Dove si tenta di calcolare il disavanzo del bilancio italiano

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/04/1923

Dove si tenta di calcolare il disavanzo del bilancio italiano

«Corriere della Sera», 25 aprile 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 210-214

 

 

 

Non c’è dunque nessun mezzo di valutare con una discreta approssimazione il disavanzo verificatosi negli ultimi anni nel bilancio italiano? Ho chiesto ieri all’on. De Stefani di comunicare, insieme colle cifre, il loro significato; ma fa d’uopo riconoscere che, pur con la miglior volontà, le cifre tratte dai consuntivi per il passato o prevedute per l’avvenire avranno sempre bisogno di parecchie premesse e condizioni. Se noi badiamo alle somme introitate e spese di fatto; il disavanzo è tanto; se badiamo anche alle somme rimaste da incassare e da spendere e che siamo certi di dover incassare e spendere entro pochi mesi, il disavanzo è tant’altro; se vi aggiungiamo inoltre le somme rimaste in genere da incassare e da spendere, il disavanzo cresce ancora. È la torre di Babele e la confusione delle lingue. Avrebbero un bel dire i ministri passati del tesoro da Nitti a Meda, a Schanzer, a De Nava a Peano: «noi riducemmo via via, di anno in anno, il disavanzo da 15 a 12 e poi a 6 e poi a 4 miliardi di lire. Lo smontamento della bardatura bellica era già cominciato; procedendo con metro costante, fra due, fra tre anni il pareggio era in vista; sicché i nostri successori, quando lo annunceranno, dovranno confessare di aver semplicemente compiuto l’opera da noi iniziata e bene avviata». Potrebbe sempre replicare De Stefani: «Qual valore hanno le vostre cifre? Esse non rappresentano fatti ma ipotesi e conteggi. Facendo il conteggio in altra maniera, forse l’andamento del disavanzo era tutto diverso».

 

 

Meglio dunque un fatto in questa materia, che un conteggio, per quanto ossequiente alle regole della logismografia più elegante o della teoria più perfetta dei bilanci di competenza. Un fatto è sempre un fatto; e quando ne sia chiaro il significato, ha sempre un certo valore.

 

 

Tutto sommato, io direi che in tanta oscurità, è legittimo lasciarci guidare da una bussola, che forse non è perfettissima, ma un grande e sicuro significato lo ha per fermo. In attesa del discorso di De Stefani, il quale ci guiderà attraverso al labirinto dei conti di cassa e di competenza, dei residui attivi e passivi, delle regolazioni dei crediti del contabile del portafoglio e simili misteri, io direi che una bussola c’è ed è la cifra degli indebitamenti annui dello stato. È il conto del padre di famiglia ridotto alla sua più semplice espressione. Tizio, se, alla fine dell’anno, ha 10.000 lire in cassa o in valori o in attività di più di quanto aveva al principio dell’anno, conclude che egli ha «avanzato» 10.000 lire. Se egli invece, possedendo le stesse attività di prima, ha 10.000 lire di debiti in più di quelli che aveva al principio dell’anno, conclude che ha speso 10.000 lire di più di quanto ha incassato. Non occorre, per ciò, tenere di gran libri e far calcoli complicati. Basta contarsi i danari in tasca e fare il conto dei debiti al primo gennaio ed al 31 dicembre. Farò questo conto per lo stato dal primo luglio 1914 al 31 dicembre 1922. Nel frattempo, il patrimonio dello stato in ferrovie, strade, case, terreni, ecc., ecc., non ha subito grandi variazioni fisiche, ove si eccettuino gli acquisti nelle nuove province; e possiamo perciò abbastanza legittimamente farne astrazione.

 

 

Qui sotto, ci sono le cifre del debito iniziale al primo luglio 1914, quelle degli indebitamenti annui, distinti in interni ed esterni, e quelle del debito finale al 31 dicembre 1922. Il debito estero è quello verso gli Stati uniti e l’Inghilterra, il quale dal 1919 in poi praticamente cresce solo per l’addebitamento degli interessi fattoci dall’Inghilterra, la quale non ci chiede un soldo in contanti, ma vuole la consegna di altrettanti buoni del tesoro, i quali automaticamente si aggiungono ai precedenti. Non ho fatto il totale del debito estero e di quello interno, sia perché ognuno è in grado di farselo da sé, sia perché il debito estero è un debito sui generis, non sommabile aritmeticamente, essendo stipulato in oro, o quasi, con il debito interno stipulato in lire carta, e non sommabile idealmente, trattandosi di un debito il cui pagamento è da ritenersi non sarà seriamente richiesto dalle nazioni creditrici.

 

 

Nel debito interno sono compresi tanto i debiti a carico della direzione del debito pubblico quanto quelli a debito del tesoro (buoni del tesoro, biglietti a carico dello stato). Vi ho aggiunto i 400 milioni di biglietti di stato iniziali, che non compaiono nelle situazioni. Il tutto in milioni di lire:

 

 

Debito estero

 

Debito interno

 

Debito iniziale

all’1 luglio 1914

 

15.821,2

Indebitamento

durante il:

1914-15

2.629,3

1915-16

2.275,5

5.643,0

1916-17

3.259,6

9.555,2

1917-18

5.935,7

14.012,5

1918-19

7.735,2

11.961,0

1919-20

1.060,0

13.117,5

1920-21

591,9

13.513,5

1921-22

757,2

6.286,1

1 luglio-dicembre 1922

319,2

1.114,9

 

Debito finale

al 31 dicembre 1922

21.934,3

93.654,2

 

 

In questo specchietto c’è un po’, in riassunto, la storia della nostra guerra. Le cifre che vi sono scritte sono le più chiare che io conosca. Qualunque sia il metodo tenuto nello scritturare le entrate o le spese, sia che facciano carico alla competenza di un anno o di un altro, sia che il contabile del portafoglio se le tenga in serbo per scaricarle sul bilancio o che siano nascoste in qualche conto speciale, una cosa mi pare certissima: ed è che se una spesa si è fatta, nel momento in cui la si è fatta, è bisognato cavar fuori di tasca i quattrini. È certo che i quattrini uscirono da qualche fonte, ché non esistono forniture rilevanti da pagare; poche centinaia di milioni non essendo una cifra importante. Se il tesoro ha perciò cacciato fuori i danari, li ha dovuti ricavare da queste tre fonti: – o dalle imposte e fino a concorrenza di queste non c’è disavanzo e la cosa qui non interessa; – o da debiti accesi all’estero ed in tal caso vedremo che cosa si dovrà fare; – o da debiti accesi all’interno e questo solo è il vero disavanzo. Gira e rigira, la faccenda non par dubbia: se ci fu disavanzo, ci dovettero essere i debiti relativi e viceversa. Un disavanzo, il quale non dà luogo ad un indebitamento è un mistero eleusino, del tipo dei residui passivi, che nessuno sa veramente in che cosa consistano.

 

 

Teniamoci dunque al terreno fermo degli indebitamenti e supponiamo, come è ragionevole, che essi siano uguali ai disavanzi. Se e così, i disavanzi avrebbero avuto negli ultimi due esercizi e mezzo il seguente andamento:

 

 

1 luglio 1920 – 30 giugno 1921

13,5

1 luglio 1921 – 30 giugno 1922

6,3

1 luglio 1922 – 31 dicembre 1922

1,1

 

 

L’autore competentissimo – che è anche il conoscitore più profondo del conto del tesoro che esista in Italia fuor del mondo ufficiale, l’avv. Mario Mazzucchelli, – di ottime rassegne mensili del «Momento economico di Milano», prevede per l’intiero esercizio 1922-1923 un indebitamento – disavanzo di 3 miliardi; e tutto fa credere che la sua previsione abbia ad avverarsi.

 

 

L’andamento del disavanzo sarebbe incoraggiante. Ogni anno esso è un po’ meno della metà di quello dell’anno precedente. A questa stregua, nel 1923-1924 dovremmo calare ad 1 miliardo e mezzo e nel 1924-1925 a 250 milioni, il che dovrebbe significare la sua scomparsa, perché un disavanzo inferiore al 4% del bilancio totale deve essere fatto scomparire. A questo punto si impongono alcune domande a cui l’on. De Stefani risponderà certamente nel suo discorso:

 

 

1)    Quali sono state le cause le quali fecero diminuire il disavanzo da 13,5 a 6,3 ed a 3 miliardi nei tre successivi esercizi?

 

 

2)    Se non ci fossero state spese belliche da liquidare quale sarebbe stato il disavanzo dei tre esercizi?

 

 

3)    In quale misura le diverse specie di liquidazioni belliche (forniture arretrate danni di guerra nelle province invase, pensioni militari) contribuirono al disavanzo?

 

 

4)    In quale misura contribuirono al disavanzo i risultati rovinosi delle imprese statali: ferrovie, telegrafi e telefoni di stato?

 

 

5)    Di chi fu il merito della diminuzione del disavanzo: fu la conseguenza, per dir così, naturale della fine della guerra o vi contribuì l’opera di uomini e di chi?

 

 

Ad occhio e croce si deve riconoscere che una parte notevole del merito del salto da 13,5 a 6,3 spetta all’abolizione del sussidio sul pane attuata dall’on. Giolitti. Tiepidissimo ammiratore delle sue imposte terroristiche, debbo riconoscere che esse furono forse il mezzo brutale per salvare il paese dal disastro del pane.

 

 

Se vi furono in passato e vi sono oggi uomini a cui bisogna riconoscere in tutto od in parte il merito di aver ridotto il disavanzo da 13,5 a 3 miliardi, il merito maggiore sarà pur sempre quello di chi farà scomparire gli ultimi 3 miliardi. Altra volta dissi che essi erano i più duri a morire. Aggiungo che essi sono i più pericolosi. C’è il pericolo che essi siano dovuti non più a spese transitorie, che con un atto di forza, tipo abolizione del prezzo politico del pane, si possono sopprimere; ma a spese permanenti od a profonde degenerazioni dell’attività dello stato (disavanzo ferroviario e telegrafonico) che hanno preso radici tenaci nella compagine statale.

 

 

L’Italia attende con ansia di sapere dal ministro delle finanze quale sia la misura del cancro che ci affligge, quali le sue cause precise e quali i mezzi che egli intende usare per strapparlo a viva forza. Grande è la simpatia che lo segue nell’opera intrapresa; e tale simpatia crescerà e lo conforterà vieppiù nella lotta contro i formidabili ostacoli che gli si frappongono, quando egli avrà chiamato l’opinione pubblica a guardar dentro e prender viva parte al suo travaglio quotidiano.

 

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