È possibile una riforma tributaria?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/11/1905

È possibile una riforma tributaria?

«Corriere della Sera», 11 novembre 1905

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 260-266

 

 

Alla instaurazione di un ordine nuovo nei rapporti fra stato ed enti locali ed al ristaurato impero della legge in quei campi dove essa è ora spesso violata noi abbiamo dato il primo posto in queste nostre conclusioni sul problema meridionale. Senza un governo fermo e senza la convinzione assoluta che nulla può essere tentato contro la legge, vane sarebbero tutte le altre riforme; anzi sarebbero torte ad altro fine da quello voluto e ridonderebbero a danno del mezzogiorno ed a disdoro del paese. A che valgono le riforme tributarie ed economiche, il credito agrario, i lavori pubblici se si conserva e cresce il sospetto che tutto ciò sia fatto non a vantaggio del paese, ma a pro dei procaccianti che sapranno impadronirsi della macchina amministrativa distributrice di favori governativi? Qui è il punto di partenza; e senza aver ben fermo questo caposaldo sarebbe inutile indugiarci in una discussione qualsiasi di riforme.

 

 

Eppure queste sono urgenti e molte: primissima la riforma tributaria. Anche a chi ritenga che il problema massimo dell’ora presente è quello del mezzogiorno, una indagine si impone: è possibile adesso una riforma tributaria efficace?

 

 

Riformare i tributi, anche collo speciale intento di favorire il mezzogiorno, non si può se non da chi abbia una chiara idea di quello che sia concesso fare nelle condizioni attuali del bilancio dello stato e dell’economia del paese. Subito si presentano due domande: quali i mezzi per effettuare le riforme ed in che ordine compierle? Sono discordi i pareri fra i teorici e profondamente diverse le proposte concrete presentate alla pubblica discussione. Ricordiamo, tra i principali i progetti Wollemborg, Alessio, Maggiorino Ferraris, Bonomi, De Johannis, senza ricordare l’ultimo, e non noto ancora nelle sue linee precise, del Majorana. Non potendo tutti riassumerli, diremo soltanto come la contesa sia specialmente tra coloro i quali vorrebbero cominciare dall’abolizione o trasformazione radicale del dazio-consumo e gli altri che preferirebbero ridurre subito le imposte sul sale, petrolio, zucchero caffè, grano; tra quelli che vogliono creare un nuovo strumento di riforma colla imposta generale progressiva sul reddito ed i riluttanti a nuove imposte e fiduciosi piuttosto in un saggio impiego degli avanzi di bilanci attuali e di quelli maggiori derivanti dalla conversione della rendita; tra quelli i quali vogliono trasferire ai comuni le attuali imposte sulla terra, sulle case e sulle industrie creando per lo stato nuovi cespiti e quelli che ritengono prematura una grandiosa trasformazione tributaria. Né vogliamo erigerci giudici fra tanti egregi polemisti; e combattere per una soluzione contro un’altra. Amici più del paese che di idee sistematiche noi siamo anche disposti ad abbandonare le nostre proposte ed a propugnare le altrui, purché qualcosa si faccia sul serio e con vedute d’insieme e di avvenire. Dicesi ad esempio che il Majorana voglia proporre la trasformazione del dazio consumo e dei tributi locali, mercé l’adozione di un’imposta generale sul reddito: e noi, quantunque ci sorrida un’altra via, siamo disposti ad appoggiare le proposte sue, lieti se si troverà un ministero forte da infondere nel parlamento la persuasione della necessità di agire. Senonché, trovandoci per ora dinanzi a progetti teorici, ci sia concesso dire quale debba praticamente essere la via da seguire per raggiungere due intenti: dei quali il primo è di fare opera che giovi principalmente al mezzogiorno ed il secondo si è di fare opera che prepari l’avvenire pur essendo attuabile nel momento presente.

 

 

Noi perciò ci troveremmo d’accordo con Maggiorino Ferraris, il quale respinge e contrari al Bonomi, al Wollemborg ed agli altri che propugnano l’adozione di una imposta generale sul reddito. Non già che in noi vi sia qualche obbiezione di principio contro di essa; se invece di tutta Italia si trattasse di Milano, o di Genova o di Torino noi applaudiremmo ad una imposta, per la nostra città voluta e applicata, a norma delle leggi vigenti. Nei paesi evoluti, come è l’Italia settentrionale e come sono l’Inghilterra, la Prussia, l’Olanda, ecc., l’imposta sul reddito è un mirabile strumento fiscale che rende tutti i contribuenti, percettori di un reddito superiore ad un minimo, direttamente interessati all’azione dello stato e vigili custodi delle pubbliche spese da cui dipende l’altezza delle aliquote. Noi però non dobbiamo dimenticare che il problema urgente dell’ora presente è il problema meridionale dove la ricchezza è poca e le fortune tenui; e dove sono elevatissime le imposte sulle terre, sulle case e sulla ricchezza mobile. Altrove l’imposta sul reddito è sopportata agevolmente da contribuenti i quali non hanno da pagare altre imposte dirette, o pagano aliquote basse a province e comuni. Qui l’imposta generale sul reddito si aggiungerebbe all’imposta sui terreni, della quale la pressione è variabile, ma elevatissima, al 16,25% dell’imposta sui fabbricati (aliquota erariale, senza i centesimi addizionali), al 7%, 8, 10, 15 e 20% dell’imposta di ricchezza mobile. Si aggiunga che i maggiori colpiti sarebbero i mediocri e piccoli redditieri, che hanno un reddito superiore alle 1.200 lire, perché se si volesse cominciare da più alto, da 3.000-5.000 lire, il gettito dell’imposta sarebbe trascurabile, tanto basso è in Italia in media il livello delle fortune. Chi pagherebbe l’imposta generale sul reddito? Sovratutto gli impiegati, i proprietari di case e terre, anche mediocri, tutti coloro che hanno redditi fissi e non occultabili. Vogliamo noi che ciò accada? Sì, quando sia possibile di ridurre la forte pressione che sugli stessi redditi esercitano le imposte attuali. Poiché, ciò che di meno si pagherebbe da un lato, lo si dovrebbe pagare – e con maggiore giustizia distributiva – col mezzo dell’imposta generale sul reddito. Non si correrebbe il rischio di gravare coll’imposta sul reddito contribuenti sparsi nelle campagne, nei borghi semi-rurali del mezzogiorno per vantaggiare sovratutto i contribuenti delle grandi città che risentirebbero il massimo vantaggio dall’abolizione del dazio consumo.

 

 

A proposito del dazio consumo, conviene intenderci. Il dazio è certo un’imposta medievale, dannosa ai traffici interlocali: ma si ricordi, come bene notava il Ferraris, che nel 1898 su 177 milioni di proventi del dazio nei 338 comuni chiusi, ben 65 milioni provenivano dalle bevande, 32 dalle carni, 26 dai farinacei, 8,2 dai coloniali, riso, ecc., 8 dai combustibili, 8 dal burro, olio, 6,5 dagli erbaggi, foraggi, ecc., 4,5 al latte e formaggi, 4 dai pesci, 2,5 dal pollame e uova, 7,5 da articoli industriali e 4,6 da prodotti diversi e di lusso. Oggi, che i dazi sui farinacei sono scomparsi, si può sul serio sostenere che l’abolizione del dazio sulle bevande e sulle carni sia più urgente del dazio doganale sul petrolio, sul grano, sullo zucchero o sul sale? Tolgasi subito dal dazio consumo tutto ciò che vi è di più irrazionale, tutto ciò che preme specialmente sulle popolazioni più povere; e pel resto si lasci al tempo apprestare suoi rimedi, che non saranno lontani, se si vorrà sapientemente colle riforme dell’oggi preparare le riforme del domani.

 

 

Riassumendo, noi vorremmo che si stabilissero due piani, uno per l’avvenire e l’altro per il presente, i quali si sorreggessero a vicenda. Il piano avvenire dovrebbe essere basato sulla disponibilità lasciata dalla conversione della rendita e dai benefici lasciati dalle riforme urgenti. In quel giorno, che noi dobbiamo preparare coll’opera diuturna, senza parlarne troppo, sarebbe possibile porre il problema nella forma più larga voluta dai riformatori. Non sarebbe assurdo discorrere di trasformare le imposte dirette sui terreni, sui fabbricati e sulla ricchezza mobile, diminuendone l’aliquota e facendo parecchie utilissime riforme minute che non possono qui essere accennate. In quel giorno magari diventerebbe pratico imitare certe famose riforme straniere, trasferendo le imposte terreni, fabbricati e alcune categorie della ricchezza mobile a favore dei comuni, avocando allo stato la esazione dei dazi sulle bevande e sulle carni che ora sono esatti dai comuni, abolendo del tutto le barriere daziarie con un diverso sistema di esazione.

 

 

La grande riforma sarebbe, secondo i suoi fautori, l’istituzione di una imposta generale sul reddito a favore dello stato, che ne ritrarrebbe largo reddito, essendo diminuita per altre vie la pressione tributaria. Anche favorita dai 40 milioni di margine della conversione della rendita, l’audace riforma o quella qualsiasi altra che si preferisse porre dinanzi alla discussione pratica, non riuscirebbe, se noi non sapessimo prepararle il terreno con l’attuazione di quello che abbiamo chiamato il piano del presente. Il quale, in sostanza, consiste in ciò: che oggi noi dobbiamo, cogli avanzi di bilancio, rigorosamente custoditi, attuare quelle riforme che valgano a togliere le asperità maggiori, le ingiustizie più stridenti del sistema tributario e ad elevare per modo la capacità contributiva e di consumo delle masse da renderle atte a quel nuovo regime tributario che noi vorremmo applicare in avvenire.

 

 

Non v’è dubbio che qualche cosa può farsi subito, sol che si voglia con fermezza di propositi e con continuità di vedute. Ecco la serie degli avanzi di bilancio fra le entrate e le spese effettive, secondo i conti consuntivi definitivamente chiusi:

 

 

Entrate milioni Spese milioni Avanzo annuale

1898-899

1658,8

1626,1

+ 32,6

1899-900

1671,5

1633,1

+ 38,4

1900-901

1720,7

1652,3

+ 68,3

1901-902

1743,4

1679,8

+ 63,6

1902-903

1794,7

1695,9

+ 98,7

1903-904

1786,3

1727,6

+ 58,7

1904-905

1832,0

1768

+ 61,0

 

 

Dell’avanzo, una trentina di milioni è consacrata a diminuzione del debito pubblico ed a costruzioni ferroviarie; ed il resto è a disposizione del tesoro. Si può affermare che ove non si tenesse conto del reddito del grano o meglio ove si supponesse che il reddito, aleatorio, del grano servisse a pagare debiti (ed in realtà che bisogno vi è di pagare debiti, di cui nessuno pretende la restituzione, quando vi sono tant’altre cose più urgenti da fare?), rimarrebbero circa 30 milioni di avanzo netto all’anno. Anzi il supero sarebbe maggiore ove si ponesse un freno alle spese, che negli ultimi anni sono cresciute troppo, di 19, 27, 16, 31 e 40 milioni all’anno, disperse soventi in cose da poco conto, stipendi cresciuti di impiegati, aumento della burocrazia, ecc. Se si dicesse, ad esempio: eccettuate le aziende riproduttive, come le poste e le ferrovie, per le quali occorrono criteri industriali, le spese non dovranno superare più di 15 milioni quelle dell’anno precedente, noi diremmo cosa che terrebbe equamente calcolo dell’incremento inevitabile delle pubbliche funzioni. Il resto, 15 milioni all’anno, dovrebbe costituire un fondo di sgravi da consacrarsi a diminuzione d’imposte. Nel primo anno le imposte si diminuirebbero di 5 milioni, nel secondo anno di altri 15, e così il totale sgravio dei contribuenti salirebbe, con quello del primo anno, a 30 milioni. Nel terzo anno noi avremmo 30 milioni di diminuzioni d’imposte dei due anni precedenti, più i 15 dell’anno: totale 45, finché al decimo anno si giungerebbe ad uno sgravio totale di 150 milioni. Sono i miracoli dello spirito di continuità. Scemare le imposte di 15 milioni può parere ai più quasi indifferente su un miliardo e mezzo di tributi; ed è perciò che si buttano dalla finestra i 15 milioni in spese inutili; mentre se si avesse la costanza di aggiungere ogni anno una diminuzione di imposte di 15 milioni alle identiche riduzioni compiute negli anni precedenti, in dieci anni si giungerebbe ad abolire 150 milioni di imposte, cosa tutt’altro che indifferente.

 

 

Potrà obbiettarsi: se nel primo anno voi consacrate i 30 milioni d’avanzo per metà ad aumenti di spese e per metà a riduzioni d’imposte, nell’anno successivo l’avanzo non ci sarà più e quindi tutto il piano crolla. L’obbiezione sarebbe giusta se le entrate alla loro volta nel secondo anno non fossero aumentate; ma siccome l’esperienza prova che ogni anno le entrate naturalmente crescono, si produce un nuovo avanzo, sul quale appunto l’operazione è basata.

 

 

Certo tutto ciò suppone che l’economia del paese continui a progredire, ma anche se peggiorasse e gli sperati avanzi non si verificassero più, noi ci troveremmo sempre meglio stabilendo il fondo degli sgravi che seguitando nell’andazzo presente di aumentare disordinatamente le spese. Le spese è difficile ridurle, se consolidate; mentre è sempre possibile sospendere una riduzione d’imposte. Una volta che si sia aumentato lo stipendio di qualche categoria di impiegati da 2.000 a 2.200 lire, tutte le forze della terra congiurate assieme non riuscirebbero a riportarlo al punto di prima; mentre è relativamente più facile non ridurre per un anno una imposta che si era promesso di ridurre. In sostanza noi non vogliamo impegnare il bilancio; ma dire soltanto: se avanzi ci saranno, non si consumino tutti in spese, ma se ne dedichi metà a riduzione d’imposte. Noi speriamo così in dieci anni di arrivare ad uno sgravio di 150 milioni; fossero pure soltanto 100, sarebbe un risultato notabile, in confronto ai risultati irrilevanti che si sono avuti in tanti anni di bilanci floridi per non aver mai voluto concludere nulla dopo tanto chiacchierare, e sovratutto per non essersi imposto l’obbligo di volere eseguire un programma sino alla fine, ostinatamente.

 

 

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