Dove si vorrebbero prendere i milioni per il comune

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/11/1921

Dove si vorrebbero prendere i milioni per il comune

«Corriere della Sera», 25 novembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 457-461

 

 

 

Forse non sono molti coloro i quali sanno che cosa sia la Cassa depositi e prestiti di cui tanto si parla a proposito di mutui chiesti dal municipio di Milano e che la Cassa può dare soltanto quando siano osservate certe condizioni e con l’approvazione del governo. Il «proletario» medio milanese, invitato ad uno sciopero generale di protesta contro le tergiversazioni della Cassa depositi e prestiti a proposito del mutuo chiesto dalla giunta Filippetti, deve essersi fatto approssimativamente della Cassa il concetto di un fondo a cui si possa attingere a piacimento e da cui i socialisti ed i comunisti sono tenuti lontano soltanto dallo spirito di parte e dal privilegio della classe capitalistica.

 

 

In realtà, la Cassa è una banca. La più grossa banca del nostro paese, sebbene ignota al pubblico e sebbene priva di uffici propri a contatto del pubblico. Il fatto che essa è una banca «di stato», ossia amministrata da funzionari pubblici, dipendenti dal ministro del tesoro e soggetti al controllo di una giunta parlamentare, non toglie nulla all’altro fatto fondamentale: la Cassa è, prima di tutto, una banca, la quale amministra depositi altrui, ne deve render conto, deve sempre essere pronta a rimborsarli e deve quindi nell’impiego del denaro altrui procedere con la massima oculatezza.

 

 

La «Gazzetta Ufficiale» del 22 settembre 1921 ha pubblicato la situazione al 21 dicembre 1920 della Cassa. Molto in ritardo; con un ritardo così grande che in una banca privata non sarebbe tollerabile. Ad ogni modo, conviene contentarsene e cercare di formarsi, su quella base, un concetto delle attività della Cassa. In aggiunta ad una partita di 1 miliardo e 650 milioni di lire di effetti pubblici, la quale figura all’attivo ed al passivo, perché si tratta di deposito di titoli di terzi a custodia o a cauzione, il bilancio della Cassa al 31 dicembre 1920 si chiudeva con un passivo di 9 miliardi 900 milioni di lire. Una cifra enorme, di cui appena 535 milioni rappresentano i fondi di riserva ossia il patrimonio proprio della Cassa, impiegato tutto in titoli di stato e per una piccolissima parte (4,4 milioni) nel palazzo in cui la Cassa ha sede. Il resto, ossia 9 miliardi 365 milioni, sono debiti veri e proprii che la Cassa ha verso terzi, depositi che la Cassa può essere chiamata a rimborsare più o meno presto, talvolta a vista o dietro un brevissimo preavviso: 470 milioni di depositi in denaro fatti direttamente presso la Cassa, 342 milioni di debito in conto corrente verso il tesoro dello stato, 20 milioni in conto corrente verso la Banca d’Italia, 183 milioni in conti correnti vari, ecc. ecc. Ma il grosso dei depositi è dato da un’unica cifra: 7 miliardi 109,8 milioni di conti correnti con le gestioni annesse. Che cosa sono queste «gestioni annesse»? Ce n’è una grossissima e ce ne sono parecchie minori. La grossissima è la Cassa centrale postale di risparmio, la quale al 31 dicembre 1920 aveva depositato presso la Cassa depositi e prestiti ben 6 miliardi e 943,6 milioni di lire. Le minori sono parecchie:

 

 

«la Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai con 9,1 milioni, gli Istituti di previdenza ferroviari con 17,6 milioni, la sezione autonoma di Credito comunale e provinciale con 7,7 milioni, il Monte pensioni per gli insegnanti elementari con 3,3 milioni, il fondo per l’educazione e l’istruzione degli orfani degli insegnanti elementari con 75.000 lire, la cassa di previdenza per le pensioni dei sanitari con 110.000 lire, la cassa di previdenza del personale del catasto con 194.000 lire, la cassa di previdenza dei segretari ed altri impiegati degli enti locali con 5,2 milioni di lire, la cassa di previdenza per le pensioni agli ufficiali giudiziari con 347.000 lire, la cassa di previdenza per le pensioni agli impiegati degli archivi notarili con 35.000 lire, la cassa di previdenza e pensioni per il personale delle RR. Scuole professionali con 232.000 lire, l’opera di previdenza degli impiegati civili dello stato e dei loro superstiti non aventi diritto a pensione con 586.000 lire».

 

 

Ognuna di queste casse, oltre questi fondi depositati in conto corrente presso la Cassa depositi e prestiti, possiede fondi proprii, i quali arrivano talvolta a somme ragguardevoli ed in tutto giungono a 2 miliardi e 480 milioni circa. Anche questi 2 miliardi 480 milioni sono geriti, separatamente, dalla Cassa depositi e prestiti per cui si può dire che essa al 31 dicembre 1920 amministrava fondi proprii (535 milioni) ed altrui, per la colossale somma di quasi 12 miliardi e 400 milioni di lire.

 

 

Di chi sono tutte queste somme? L’elenco fatto sopra lo dice chiaramente: depositanti alle casse postali di risparmio, operai, ferrovieri, insegnanti elementari, medici condotti, segretari comunali – tutta gente modesta o modestissima, che da una oculata e prudente e sicura amministrazione dei loro risparmi attendono tranquillità nell’avvenire, soccorso nelle malattie, aiuto nella vecchiaia. La Cassa depositi e prestiti è la «grandissima» banca della «piccola» gente. I capitalisti grossi non sono riusciti a creare nessuna istituzione così grandiosa come quella che i piccolissimi hanno saputo costruire. Né v’è banca, in Italia, i cui amministratori abbiano l’obbligo di procedere guardinghi e prudenti nell’amministrazione dei fondi ad essi affidati come l’hanno quelli della Cassa depositi e prestiti. Se vogliamo paragonare la Cassa a qualche altra istituzione, il paragone più adatto possiamo farlo con la Cassa di risparmio delle province lombarde, a cui nessuno sognerebbe di chiedere un impiego meno che sicuro e meticoloso del denaro depositato.

 

 

Come ha impiegato la Cassa i 7 miliardi e 109 milioni di depositi delle gestioni annesse e quegli altri depositi che essa amministra direttamente? Basti citare due cifre principali per formarsi un’idea delle attività della Cassa: 5 miliardi 137,7 milioni sono impiegati in titoli di stato e 1 miliardo e 707,3 milioni in prestiti ai comuni, alle province ed ai consorzi di pubblico interesse. Ecco definito il duplice carattere della Cassa: da un lato essa è la banca raccoglitrice dei risparmi degli umili; dall’altro essa è la banchiera dello stato e degli enti locali. Si può affermare sostanzialmente che, se stato, province e comuni mettono la testa a segno, pongono un po’ d’ordine nei loro bilanci e riducono il disavanzo entro limiti tollerabili, così da dovere contrarre mutui solo per opere pubbliche ed altre simili spese in conto capitale, essi non avranno più bisogno di ricorrere al mercato, di emettere titoli e buoni, di essere alla mercé delle banche private e delle borse. Basterà a provvederli di fondi la Cassa. Sarebbe un risultato magnifico; e, del resto, se in Italia i titoli di debito comunale e provinciale sono così rari in confronto a quelli degli altri paesi, di ciò si deve dir grazie alla Cassa.

 

 

Ma c’è un limite a tutto. La Cassa non ha a sua disposizione nessun fondo misterioso ed inesauribile. Essa fa mutui ai comuni, allo stato ed ai consorzi di pubblica utilità solo entro i limiti dei depositi che essa riceve.

 

 

E questi depositi essa ha l’obbligo sacrosanto, obbligo di tutore verso i pupilli, di impiegare in modo sicuro, per scopi sani e produttivi, produttivi di redditi pecuniari o di vantaggi morali o educativi. Non li può impiegare per scopi di consumo. Ha fatto malissimo lo stato ad autorizzare mutui agli enti locali per pagamento di caro-viveri agli impiegati. Sarebbe come se la Cassa di risparmio lombarda facesse mutui ad un proprietario di case al fine di consentire a questo di pagare il salario ai domestici od i vestiti ai figli. Non è questo l’ufficio delle banche; e quelle banche che indulgono a questi errori, presto o tardi ne scontano il fio. Sinora la Cassa se ne è tenuta lontana, salvoché per modeste somme e con le più ampie garanzie; ma conviene isolare il male e ridurlo al minimo possibile.

 

 

Sovratutto, occorre che intorno alla Cassa si faccia il minor rumore possibile. Essa vive della pubblica fiducia. Che cosa accadrebbe se i depositanti delle casse postali di risparmio immaginassero che i loro depositi sono mutuati a comuni, di color rosso o giallo o bianco, dietro pressioni politiche e minacce di scioperi? Il solo accenno alla possibilità di uno sciopero proletario per premere sulla Cassa apre orizzonti inesplorati sulla catastrofe finanziaria che sarebbe la conseguenza della applicazione di criteri politici nel maneggio dei fondi di questa banca di stato e delle casse e banche private che taluno stolidamente vorrebbe statizzare. Conserviamo invece alla Cassa depositi e prestiti le sue antiche tradizioni. Non trasportiamola in piazza. Essa è un monumento che gli altri paesi ci invidiano: monumento granitico di fiducia e di credito, elevato con le virtù della prudenza, del rigore, della oculata e rigida amministrazione.

 

 

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