappiano che al disopra di loro, ed al disopra del Governo e delle Società vi è un ente il quale saprà loro rendere ragione, quando veramente l’abbiano.

 

 

Questo ente non può essere il convegno casuale e temporaneo dei delegati delle Leghe operaie e dei delegati del Governo. L’espediente è servito una volta per la urgenza della soluzione; ma sarebbe pericoloso ricorrervi un’altra volta. Le Leghe non rappresentano il Corpo intiero dei ferrovieri, ma una minoranza e nemmeno una minoranza molto forte.

 

 

Altra è la via da seguire. Occorre istituire un Tribunale arbitrale, di cui facciano parte, in misura eguale ai rappresentanti del proprietario e degli esercenti le ferrovie, anche i rappresentanti del personale. E siano rappresentanti eletti, con le dovute cautele, da tutto il personale delle ferrovie, anche da quel personale che ora non fa parte delle Leghe, e che non ha avuto alcuna voce nelle ultime trattative, anche dagli impiegati degli uffici, dei cui desiderii noi non sappiamo quale conto si sia adesso tenuto.

 

 

Allora sarà disciplinata interamente la complessa materia; ed allora si potrà veramente dire di avere istituito quelle provvidenze legislative le quali valgano ad imprimere al movimento dei ferrovieri un carattere legale ed ordinato.

 

 

Per ora non si è fatto altro che togliere un pericolo imminente, lasciando in sospeso ogni risoluzione definitiva.

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