È un semplice riempitivo!

Tratto da:

Prediche inutili

Data di pubblicazione: 01/01/1958

È un semplice riempitivo!

Prediche inutili, Einaudi, Torino, 1958, pp. 296-314

 

 

 

Quando giunse in Italia la notizia della nuova vittoria dei democristiani nelle recenti elezioni generali per la Germania occidentale e si seppe che la vittoria era stata dovuta al prestigio del cancelliere Adenauer, che negli anni di suo governo aveva dato prova di essere uomo di stato, forse il maggiore tra quelli oggi in carica, ed al successo della politica economica di Ludwig Erhard, ministro dell’economia e si disse che quella politica economica era generalmente reputata liberale o liberista, subito fu replicato da varie parti democristiane e socialistiche, che, sì, qualcosa di liberale c’era in quella politica, ma non tanto da cancellare quel che di interventistico o dirigistico o sociale vi è nella dottrina comune ai partiti che si dicono democristiani, laburisti, socialdemocratici o socialisti; e si aggiunse da taluno che quel che vi era di liberale o liberistico nella politica del professor Erhard si spiegava con la ricchezza tedesca, con la copia delle materie prime possedute dalla Germania, con il grado di avanzamento della sua industria, con la piena occupazione di cui godono i lavoratori di quel paese. Che se l’Italia avesse posseduto ricchezze, materie prime ed impianti industriali paragonabili a quelli tedeschi, bene avrebbe potuto darsi il lusso di liberaleggiare; ma, essendo invece misera, disoccupata, arretrata e mancante di materie prime, doveva rassegnarsi ad una politica mista di interventi statali e di controllate economie individuali.

 

 

Qui non si vuol discutere se la descrizione di un’Italia misera, disoccupata, arretrata ed intervenzionistica sia conforme al vero e se siano davvero ignote tra noi applicazioni notabili delle classiche dottrine economiche, particolarmente in materia monetaria e in quella della liberazione dei commerci internazionali dalle pastoie occasionate dalla guerra e prolungate poi dall’artificio degli interessati; né si vuole indagare se i progressi mirabili, che nell’agricoltura e nell’industria si sono compiuti, dal 1860 in poi, in tutte le regioni italiane, anche in quelle meridionali, siano maggiormente dovuti alle iniziative di pochi ardimentosi ed alle attitudini singolari ad arrangiarsi degli italiani ovvero agli interventi statali e quanta parte di questi sia stata feconda di risultati e quanta sia invece stata tale da potersi dire di essa: timeo Danaos et dona ferentes.

 

 

Questioni grosse, che non possono essere toccate di passata, qui, dove invece si vuol rispondere unicamente al quesito: quale è stata la politica economica di Erhard, quella politica, il cui successo grandioso ha contribuito in così notabile parte, e taluno dei commentatori forestieri disse massimamente, a confermare la maggioranza degli elettori tedeschi nella loro opinione favorevole al governo di Adenauer?

 

 

Qualche incertezza nasce dalla denominazione che lo stesso Erhard ha dato alla sua «politica sociale di mercato», dove l’aggettivo «sociale» par dominante e siffatto da dare un’impronta caratteristica all’insieme. Chi non legge al di là dei nomi e dei titoli, osserva: politica «sociale» e quindi non politica «liberale» di mercato; quindi un mercato sì, ma soggetto alla socialità, quindi subordinato e guidato dallo stato, unico rappresentante della società intera.

 

 

Al «sociale» si appigliano massimamente coloro i quali aborrono, come il diavolo dall’acqua santa, dal «liberale»; e cercano persuadere se stessi e sovratutto gli ascoltatori e lettori, in cui intravedono un elettore, che il liberalismo di Erhard non è il liberalismo tradizionale, classico, quello dei liberisti; ma è un altro, tutto nuovo di zecca, non mai conosciuto prima, il quale si attaglia benissimo al socialismo, al corporativismo, al partecipazionismo, al solidarismo, al giustizialismo, ed a tutti gli altri – ismi, dei quali in sostanza essi continuano ad essere gli adepti. Sia ripetuto perciò, ad evitare equivoci, che il liberalismo tradizionale, classico, liberista è innanzi tutto una invenzione poco spiritosa dei dirigisti e dei socialisti, che nessuno dei grandi classici è mai stato “liberista” nel significato caricaturale dei denigratori, che ognuno di essi dava allo stato, oltre a quello del gendarme, compiti economici, quelli che i tempi richiedevano, che Adamo Smith era favorevole alla protezione della marina mercantile, che Ricardo proponeva la banca di emissione di stato, che Giovanni Stuart Mill poté essere noverato tra i socialisti; che, a farla breve, il liberalismo di Erhard è il liberalismo classico, quale la dottrina economica ha edificato lungo una ultrasecolare costruzione dai primi, ovviamente semplici schemi settecenteschi, a quei più raffinati che oggi sono meglio adatti ad affrontare i problemi contemporanei.

 

 

Tant’è; non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire; epperciò seguiteremo per un pezzo a vedere la gente dalle idee confuse divertirsi a far ballare le parole sociale, liberale, socialità, mercato, intervento, regolazione, statizzazione, socializzazione, concorrenza sfrenata e falsa, o giusta e vera; ed il ballo, essendo di mere parole, sarebbe adatto per tutti coloro, e sono i più, i quali non vanno al di là delle parole ed immaginano di attrupparsi in parti politiche che paiono combattersi, sol perché si buttano addosso l’un l’altra parole prive di contenuto. Meglio è far parlare direttamente l’Erhard; il quale, per fortuna nostra, ha scritto di recente un libro, egregiamente voltato in italiano col titolo Benessere per tutti[1]. Vorrei che uomini politici, pubblicisti, amministratori, industriali ed agricoltori leggessero il libro. Gioverebbe a raddrizzare le idee storte di coloro i quali amano dirigere od essere diretti. Poiché, tuttavia, anche i sunti giovano ad incoraggiare alla lettura dei libri buoni; così mi proverò anch’io a scrivere un sunto del libro, e lo redigo al solo scopo di rispondere alla domanda: che cosa è la «politica sociale di mercato» propugnata dal professor Erhard in qualità di ministro dell’economia?

 

 

Omnis definitio periculosa; e in ubbidienza al detto sapiente, l’Erhard non definisce nessuna delle tre parole, né «politica», né «sociale», né «mercato». La definizione deve venir fuori dalle idee esposte e dai fatti compiuti.

 

 

Che cosa si propone una politica economica? Risponde l’Erhard (p. 113):

 

 

«Scopo ultimo di ogni economia è e resta liberare l’umanità dal bisogno e dalle ristrettezze materiali. Perciò ritengo che quanto meglio si riesce ad accrescere il benessere, tanto più raramente gli uomini si abbasseranno a un modo di vita e di pensiero puramente materialistico».

 

 

Il risultato di aumentare la prosperità del paese si raggiunge attuando in maniera piena i postulati fondamentali della libertà (p. 183):

 

 

«I principi in base a cui l’esportazione mensile della Repubblica federale tedesca è salita da circa 300 milioni annui di marchi all’inizio del 1949 a quasi 3 miliardi alla fine del 1956 possono in definitiva essere ridotti a due tesi fondamentali: in primo luogo al postulato dell’assoluta preminenza della libertà di fronte a tutti i tentativi da parte dello stato di pianificare, guidare e imbrigliare gli eventi economici e in secondo luogo alla nozione del carattere inscindibile della libertà».

 

 

Il principio della libertà economica si riassume (p. 8):

 

 

«In primo luogo nella libertà di ogni cittadino di determinare i proprii consumi e la propria vita nel modo che, entro i limiti delle sue disponibilità finanziarie, corrisponda alle idee e ai desideri personali di ciascuno e [in secondo luogo nella] libertà dell’imprenditore di produrre e di smerciare ciò che, secondo la situazione del mercato, vale a dire secondo le manifestazioni dei bisogni di tutti individui, egli ritiene necessario e proficuo».

 

 

La politica di mercato diventa «sociale» grazie al mezzo adoperato all’uopo. Mezzo è la concorrenza e basta questa, senz’altri amminicoli, ad ottenere l’effetto «sociale». Siccome i politici si contentano dell’aggettivo, l’Erhard volontieri indulge all’innocuo vezzo linguistico (p. 2):

 

 

«Attraverso la concorrenza si consegue una socializzazione del progresso e del guadagno e per di più si tiene desto lo spirito di iniziativa individuale».

 

 

Non così se si tenta di dirigere il mercato dall’alto (p. 5):

 

 

«Neppure la trasformazione più rivoluzionaria del nostro ordine sociale sarebbe mai riuscita a far salire il consumo privato di questa o quella classe, sia pure di frazioni dell’incremento effettivamente ottenuto, perché proprio un simile tentativo avrebbe provocato una paralisi e un ristagno dell’economia nazionale».

 

 

Il sistema di una economia sociale di mercato inspirata ai principi liberali ha avuto un successo di gran lunga superiore a qualunque specie di dirigismo (pp. 54-55):

 

 

«La riuscita di un triplice accordo che dovrebbe essere l’ideale di ogni economista di moderno stampo liberale: aumentando la produzione e la produttività e in proporzione con essa anche i salari nominali, l’accrescimento del benessere, grazie a prezzi stabili o magari decrescenti, va a beneficio di tutti…

 

 

La nostra politica economica avvantaggia il consumatore; egli solo è misura e giudice di ogni processo economico. Questa politica dell’economia sociale di mercato ha dato al mondo intero la dimostrazione che i suoi principi della libera concorrenza nella produzione, della libera scelta dei consumi, come pure della libera espansione della personalità, garantiscono successi economici e sociali migliori di qualunque specie d’economia ufficialmente diretta e vincolata».

 

 

Il dirigismo parte dal principio erroneo che la equità nella distribuzione del reddito sia più importante della abbondanza della produzione (p. 3):

 

 

«Sembra a me incomparabilmente più utile conseguire l’incremento del benessere mediante l’espansione economica anziché voler ricavare il benessere da una sterile lotta per una distribuzione del reddito nazionale».

 

 

È vano litigare intorno ad una produzione scarsa (p. 4):

 

 

«È molto più facile accordare a ciascuno una fetta più grossa di una torta che diventa sempre più grande, che non voler trarre profitto da una lite per la divisione d’una piccola torta, perché in questo caso il vantaggio di uno deve sempre essere pagato con lo svantaggio di un altro».

 

 

Lo stato non deve stare tuttavia colle mani in mano. Ad esempio, deve opporsi alla tendenza ad aumentare i godimenti più di quanto consenta il reddito prodotto (p. 114):

 

 

«Finché l’espansione è sostenuta non solo dal desiderio di un tenore di vita migliore, ma anche dallo stimolo che spinge ad una maggiore prestazione, l’armonia rimane perfetta. Se però la volontà di espansione comporta il pericolo che la gente, senza riguardo alla capacità di rendimento dell’economia nazionale, pretenda di trarne addirittura più di quanto essa è in grado di dare, in tal caso questa aspirazione, in sé socialmente benefica, perde la sua base reale, e, a mio parere, anche quella morale».

 

 

Il buon senso trova conferma nella sapienza dei proverbi antichi (p. 115):

 

 

«Nella vita quotidiana vale la massima: solo una canaglia dà più di quello che ha! Un’economia nazionale non può rendere più di quanto il prodotto sociale è in grado di elaborare a seconda delle fatiche dei cittadini e del risultato del loro lavoro…».

 

 

Non si creda però che il buon senso approvi le politiche di rinuncia e di austerità che i governi dovrebbero imporre, seguendo la moda, per aumentare il benessere dei popoli (p. 115):

 

 

«Nessuno vorrà dedurre dalle mie osservazioni che sia mia intenzione pronunciarmi in favore di una particolare specie tedesca di politica di austerity, ossia di una politica di rinuncia. Nessuno mi può rimproverare neppure di aver usato frasi, quali “stringere la cintola”, “dover rinunciare”, “privarsi” e via dicendo. Simili rimedi non possono accordarsi con la mia concezione fondamentale di politica economica».

 

 

Dall’austerità – che non è sinonimo del risparmiare dopo aver prodotto – non può nascere il progresso (p. 5):

 

 

«Si mostra così di dimenticare troppo volentieri che ogni miglioramento reclamato dovrebbe sempre presupporre una maggiore prestazione».

 

 

L’uomo è stimolato ad avanzare nel benessere dal desiderio del meglio; ma prima fa d’uopo meritarsi il meglio (p. 65):

 

 

«Non si può negare che il progresso economico sia al tempo stesso il fondamento e la causa di ogni progresso sociale e che soltanto esso possa offrire un elevato grado di progresso sociale perché dal nulla neppure i sindacati possono ricavare alcunché. Si può distribuire un prodotto sociale solo se prima è stato ottenuto».

 

 

La difesa del principio della concorrenza impone la lotta contro i monopoli (p. 3):

 

 

«Una legge contro i cartelli è indispensabile come legge economica fondamentale. Se lo stato fallisce in questo campo, anche la “economia di mercato” è ben presto spacciata. “Benessere per tutti” e “benessere mediante concorrenza” sono concetti inscindibili».

 

 

L’Erhard, consapevole della difficoltà di una lotta diretta contro i monopoli, non si dilunga tuttavia sul problema. Evidentemente preferisce i mezzi indiretti di lotta. Prima fra tutte la stabilità della moneta (p. 8):

 

 

«Chi prende sul serio l’impegno [dell’aumento del benessere] deve essere pronto ad opporsi energicamente a qualunque attacco contro la stabilità della nostra moneta. L’economia sociale di mercato non è immaginabile senza una coerente politica monetaria. [Vi contrastano], ad esempio, gli accordi fra datori di lavoro e maestranze, il cui effetto ha già condotto a superare con l’aumento dei salari quello della produzione, contravvenendo così al principio della stabilità dei prezzi. Lo stesso rimprovero si può fare agli industriali se per rimediarvi o per proprio tornaconto credono di potere cavarsela con un rialzo dei prezzi. La colpa diverrebbe addirittura disastrosa, se qualcuno osasse provocare un processo deliberatamente inflazionistico, per poter così rimborsare con maggiore facilità i crediti ottenuti».

 

 

Ed a p. 83:

 

 

«Il problema cardinale della politica economica consiste nel liberare da tendenze inflazionistiche l’ulteriore ripresa dell’economia. Il mantenimento della stabilità della moneta è la condizione indispensabile per una prosperità economica equilibrata e per un genuino e sicuro progresso sociale».

 

 

I dirigisti sono i peggiori nemici della stabilità monetaria ed il controllo delle divise è sinonimo di disordine (p. 179):

 

 

«Non si dà forse prova di una addirittura grottesca degenerazione quando si registra la peggiore forma del disordine, cioè l’amministrazione forzosa delle divise, sotto la rubrica “ordine”? Dovremmo liberarci una buona volta anche dall’idea che l’ordine regni pienamente là dove il maggior numero possibile di persone sono occupate a imporre regolamenti ed a moderare il disordine. Se non si vede nessuno che si occupi del mantenimento dell’ordine, ancora troppi credono, sbagliandosi di grosso, che così non possa esservi ordine di sorta. Alla stessa stregua in tutte le conversazioni europee non sarebbe da pensare soltanto a ciò che abbiamo da mettere a posto; dovremmo pensare altrettanto a ciò che possiamo o meglio dobbiamo abolire per rendere possibile uno sviluppo naturale e organico dell’Europa…

 

 

Chi riuscisse ad abolire l’amministrazione forzosa delle divise avrebbe fatto per l’Europa più di tutti i politici, statisti, parlamentari, imprenditori e funzionari presi insieme».

 

 

Il dirigismo monetario prepara la guerra (p. 192):

 

 

«Il beneficio della liberalizzazione e il maleficio del controllo delle divise vanno d’accordo come il fuoco e l’acqua. Il controllo delle divise è per me il simbolo del male quale che sia la veste sotto la quale appare; dal controllo delle divise traspirano la maledizione e l’odore della preparazione bellica e della guerra, dal cui disordine distruttore esso è nato».

 

 

Le sanzioni automatiche valgono più di quelle concordate fra stati. Ai tempi del regime aureo la cattiva condotta economica e finanziaria di un paese dava luogo senz’altro, senza uopo di accordi internazionali, alle necessarie sanzioni (p. 169):

 

 

«Se ai tempi della valuta aurea un paese sovrano avesse creduto di poter rinunciare a una politica economica e finanziaria bene regolata e a una giudiziosa politica creditizia, o, in altre parole, se un paese avesse professato qualche ideologia contrastante con questo postulato dell’ordine interno e dell’equilibrio, le conseguenze del suo contegno si sarebbero ben presto fatte sentire. E le conseguenze le avrebbe dovute sopportare esso stesso. Allorché, in regime monetario a base aurea, si era esaurita la possibilità di afflusso di capitali o quella di deflusso dell’oro non v’era potenza al mondo capace di salvare dalla caduta il corso del cambio del paese. Al tempo della valuta aurea non venivano impartiti ordini né da istituzioni né da persone. Esisteva il comando anonimo, impartito dal principio regolatore, dal sistema. Esso però non era gravato da idee di sovranità nazionale, né dalle fisime di una possibile autonomia politico economica, né da preconcetti o suscettibilità di qualunque genere».

 

 

La stabilità della moneta non vive da sé. Viga il sistema aureo o quello della moneta regolata, affinché ad esempio il principio del mercato comune europeo duri, occorre (p. 172):

 

 

«come in passato per il regime aureo, non ricchezza o forza, ma solo la modesta nozione che né uno stato né un popolo possono vivere al di sopra delle “proprie condizioni”».

 

 

Se si vuole che la moneta sia stabile, importa innanzitutto mettere in ordine la propria casa. Perciò l’Erhard è scettico rispetto al toccasana dell’europeismo se questo non è preceduto ed accompagnato dall’ordine interno (p. 169):

 

 

«In America vige una massima che suona: stability and convertibility begin at home [stabilità e convertibilità cominciano in casa]. È proprio ciò che manca in Europa… Un paese membro può giungere ad essere maturo per l’integrazione soltanto quando è risoluto non solo a ristabilire il suo ordine interno, ma anche a conservarlo irremissibilmente…

 

 

Si pensi, ad esempio, solo alla dottrina di Keynes, allo spendere per creare disavanzo, alla “politica del danaro a buon mercato” con tutti gli annessi e connessi e si comprenderà che nel nostro continente sarà certamente straordinariamente difficile giungere a decisioni impegnative per tutti e a una risoluta politica unitaria».

 

 

A chi asseriva che una coraggiosa politica di libertà economica anche nel commercio internazionale era pericolosa per un paese, come la Germania, impoverito dalla guerra, l’Erhard replica (p. 184):

 

 

«Fu la dura necessità [di superare l’ostacolo della arretratezza produttiva tedesca e le sue altre infelici condizioni iniziali] che ci costrinse ad esporre a prova così ardua la nostra convinzione della supremazia della libertà. La decaduta economia tedesca non avrebbe offerto al popolo una base di esistenza, se entro il termine più breve non le fosse riuscito di adeguarsi al livello produttivo degli stati industriali più progrediti del mondo».

 

 

A chi dimostrava la necessità di provvedere alla crescente disoccupazione, l’Erhard rispondeva riconoscendo che la disoccupazione era divenuta nel 1949 (p. 31):

 

 

«un problema molto serio. Questa circostanza, certamente spiacevole, offrì sufficienti pretesti per maldire a tutto spiano della nuova politica economica. E questa una reazione tipica della mancanza di pazienza che molta gente manifesta di fronte a sviluppi necessariamente lunghi.

 

 

La disoccupazione, subentrata alla illusoria piena occupazione dell’epoca anteriore alla riforma monetaria, raggiunse alla fine del 1948, 760.000 unità. Durante tutto il 1949 il fenomeno non cessò, neppure nei mesi estivi, di aggravarsi. Mese per mese crebbe il numero dei disoccupati: da 962.000 nel gennaio a 1.560.000 verso la fine dell’anno».

 

 

I dirigisti non ricordavano però che la disoccupazione, invece di 1.560.000 avrebbe dovuto essere, per l’afflusso dei profughi dalla Polonia occupata e dalla Germania orientale, di quattro o cinque milioni; e che, se era di tanto minore, grazie dovevano essere rese anche alla apertura della Germania alla concorrenza internazionale. A risolvere il problema della disoccupazione non giovano i rimedi dirigistici. Occorre costringere, colla libertà della concorrenza, i produttori a razionalizzarsi, ossia a produrre di più e meglio (p. 95):

 

 

«Dobbiamo fare di tutto per risolvere questo serio problema sociale [dell’aumento della disoccupazione seguito alla riforma monetaria, la quale aveva “tolto alla economia il velo che aveva reso impossibile ogni calcolo esatto e dietro al quale si nascondeva anche una pseudo occupazione”]. Non dobbiamo liberare l’economia dalla pressione, per eliminare gli errori della struttura intima della economia tedesca che si sono palesati negli ultimi quindici anni. Non dobbiamo rinunciare a costringere l’economia a razionalizzarsi quanto possibile e ad eliminare tuttociò che non adempia una funzione autenticamente sociale ed economica».

 

 

L’Erhard non fa prediche; ma vuole una politica di concorrenza che «costringa» i produttori, imprenditori ed operai a lavorare più razionalmente; «costringa» con l’incubo del fallimento e non «persuada» con buoni consigli, con direttive e con larghezze creditizie.

 

 

Il successo «sociale» della politica di mercato, ossia della concorrenza, fu perciò grandioso, anche in materia di disoccupazione (in migliaia) (p. 66):

 

 

Occupati

Disoccupati

Totale

30 giugno 1948

13.468

451

13.919

30 settembre 1949

13.604

1.354

14.918

30 settembre 1956

18.610

411

19.021

 

 

L’esperienza da lui fatta della possibilità di assorbire non uno o due, ma cinque o sei milioni di profughi suoi compatrioti, condannati all’esilio dai comunisti e tutti disoccupati, lo fa guardare, quasi con collera, ai paesi i quali mettono ostacoli all’immigrazione (p. 177):

 

 

«È una situazione intollerabile che in un paese esistano ancora milioni di disoccupati, mentre altri stati non sanno dove andare a cercare le braccia e le teste per assolvere tutti i compiti incombenti…

 

 

Ho sempre sostenuto il principio che di unità europea si potrà parlare soltanto quando ogni cittadino del continente troverà libere e uguali possibilità di azione in qualunque altro paese europeo».

 

 

L’Erhard è fautore deciso della costituzione di una Europa unificata; ma reputa altresì che essa non possa nascere soltanto perché si sono creati gli opportuni uffici (p. 158):

 

 

«L’integrazione dell’Europa è più necessaria che mai ed è anzi già in ritardo. Ma la migliore integrazione dell’Europa che possa immaginarmi non si fonda sulla creazione di nuovi uffici o di nuove forme, amministrative e di burocrazia, crescenti, bensì in prima linea sulla restaurazione di un liberale ordine internazionale, la cui migliore e più compiuta espressione si ha nella libera convertibilità delle valute. La convertibilità delle divise include naturalmente la piena libertà e liberalità del movimento delle merci, dei servizi e dei capitali».

 

 

Non si integra l’Europa a pezzetti. Le basi di una integrazione totale europea (p. 60):

 

 

«si rinvengono in prima linea in un ordine politico valutario. Bisogna partire dalla nozione scientifica che l’ordine dell’economia nazionale non si fonda sopra un’addizione di ordini parziali, al modo stesso che non si può concepire l’economia nazionale come un edificio costruito di “scatolette”; si tratta invece di una funzione, di un tutto inseparabile. Si tratta di rapporti di natura umana e materiale che non possono vicendevolmente venir sciolti e tagliati a pezzi per poi essere di nuovo arbitrariamente rimessi insieme».

 

 

Né è necessario che, per unire l’Europa, si attenda la settimana dei tre giovedì, quando, ubbidendo alle norme particolareggiate dettate per ogni periodo, uno dopo l’altro, dai diplomatici riuniti attorno a un tavolo verde nelle diverse sedi delle loro peregrinazioni conciliatrici, le differenti economie dei sei o più paesi contraenti si saranno messe al passo nei loro ordinamenti legislativi ed effettivi. Egli ha (p. 60):

 

 

«sempre provato grande scetticismo di fronte a tutti i calcoli preventivi e all’illusione di poter fissare mediante piani il corso dell’economia».

 

 

Non credo l’Erhard parlerebbe male del piano Vanoni, perché questo non è mai stato, nel senso comunemente attribuito alla parola, un «piano» di esecuzione di qualcosa che debba essere costruito, alla moda di quel che sembra siano i piani russi; ma è un mero esercizio logico ad uso dei politici e degli amministratori italiani; e come tale è dedotto dalle premesse: se voi volete aumentare i salari nella percentuale x, dovete aumentare la produzione nella percentuale y; ma per aumentare di tanto la produzione, dovete rassegnarvi ad aumentare il risparmio nella proporzione z; e dovete rassegnarvi anche a non aumentare i consumi più del tot per cento. Che se anche volete assorbire due milioni di sedicenti attuali disoccupati e gli altri che vorranno fuggire, e ben a ragione, dalla terra, e vorrete pagare ad essi un salario, non potrete aumentare i salari dei già occupati di più di tot meno quot per cento. Vanoni ha reso un grande servizio alla classe politica colla offerta di questo che egli modestamente intitolò «schema» ed è un mirabile saggio di applicazione dell’eterno principio, sempre dimenticato dai cercatori di pronti rimedi ai malanni economici, quelli veri e quelli inventati per ingigantire, come se non fossero per se stessi abbastanza grossi, i veri: che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Che se i legislatori meditassero il proverbio sarebbe fatto un passo per la lotta contro la povertà forse più grande di quello, pur grandissimo, che vedemmo dianzi l’Erhard prevedere in seguito alla abolizione del controllo delle divise.

 

 

Tra i tanti piani, l’Erhard ha in dispetto particolare i piani fabbricati per armonizzare, uguagliare, compensare i punti di partenza, i metodi ed i sistemi invalsi nelle diverse economie dei paesi i quali creano unioni per questo o quello scopo. Se si è timidi e si ha paura del nuovo, non si concluderà mai nulla (p. 160):

 

 

«Oggi sembra predominare dovunque un certo timore della concorrenza, che è necessariamente collegata con la creazione di unità di mercato più grandi o è da essa provocata. Si ritiene che le condizioni per una libera concorrenza, in una simile integrazione, sarebbero troppo disuguali perché questo principio d’ordine della economia di mercato possa essere applicato senza gravi inconvenienti. Si dovrebbe quindi – così opinano parecchi costruttori dell’economia – compensare tra loro tutte queste difficoltà oppure portarle tutte allo stesso livello, prima di instaurare la libera concorrenza. Simili tentativi potrebbero invero condurre entro stretti limiti a un modesto successo; ma è del tutto illusorio ammettere che in questo mondo, cioè in un mondo di produttori in concorrenza tra loro, si possano stabilire, rispetto ai singoli fattori di costo, uguali condizioni di partenza. Il solo fatto di proporsi questo fine dovrebbe originare un dirigismo e un dilettantismo senza pari, che sarebbero condannati in anticipo alla sterilità».

 

 

L’«armonizzazione», tanto popolare tra coloro che, per concludere qualcosa, ragionevolmente sono pronti a compromessi, è illogica (p. 162):

 

 

«Sotto la parola d’ordine “armonizzazione” si giunge ad esigere che alla fine del periodo di transizione i livelli salariali dei singoli stati-membri dovessero essere parificati e che i loro costi complessivi di lavorazione risultassero equivalenti…

 

 

Dalla Sicilia al territorio della Ruhr la produttività non può rimanere uguale e pertanto non può esservi neppure un’uguaglianza di costi lavorativi… I livelli dei costi industriali sono, nei diversi paesi, un riflesso della produttività e non la premessa di un’uguale capacità di rendimento».

 

 

Si sottoscrivono trattati per favorire il commercio internazionale e frattanto si pongono condizioni, le quali, se attuate, lo renderebbero inutile (p. 163):

 

 

«Se ognuno può offrire ogni merce al medesimo costo, per quale ragione dovrei acquistarla altrove? In questo caso, lo scambio interstatale di beni perde il suo ultimo e vero senso. Il bello è appunto che tutti i paesi lavorano in condizioni diverse, che per l’uno il vantaggio è da questo lato, per l’altro da quello, che un paese è più dotato in questo e l’altro in quel campo…

 

 

Una simile stravaganza deve per forza portare alla istituzione di fondi che servano a risarcire o a risollevare artificialmente tutti coloro che sono o credono di essere in svantaggio… Qui, non viene premiato lo sforzo, ma, proprio all’opposto, viene sovvenzionata la prestazione più debole».

 

 

Gioverebbe anche all’interno di ogni paese meditare sull’assurdità e sul danno dei metodi con i quali, con svariati nomi di casse di compensazione o di conguaglio – per il frumento, per la canapa, per il riso, per l’elettricità e per ogni sorta di cose – si pretende di abolire i vantaggi della divisione del lavoro fra zona e zona, fra regione e regione e, per logica illazione, fra paese e paese. L’armonia si consegue attraverso la diversità, non a mezzo di artificiali uguaglianze preordinate; ed è il frutto non la premessa dell’opera comune (p. 164):

 

 

«L’armonizzazione sociale non sta al principio bensì alla fine dell’integrazione; non è realizzabile mediante faticose costruzioni, ma attraverso un adeguamento delle forme e concezioni di vita nel ritmo dell’integrazione progressiva… La funzione del «mercato comune» si fonda proprio sulla possibilità e necessità di un fecondo completamento reciproco dei singoli paesi secondo la misura della loro particolare e differenziata capacità di rendimento e la molteplicità delle condizioni naturali e strutturali».

 

 

L’armonia non si crea a forza, con ordini dall’alto; prima di imporla all’Europa, bisogna crearla dentro noi stessi (p. 165):

 

 

«È quasi tragico dover riconoscere che noi siamo già così intimamente intorpiditi da non poter comprendere l’ordine se non nel senso di “organizzazione”. Abbiamo perduto il senso dell’ordine vero, che è più forte e regna più schiettamente proprio là dove non viene affatto avvertito e rilevato…

 

 

[Fa d’uopo] prima di tutto sia assicurato l’ordine interno delle singole economie nazionali, perché diversamente l’integrazione dovrebbe per forza condurre al dirigismo internazionale».

 

 

Le cautele, le riserve scritte nelle convenzioni per il mercato comune minacciano ricadute nel male (p. 176):

 

 

«Lo stadio di libertà economica di volta in volta raggiunto non deve venir di nuovo ristretto da unilaterali misure statali. Fin quando rimarrà aperta una simile possibilità di ricadute, anche la professione di fede nella integrazione europea non sarà che una dichiarazione d’amore molto platonica…

 

 

Non sarebbe certo ragionevole concedere ai singoli paesi membri mano libera per regressi sulla via dell’integrazione, di modo che, presentandosi, ad esempio, difficoltà nella bilancia dei pagamenti, potessero venire impiegate clausole protettive, in virtù d’una propria sovranità, rimessa in vita per l’occasione. Né è buona soluzione che il paese in questione… possa venire successivamente costretto ad abrogare queste clausole protettive, qualora una decisione in tal senso venga presa da una maggioranza qualificata. Non c’è bisogno di molta fantasia per capire che una decisione del genere, costituendo un atto poco amichevole, non potrebbe, in pratica, essere quasi mai adottata».

 

 

O il mercato comune sarà liberista o correrà rischio di cadere nel collettivismo (p. 208):

 

 

«Nel mercato comune… o si fa strada lo spirito del liberismo ed avremo allora un’Europa felice, progressiva e forte, o tentiamo di accoppiare artificiosamente sistemi diversi ed avremo perduta la grande occasione di una integrazione autentica. Una Europa dirigisticamente manipolata dovrebbe, per sistema, lasciar paralizzare le forze di resistenza contro lo spirito del collettivismo e del dominio delle masse, e illanguidire il senso di quel prezioso bene che è la libertà».

 

 

La politica di armonizzare, uguagliare, compensare è (p. 208):

 

 

«quanto mai pericolosa… Lo sviluppo tendenzialmente inflazionistico in alcuni paesi [con rigidi corsi dei cambi!] è da riferire, non da ultimo, anche alla concessione di prestazioni sociali superiori alle possibilità di rendimento dell’economia nazionale. Poiché nel campo politico un adeguamento nelle prestazioni sociali non può avvenire mai verso il basso, ma solamente verso l’alto, ne deriva la conseguenza che anche quelle economie nazionali le quali avevano potuto finora conservare un ordine equilibrato, o vengono spinte per forza, a loro volta, su quella via rovinosa, o devono scontare la colpa altrui sotto la forma dell’applicazione di clausole protezionistiche da parte dei loro contraenti».

 

 

È una disgrazia che la politica commerciale sia attuata da diplomatici (p. 146):

 

 

«Noi soffriamo già abbastanza per lo sminuzzamento delle competenze nella politica economica… Ci volle la mia energia per non abbandonare completamente la politica commerciale alla competenza dei dirigenti della politica estera».

 

 

Costoro sono involontariamente condotti ad accogliere la premessa di una lotta fra stati. Appartiene (p. 138):

 

 

«alla mentalità di un passato sperabilmente superato il concepire la politica commerciale come una serva della politica estera o magari come uno strumento della politica di forza dello stato».

 

 

Troppo spesso i politici e con essi i diplomatici partono dal concetto, economicamente sbagliato, che il vantaggio recato ad altri, ad esempio, con una riduzione di dazi a favore delle importazioni estere, sia dannoso a noi. Si teme di recare altrui un sia pur minimo beneficio, per il timore che ciò sia dannoso per noi (p. 175):

 

 

«Il benessere di un paese, in un mondo libero, deve essere forse motivo di preoccupazione o di timore per i vicini?

 

 

Ciò è naturalmente da escludersi con la massima fermezza. È una verità economica lapalissiana che le cose possono andar bene ad uno dei contraenti solo se anche gli altri prosperano economicamente. Con mendicanti non si possono concludere affari…

 

 

Come nei nostri paesi ci troviamo di fronte alla necessità di liberare il popolo dalla povertà e dal bisogno, di far partecipare un numero sempre maggiore di persone a un tenor di vita più elevato, di dare al popolo il modo e la sicurezza di potersi sviluppare liberalmente, di diventare indipendente di fronte ai poteri dello stato pur sentendosi impegnato a rispettarne gli ordinamenti, così i medesimi principi vanno applicati alla collaborazione economica internazionale del mondo intero».

 

 

Il negoziatore di trattati commerciali, il quale si considera disonorato se consente a ridurre i dazi proprii di più di quanto l’uomo seduto al lato opposto del tavolo intende ridurre i suoi, dimostra perciò di essere dominato da una psicologia bellica. La tesi corretta invece è: a noi conviene aprire le porte alle merci forestiere, anche se gli stranieri le tengono chiuse in faccia alle nostre esportazioni (p. 190):

 

 

«nella politica doganale… quanto è giusto in linea di principio può essere realizzato senza bisogno di una contropartita di prestazioni dall’altra parte contraente».

 

 

Se l’Erhard non è preoccupato per l’invasione delle merci estere, egli non è neppure preoccupato dai progressi di quello che, con barbara parola, è di moda chiamare automatismo ed è un mero anello dell’avanzamento tecnico, il quale domani prenderà altre forme ed altri nomi. Egli non teme che il nuovo perfezionamento tecnico cresca la disoccupazione. Forseché la tecnica in passato non ha sempre invece aumentate le occasioni di lavoro? (p. 212):

 

 

«La situazione politico sociale che favorisce lo sviluppo [dell’automatizzazione o anche automazione della tecnica industriale] è contraddistinta non da un eccesso ma proprio al contrario da un difetto di forze lavorative, che anzi si aggraverà ancora. In singoli settori potrà magari compiersi una rivoluzione tecnica che tendenzialmente limiterà l’attività umana alla messa a posto ed alla sorveglianza dei macchinari, ma non avverrà certamente una rivoluzione industriale che manifestamente debba ridestare tragici ricordi delle difficoltà sociali che sorsero con l’affermarsi della macchina».

 

 

Egli non ammira neppure i predicatori i quali si scagliano, a parole, contro le ricchezze e contro l’aumento del benessere; e dal crescere della ricchezza e del benessere traggono prognostici di un incremento delle tendenze ai piaceri materiali ed immorali (pp. 118-19):

 

 

«Nessuna obbiezione mi impedirà di credere che la povertà sia il mezzo più sicuro per far intristire l’uomo nelle piccole preoccupazioni materiali della vita quotidiana. I geni forse si librano al di sopra di simili angustie; ma in genere gli uomini diventano sempre meno liberi a causa dei crucci materiali e proprio perciò rimangono succubi di pensieri ed aspirazioni materiali…

 

 

Solo se è sistemata la base materiale degli uomini, questi diventano liberi e maturi per una attività superiore.

 

 

Se gli uomini vivono in belle abitazioni; se risentono anche nella propria casa una parte del progresso che li circonda nella fabbrica; se le madri e le mogli alla sera non hanno più bisogno di stare in piedi in cucina a dispetto della loro spossatezza, ma grazie al progresso moderno si possono dedicare alla loro famiglia, tutto ciò dovrebbe certamente essere molto utile allo sviluppo delle forze spirituali.

 

 

È certamente altrettanto giusto che, considerando caso per caso e tenendo conto dell’aumento di ciascun reddito familiare, si desideri di vedere un risultato migliore che non un numero crescente di bistecche e di cotolette consumate; che si desideri, cioè, di portare persone i cui redditi sono in aumento a modificare anche i criteri della loro condotta di vita. Tutto ciò è incontestabilmente giusto ed importante, ma non si deve dimenticare che il ministro dell’economia e l’economista non sono chiamati precisamente e precipuamente a educare gli uomini in questo senso».

 

 

Le querele dei ricchi a proposito del lusso dei lavoratori gli paiono ipocrite (p. 117):

 

 

«Non ha forse una certa aria farisaica che gli strati più agiati o addirittura più ricchi del nostro popolo si indignino per la smania di godimento e la avidità di coloro i quali in fondo non hanno altro desiderio che d’imitarli?».

 

 

Non ammira tuttavia, in coloro che sono saliti nella scala sociale, il mal vezzo di lamentarsi più di prima (p. 122):

 

 

«La stessa gente che nel 1956 non era contenta della sua posizione economica, non avrebbe neppure lontanamente osato sperare nel 1947 e 1948 di giungere a tal punto otto anni dopo. Questo non impedisce tuttavia che sia malcontenta. L’invidia è il “complesso” che la tormenta. Il tedesco è fatto evidentemente in modo che non sa sopportare che a un altro – al vicino, all’amico – le cose vadano anche meglio. Allora, per quanto sia buona la sua posizione, diventa invidioso e malcontento».

 

 

L’Erhard parla dell’invidia tedesca. Direi che l’invidia sia un peccato mortale proprio di tutti i popoli. Le inflazioni delle due guerre mondiali, distruggendo in pochi anni un equilibrio sociale e morale formatosi nei secoli e che solo lentamente può essere modificato con vantaggio della stabilità politica e sociale, hanno anche in Italia divulgato quel male massimo della società contemporanea che si chiama invidia.

 

 

L’Erhard non rifugge però dai colpi di ariete anche improvvisi contro la muraglia del male economico, che per lui si identifica col dirigismo. Già nel 1949 diceva (p. 87):

 

 

«Non illudiamoci, tutto il popolo tedesco sa fin troppo bene che da un lato il dirigismo economico e dall’altro il blocco dei prezzi d’imperio erano i segni esteriori del malgoverno che ha oppresso il popolo per quindici anni. Se non siamo risoluti… ad estirpare questi classici sintomi del nostro malgoverno… nessuno tra il popolo crederà che la riforma monetaria possa condurre davvero al nostro risanamento… Respingo radicalmente il principio della pianificazione e del dirigismo in un campo in cui il singolo cittadino, come consumatore o produttore, ha diritto di non essere tormentato da mane a sera».

 

 

I socialisti tedeschi erano in modo particolare allarmati per l’impeto col quale il professor Erhard camminava verso l’attuazione del suo programma di libertà. La tesi, obbiettava il socialista dottor Kreyssig (p. 87):

 

 

«del salto nell’acqua fredda… della libertà dei prezzi… è un rischio terribile per gli imprenditori… È un passo assai problematico gettare nell’acqua fredda un uomo mortalmente malato, e l’economia tedesca è da tre anni mortalmente malata… Coi piccoli aumenti di salari che i lavoratori riusciranno a conquistarsi dopo la riforma monetaria, ciascuno di essi dovrà contentarsi, per esempio, di un paio di calze o di una camicia».

 

 

Erano le solite critiche dei timidi, i quali reputano che, se un popolo è povero od impoverito, se esso deve superare ostacoli formidabili, debba essere aiutato, guidato, indirizzato, sorretto dal governo. Appunto quando le cose paiono disperate fa d’uopo essere audaci. Cent’anni prima, Camillo di Cavour praticava quella stessa politica del salto nell’acqua fredda, non solo nelle cose politiche, ma anche in quelle economiche, che oggi, con altrettanto successo, l’Erhard ha attuato nelle cose economiche (p. 91):

 

 

«Mi figuro cosa sarebbe avvenuto se non ci fossimo messi per questa strada, ma avessimo agito con maggior prudenza, vale a dire fossimo scivolati nella riforma monetaria con mezzo tesseramento e mezza formazione dei prezzi! Quale autorità sarebbe stata allora in grado, senza conoscenza del mercato, di emettere tessere annonarie o statuire diritti sia pur generici di assegnazione di merci? …

 

 

Tesseramento e politica dei prezzi sono uniti come fratelli siamesi, ma come questi formano insieme un parto mostruoso e nulla più».

 

 

Seguitare a discutere è vano; occorre passare all’opera (pp. 176-177):

 

 

«Abbiamo bisogno di fatti. Di parole se ne sono scambiate davvero a sufficienza. Checché abbiano a dire in proposito tutti i savii del globo, io sono fermamente convinto che il problema possa essere portato a buon fine in pochissimo tempo, purché lo si affronti con un poco più di coraggio e di fiducia. Nella mia vita ho sempre fatto l’esperienza che la libertà e anzitutto il coraggio di farla rispettare hanno dato buoni frutti».

 

 

Naturalmente, importa non scoraggiarsi dinnanzi alle prime avversità (p. 42):

 

 

«Quanto necessario tenere a posto i nervi!»

 

 

Ed ancora (p. 20):

 

 

«Se i nervi non reggono e ci arrendiamo a una critica maligna e demagogica, ripiomberemo in uno stato di schiavitù. Allora il tedesco perderebbe di nuovo la libertà che ora gli abbiamo fortunatamente restituita; allora ricadremo nella economia pianificata che a tappe, ma sicuramente, conduce all’economia diretta, all’amministrazione autoritaria fino al totalitarismo».

 

 

Non occorre continuare negli estratti del libro dell’Erhard; ché pare bastino quelli riprodotti a chiarire l’avversione del vicecancelliere tedesco al dirigismo e la sua fede nella politica liberale. Quel che è singolare nel libro dell’Erhard non è che sia stato scritto senza peli sulla lingua; ma che a scrivere con franco linguaggio, senza preoccuparsi di essere tacciato di teorico alieno dalla pratica, sia un ministro in carica; il quale appunto per il suo parlar chiaro ed il suo agire chiarissimo ha ottenuto dagli elettori inusitata larghezza di suffragi.

 

 

Gli estratti da me insieme cuciti nelle pagine precedenti chiariscono il significato sostanziale dell’aggettivo «sociale» ficcato in mezzo alle parole «politica di mercato», che sono il vero sugo della dottrina di Erhard. Non pochi anni or sono Ferdinando Martini, assillato da una anziana signora britannica, la quale non rintracciava nei vocabolari della lingua italiana una parola molto usata nel parlare comune veneto e di cui gli imbarazzati amici italiani avevano una certa ritenutezza a dichiararle il senso, la tranquillò con: «la non si confonda, signorina, gli è un semplice riempitivo». In senso diverso ed opposto, anche il qualificativo «sociale» è un semplice riempitivo. A differenza di quello del Martini, che è di gran peso per la persistenza dell’aggregato umano, il riempitivo «sociale» ha l’ufficio meramente formale di far star zitti politici e pubblicisti iscritti al reparto «agitati sociali». Il capo della politica economica della Germania sa che egli deve, nella attuazione dei principi, rassegnarsi a compromessi e ripetutamente ed apertamente dichiara di avere in passato e di volere in avvenire tener conto delle circostanze e delle opposizioni e delle opinioni diverse di coloro il consenso dei quali è necessario per l’attuazione della sua politica. Altro è tuttavia il compromesso accettato da chi vuole la libertà e conosce i limiti entro i quali, per attuare i punti essenziali della politica liberale, si possono accogliere taluni vincoli e dettare talune norme obbligatorie ed altro è quello che i dirigisti consigliano per ragioni cosidette «pratiche» mentre rendono omaggi verbali di «principio» alla libertà, sempre posta in sommo luogo nel loro cuore. Il compromesso dei liberali è conforme ai principi ed è fecondo di avanzamento economico e di benessere sociale; quello dei dirigisti è una smorfia ipocrita la quale prelude alla tirannia ed alla miseria.

 

 



[1] LUDWIG ERHARD, Benessere per tutti, con suggestiva prefazione di Giuseppe Medici, ministro del tesoro, Garzanti, 1957.

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