Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Economia di mercato

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 26 agosto 1944

 

 

 

È parola diversa da «economia di concorrenza», «liberismo» e «economia liberale».

 

 

Laddove l’economia di concorrenza suppone che per un dato mercato vi siano molti produttori e molti consumatori, che nessuno di essi eserciti una influenza permanente nel mercato, che tutti possano entrarvi od uscirne con apporti o detrazioni di fattori produttivi, trascurabili rispetto all’insieme, e che quindi i prezzi siano uguali ai costi marginali; – «liberismo» significa una norma politica di condotta contraria all’intervento dello Stato, specie in problemi doganali, condotta determinata empiricamente da preoccupazioni di indole morale e politica; – laddove «economia liberale» risponde ad una concezione della vita, per cui si ritiene vantaggioso esistano classi sociali indipendenti dallo Stato, capaci di controllare l’opera dei ceti impiegati in imprese statali o pubbliche, – l’economia «di mercato» è un concetto che si può dire esclusivamente tecnico.

 

 

Essa è quella struttura economica nella quale l’iniziativa viene non dall’alto ma dal basso. Il consumatore, provvisto di molto o di poco numerario, quando vuole acquistare beni e servigi, si reca sul mercato: una fiera, una piazza, una bottega, un ufficio, una borsa, dove si compra e si vende qualcosa.

 

 

Sul mercato, il consumatore è re; perché nessuno lo può obbligare a comprare una data quantità di quel bene, a quel prezzo. Egli si comporta come gli talenta, ascoltando solo il proprio interesse, i proprii gusti e tenendo conto del numerario (moneta) posseduto. Sul mercato, egli non è certo di fare un contratto che a lui dia piena soddisfazione; come probabilmente accadrebbe in un mercato ideale di concorrenza, dove egli potesse comprare le merci desiderate ad un prezzo uguale al costo. Egli si può trovare di fronte ad un monopolista, il quale gli chiede un prezzo siffatto da contenere un grosso profitto per se stesso.

 

 

Si può trovare di fronte a mezzi monopolisti o quarti di monopolista, a pseudo concorrenti i quali fanno finta di farsi la forca a vicenda ed in tanto sono tra di loro, espressamente o tacitamente, d’accordo. Può trovarsi di fronte ad imbroglioni, i quali, profittando della sua ignoranza, gli vendono lucciole per lanterne sulla base di una pubblicità sfacciatamente bugiarda. Può rammaricarsi di non poter acquistare quanto e quel che vorrebbe, perché gli fa difetto il numerario necessario. Nonostante tutto ciò, quello è un mercato, dove il consumatore nei limiti del numerario posseduto, è re.

 

 

Egli e nessun altro, decide quel che vuole acquistare; e la sua decisione, nota o prevista, induce i produttori a produrre quei tali beni e servigi dei quali egli fa domanda. Colla sua domanda, egli, attraverso al mercato, indirizza la produzione, rivolge il capitale, i lavoratori, gli ingegneri, gli scienziati, gli imprenditori a produrre quelle cose che egli non solo desidera astrattamente, ma si appresta ad acquistare di fatto.

 

 

Ad ogni giorno, ad ogni ora, dalle più diverse parti del mondo, automaticamente attirati dal numerario che egli offre sul mercato con la sua domanda, arrivano i beni più svariati, passati attraverso a decine di commercianti, tutti proni al suo cenno, negoziati per mezzo di una trafila intricatissima di documenti doganali, di carico, scarico, di banca.

 

 

A causa della sua domanda, i risparmi prodotti in Europa si trasferiscono, sotto forma di rotaie, di locomotive o di macchine in paesi lontanissimi e giovano a costruire ferrovie, porti, stabilimenti industriali, e coltivare terreni vergini, che produrranno poi, fra anni o fra decenni, e trasporteranno i nuovi beni e servigi di cui egli od i suoi figli faranno a suo tempo domanda.

 

 

Il mercato è davvero un meccanismo meraviglioso, del quale nulla di più perfetto fu mai posto e sarà mai posto a disposizione degli uomini per soddisfare le proprie esigenze effettive di beni e di servigi. Vi è taluno stordito il quale, non curando, per pigrizia mentale, di compiere le analisi più elementari, fa colpa al mercato di inconvenienti non suoi.

 

 

C’è chi ha troppo numerario e chi ne ha troppo poco per fare acquisti sul mercato?

 

 

Ciò potrà richiedere provvedimenti atti a diminuire la disuguaglianza nei redditi; non mai giustificherà la distribuzione del meccanismo grazie al quale le domande, corrette nelle loro dimensioni relative, potranno domani ancora essere soddisfatte.

 

 

Ci sono, accanto ai produttori obbligati dalla concorrenza a vendere a prezzi di costo, altri produttori privilegiati dalla possibilità di chiedere prezzi monopolistici?

 

 

Ciò spiega una politica di lotta contro i monopoli: non legittima affatto chi proponga di fracassare il congegno grazie al quale domanda ed offerta si incontrano.

 

 

Vi è al mondo buona gente disposta a lasciarsi imbrogliare sul mercato da una pubblicità, verbale o scritta, ingannatrice? Dico che il vero rimedio non è di abolire fiere e mercati, botteghe e borse; ma di illuminare il pubblico affinché conosca meglio le derrate, le merci, i titoli, le cose che egli intende acquistare.

 

 

Col sottoporre a controllo la pubblicità sui giornali si può dar forse da vivere ad una enorme burocrazia; ma non si crea quella educazione tecnica e economica che del resto gli uomini già posseggono in grandissima maggioranza, la quale li metta in grado di dare colla loro testa un giudizio fondato sulla bontà dei beni offerti sul mercato e sulla loro adeguatezza a soddisfare i bisogni da essi sentiti. Che cosa poi codesti storditi vogliono sostituire al mercato? Un ordine dall’alto, un ufficio centrale il quale faccia piani e ci sappia fornire al momento opportuno le cose da noi domandate?

 

 

Costoro sono gli stessi che tuttodì si lamentano della lentezza, della incongruenza dei metodi seguiti dagli uffici centrali statali esistenti nel provvedere ai servizi ad essi affidati. Sperano che quel che si fa male ed a costo alto e con arroganza di superiori, se ci si contenta di farlo per una sfera modesta della vita sociale, si debba fare meglio ed a costo basso e con umiltà di servitori, quando si debba fare per tutti i beni ed i servigi domandati dagli uomini.

 

 

Auguriamoci che non vi sia bisogno dell’esperienza per convincerli quanto sia infantile siffatta speranza.

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