Economia di concorrenza e capitalismo storico. La terza via fra i secoli XVIII e XIX[1]

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/06/1942

Economia di concorrenza e capitalismo storico. La terza via fra i secoli XVIII e XIX[1]

«Rivista di storia economica», giugno 1942, pp. 49-72

 

 

 

Wilhelm Röpke, Die Gesellschaftskrisis der Gegenwart, Eugen Rentsch Verlag, Erlenbach – Zurich 1942. Un vol. in ottavo di pp. 410. S. i. p.

 

 

1. – Chi, tratto dall’ansia naturale di conoscere le proposte concrete fatte seguire all’analisi della crisi sociale contemporanea, comincia a leggere il libro che qui si annuncia dall’ultimo capitolo della parte seconda (parte prima: analisi ed interpretazione; parte seconda: azione) può credere per un momento di trovarsi di fronte ad uno dei tanti riformatori sociali dell’ala conservatrice piccolo borghese, piccola proprietaria, vagamente colorata di romanticismo medievaleggiante. I tipi ideali della società perfetta ci appaiono incarnati nei contadini proprietari di un podere bastevole alla vita della loro famiglia, negli artigiani indipendenti, nei piccoli e medi industriali, talvolta nei commercianti, spesso nei liberi professionisti, nei magistrati indipendenti, nei soldati orgogliosi del loro corpo, nei funzionari devoti alla tradizione dei servigi resi allo stato. È necessario con le leggi, con i costumi, con l’esempio, con la predicazione far rifiorire queste classi sociali, nelle quali vive una società sana; e ridurre invece il campo dove vigoreggiano la grande impresa, la industria colossale i grandi magazzini, le agglomerazioni operaie, le città mostruose. Anche là dove la macchina comanda, dove la concorrenza impone la riduzione dei costi spingendo al massimo la divisione del lavoro, importa opporre una diga, molte dighe al dilagare del livellamento, dell’asservimento degli uomini alla macchina bruta; importa combattere i cartelli, i monopoli, i consorzi, decentralizzare l’industria, portandola nelle campagne e ponendo un limite al crescere delle città industriali. Occorre dare agli operai la casetta, il giardino, l’orto; ridare ad essi il senso di essere proprietari, di essere qualcosa di più di un numero nella folla delle formiche lavoratrici stritolate dal leviatano industriale. Se anche ne andrà di mezzo una parte, forse grande della moderna legislazione sociale di tutela universale e sulle assicurazioni in caso di malattie disoccupazione vecchiaia invalidità; se anche ne usciranno stremate le organizzazioni coattive in cui oggi i lavoratori sono classificati, poco male. Anzi molto bene, se così avremo ridato agli uomini il senso della vita morale, della indipendenza materiale e spirituale. «Siete voi cattolico?» chiese al Röpke un alto funzionario dell’ufficio internazionale del lavoro al quale egli aveva invano cercato di spiegare che l’ufficio, invece che il rimedio, era il sintomo di una delle più gravi malattie sociali del tempo presente, il cui nome era “proletariato”; e che l’opera dell’ufficio, rivolta esclusivamente a curare i sintomi, aggravava la malattia (p. 352). La domanda, tante volte da altri mossa, per analoghe ragioni, due terzi di secolo or sono al Le Play, voleva, nell’intenzione di chi l’aveva fatta, tacciare il Röpke di ritorno all’antico, di conservatorismo reazionario, di romanticismo economico, di riesumazione medievale dell’enciclica Rerum novarum, di rinuncia al progresso tecnico, di negazione dell’evoluzione fatale, la quale tende a sostituire la grande alla piccola e media intrapresa, a trasformare l’agricoltura in un’industria, ad imprimere il suggello della scienza alla struttura economica sociale e politica delle nazioni, a porre al luogo dei rapporti spontanei patriarcali personali emulativi caritativi associativi tra uomini appartenenti alla famiglia al vicinato al mestiere al comune i legami razionali del regolamento collettivo dei salari e delle prestazioni di lavoro e della distribuzione dei rischi mercé l’assicurazione obbligatoria, muovergli rimbrotto di negare l’evoluzione la quale tende a distruggere l’odierna anarchia sfruttatrice capitalistica degli alternanti eccessi di prosperità e di crisi, di carestia di mano d’opera e di disoccupazione, per attuare il piano sapientemente ordinato dal consiglio dei gruppi sociali interessati assistiti e frenati da tecnici economisti e politici imparziali.

 

 

2. – In verità il funzionario dell’Ufficio internazionale del lavoro non aveva compreso che il Röpke aveva, con le sue parole ed ora col suo libro, tentato di rispondere all’invito rivolto da Cristo ai discepoli: andate tra le genti e recate ad essi non il vostro ma il mio verbo. Ed il vangelo di Cristo non era economico, era umano. Egli non disse agli uomini: arricchite; ma rendetevi meritevoli di salire nel regno dei cieli. Solo operando il bene, costruirete una città terrena sana stabile prospera. Il libro di Röpke è scritto da un economista; ed ha perciò il valore di cosa scritta da chi conosce a fondo i problemi dei quali discorre. Quando egli critica gli istituti della società capitalistica contemporanea, i monopoli, i cartelli, i consorzi, i brevetti d’invenzione, le società per azioni, il macchinismo, la proletarizzazione, l’impiegomania, la fuga dalla terra, l’accentrarsi degli uomini nelle grandi città industriali, la pubblicità, il livellamento dei gusti dei consumi e dei costumi, la disuguaglianza delle fortune e dei redditi, la sua non è la declamazione indignata del predicatore moralista o l’analisi sedicentemente scientifica del marxista il quale constata freddamente il preteso fatale avvento del collettivismo; ma la dimostrazione convincente dell’economista, il quale ha fatto le sue prove e in scritti celebrati si è messo in prima fila tra gli studiosi dei problemi economici contemporanei. Ma se l’economista di vaglia avesse scritto come economista, il suo libro non avrebbe potuto assurgere, come accade, alla dignità di voce rappresentativa dell’epoca presente; non avrebbe offerto, come promette l’editore nella sovraccoperta del volume, «un orientamento nel caos del tempo nostro». I libri degli economisti puri non offrono orientamenti, sibbene strumenti, talvolta utilissimi, di interpretazione dei fatti economici o di critica delle norme legislative e dei provvedimenti amministrativi riguardanti i problemi economici. Il che può essere molto, se i libri sono ragionati bene; ma può anche essere nulla, se essi sono ragionati a vuoto. V’ha qualcuno il quale, leggendo libri nostrani o forestieri sull’economia italiana o tedesca o russa o britannica, riesca a sottrarsi, anche quando miracolosamente si trovi di fronte a saggi ben ragionati, all’impressione che essi tacciano sul punto che ha maggior peso: quale è il vero oggetto del quale discorrono? La struttura economica quale essa di fatto è o quale essa è descritta nei testi di legge o di regolamento? L’ordinamento corporativo italiano o quello tedesco dell’impresa condotta da un capo (Fuhrer) degno di fiducia o quello russo dell’impresa collettiva, o quello britannico dell’impresa individuale quali sono descritti nei documenti ufficiali o quali in realtà essi sono? Troppo spesso gli economisti non azzardano giudizi di valore su quello che è il punto di partenza dei loro discorsi; e le scritture che ne seguono appaiono e sono esercitazioni scolastiche. Essi “assumono”, come si usa dire oggi, “suppongono” come si usava dire una volta la realtà come se fosse economica; e continuano difilati a ragionare ottimamente partendo da premesse delle quali non si conosce il valore. Questo è, a cagion d’esempio, il rimprovero massimo che io faccio alle opere recenti, pur sotto tanti aspetti meravigliose, degli scrittori della scuola di Cambridge e principalmente dei due più meritamente celebri: Pigou e Keynes. The Economics of Welfare del primo ed A Treatise of Money e The General Theory of Unemployment, Interest and Money del secondo, sono libri per troppa parte irreali, perché suppongono che il problema che gli uomini intendono risolvere sia economico, e che gli uomini vogliano produrre e distribuire ricchezza in modo da raggiungere certi massimi calcolabili economicamente.

 

 

Questa non è la critica volgare di chi rimprovera agli economisti di far bene il loro mestiere, che è di ragionare partendo da chiare semplici premesse economiche. Si vuole invece e soltanto dire che gli economisti, essendo abituati a ragionar bene, debbono anche prendere atto di ciò che gli uomini in certi momenti della loro vita, forse nei momenti decisivi, decidono di non ragionar bene in punto di acquisto di ricchezza, preferiscono il poco al molto, attribuiscono il connotato di “bene” ad entità poste fuori del mondo materiale, si stancano di far calcoli e pongono alla loro condotta «economica» limiti al di là dei quali non si passa senza che la società umana medesima si dissolva. Invece di riconoscere che la scienza economica è propria di un dato tipo di organizzazione sociale e politica – quella che all’ingrosso più sotto si dirà di mercato – e vive di questa ed entro i limiti di questa, gli economisti, illudendosi di rimanere al di fuori della mischia, immaginano di costruire sul serio sub specie aeternitatis. Così non è, neppure in sede astratta. Tutta la letteratura, nell’ultimo decennio tanto abbondante nei paesi di lingua anglosassone, a tendenza filocomunistica; tutte le sottili dimostrazioni sulla possibilità, teorica e pratica, di funzionamento di una economia collettivistica, sulla possibilità cioè in questa economia di un mercato nel quale si formino prezzi salari saggi di interesse e di capitalizzazione, soffrono del peccato originale di essere opera di economisti i quali non hanno degnato di porsi per un istante la domanda: chi sono gli uomini i quali dovrebbero attuare od hanno attuato un ordinamento siffatto? E come l’hanno attuato o l’attuerebbero se fossero uomini russi tedeschi italiani francesi inglesi americani o giapponesi o cinesi? Volendo discutere un problema di governo della moneta o di governo dell’economia in genere, codesti cambridgiani si muovono, come è loro diritto e loro dovere, nel mondo rarefatto di premesse puramente economiche; ma giunti alla conclusione si dimenticano di esserci giunti supponendo stranamente che gli uomini si preoccupino soltanto e sovratutto di risolvere problemi economici e guardano con compatimento, specialmente i giovinetti che nulla han meditato fuor di quei quattro libri, pur grandi ma in se stessi finiti, di cui si leggono i titoli negli annuari delle loro università, a chi, stupefatto, chiede: che uomini son costoro che voi supponete agiscano in maniera tanto contraria all’esperienza storica?

 

 

3. – Röpke non è un cambridgiano; e non è neppure un adepto di nessuna delle scuole in cui, in ossequio ai comandamenti invalsi nei singoli paesi, si dividono ormai gli economisti: corporativisti in Italia, social-nazionalisti in Germania, new-dealisti negli Stati Uniti, regolamentaristi un po’ dappertutto, liberali o liberisti in qualche angolo nascosto del mondo. Egli cerca una via nuova, la “terza via” come la chiama. Ma egli, economista, la cerca alla luce di una sua visione del mondo e, più precisamente, di una sua visione della storia dei paesi di civiltà occidentale, negli ultimi due secoli. La sua visione non è economica; ma umana. Quel che deve essere visto non è l’aspetto economico, sibbene sovratutto l’aspetto morale. Poiché si decide delle sorti dell’umanità, poiché si deve indicare in che consista la crisi della società nel momento presente, parla il filosofo, il politico, il moralista, lo storico. L’economista, come deve, ascolta e risponde sommessamente alle sole domande che gli sono rivolte.

 

 

Ma, a differenza degli economisti tedeschi della scuola storica, i quali volevano che la storia o, meglio, la cronaca dei fatti, l’esposizione cosiddetta “oggettiva” degli avvenimenti e delle istituzioni del passato servisse a creare una nuova scienza economica, diversa da quella classica che essi negavano e perciò, se talvolta fecero della superba erudizione, o, come mi par si esprimano gli storici quando vogliono negare a qualcuno l’ala dell’intendimento dei fatti passati, della dotta filologia, non riuscirono a scrivere né storia né teoria, Röpke non parte dalla negazione della teoria. Tra gli autori da lui citati non vedo né Roscher, né Wagner, né Sombart, né Hildebrand, né Brentano, né Knies; e tra i pochissimi economisti sono ricordati Haberler, Hayek, Keynes, Knight, Mill, Overstone, Robbins, Robertson, Say, Adam Smith, Walras, Wicksteed e cioè classici o perfezionatori delle teorie classiche. Come economista, non fa professione di alcuna sorta di eresia; e, poiché egli appartiene alla specie degli economisti senza aggettivi, non ha fatto propria alcuna deteriore forma di visione del mondo e di giudizio sulle ragioni della vita come è proprio delle varie qualità di economisti aggettivati. Il materialismo storico dei marxisti, il paternalismo statale dei socialisti della cattedra, il geopoliticismo dei teorici dello spazio vitale non fanno presa su di lui. Le sue simpatie intellettuali, se si può giudicare dalle citazioni, vanno verso filosofi poeti storici pensatori diversissimi tra loro, come Th. W. Arnold, Jacob Burckhardt, G. K. Chesterton, B. Constant, Demostene, W. Eucken, E. Faguet, Goethe, Hegel, Holderlin, A. Huxley, Larochefoucauld, Lichtenberg, W. Lippmann, J. de Maistre, K. Mannheim, H. Massis, Montesquieu, Nietzche, Ortega y Gasset, Quinet, W. H. Riehl, A. Rustow, F. Schiller, Tacito, Taine, Tocqueville, Voltaire, Max Weber, Oscar Wilde. Non ricorda, in questo libro, Pareto e neppure, lacuna ben più grave per chi ha una concezione della vita, Benedetto Croce.

 

 

4. – Se le premesse ora fatte danno ragione bastevole dell’interesse destato in chi scrive dal libro del Röpke, vi si aggiunse presto, leggendo, un’altra ragione e questa tutt’affatto soggettiva: vi rividi, derivati da una concezione sistematica della malattia sociale presente, taluni concetti che ad uno ad uno avevo avuto occasione di esporre qui ed altrove. Ci sono idee le quali sono nell’aria e come avverte il Röpke non sono il privilegio di nessuno studioso e di nessun paese in modo particolare. Era accaduto anche a me, a cagion d’esempio, di attribuire alla legislazione sui brevetti di privativa per le invenzioni industriali una responsabilità non lieve nel creare e mantenere monopoli cartelli e consorzi e di invocare riforme legislative allo scopo di ridurre al minimo la durata delle privative, facendo seguire subito un periodo di licenza obbligatoria con canone fissato d’autorità dal magistrato; e di insistere affinché la decisione sulle controversie economiche, ad es. sul punto se un consorzio di produttori o di operai abbia indole monopolistica e quindi contraria alla collettività, fosse attribuita non ad autorità amministrative o politiche ma a magistrati giudiziari inamovibili.[2] Che la terra non possa essere considerata come un mero investimento prescelto in vista del reddito netto monetario fornito al capitale fisso, a quello mobile ed al lavoro, ho dichiarato qui troppe volte perché cada dubbio sul mio essere oramai “fissato” in proposito. Il possedere e coltivar terra è un modo di vita, che suppone una invincibile repugnanza al calcolo economico quale comunemente si formula in lire soldi e denari. Il modo di vita fa il contadino e l’agricoltore diversi dagli altri uomini economici, e spiega l’impossibilità di importare dal di fuori istituzioni e costumi repugnanti all’animo di chi nacque contadino od agricoltore in quel dato luogo o tempo. Il Röpke ha fede robusta nella possibilità di ricreare il modo di vita “contadino”; ma egli è convinto che gli ideali si raggiungono col mutare non le leggi coattive esteriori, sì le idee ed i sentimenti; impresa difficile, ma la sola che valga la pena tentare. This damned constitution was never enacted; it simply did grow. Questa maledetta costituzione [si tratta di quella inglese, ma il detto può essere applicato ad ogni istituzione la quale sia durata lungo parecchi secoli] non fu mai stabilita per legge; nacque e crebbe, così, semplicemente[3].

 

 

Sovratutto mi era accaduto di manifestare viva repugnanza verso il livellamento, verso l’uguagliamento, verso il conformismo, ossia verso i sentimenti e le idee le quali paiono precipitare fatalmente le società moderne nell’abisso delle forme di vita comunistiche, nelle quali l’uomo è ridotto ad una ruota di un meccanismo mosso da qualcosa che sta al di fuori e al di sopra di lui: – la macchina, il comando del massimo guadagno netto o del massimo prodotto lordo del gruppo, della nazione, dello stato, della umanità. Dall’incubo tremendo gli uomini si salvavano nei secoli del basso impero romano colla fuga nel deserto o tra i barbari; oggi taluni tentano vie che dissi di anacoretismo economico; e sono l’artigianato, il mestiere ambulante, la bottega indipendente, il podere autonomo, la professione libera, l’occupazione saltuaria di traduzioni, di collaborazioni, di lezioni private, espedienti tutti che consentono di sfuggire all’impiego, all’orario, all’ufficio, alla macchina, alla gerarchia di capi sottocapi sovrastanti aguzzini. Gli anacoreti conducono vita sempre più grama a mano a mano che la lebbra del macchinismo, dell’ufficio, del livellamento, del collettivismo si estende ed assorbe, deprimendone il livello, la massima parte del reddito sociale; ma, esaltandosi in se stessi, crescono la propria vita interiore e pongono le fondamenta della società futura rinnovata[4].

 

 

Sono dunque gli anacoreti i componenti la classe eletta? O sono invece, come vuole il Pareto, coloro i quali di fatto li governano politicamente ed economicamente? Da quale delle due classi sono tratti coloro che il Le Play ha chiamato “autorità naturali”, “modelli della vita privata”, i quali «coll’esempio della loro famiglia e del loro opificio, con la scrupolosa pratica del decalogo e delle consuetudini della pace sociale, acquistano l’affetto ed il rispetto di tutti coloro che li circondano e così fanno regnare il benessere e la pace nel vicinato»?, quelli che Platone (Leggi, dodicesimo) ha detto «uomini divini, di cui il commercio ha pregio inestimabile…, i quali hanno saputo serbarsi puri da corruzione» e dall’osservare le sentenze dei quali soltanto nasce «la perfezione nella cosa pubblica»? Come già insegnava Vico, non importa che le classi dirigenti abbiano condotto i popoli alla rovina militare od alla dissoluzione interna. Se sopravvivono alla rovina talune famiglie sane non esiste un fato invincibile, il quale conduca necessariamente la società alla morte. Le formule usate da classi dirigenti, le quali non si inspirano alla legge morale, non sono fatalmente destinate a prevalere. La classe eletta, la sola veramente dirigente nei millenni, non è in esse. Sopravvivano operanti ed insegnanti alcuni saggi, alcune famiglie ed alcuni gruppi sociali inspirino tuttora la loro azione all’insegnamento dei saggi, e le epoche di prosperità possono ritornare[5].

 

 

Ma giova riconoscere che queste ed altre idee fluttuanti negli scritti venuti alla luce nel tempo dopo il 1914 sono rimaste finora frammentarie, esposte in scritti dispersi di qualche decina di economisti di psicologi di filosofi e di storici sparsi nei più diversi paesi del mondo. Viene ora Röpke, il quale riannoda le sparse fila e le presenta, in un libro sistematico, fortemente ragionate ed esposte in maniera destinata ad incatenare l’attenzione di tutti coloro i quali pensano.

 

 

5. – Errano grandemente coloro i quali dicono essere il secolo diciannovesimo l’età del liberalismo politico e del liberismo economico. La storia si compie manifestamente in due fasi, la prima di incubazione interna spirituale e la seconda di attuazione esterna materiale e, poiché l’una fase segue l’altra a gran distanza di tempo, dalla coincidenza dell’attuazione di un’incubazione spirituale chiusa da gran tempo coll’incubazione di un periodo nuovissimo che sta per venire nascono fenomeni di interferenza meravigliosi e sconcertanti. Per chiarire il concetto con altro esempio: le grandi ondate della storia ci raggiungono quando il piroscafo che vi ha dato origine da gran pezza è scomparso dall’orizzonte ed un altro si è fatto innanzi. Noi viviamo oggi in un periodo di attuazione, i cui germi risalgono al diciannovesimo secolo, mentre gli avvenimenti esterni materiali e politico-sociali del diciannovesimo secolo sono in sostanza il frutto maturo del secolo diciottesimo. Il liberalismo, l’umanitarismo, la libertà, l’ordine, il raffrenamento razionale degli istinti, la pace e il progresso e gli altri attributi del diciannovesimo secolo, appaiono, alla luce di questo concetto, prevalentemente il compimento delle teorie spirituali e morali del diciottesimo, un’eredità culturale, della quale il diciannovesimo secolo è vissuto senza integrarla, poiché la formazione di nuove idee si era indirizzata ad altre più grossolane mete. Il diciottesimo secolo aveva seminato ed il diciannovesimo ereditò anche la gloria la quale avrebbe dovuto spettare al seminatore… Noi oggi ci troviamo nella infelice situazione di mietere quel che gli spiriti dirigenti di cent’anni fa avevano cominciato a seminare, quando il seme del secolo diciottesimo, insieme con le erbacce ben note, era già divenuto maturo. Di fatto, in quel tempo dal 1830 al 1840, si notavano i primi inizi del generale dissolvimento spirituale, della distruzione delle riserve di cultura che ci hanno dato il “grande interregno spirituale” odierno. Dovrebbe esserci invero di conforto e di sprone il pensiero che gli avvenimenti esterni dei nostri giorni sono l’ultima fase di attuazione di un periodo oltrepassato e chiuso, mentre l’incubazione dell’avvenire prosegue da lungo tempo in silenzio in tutt’altre direzioni ed è affidata alla nostra volontà formativa e alla nostra collaborazione.

 

 

Tra gli uomini che veramente formarono il secolo diciannovesimo quale fu per se stesso, non quale in parte continuò ad essere per eredità del secolo diciottesimo, Röpke sceglie Federico List, uomo politico ed economista, il cui libro Das nationale System der politische Okonomie fu pubblicato appunto nel 1841. Quella è la vera data d’origine del secolo diciannovesimo il quale, se inteso in senso spirituale non meramente cronologico, è per l’appunto chiuso all’incirca tra le due date del 1840 e del 1940. In List si trovano in germe le idee le quali, a poco a poco cresciute e rafforzatesi, informarono di sé il secolo diciannovesimo. Egli aveva giustamente veduto il peccato cardinale della dottrina del laissez-faire nella ingenua credenza che potesse essere vitale e bastevole a se stessa una economia fondata sulla concorrenza; ma, volendo correggerla, commise il peccato ancora più grave di supporre che ove lo stato avesse, con dazi ed altri mezzi adatti, incoraggiato nei paesi agricoli il sorgere dell’industria, questa sarebbe stata sufficiente a trasformare la società intiera. L’errore fu di credere che bastasse educare economicamente gli uomini a passare dallo stato agricolo a quello industriale-commerciale, dalle economie chiuse patriarcali a quelle a lavoro diviso, perché gli uomini fossero senz’altro educati politicamente e spiritualmente a creare società salde e stati stabili e potenti. Nasce la religione del positivismo scientifico, dell’economismo che fa dell’economica il vero motore della storia. Al vangelo dei liberisti: enrichissez-vous a vostro rischio, List sostituisce l’invito ad arricchirsi con l’aiuto dello stato. Lo stato diventa così fattore di arricchimento, strumento di interessi privati, organo non più di giustizia e di moralità, ma di forza, concepita come effetto e quasi sinonimo di ricchezza materiale. Non lo stato piccolo, quale esisteva nell’Europa centrale, quando List scriveva, ma lo stato grande, sempre più grande. Lo stato piccolo è incapace a garantire agli industriali il conseguimento della potenza. L’ideale di pace perpetua e di fratellanza del secolo diciottesimo è rinviato ad una lontana epoca futura nella quale i popoli siano cresciuti tutti in forza economica ed in potenza politica, e si siano organizzati in pochi stati potenti capaci di tener testa al leviatano britannico. Comincia l’era delle rivalità commerciali e coloniali, delle conquiste e degli ampliamenti territoriali, delle guerre ancora, per eredità del secolo diciottesimo e per breve ora, guerre di nazionalità, ma ben presto divenute guerre di imperialismo. In Germania List segnò il momento della rottura con l’antico liberalismo prussiano degli Humboldt, dei Beuth, dei Nebenius, dei Delbruck, i quali conoscevano Smith e Kant meglio di Hegel. Dopo, Treitschke teorizza e Bismarck attua le idee che List aveva seminato: lo stato grande, lo stato forte, lo stato accentrato, lo stato organizzato ed uniformizzato. Non più si disse con Matthias Claudius: nulla è veramente grande che non sia buono; ma: è buono ciò che è grande. Se in principio del secolo il politico Humboldt e lo storico Heeren dubitavano ancora della unità statale tedesca e Jacob Burckhardt poteva scrivere (p. 99) intorno alla missione dei piccoli stati,[6] in breve ora, maturando il secolo diciannovesimo, la semplice espressione di dubbio diventa quasi delitto di tradimento verso lo stato. Il culto del colossale è la caratteristica essenziale del secolo diciannovesimo. Mentre il secolo diciottesimo diceva Il faut cultiver notre jardin, e Ginevra e Weimar, Ferney e Coppet, con Rousseau e Goethe, Voltaire e Madame de Stael sono a volta a volta le capitali spirituali del mondo, il secolo diciannovesimo instaura il culto del numero, della forza e della potenza, della sopradimensione, dell’organizzazione accentrata, del macchinismo, dell’elefantiasi. Ci si inginocchia dinnanzi al puro grande, come incarnazione del bene e del meglio, si disprezza quel che esteriormente è piccolo sebbene sia grande interiormente, si preferisce anche nel parlare il superlativo. Napoleone mette di moda nei bollettini di guerra la “grande” armata, il “grande” stato maggiore. Si parla delle “grandi” potenze; e se gli uomini di governo aspirano a comandare alla “più grande potenza del mondo”, gli industriali non si acquietano se la loro impresa non è divenuta la maggiore della città, della regione, del paese. Poiché occorre un comun metro misuratore della grandezza e il metro è monetario, tutto diventa danaro. La misura della vita, non più interna, diventa esterna. La vita, affidata a forze extra-umane, non è più cosa dell’uomo. Il positivismo scientifico, il determinismo divulgano leggi di causalità, alle quali gli uomini non si possono sottrarre. Gli uomini sono governati da leggi fatali, poste al di fuori e al di sopra del loro spirito: la legge di popolazione di Malthus, la legge ferrea dei salari di Lassalle, le leggi della geografia di Ritter e di Ratzel, le leggi del determinismo biologico, estremo più basso grado a cui si può giungere nel trattare la società umana alla stregua di quella delle termiti. Al luogo dei “saggi” del secolo diciottesimo, lanciati per il mondo a risvegliare idee, in un’epoca nella quale Kant non disdegnava scrivere «i sogni di un visionario» nascono i grandi sistemi, le opere monumentali. Al luogo delle corrispondenze eleganti fra dotti, che sono tanta parte della letteratura del secolo diciottesimo, la quale sembra tutta una disputa fra uomini di genio e d’ingegno assisi attorno ad una tavola rotonda, sorgono le scuole dei dotti del secolo diciannovesimo ognuno dei quali pretende alla signoria assoluta sopra un ramo dello scibile umano, despota partito in guerra, scortato dagli adepti, contro altri despoti battaglianti per la dominazione del mondo scientifico.

 

 

6. – Ma il grande, il colossale è minato alla base. Politicamente, lo stato grande potente tende a eguagliare tutti entro se stesso. Non più corpi autonomi, istituzioni viventi di vita propria: il comune, il vicinato, la corporazione, la provincia, la chiesa. Lo stato è composto di individui, tutti uguali gli uni agli altri, tutti uomini medi, uomini su misura. Non solo i contadini e gli artigiani diventano operai proletari; ma anche in alto scompaiono le differenze. Al luogo del proprietario indipendente, che vive sulle sue terre, sottentra l’alto funzionario il quale piatisce avanzamenti ed onori, il politico il quale adula le masse per conquistare il potere. Tutti livellati ed eguagliati. Economicamente, il secolo diciannovesimo è caratterizzato dal crescere mai più visto della popolazione, sotto l’influenza della diminuzione progressiva del saggio di mortalità, non contrappesata dal più lento scemare della natalità. Fu come se orde innumeri di barbari fossero sorte d’improvviso nel seno stesso delle nazioni europee. L’Europa aveva trovato un equilibrio su una società, la quale stava ferma e lentamente cresceva; e d’un tratto fu d’uopo trovare a nuove innumere genti stanza vitto e vestito nelle grandi caserme delle fabbriche, dove gli sradicati dalla terra ebbero asilo, grazie al macchinismo ed all’organizzazione industriale. Ma se le macchine e l’industria diedero a costoro asilo e pane, non ne fecero dei cittadini, sì dei proletari, per i quali la famiglia è ridotta ad un indirizzo, dove si prendono i pasti in comune e si hanno talune soddisfazioni materiali. La casa non è più il luogo dove sono educati i figli e dove esiste unità di vita. Al luogo della sana vita rurale, raggruppata in villaggi, borghi di mercato, cittadine e città gerarchicamente ordinate ed aventi compiti proprii, nasce una forma cittadina di vita, forma esteriore, in cui gli uomini vivono nella stessa caserma gli uni accanto e sopra agli altri senza praticarsi e quasi senza conoscersi. Il cittadino nato a passeggiare sulle vie asfaltate prive di erba e immuni da polvere immagina di rivivere la campagna durante le vacanze, negli esercizi invernali ed estivi; artifici ignoti al rustico. Il contadino ignora la vacanza, concetto estraneo alle norme naturali di vita. A lui le vacanze sono imposte dalla pioggia e dalla neve; e le osserva in ubbidienza alle vicende stagionali ed ai comandamenti di Dio. Le vacanze, come le assicurazioni sulla vita, contro gli infortuni, le malattie, la disoccupazione sono un artificio destinato a rendere sopportabile la vita all’uomo distaccato dalla terra, al proletario su cui è passato il rullo livellatore. Il “livellamento universale”, ecco la malattia profonda della società creata dal secolo diciannovesimo che rende tutti gli uomini uguali gli uni agli altri, invidiosi l’un l’altro, corrode il povero ed il ricco e fa gli uomini rassegnati e quasi bramosi di scomparire nelle fauci del moloch collettivistico.

 

 

7. – Vermassung e cioè livellamento universale, stato d’animo oltrecché situazione materiale, riduzione degli uomini ad una massa informe confusa di atomi sciolti da vincoli di famiglia, di sede stabile, di orgoglio di mestiere, di professione, di proprietà della terra che nutre, della casa che ospita, incapaci a creare ed a far vivere di vita indipendente autonoma istituti di vita comune: la chiesa, il municipio, la cooperativa, la società mutua, la associazione di difesa e di mestiere. Le istituzioni sopravvivono, ma sono ricevute dall’alto, secondo uno stampo uniforme invece che frutto spontaneo di una esigenza della vita e dello spirito. Ecco il secolo diciannovesimo, che fu detto a torto il secolo liberale. Durante quel secolo vissero e si mescolarono insieme due aspetti del liberalismo, che non debbono essere confusi l’uno con l’altro, poiché dalla trasformazione storica dell’uno nell’altro nacque la malattia la quale trasse il secolo diciannovesimo alla rovina. Il Röpke, che sa adoperare parole adatte a significare concetti esatti non chiama liberalismo il primo aspetto, ma «economia di mercato»; ed è concetto, il quale pare soltanto economico ma in realtà di sé informa tutti gli aspetti della vita. L’uomo vive secondo la propria volontà in due sole maniere: od egli è autonomo economicamente e cioè, sia egli servo della gleba o colono o contadino proprietario (bauer) trae dalla propria terra tutto o quasi tutto ciò che gli abbisogna per vivere; ovvero, se egli è parte di una società a lavoro diviso, egli reca i prodotti del suo lavoro e della sua industria ed acquista i beni di consumo in un mercato dove impera la concorrenza.

 

 

Solo la concorrenza fa sì che la collettività dei consumatori, la quale in regime di lavoro diviso si identifica con la collettività dei produttori, abbia voce decisiva nel determinare che cosa, come e quanto si deve produrre, nello stesso modo come il contadino autonomo dell’economia indifferenziata vive della produzione sua propria da lui stesso determinata. Se un economia a lavoro diviso è guidata dal mercato e dalla concorrenza, le forze produttive del popolo sono utilizzate nel modo che risponde alle esigenze di consumo dei produttori. Il piano produttivo dell’economia, ad eccezione del compartimento pubblico della finanza statale, è fissato da coloro, ai quali non se ne può negare il diritto e cioè dai consumatori. Il processo della economia di mercato è per così dire un plébiscite de tous les jours, nel quale ogni lira spesa dal consumatore rappresenta un bollettino di voto ed i produttori con la pubblicità fanno “propaganda elettorale” per un numero non afferrabile all’occhio di candidati (specie di beni). Questa democrazia di consumatori ha, è vero, il vizio – del resto in gran misura emendabile – di una distribuzione assai disuguale dei bullettini di voto, ma possiede l’inarrivabile pregio di un perfetto sistema proporzionale: non vi ha luogo ad alcuna sopraffazione delle minoranze da parte delle maggioranze ed ogni bullettino di voto ottiene un risultato suo proprio. Si forma così una democrazia di mercato la quale supera in esattezza silenziosa di funzionamento qualunque più perfetta democrazia politica (pp. 161-162).

 

 

Il frutto spirituale immateriale più alto della economia di mercato è quello di sottrarre l’economia alla politica. Le decisioni su quel che si deve produrre, sul come produrlo, sul quanto produrre sono prese direttamente dal vero unico padrone del mercato, dall’uomo consumatore. I consumatori decidono, ciascuno per conto proprio, ed i produttori ubbidiscono in guisa da soddisfare perfettamente le esigenze dei consumatori.

 

 

Il sistema economico della concorrenza garantisce il successo solo a coloro i quali sanno fornire un equivalente servigio ai consumatori e nel tempo stesso assicura che i servigi difettosi abbiano la loro immancabile sanzione nelle perdite e alla fine, attraverso il fallimento, nella espulsione dal mercato non è possibile sottrarre altrui residuo senza corrispondente servigio e sottrarsi, mercé la traslazione delle perdite su altri omeri, alla giusta punizione dei servigi difettosi. All’uopo il sistema si giova di un duplice strumento, da un lato la concorrenza e dall’altro l’accoppiamento della responsabilità e del rischio, delle alee di successo e di perdita. Il principio dell’accoppiamento, grazie a cui i dirigenti del processo produttivo godono personalmente ed interamente degli utili del successo e parimenti subiscono i danni dell’insuccesso, e perciò coloro i quali si assumono il rischio del successo e delle perdite dirigono il processo produttivo, è uno dei canoni fondamentali del nostro ordinamento economico e sarebbe ardua cosa dimostrare che esso sia innaturale o inefficace” (pp. 165 – 166).

 

 

Nel sistema dell’economia di mercato governata dalla concorrenza, la consecuzione del reddito netto è l’indice del successo nel soddisfare ai bisogni dei consumatori, graduati nell’ordine dell’urgenza posto dai consumatori medesimi. Ma poiché il timore della perdita è più forte del desiderio del guadagno si può dire che il sistema è regolato in ultima analisi dall’istituto del fallimento.

 

 

Ciò non vuol dire altro se non che nella pura economia di mercato, non lo stato e la potenza politica dei singoli determinano il processo e il successo economico privato, bensì il mercato, dinnanzi al quale ognuno deve legittimare le proprie esigenze con un equivalente servigio. Decide l’importanza del servizio reso, non l’influenza che si può essere in grado di esercitare sullo stato e sulla vita politica. L’economia cessa di essere un fatto politico; e il produttore deve fare anticamera dinnanzi al consumatore, non dinnanzi al ministro di stato. Bisogna darsi pensiero del mercato, non del parlamento (pp. 166 – 167).

 

 

Questi son risultati non materiali, ma invece spirituali. La loro portata, già grandissima, cresce se guardiamo, al di là dei singoli paesi, ai rapporti fra nazione e nazione.

 

 

In un mondo sovrappopolato, nel quale i bisogni e la tecnica produttiva adattata ai mercati più ampi spingono ad espandere ed intrecciare rapporti economici internazionali, la coesistenza di paesi grandi medi e piccoli, di stati forti e deboli, di territori ricchi e poveri condurrebbe ad una guerra permanente di tutti contro tutti per l’allargamento maggiore possibile dello spazio vitale, ove la sovranità politica determinasse anche l’utilizzazione economica o perfino, come nello stato socialistico, si identificasse con esso interamente. Il punto decisivo è invece che il carattere liberale, rispondente alla pura economia di mercato, della vecchia economia aveva neutralizzato al massimo possibile i confini statali, la sovranità politica sui territori produttivi di materie prime e la loro appartenenza statale. Rimanevano abbastanza ragioni di conflitto internazionale, ma almeno questo veleno della diseguale distribuzione delle materie prime, della diversa capacità produttiva e densità della popolazione dei diversi paesi e dei possibili contrasti fra i possidenti ed i non possidenti politici era stato ridotto al minimo dall’ordine liberale nel tempo del tanto disprezzato capitalismo. Così soltanto era possibile che piccoli paesi come la Svizzera costretti in spazi avari potessero giungere a grande fioritura. Nello stesso modo come l’ordine internazionale garantiva la coesistenza politica, così la economia liberale assicurava quella economica di paesi grandi e piccoli sul piede di uguaglianza perfetta, che escludeva del tutto lo sfruttamento degli stati deboli da parte dei forti[…] Nell’economia di mercato, nella quale le sfere economiche e politiche sono separate del tutto le une dalle altre, la richiesta della sovranità politica sui paesi produttori di materie prime allo scopo di assicurare la provvista di queste aveva in sé qualcosa di paradossale, perché i rapporti fra compratori e venditori avevano luogo nel campo dell’economia privata ed in forme giuridiche private. Il fatto che un dato stato esercitasse la sovranità politica sopra territori nei quali si producevano materie prime non significava affatto che esso “possedesse” la produzione di queste materie prime…. Sovranità e dominio economico sono di fatto cose diversissime solo in un mondo liberale dominato dalla economia di mercato. In una economia mondiale liberale i confini degli stati sono privi di apprezzabile importanza economica; il mercato mondiale è più o meno una unità con uguali opportunità di comprare e vendere per ognuno, astrazione fatta dai confini statali e dalla appartenenza politica. In un mondo siffatto non esistono un problema delle materie prime, un problema coloniale ed un problema del cosidetto ‘spazio vitale’ (pp. 167 -169).

 

 

Libertà, disavvelenamento politico dei campi economici, purificazione e pace: ecco i servigi immateriali della pura economia di mercato. Accanto ed in conseguenza di essi, essa partorì frutti materiali splendidi: aumento della produzione, rialzo del tenor di vita delle masse, che può essere misurata dal quadruplicarsi dei salari reali degli operai tra il 1800 ed il 1900. Si costuma far derivar ciò, con gretta visione materialistica, dalla tecnica delle macchine e dalla divisione del lavoro. Ma perché queste cause economiche non poterono svolgersi se non quando l’economia di mercato non ne ebbe poste le condizioni economiche psicologiche e politiche? E perché gli stessi fattori tecnici non produssero gli stessi risultati là dove difettavano libertà proprietà concorrenza e mercato? Les terres sont cultivées en raison non de leur fertilité naturelle, mais de la liberté dont jouissent les habitants dans les échanges aveva detto Montesquieu nell’Esprit des lois.

 

 

8. – Se al sistema economico fondato sulla concorrenza di mercato, al quale ben conviene la denominazione di liberale – democratico, perché imperniato sul comando del consumatore e sulla soddisfazione dei desideri effettivi non della maggioranza della collettività consumatrice ma di ognuno in particolare, contrapponiamo l’opposto sistema collettivistico, la superiorità del primo appare evidente e sorprendente. le leve di comando nell’economia collettivistica passano dal consumatore e dal mercato al dirigente ed all’ufficio.

 

 

La decisione intorno al modo di impiegare le forze produttive economiche viene trasportata dal mercato all’ufficio di un funzionario statale; essa diventa una faccenda politica (“politisiert”); e fa d’uopo essere fornito di una non comune dose di unilateralità o di demagogia per supporre che qui si tratti solo di un innocente compito di pura “amministrazione”, la quale non tocchi il nocciolo della costituzione politica o lo tocchi così poco come fa la tutela della pubblica igiene da noi abbandonata volentieri agli uomini dell’arte. In verità sulla democrazia politica ed economica è posta una pietra sepolcrale; come ben si vede dal fatto che negli stati socialistici il consumatore è considerato una figura importuna, il quale deve avere quei desideri che la produzione esercitata o controllata dello stato ritiene opportuno soddisfare (pp. 162-163).

 

 

Che cosa è possibile sostituire, come criterio di scelta dei produttori chiamati soddisfare i bisogni dei consumatori, al desiderio del guadagno e al timore delle perdite ed in ultima analisi al supremo tribunale del fallimento? «È molto dubbio se un simile equivalente possa essere trovato; e certo finora non è stato scoperto» (p. 166); a meno di ritenere efficaci le sanzioni dei lavori forzati e della morte a cui sono nella Russia comunista condannati i funzionari accusati di sabotaggio, concetto corrispondente a quello di imprenditori falliti nell’economia di concorrenza. Le risultanze spirituali immateriali del sistema collettivistico sono del pari opposte a quelle proprie dell’economia di concorrenza. Qui la politica viene liberata dall’economia; laddove invece nel sistema collettivistico

l’economia è fatta politica.

 

 

La strada per la conquista del benessere passa attraverso al potere politico; all’interno i gruppi di interessi economici lottando per impadronirsi; del potere politico ed all’esterno gli stati combattendo tra di loro per conquistare la sovranità del mondo. Pluralismo (dominazione degli interessi) nell’interno degli stati, imperialismo nel mondo: ecco il lugubre risultato del rendere politica la economia, verso il quale precipitiamo quanto più abbandoniamo il principio dell’economia di concorrenza (p. 168).

 

 

I problemi delle materie prime, delle colonie e dello spazio vitale sorgono solo là dove l’allontanamento socialistico dai principii dell’economia di mercato dà importanza economica ai confini politici e quindi allo spazio dominato politicamente. Quando al fatto che le singole nazioni dominano politicamente grandi superfici del globo terracqueo si aggiunge l’altro che esse le serrano altrui economicamente ed alla fine nessuno può farsi lustrascarpe senza possedere la necessaria licenza, deve alla lunga, in conseguenza del carattere altamente differenziato della nostra economia moderna e della diversa pressione della popolazione nei diversi territori, sorgere una situazione, da cui due sole sono le vie d’uscite. O ci si deve rassegnare a vedere i popoli, coll’asprezza propria della lotta preistorica per la conquista dei terreni da pascolo e delle sorgenti di acqua salsa, perpetuare una orrenda guerra per la dominazione politica della superficie della terra; ovvero bisogna decidersi ad abbattere le siepi erette da un egoismo a corta veduta (p.169).

 

 

9. – Né al sistema economico fondato sulla concorrenza di mercato si possono muovere rimproveri tecnici. Il sistema opera, è vero con attriti gravi e costosi. Ma la più perfezionata macchina produttrice di calore riesce forse ad utilizzare più del 50 per cento dell’energia utilizzata? Esso richiede l’impiego di capitali grandiosi e di materiali cospicui nella costruzione degli impianti e delle macchine, capitali e materiali sottratti al consumo diretto da parte degli uomini. Esso incontra un limite nell’avarizia della natura, le cui terre e miniere, foreste e pescherie oppongono alle macchine resistenza passiva ardua a sormontare. Esso, dovendo prevedere la necessità dei consumi di punta, richiede impianti dei quali una buona parte è destinata ad essere permanentemente inutilizzata. Il sistema non funziona se non a costo di sperimenti, spesso condotti a vuoto, e di tirocinio sempre più lungo ed esigente per la formazione di tecnici specialisti. Rendendo monotona la vita di chi vi è addetto, le macchine impongono alla collettività un crescente dispendio per cure igieniche e divertimenti. Crescono anche, per la complicazione della vita moderna, la quale allontana i produttori dai consumatori, i costi dei trasporti, della distribuzione delle merci, dei servizi cittadini e dell’apparato statale; mentre la qualità dei beni prodotti dalle macchine peggiora. Al vantaggio della produzione spinta dal progresso tecnico al massimo e ridotta ai costi minimi si contrappone l’altro lato della medaglia: le distruzioni operate dalla guerra assumono dimensioni spaventose mai prima vedute. Le accuse, essendo proprie di qualunque sistema economico il quale voglia applicare i dettami della tecnica moderna, non toccano il sistema fondato sulla concorrenza più di quello collettivistico. Quelli sopra enumerati sono i costi necessari della produzione; e sono pienamente giustificati quando i risultati conseguiti lasciano un margina bastevole.

 

 

10. – Le vere critiche sono altre; e non sono rivolte contro il sistema economico imperniato sulla concorrenza di mercato. Il sistema, frutto delle correnti di idee proprie del secolo diciottesimo, dichiarato nelle pagine dei fisiocrati e di Adamo Smith, informò in parte, per sopravvivenza, il secolo diciannovesimo; e alla sua azione sono dovuti gli stupendi risultati materiali e sovratutto spirituali, ai quali sopra si è fatto un rapido richiamo. Ma accanto ad esso, durante il secolo diciannovesimo sorse e vigoreggiò un’altra specie di sistema economico, che si può anche dire liberale, ed i più dicono capitalistico; ma il Ròpke preferisce chiamare “liberalismo o capitalismo storico” per richiamare l’attenzione sul fatto che altro e il sistema economico teorizzato dai grandi scrittori del secolo XVIII, il quale trovo allora e poi parziali fecondissime attuazioni; altro è il sistema concretamente attuato durante il secolo XIX (1840-1940), sotto l’influenza delle idee proprie del medesimo secolo XIX e per la spinta dei concreti interessi in quel secolo dominanti. Esso e “un dato” liberalismo ed “un dato” capitalismo, quello storicamente attuato nel secolo 1840-1940, epperciò lo si chiama “storico”. I critici, anche quando, per ignoranza, rivolsero le loro accuse al sistema imperniato sulla concorrenza di mercato, in realtà intendevano parlare del “liberalismo o capitalismo storico” del secolo XIX. Il Röpke ripete e svolge in parte le stesse critiche; ma poiché egli correttamente distingue e conosce a fondo, da 208 tecnico e non da laico come i più tra i critici, i problemi dei quali discorre, le sue critiche acquistano nuovo e più alto valore. Forse il suo libro è l’atto di accusa più spietato che mi sia accaduto di leggere contro il “liberalismo o capitalismo storico”  del secolo XIX. Dirò prima delle critiche in parte note che egli rinfresca ed accentua.

 

 

11. Una delle critiche, quella che attribuisce al liberalismo o capitalismo la responsabilità delle crisi le quali periodicamente hanno scosso il mondo a partire dai primi anni dell’ottocento e parve ridurlo nel 1929 ad un monte di rovine — ma poi la paura del millennio passò ed oggi quell’esperienza pare dimenticata per il sopravvenire di ore ancora più tragiche —, non è critica valida. Bisognerebbe dimostrare che l’opposto sistema collettivistico è in grado di sormontare anzi di impedire con maggiore efficacia l’avvento delle crisi. Dimostrazione impossibile a darsi. Le crisi sono in gran parte il prezzo che occorre pagare perché le nuove invenzioni, le nuove idee, i nuovi metodi di produzione e di organizzazione del lavoro possano attuarsi. Senza le crisi non possederemmo ferrovie, vetture automobili, bonifiche, città moderne. Quando sono dovute ad altre cause, le crisi per lo più vengono dal di fuori, da ostacoli posti da dazi, contingentamenti, proibizioni, norme giuridiche disadatte allo spontaneo adattamento del sistema alle variazioni nella domanda e nella offerta dei beni. Siamo noi disposti a comprare l’immunità dalle crisi col ritorno alla vita solitaria dei Robinson Crusoe?

 

 

12. È vera critica quella che dice essersi il liberalismo storico dimostrato noncurante delle diseguaglianze esistenti tra gli uomini ai punti di partenza nella gara di concorrenza. Agli inizi dell’epoca storica del capitalismo contemporaneo, nel primo terzo del secolo XIX, esistevano in tutta Europa resti grandiosi delle posizioni conquistate da grandi famiglie nobili e borghesi nell’età precedente: possessi terrieri latifondistici, dominio su miniere di ferro di carboni di fosfati di zolfo, compagnie commerciali privilegiate, appalti bellici e latrocini rivoluzionari furono il crogiolo nel quale si formarono e crebbero le grandi fortune del secolo XIX. Il capitalismo storico nacque così guasto; l’elefantiasi delle grandi città, delle grosse imprese, dei cartelli industriali monopolistici non è la creatura del caso o della tecnica, ma della storia e della struttura sociale feudale preesistente, perpetuata da legislatori e giuristi male consigliati. Il capitalismo storico non è fondato nell’ordine naturale delle cose, bensì in istituzioni volute dagli uomini, come le società per azioni, le società fiduciarie, le società a responsabilità limitata, i consorzi liberi o obbligatori tra industriali, il diritto illimitato ereditario. Ma le istituzioni giuridiche sorte e perfezionate nel tempo, del liberalismo o capitalismo storico non sono proprie del sistema economico fondato sulla concorrenza. Se è necessario per rendere il punto di partenza dei concorrenti il meno diseguale possibile — all’uguaglianza assoluta non è pensabile per la diversità medesima che è propria degli uomini —, si può creare attorno all’economia di concorrenza un ordine giuridico ad essa meglio appropriato: si possono tassare progressivamente le successioni, si possono abolire le società fiduciarie (holding companies) proibendo assolutamente ad una qualunque società di possedere una sola azione di una qualunque altra società, si possono ridurre grandemente di numero le società per azioni, facendo dipendere la nascita di ognuna di esse, come accadeva un tempo, da uno speciale atto legislativo, da emanarsi dopo particolare inchiesta sulla opportunità e sui limiti di azione della nuova persona così creata dal legislatore; si possono praticamente abolire i brevetti d’invenzione riducendone la durata a cinque anni e concedendo in seguito a tutti il diritto di uso dell’invenzione col pagamento di un canone fissato dal magistrato; si possono togliere di mezzo le condizioni, per nove decimi volute dal legislatore, nel cui humus fecondo nascono e crescono i monopoli: dazi, contingenti, divieti di concorrenza, licenze di nuovi impianti. Se non basta, se, ciononostante, qualche monopolio riesce ancora ad affermarsi; o si riconosce che esso è dovuto a cause permanenti, come nei servizi pubblici connessi con la pubblica strada (impianti elettrici, gazometri, tranvie, acqua potabile, ferrovie e simili), e lo stato ne può assumere l’esercizio diretto o affidarlo a imprese private regolate; o siffatte cause non esistono e il legislatore può partire in guerra contro il monopolio, affidando alla magistratura il compito di ordinarne ed assicurarne lo scioglimento (Sherman Act del 1890). Quel che resterà di monopolistico nella struttura economica sarà cosi poca cosa da non turbare il quadro di un sistema di concorrenza, nel quale sopravvive ed ha successo l’impresa la quale e in quanto riesce a soddisfare, al costo marginale, i gusti dei consumatori.

 

 

13. Un’altra critica al liberalismo storico è pur essa esatta; supponendo che nella realtà gli interessi dei produttori coincidano con quelli dei consumatori, che i produttori gareggino tra loro per il benessere della collettività, che il mondo sia governato dal principio dell’armonia universale, che gli uomini siano dalla provvidenza, dalla natura, dalla “mano invisibile” condotti ad operare per il bene collettivo, il liberalismo storico dimenticava che, accanto a quello dell’armonia opera, ove non sia rigorosamente frenato, il principio del contrasto degli interessi. Anzi sull’armonia prevale di gran lunga il contrasto degli interessi. Sul mercato, il consumatore è, per ogni mercé e per ogni contrattazione, il nemico naturale del produttore. Ciò che l’uno vuol vendere a caro prezzo, l’altro vuol comprare a buon mercato. L’assicurato è il nemico dell’assicuratore; il primo può desiderare l’incendio, il prolungamento della malattia, l’accadimento di un infortunio non pericoloso, di una invalidità tollerabile, tutte cose di cui l’assicuratore è vittima. Agricoltori hanno brindato talvolta alle stagioni piovose, alle guerre sanguinose; si eresse nell’Alabama un monumento al verme del cotone, si bruciarono o si buttarono a mare centinaia di migliaia di sacchi di caffé, si trasse spirito cattivo dai vini buoni, perché la salvezza del contadino è talvolta riposta nella scarsità del prodotto, di cui i consumatori augurano invece l’abbondanza. Ogni merce è il succedaneo e quindi il nemico di ogni altra merce: le bevande alcooliche e il tabacco dei libri e degli sports invernali; la barbabietola della canna da zucchero; la cicoria del caffé. Ogni regione, ogni stato pensa ai proprii interessi, e non si cura di quelli del vicino e dell’amico. I viticoltori del nord si lagnano della concorrenza, che dicono sleale, dei vini meridionali dotati dalla natura di alta gradazione alcoolica e gioiscono se con dazi o altre tariffe ferroviarie riescono a tenerli lontani. Nel contrasto degli interessi prevalgono quelli dei pochi contro i molti, dei bene organizzati contro i disorganizzati. I produttori difendono, per la propria mercè, interessi cospicui, laddove i consumatori, per ognuna delle molte merci da essi acquistate, debbono tutelare un piccolissimo interesse. I produttori sono di solito in numero piccolo in confronto a quello dei consumatori. È agevole ai primi accordarsi e riuscire ad ottenere favori e tutela dal legislatore, dando all’interesse privato proprio colore di interesse comune. Già La Rochefoucauld scriveva: «L’intérêt parie toutes sortes de langues et joue toutes sortes de personnages, meme celui du désinteressé».

 

 

Un sistema economico nel quale ogni gruppo più e più si trincera in una posizione monopolistica ed abusa della forza dello stato per i proprii fini particolari, nel quale prezzi e salari rinunciano volentieri alla mobilita eccetto a quella verso l’alto, nel quale nessuno osserva più le regole tradizionali del gioco, anzi nessuno più sa se domani un nuovo capriccio legislativo turberà tutte le basi del calcolo economico, un sistema economico nel quale ognuno vuol vivere alle spalle della collettività ed il bilancio dello stato finisce per assorbire metà del reddito nazionale, quel sistema non solo diventa improduttivo, rendendo cosi più acerba la lotta attorno al diminuito prodotto totale, ma alla fine manca al proprio ufficio. Ed allora si parla della crisi del capitalismo; e se ne piglia motivo a nuovi assalti distruttivi, i quali ne compiono la rovina e la corruzione e ci pongono finalmente dinnanzi all’inesorabile dilemma: ritornare ad un razionale e morale ordinamento

dell’economia di mercato ovvero gittarsi nell’avventura del collettivismo (pp. 203-204).

 

 

Anche a questa critica, che il Röpke espone con rara vigoria di pensiero e di dettato, la risposta è semplice. Non l’economia di concorrenza, ma la inosservanza delle regole del gioco di concorrenza da parte del capitalismo o liberalismo storico del secolo XIX è la grande colpevole. Gli uomini del secolo passato supposero che bastasse lasciar agire gli interessi opposti, perché dal loro contrasto nascesse il vantaggio comune. No, non basta. Se si lascia libero gioco al laissez faire laissez passer, passano sovratutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui. Ma questa che è critica distruttiva del liberalismo storico, impone soltanto un ritorno alle origini pure del sistema di concorrenza. Questo implica altrettanto e forse più intervento di qualunque altro sistema economico; intervento destinato a serbare intatta l’azione della concorrenza, unica vera forza che dal contrasto degli l’operare interessi fa sprigionare l’osservanza dell’interesse comune. ll legislatore deve intervenire per abbattere quotidianamente le trincee dentro le quali i gruppi dei produttori si asserragliano per conquistare privilegi dannosi agli altri produttori ed ai consumatori. Le norme giuridiche le quali oggi favoriscono o tollerano accordi taciti o palesi per rialzare prezzi profitti rendite salari debbono essere sostituite da altre che quegli accordi vietino e rendano impossibili; e la osservanza della nuova legge deve essere affidata a magistrati indipendenti ed inflessibili, posti all’infuori di ogni possibilità di arbitrio o di favore. La pianta della concorrenza non nasce da sé e non cresce da sola; non è un albero secolare che la tempesta furiosa non riesca a scuotere; è un arboscello delicato il quale deve essere difeso con affetto contro le malattie dell’egoismo e degli interessi particolari e sostenuto attentamente contro i pericoli che d’ogni parte del firmamento economico lo minacciano.[7]

 

 

14. Le critiche di indifferenza verso la disuguaglianza nei punti di partenza e di ingenua credenza nell’armonia provvidenziale degli interessi individuali, riferendosi al sistema particolare del capitalismo storico ed essendo rimediabili, non sono dunque, pur essendo vere, decisive contro il sistema economico che solo merita il nome di “liberale”, ed è fondato sulla concorrenza di mercato. La vera fondamentale critica è un’altra ed è merito, per quanto io sappia, del Röpke di averla messa in luce.

 

 

Democrazia politica e democrazia economica (economia di concorrenza) sono due prodotti artificiali altamente delicati i quali abbisognano di una continua cura e sorveglianza e possono vivere solo in situazioni ben definite. Chimicamente puri non sono vitali, probabilmente perché essi non tollerano una soverchia tensione od esigenza ed una loro troppo grande estensione nello spazio dà luogo ad una pericolosa meccanizzazione. Forse, dobbiamo riflettere, l’estensione della “democrazia economica della concorrenza” all’intiera superficie della terra nei tempi dell’economia mondiale ha condotto ad un forzamento eccessivo del principio e ad un giro di vite del meccanismo così spinto da non potere essere mantenuto a lungo, senza portarci ai ritorni ancor più pericolosi dell’autosufficienza e dell’economia dei grandi spazi (pp. 163-164).

 

 

Non si tratta più, come per le critiche precedenti, di errori di applicazione della teoria dell’economia di concorrenza. Se gli errori di applicazione o di interpretazione sono sempre rimediabili, pur rimanendo entro i limiti del principio, non così per gli errori di teoria, i quali vanno alla radice del sistema. Non si può più salvare il principio interpretandolo od applicandolo meglio più razionalmente. Il principio si salva solo riconoscendo la verità del suo opposto, solo ristringendo l’operare del mercato di concorrenza e creando territori nei quali esso non è chiamato ad agire, perché la sua azione, estesa al di là di un certo punto, diventa dannosa alla struttura sociale. L’errore catastrofico fu di considerare l’economia di mercato (o di concorrenza) come qualcosa di autonomo, che riposa in se stesso, come una condizione di natura che non ha bisogno di nessun sussidio in appoggio e difesa, ed è posta all’infuori della sfera dello stato; fu di trascurare la decisiva importanza di un ambiente etico-giuridico-istituzionale adatto ai principi dell’economia medesima.

 

 

Non meno lamentevole e fatale fu la cecità anzi l’autosoddisfacimento con cui si lasciò libero corso ad una evoluzione industriale, la quale, con disprezzo sovrano degli istinti vitali degli uomini e delle loro elementari esigenze spirituali (immateriali) di vita condusse, attraverso la forma di lavoro e di vita dell’industria delle grandi città, a snaturare la esistenza delle masse. Il mercato, la divisione del lavoro, la commercializzazione, la concorrenza, la razionalità economica hanno in comune con ogni altra istituzione umana un ottimo per la loro attuazione, a partir dal quale i danni cominciano a sopravanzare sempre più sui vantaggi. L’attuazione senza limiti e senza distinzione dell’economia di concorrenza dà alle relazioni umane un tale grado di tensione, a cui la natura umana non resiste a lungo. Esistono limiti per il capitalismo, che debbono essere osservati se non si vogliono porre agli uomini esigenze spirituali alle quali essi non giungono, si che rispondono alla fine con la rivolta, la rivolta degli uomini eccessivamente addomesticati […] Dobbiamo riconoscere, cosa ignota alle passate generazioni, che gli uomini non possono senza profondo danno per sé e per la stabilità sociale, sopportare durevolmente la tensione spirituale nervosa e morale a cui li costringe una economia fondata sulla domanda e sull’offerta, sul mercato e sulla tecnica e tanto meno possono tollerare la insicurezza e la instabilità di tutte le condizioni di vita che un siffatto sistema reca in sé. La massa totale dei beni materiali posti a disposizione degli uomini può forse in tal modo crescere e il tenor di vita toccare quelle altezze di cui una ingenua filosofia sociale si inebria; ma nel tempo stesso si abbassa rapidamente la somma di quelle semplici non misurabili ineffabili gioie, che gli uomini traggono da un lavoro piacevole e da una vita sana (pp. 186-187).

 

 

Il peccato originale dei teorici dell’economia di concorrenza si può definire della ragion ragionante. Chi si persuade, come deve, ragionando bene, persuadersi, che la concorrenza, se veramente attuata e diuturnamente difesa contro le deformazioni derivanti dalla disuguaglianza dei punti di partenza e contro il prepotere degli interessi particolari trincerati in situazioni monopolistiche contro l’interesse comune, è bastevole a garantire i migliori servigi al più basso costo relativo possibile, è atto a cadere nella fallace illusione che abbiano torto gli uomini a non contentarsi di vivere in un sistema cosi perfetto. Stupefatto l’economista puro raziocinante, si chiede: perché non dovrebbero essere contenti? L’emulazione universale non assicura forse il successo ai migliori, ed una vita corrispondente ai meriti individuali a tutti; non tiene forse continuamente svegli i produttori e non vieta ad essi di addormentarsi sugli allori conseguiti? Ogni giorno ed ogni ora i produttori di beni e di servigi debbono fare appello al bullettino di voto del dominus del mercato, il consumatore; e solo quando riescono a soddisfare i desideri di un numero sufficiente di essi, hanno ragione di vivere e prosperare. L’incapace ed il neghittoso cerchi rifugio nella pubblica carità; ma chi possegga un minimo di buona volontà e di attitudine a lavorare è sicuro di trovare lavoro presso l’uno o l’altro dei numerosi imprenditori i quali volontariamente si sono assunti l’ufficio di organizzatori della produzione. Ebbene no; gli uomini non sono contenti. Gli uomini non vogliono durare tutta la vita nell’incessante fatica della emulazione; gli uomini non vogliono, per vivere, fare appello ogni giorno al bullettino di voto del consumatore. Od almeno molti uomini hanno altri ideali di vita. V’ha chi si adatta volentieri ad ubbidire e ad eseguire gli ordini altrui: il soldato nato, il manovale, l’operaio, l’impiegato perfetto. Costoro sarebbero infelici se dovessero prendere una decisione propria, se dovessero assumere una propria iniziativa. Essi sono contenti di andare all’ufficio ogni giorno alla stessa ora, di stare seduti a sbrigar pratiche per tante ore, di riferire ogni giorno al superiore sulle pratiche stesse, di ripetere le stesse informazioni, le stesse risposte al pubblico dello sportello; ed usciti ogni giorno alla stessa ora dall’ufficio o dalla fabbrica o dal campo sono felici di lasciar dietro di sé, dimenticate, le preoccupazioni del lavoro compiuto o da compiersi per tutta la sera e la notte seguente. Se essi sono contenti di sé e veggono la vita sotto la specie dell’eseguire e del tradurre in atto le istruzioni altrui, perché costringerli a mutare ideale di vita? V’ha invece chi ha la stoffa del comando, il bisogno di rischiare, il desiderio dell’alea, la attitudine o la voglia di organizzare. In piccolo o in grande. A capo di una scatola di cianfrusaglie portate a tracolla, di un banco di rivendita di giornali, di una bottega da ciabattino o da calzolaio, di un negozio di commestibili, di un podere rustico preso in fitto od a mezzadria o in proprietà, di una grande impresa industriale, di un colosso dell’industria o del commercio o della navigazione, di una banca, costoro sono gli imprenditori nati, destinati al fallimento, all’onesto successo od alla fortuna. Costoro ambiscono primeggiare sui rivali; continuamente essi pensano a modi nuovi per attirare la clientela, soddisfacendo meglio dei rivali ai gusti dei consumatori. Come ai soldati, agli impiegati ed agli operai sembra naturale ubbidire ed eseguire, cosi agli imprenditori appare connaturato all’uomo organizzare innovare comandare rischiare. Come l’impiegato diventa infelice, insopportabile a sé ed altrui nel giorno in cui è forzato a mettersi in riposo, cosi l’imprenditore preferisce morire sulla breccia, fors’anco contemplando la decadenza della sua creazione, pur di non abbandonare altrui il bastone del comando. Gli uni sono i soldati, gli altri i capitani dell’economia di concorrenza. Per essi la ragione raziocinante del teorico si è fatta da verbo carne e vive di vita vantaggiosa ai singoli ed all’universale.

Non tutti gli uomini tuttavia hanno l’anima del soldato o del capitano disposti ad ubbidire od a lottare ogni giorno quant’è lunga la vita. Molti, moltissimi, forse tutti in un certo momento della vita o in dati momenti di ogni giorno della vita sentono il bisogno di riposo, di difesa, di rifugio. Vogliono avere un’oasi dove riposare, vogliono sentirsi per un momento difesi da una trincea contro l’assillo continuo della concorrenza, della emulazione, della gara. Le oasi si chiamano famiglia, amici, vicini, compaesani, concittadini, connazionali, correligionari, posto sicuro contro il licenziamento, ufficio professionale avviato, con clienti affezionati, negozio ben conosciuto con tradizioni affidanti, marchio di fabbrica famoso, cattedra assegnata fino alla vecchiaia, casa di reddito od appartamento proprio, podere fruttifero di derrate o frutta, titoli d’impiego da buon padre di famiglia, associazione di mutuo soccorso o di difesa professionale con i compagni di lavoro o di mestiere o di professione, legislazione tutrice contro la concorrenza sleale. L’economia di concorrenza vive e dura, data l’indole umana, solo se essa non è universale; solo se gli uomini possono, per ampia parte della loro attività, trovare un rifugio, una trincea contro la necessità continua della lotta emulativa, in che consiste la concorrenza. Il paradosso della concorrenza sta in ciò che essa non sopravvive alla sua esclusiva dominazione. Guai al giorno in cui essa domina incontrastata in tutti i momenti e in tutti gli aspetti della vita! La corda troppo tesa si rompe. L’uomo, jugulato dalla febbre della lotta, invoca un’ancora di salvezza, qualunque ancora, persine quella collettivistica. Egli sa di perdere qualsiasi liberta, di diventare schiavo del più spaventoso padrone che la storia abbia mai veduto, il tiranno collettivo, che non ha nome, che è tutti e nessuno, e stritola gli individui per ridurli a meri strumenti del mito chiamato volontà collettiva. Ma già prima erano meri strumenti. Che cosa sono infatti gli uomini ridotti ad esecutori della volontà di una forza cieca che si chiama concorrenza, mercato, prezzo uguale al costo?

 

 

15. Di qui un principio posto dal Röpke con energia singolare: la sostanza vera dell’economia di concorrenza, al pari di quella del liberalismo politico, non sta nella concorrenza, ma nei limiti nei vincoli posti alla concorrenza.

 

 

In politica uomini come Lincoln, Benjamin Constant, Tocqueville, ]ohn Stuart Mill, Lecky non sospetti di sentimenti reazionari hanno ripetutamente segnalato che la democrazia e forse questa più di altri tipi di governo, può essere fatta uguale al peggiore dispotismo ed alla più dura intolleranza se non sia limitata da altri principii ed istituzioni; e questi limiti presi nel loro complesso costituiscono il vero contenuto liberale di una data struttura statale […] Lo stato collettivistico è radicato nel terreno propizio di una democrazia illimitata a cui non facciano da contrappeso, attenuandola, sfere libere dallo stato, “corps intermediaires” (Montesquieu), liberalismo, federalismo, corpi locali autarchici ed aristocrazia. Segno caratteristico dello stato collettivistico di antica e nuova specie è che esso è portato su dai marosi di ampi movimenti di massa: cuncta plebes novarum rerum studio Catilinae incepta probabat (Sallustio, Bellum Catilinae, 37) e solo su queste fondamenta può mantenersi. Perciò si è potuto sostenere non senza ragione che lo stato collettivistico è quella forma di dominazione che dà sfogo all’insurrezione delle masse contro le élite culturali e sociali. Il polo opposto dello stato collettivistico non è la democrazia, la quale risolve unicamente il problema di chi è chiamato a comandare, bensì il principio liberale che all’autorità statale perfetta in sé e necessariamente incline ad assumere poteri illimitati impone i vincoli delle sfere immuni dall’ingerenza statale, della tolleranza e dei diritti personali […] Lo stato collettivistico è radicato nelle masse (ed alla massa possono appartenere tanto professori come operai) ed è possibile solo in una situazione sociale caratterizzata dal livellamento, ossia in una situazione della società preparata a meraviglia da una evoluzione verso la democrazia estrema, ma contrasta appieno sia agli ideali liberali come a quelli conservatori-aristocratici (pp. 134-135).

 

 

Così come la democrazia ed il collettivismo sono proprii di una società ridotta dal livellamento completo degli uomini ad una massa amorfa priva di vita spirituale e morale interna e pronta alla dissoluzione dinnanzi a qualsiasi urto nemico, così la pura società economica di concorrenza è pronta alla sua trasformazione o degenerazione nel collettivismo puro. Gli uomini, non reggendo alla tensione imposta al loro sistema nervoso intellettuale e morale dalla lotta emulativa di tutti i giorni e di tutte le ore, sono pronti a cedere la potestà di decidere sul proprio lavoro, sulle cose da produrre e da consumare, sul modo e sul quanto della produzione e del consumo a qualcuno che li indirizzi e li comandi, allo stato personificazione della volontà collettiva. Come la perfetta democrazia sbocca nello stato collettivistico, così la perfetta concorrenza sbocca nel sistema economico collettivistico. Le due equivalenze derivano dalla medesima degenerazione, anzi sono due aspetti, l’uno dall’altro inscindibili, del medesimo processo storico. Nella stessa maniera come la democrazia può essere salvata dal precipizio collettivistico solo coll’erigere attorno ad essa baluardi che la limitino e la costringano a fare i conti con istituzioni antidemocratiche, così l’economia di concorrenza può essere salvata solo ponendo vincoli e limiti alla concorrenza medesima.

 

 

16. Quali debbano essere questi limiti è problema tecnico il quale può essere risoluto solo caso per caso. Altrove[8] e di nuovo nell’opera che qui si presenta, il Röpke aveva posto la linea di distinzione fra i vincoli o limiti, e si potrebbero anche chiamare rimedi, razionali e quelli irrazionali nella conformità o meno allo scopo di conservazione della economia di concorrenza, ossia di salvazione dal dissolvimento ugualitario collettivistico. Sarebbe per esempio un vincolo “conforme” il dazio doganale. Se si istituisce un dazio di 50 lire per quintale sul frumento importato dall’estero, nulla è innovato nella struttura economica. È limitata la concorrenza ai produttori interni. Questi possono vivere più tranquilli al riparo della trincea che lo stato ha creato attorno ad essi. Ma essi sono liberi di coltivare o non coltivare frumento, di negoziarlo, di utilizzarlo, di sostituirlo ad o con altre colture. Il mercato sussiste immutato; ed unica variazione è quella che il prezzo all’interno si calcola tenendo conto, oltreché degli altri ostacoli alla concorrenza del frumento estero, ad es., costo del trasporto, dell’assicurazione, corso dei cambi, ecc., anche del costo del dazio doganale. La quantità di frumento importato dall’estero seguita a variare a seconda delle vicende dei raccolti interni, delle variazioni dei gusti e dei mezzi dei consumatori di pane e di paste, della concorrenza dei succedanei. È invece vincolo “non conforme” quello che fissa il quantitativo massimo di frumento il quale in ogni anno possa essere importato dall’estero. O il massimo è superiore alle quantità che negli anni di minimo raccolto interno sono richieste all’estero; ed il contingente non opera. È come se non esistesse. Ovvero esso è inferiore ed in tal caso il provvedimento non è in se stesso finito. Se il contingente è di 5 milioni di quintali ed in un dato anno il fabbisogno sale a 10 milioni, la mancanza fa salire i prezzi oltre misura. Secondo la ben nota legge di King, trattandosi di derrata la quale viene per quasi tutti gli uomini primissima nell’ordine dei consumi, i prezzi possono raddoppiare o forse anche triplicare; variare cioè in guisa da far sorgere negli uomini di governo gravi preoccupazioni per l’ordine pubblico. Si impongono perciò calmieri sui prezzi del pane e delle paste; ma poiché al prezzo di calmiere la quantità domandata sarebbe superiore a quella offerta, e giuocoforza requisire il frumento a prezzo di impero presso i produttori e vendere ai consumatori il pane a prezzo d’impero in quantità definita dalle provviste disponibili (tesseramento). Ma il prezzo d’impero del frumento e del pane reagisce sulla convenienza di coltivare frumento e può spingere a seminare piuttosto granoturco segala od orzo o patate, se liberi. Fatalmente l’intervento dello stato si deve estendere a più e più rami produttivi, sinché alla fine tende a controllarli tutti. La economia, dal tipo di concorrenza, tende a passare al tipo collettivistico. Il rimedio non e conforme, ossia conduce al fine opposto a quello che il legislatore voleva raggiungere. Accelera il passaggio al collettivismo, dal quale per ipotesi il legislatore aborriva.[9]

 

 

17. Gli esempi di vincoli conformi e non conformi si potrebbero moltiplicare. Qui importa segnalare solo quelli che appaiono al Röpke caratteristicamente decisivi per salvare la civiltà occidentale dall’avvento di una democrazia livellatrice e collettivistica.

 

 

Per riscontrare il vero polo opposto alla società collettivistica noi dobbiamo spingere il nostro sguardo molto al di là della mera libertà economica. Noi lo troviamo in una struttura sociale, in cui il maggior numero possibile di uomini conduca una vita fondata sulla proprietà ed in un campo di lavoro da essi preferito, una vita la quale dia ad essi l’indipendenza interiore e possibilmente anche una grande indipendenza esterna, mettendoli in grado di essere veramente liberi e di sentire la libertà economica come qualcosa di intuitivo. È dessa quella struttura sociale alla quale non il proletario, con o senza colletto inamidato, non il vassallo di un nuovo stato feudale o il prebendario dello stato dà il tono, ma uomini i quali, grazie alle loro forme di lavoro o di vita sono fiduciosi di sé e lasciano andare il mondo per la sua via, come i migliori tipi di contadini-proprietari (Bauern), di artigiani, di piccoli industriali, di piccoli e medi imprenditori nel commercio e nell’industria, come i liberi professionisti, i funzionari ed i soldati devoti all’onore ed alla cosa comune. Questi danno il tono non perché siano una minoranza padrona del potere, ma perché sono così largamente rappresentati nella società, da dare a questa la propria impronta. Comunque si pensi di questo tipo di società, nessuno può dubitare che solo una siffatta struttura sociale e non una società ammucchiata in grandi città, in fabbriche colossali, in abitazioni simili a caserme, in associazioni di massa, in consorzi e monopoli di ogni specie è il polo veramente opposto al collettivismo. La miseria del collettivismo non sta in ciò che gli uni posseggano il capitale, ma che gli altri non ne abbiano punto e siano perciò proletari. Sono decorse abbastanza migliaia d’anni di storia umana per apprenderci efficacemente che, ogni volta che nelle tenebre brillò la luce della libertà, dell’ascesa spirituale e dell’umanità, erano tempi nei quali un numero bastevole di uomini possedeva qualcosa in proprio ed era perciò in grado di scuotere la dipendenza economica dallo stato o dai signori feudali. È dato a noi decidere se uno dei più luminosi fra questi periodi, iniziato colla fioritura delle città medievali e culminato nella liberazione dei contadini debba nuovamente giungere al suo termine (pp. 281-82).

 

 

18. «È dato a noi decidere» (ist in unsere Hand gegeben). Questa è una frase che torna spesso sotto la penna del Röpke ed è indice caratteristico della sua visione della vita e della storia. Gli uomini fanno la vita e la storia; non sono condotti per mano ad una meta prescritta dal fato, dalla macchina, dalla concorrenza, dalla struttura economica e da altrettali divinità trascendenti e dominatrici. Gli uomini possono disegnare essi medesimi il quadro entro cui la libertà contrattuale è chiamata a muoversi.

 

 

Decentralizzazione, promovimento naturale di piccole unità produttive e di modesti abitati, di forme sane di vita e di lavoro (sovratutto del contadino proprietario e dell’artigiano), legislazione indirizzata a vietare i monopoli e i concentramenti industriali (diritto delle società, dei brevetti d’invenzione, del fallimento, dei consorzi e cosi via), sorveglianza severa del mercato per garantire l’applicazione delle regole eque del gioco, ricostruzione delle forme non proletarie di industria, ritorno di tutte le dimensioni e di tutti i rapporti alla statura umana (“à la taille de l’homme“, secondo l’espressione efficace di Ramuz), allentamento dei giri di vite nello sforzo di organizzare specializzare e dividere il lavoro, promovimento della più larga distribuzione della proprietà, dovunque ciò sia possibile, limitazione razionale degli interventi dello stato in modo da favorire lo sviluppo sano dell’economia di concorrenza; riserva riflessiva di una sfera propria all’economia regolata dallo stato (pagine 282-3).

 

 

Il Röpke preferisce non dare un nome al suo indirizzo e perciò lo chiama semplicemente “la terza via”, la via d’uscita dal dilemma della scelta fra il capitalismo o liberalismo storico ed il “collettivismo”, ambedue a lui in sommo grado ripugnanti. Dall’esempio tragico della rivoluzione francese egli è stato persuaso che il suo ideale di nulla deve temere tanto quanto di essere tratto alle estreme conseguenze della pestifera genia dei dottrinari raziocinanti e sillogizzanti. Il Röpke aborre dal 1789, data infausta per lui; e si richiama alla Magna Charta del 1215, alla dichiarazione di unione tra gli svizzeri del 1291, alla petizione dei diritti del 1628, al giuramento della Fiordimaggio del 1620, alla dichiarazione di indipendenza e alla costituzione americana del 1776 e del 1788, alle costituzioni svizzere del 1848 e 1874; ossia a rivoluzioni le quali consacrarono e rafforzarono società, che erano già composte di uomini liberi, liberi perché indipendenti economicamente, ordinati gerarchicamente, forniti del senso di rispetto (Ehrfurcht) verso coloro che meritano di star in alto, che è forse il fondamento più elementare della civiltà (Wilhelm Meisters Wanderjahre, libro II, cap. I) ed insieme del senso dell’indignazione (Entrüstung) verso il male. Quando una società non reagisce più istintivamente, quando non ha rispetto verso l’alto e non si ribella al male, «quando al luogo della ribellione che non ha bisogno di alcuna discolpa sottentrano i palliativi, il trovare interessante l’avversario, il brigare “comprensione”, la giustificazione dei mezzi in ragion del fine, la ricerca cinica di teorie giustificative, il flirt snobistico con l’abnorme, si è toccato il punto più basso nella dissoluzione» (p. 27).

 

 

19. Sono convinto di non aver reso giustizia piena, in questa presentazione, naturalmente compiuta a norma delle mie simpatie intellettuali e morali, al libro del Röpke. Troppe sono le vedute e le discussioni le quali ho dovuto trascurare. Forse il contributo caratteristico, che spero in qualche modo sia stato messo in luce nelle pagine precedenti, da lui dato al chiarimento dei problemi dell’ora presente, è la dimostrazione che “non” esiste un problema “economico” dell’oggi. Chi cerca rimedi economici a problemi economici è su falsa strada; la quale non può condurre se non al precipizio. Il problema economico è un aspetto ed una conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale. Il male odierno è un male morale ed è quello del livellamento universale, dell’annientamento dell’autonomia spirituale dell’uomo divenuto, in alto e in basso, massa informe che la macchina stritola ed adegua ed offre in pasto al moloch collettivistico. Ho sempre negli occhi della mente fisso un ricordo; quello del ritorno, in compagnia di un collega americano diciassette anni or sono, dalla visita ad un colossale nuovo centro industriale nelle vicinanze di Chicago. Cadeva il sole; e nel lontano nubi si innalzavano al cielo dagli altissimi camini delle fucine del colosso fumigante fatigante rombante. Le grandi finestre degli opifici si illuminavano ad una ad una; e contro il sole calante il rosso fiammante e il nero fumigante si profilavano spaventosi. All’amico ed a me venne spontaneo esclamare: questa e l’immagine terrena dell’inferno di Dante! Ogni qualvolta, dopo d’allora, passo dinnanzi ad una fabbrica moderna, alla creazione più alta della tecnica contemporanea e vedo uscire od entrare nei portoni folle di lavoratori il pensiero ritorna sempre, angosciato, ai dannati dell’inferno dantesco.

 

 

Why, you are a catholic, are you? siete voi cattolico, chiedeva (p. 352) quel funzionario dell’ufficio internazionale del lavoro al Röpke che gli discorreva della necessità di far rifiorire l’artigianato, di ricreare il contadino autonomo, di dar la casetta e l’orto all’operaio, di combattere i monopoli, i consorzi, i privilegi legali; di spezzare le grandi città tentacolari in cittadine e borghi disseminati, insieme con le fabbriche, nelle campagne; troppo piccole cose, evidentemente, per chi sognava leggi e poi leggi e poi ancora leggi, casse e poi casse e ancora casse, locali regionali statali internazionali mondiali per regolare uniformemente le condizioni dei lavoratori di tutti i paesi del globo terracqueo.

 

 

Siete voi cattolico comunista liberale conservatore democratico? Chiedono coloro i quali hanno bisogno di un’etichetta per conoscere gli uomini. Si potrebbe rispondere che la domanda medesima prova che chi la fa non ha pensato seriamente ai problemi dei quali discorre. Come classificare colui al quale l’esperienza storica del secolo XIX ha insegnato che il plutocratismo, il monopolismo, l’accentramento delle industrie e delle città, il colossale, il livellamento universale conducono al comunismo, ossia all’annientamento dell’uomo nel tutto? Come classificare colui il quale, osservando che il liberalismo ed il capitalismo storici appartengono al secolo XIX per quel che esso ha di proprio e cioè di dissolvente di ogni struttura sociale sana e duratura, conclude essere necessario che l’economia di concorrenza, vero ideale suo, deve essere da ogni parte vigilata limitata e vincolata se vogliamo salvarci dal tormento della piena concorrenza, dell’emulazione continua, della gara non mai finita?

 

 

Non classifichiamo e non etichettiamo dunque chi disdegna sovra ogni altra cosa etichetta e finche, scuole e miti, e nel capitalismo storico e nel comunismo ha identificato la espressione di quel che nel secolo XIX vi era di proprio e deteriore: l’idolatria del grande, del colossale, della macchina, della tecnica, del minimo costo, del bene collettivo divenuti ideali di vita, di una vita ridotta al comune livello dei formicai e dei termitai. Altro è l’ideale dell’uomo; ed è quello insegnato da Cristo, che, facendolo creato ad immagine e somiglianza di Dio, ha voluto che egli alzasse lo sguardo verso l’alto, perfezionasse quel che ognuno ha in sé spiritualmente di proprio e di buono, quel che lo fa degno di essere cittadino della città che fu l’ideale del secolo di Pericle, del duecento e del trecento faziosi e creatori, del grande secolo decimottavo della ragione non ancora ragionante, e del tempo del risorgimento italiano di Mazzini e di Cavour.

 

 



[1] In inglese col titolo Economy of competition and historical capitalism, «Scienza Nuova», 1954, pp. 1-28 [Ndr].

[2] Cfr. il mio Rileggendo Ferrara. A proposito di critiche recenti alla proprietà letteraria e industriali. Cfr. il vol. quinto, n. 4 del dicembre 1940, p. 217 e segg. Poiché, per non riandare troppo indietro, i riferimenti saranno solo a cose pubblicate in questa rivista, le citazioni saranno solo dell’anno, quaderno e pagina.

[3] Il detto è ricordato in I pazzi ed i savi nella creazione della terra italiana, terzo, n. 2 del giugno 1938, p. 168 e segg:. Cfr. anche Sul paradosso della persistenza delle classi indipendenti, quarto, n. 3 del settembre 1939, p. 238 e segg.; I contadini alla conquista della terra italiana, quarto, n. 4 del dicembre 1939, p. 277 e segg.; Bonifiche vecchie e nuove, quinto, n. 3 del settembre 1940, p. 163 e segg.; e sovratutto L’unità del podere e la storia catastale delle famiglie, terzo, n. 4 del dicembre 1938, p. 303 e sgg.

[4] Cfr. Le premesse del ragionamento economico e la realtà storica, quinto, n. 3 del settembre 1940, p. 179 e segg.; Ancora su le premesse del ragionamento economico, sesto, n. 1, del marzo 1941, p. 43 e segg.; Tema per gli storici dell’economia: dell’anacoretismo economico, secondo, n. 2 del giugno 1937, p. 186 e segg.

[5] Il peccato originale e la teoria della classe eletta in Le Play, primo, n. 2 del giugno 1936, p. 85 e segg.

[6] Sul punto ha anche pagine illuminanti Federico le Play, in La Reforme sociale en France, prima ed., Paris, 1864, t. secondo, pp. 46 – 8; sesta ed., Tours, t. terzo, pp. 500 – 508.

[7] Su questo punto oltre gli scritti ricordati nella nota 3 cfr. una mia Nota in «Argomenti», n. 9 del dicembre 1941, pp. 20-26; ma, prima, i due volumi di E. SCILA su La concorrenza (Torino 1915), passim e, per richiami e sintesi, tomo II, pp. 228, in nota e 239.

[8] In Crises and Cycles, London 1936, recensito qui nel quaderno del settembre 1937, pp. 277 e segg. In un mio studio Delle origini economiche della grande guerra, delle crisi e delle diverse specie di piani.

[9] Va da sé che le osservazioni fatte nel testo si riferiscono ad un’economia di pace. In tempo di guerra, massimamente quando sono interrotti i traffici marittimi ed il paese od un gruppo di paesi rassomigliano ad una piazza assediata, è necessario spesso intervenire in maniere non conformi. L’economia di un paese in guerra, od in apprestamento di guerra o di difesa, è, in grado maggiore o minore, necessariamente collettivistica.

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