Economia e finanza lombarda nel primo Settecento

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 17/10/1924

Economia e finanza lombarda nel primo Settecento

«Corriere della Sera», 17 ottobre 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 849-854

 

 

 

Alla pace di Aquisgrana nel 1748 le condizioni della Lombardia erano ancora suppergiù quali le aveva descritte il Manzoni pel 1630, all’epoca della celebre peste: la popolazione della città capitale diminuita di 200.000 abitanti sui 300.000 che noverava nel secolo quindicesimo; le industrie fiorentissime della seta, della lana, dei tessuti d’oro e d’argento, delle armature, dei cristalli quasi in tutto estinte; le arti e gli studi in decadenza; le campagne oppresse dalle contribuzioni; gli artigiani costretti ad espatriare. Alla morte di Maria Teresa (1780), il quadro è del tutto mutato; compiuto il catasto, che eguagliando i carichi fiscali li rese meno gravosi ed assicurando i contribuenti contro gli aumenti degli imponibili diede impulso grandioso all’agricoltura; assestate le finanze, riformato il sistema monetario, incoraggiate le arti, le industrie ed i commerci; rimessi in onore gli studi e le arti. Nessun periodo storico può vantare risultati così fecondi come quello che prende il nome dalle riforme teresiane.

 

 

Il giudizio, il quale senz’altro si fondasse sul mero paragone delle situazioni di fatto al principio ed alla fine dell’opera di pace della grande imperatrice, rischierebbe tuttavia di essere antistorico. L’opera teresiana più celebre e benefica, quella che rivoluzionò l’agricoltura lombarda, e che Carlo Cattaneo proclamò a ragione una delle più grandi scoperte della scienza e dell’arte economica, il catasto, si intitola bensì a Maria Teresa ed è collegata col nome di un suo gran ministro, Pompeo Neri; ma la giustizia storica vuol che si dica che esso fu voluto dall’imperatore Carlo sesto, primo signore austriaco di Lombardia e fu ideato dal napoletano Vincenzo De Niro, il quale lo conduceva quasi a termine dal 1718 al 1733, quando i tumulti di guerra ne interrompevano l’attuazione secondando l’egoismo delle classi proprietarie lombarde.

 

 

Il periodo che volge dalla battaglia di Torino (1706) all’inizio delle riforme teresiane (1748) presenta dunque un interesse storico grandissimo, come quello in cui si preparano le condizioni da cui sboccerà poi improvvisamente la fioritura riformistica. Eppure esso fu, per quello che ha tratto alle vicende economiche e finanziarie, poco studiato: scarsi accenni nel Cantù, nel Cusani, nel Custodi; e alcune poche pregevoli monografie come quelle del Greppi e del Vietti. All’opera si accinse nel 1908 un egregio studioso, Salvatore Pugliese, già noto per un fondamentale lavoro di storia dei prezzi e dell’agricoltura; e dopo sedici anni di indagini faticose negli archivi di Milano e di Vienna pubblica ora i risultati delle sue ricerche in un quadrato volume dal titolo Condizioni economiche e finanziarie delIa Lombardia nella prima metà del secolo diciottesimo (un volume in 4° piccolo, di pp. 495, estratto dal tomo cinquantaduesimo della Miscellanea di Storia italiana della R. Deputazione di Storia Patria per le antiche province e la Lombardia ed edito dai Fratelli Bocca, Torino-Milano). I lombardi devono essere grati a questo valente studioso, il quale con costanza ammiranda, è riuscito a risuscitare la vita della loro regione nella prima metà del secolo diciottesimo: agricoltura, popolazione, industrie e commerci, classi sociali, ordinamento tributario, debiti pubblici, spese civili e militari. A risuscitare dico; perché a differenza dello stato sabaudo e della Repubblica veneta, i cui archivi forniscono ai ricercatori messe cospicua di bilanci e di documenti ordinati, nello stato di Milano quasi tutti i documenti finanziari andarono distrutti. Non un solo bilancio, non uno, poté il Pugliese rinvenire intiero a Milano ed a Vienna; sicché la sua ricostruzione, compiuta su foglietti di memorie dei vari magistrati, ricavata da fonti diversissime è meritoria come quella di chi da pochi frammenti riesce a ricomporre una grandiosa architettura.

 

 

Purtroppo, il quadro ricostruito dal Pugliese con pazienza benedettina è ben lungi dall’armonia di una architettura concepita logicamente. Piuttosto diremmo che siamo dinanzi ad un edificio bizzarro, di cui i piani successivi sono costruiti sulle rovine di edifici preesistenti. Una mente moderna abituata a vedere il mondo circostante muoversi su alcuni istituti semplici, i quali paiono foggiati da un legislatore di ieri, dura fatica ad immaginare la facilità con cui gli uomini del secolo diciottesimo si muovevano fra istituti diversi, concorrenti e coesistenti, i quali risalivano alle epoche più varie: il comune di Milano, i Visconti, la Repubblica Ambrosiana, gli Sforza, i francesi, gli spagnuoli, gli austriaci tutti avevano lasciato qualche traccia di sé; e consigli, senati, autorità, istituti storicamente discordanti vivevano a fianco a fianco, creando un disordine indicibile, in mezzo a cui gli uomini erano costretti a vivere ogni giorno. Si prenda un esempio vivo, perché entrava nella vita quotidiana di ogni lombardo di quell’epoca. Il contribuente fondiario invece di una sola imposta poteva essere chiamato a pagarne parecchie, dai nomi più stravaganti; imbottato, tasso cavalli, censo sale, mensuale, egualanza, rimplazzo, diaria, diarietta ecc. Accadde qualcosa di simile durante la guerra ultima al contribuente italiano, il quale vide moltiplicarsi sull’avviso dell’esattore i nomi delle imposte dovute. Ma quel risultato che in Italia fu dovuto alla mania nominalistica dei finanzieri, nella Lombardia era il prodotto del succedersi delle dominazioni. Ognuna delle quali lasciò per secoli ricordo di sé ai contribuenti, ed un ricordo, si aggiunga, il quale era sentito dai contribuenti senza che pur l’erario se ne vantaggiasse. A mano a mano che un’imposta diventava veneranda per antichità, l’usura del tempo ne sminuiva il valore monetario e le strettezze dei principi la facevano passare, mediante vendita, in possesso di privati e per lo più di coloro stessi che la dovevano pagare. La più vecchia di queste imposte terriere risaliva all’epoca del comune e chiamavasi «imbottato», dal fatto che in origine consisteva in una porzione del vino prodotto. Poi, nell’epoca viscontea, finì di riscuotersi sui soli prodotti agricoli che rimanevano nelle case di campagna dopo le calende di novembre, incidendo per tal guisa soltanto sui contadini, i quali ne muovevano acerbissime lagnanze. Fruttava in origine oltre centomila scudi, somma egregia per quei tempi; ma, poiché a mano a mano che i duchi erano in bisogno di danari, ne vendevano una parte a feudatari, a comuni, a privati, già nel 1463 figurava per sole lire 75.231 per l’intiero ducato; nel 1535 per poche centinaia di lire; dopo il 1706 per sole 19 lire pagate da tre cascinali, i cui proprietari ancora non l’avevano riscattata. Una grida del 12 settembre 1780 la fece scomparire.

 

 

A prenderne il posto nel 1442 Filippo Maria Visconti aveva istituito il «tasso dei cavalli» così chiamato da un riporto delle spese d’alloggio della cavalleria ducale. Quel casuale riporto servì per secoli alla ripartizione dei tributi lombardi. Produceva il tasso 151.435. lire verso la fine del secolo quindicesimo; ma nel 1558 il governo spagnuolo lo raddoppiava. Ad esso si aggiunse nel 1534 da Francesco secondo Sforza il «censo del sale», tributo stabilito in sostituzione dell’obbligo dei comuni rurali di acquistare un certo numero di staia di grano per testa d’abitante. Tasso dei cavalli e censo del sale avrebbero dovuto fruttare 585.781 lire alla fine del secolo diciassettesimo; ma, per vendite successive, nel 1706 la porzione disponibile per il pubblico erario residuavasi a 93.680 lire; e le ultime briciole erano vendute nel 1745 ai creditori pubblici.

 

 

Gli spagnuoli, seguendo l’esempio dei governi precedenti, crearono nel 1536 il «mensuale» chiamato così perché Carlo quinto ripartì, appena preso possesso del Milanese, 12.000 scudi al mese, portati poi a 25.000, sul nuovo dominio. Promise l’imperatore che quel carico avrebbe durato solo 12 mesi; ma, come al solito, l’ordine di pagarlo veniva ogni anno ripetuto. Anche il nuovo tributo, che pure ammontava all’egregia somma di lire 1.650.000 annue, presto non bastò più alle esigenze dell’esercito, nella cui cassa veniva versato; e già durante il dominio spagnuolo, vi si aggiunsero il «tasso di ambo le cavalline» (1561), il carico dei «quattordici reali» (1575), il «tasso di fanteria» o «presidi ordinari«, i «presidi forensi» ed altri ancora. Pagavansi questi tributi dai popoli allo scopo di liberarsi dall’obbligo di sostentare ed alloggiare le soldatesche; ma di fatto queste requisivano e taglieggiavano ugualmente. Tentarono i sudditi di liberarsi dalle angherie, provvedendo all’egualanza ed al rimplazzo; ma ciò non produceva altro effetto che di crescere il carico del mensuale giunto a lire 27.114 al giorno negli ultimi mesi della dominazione, circa 9 milioni all’anno. Il principe Eugenio mutò nome al tributo, chiamandolo «diaria» e fissandolo in 22.000 lire al giorno, a cui si aggiungevano 168 lire di diarietta; ed altri carichi accessori, cosicché si giungeva a 24.000 lire al giorno per il ducato ed a 1.200 lire per la città di Milano, tuttora assoggettata al vecchio mensuale.

 

 

Se tal carico fosse stato repartito equamente, come accadde, in virtù del catasto, dopo il 1763, sarebbe stato sopportabile, per quanto onerosissimo, ché il Pugliese calcola al 23,50% la percentuale che in media i lombardi dovevano prelevare sul loro reddito per pagare tributi allo stato; proporzione altissima se si pensa che il reddito medio degli abitanti del ducato non poteva agli inizi del secolo diciottesimo stimarsi superiore a lire 120 all’anno. Il danno maggiore era il disordine nella ripartizione dei tributi, i quali si distribuivano quasi a caso, con regole misteriose, tratte dai criteri con cui tre o quattro secoli addietro ripartivasi l’imbottato, il tasso dei cavalli, il censo del sale; disordine aggravato dalla immunità di ceti privilegiati e dai soprusi degli amministratori. Né la gravezza dei tributi giovava ai creditori dello stato. I soli i quali riuscivano a farsi pagare erano quelli che avevano, pagando una somma capitale, acquistato il diritto di esigere le imposte o si erano liberati dall’obbligo di pagarle. Tutti gli altri, soffrivano del male che dicevasi dell’«atrasso», il che voleva dire degli arretrati. Quando un creditore di interessi per mutui o per stipendi cadeva in «atrasso», ben piccola era la speranza di ricuperare il perduto. Solo chi aveva i mezzi di anticipare altro danaro, riusciva talvolta a far riconoscere i crediti antichi ed a farsi promettere una buona graduazione nell’ordine di coloro i quali vantavano ragione di pagamento dallo stato. Finché le benemerenze erano recenti e lo stato temeva di dover ricorrere nuovamente alle buone grazie dei creditori, l’ordine veniva osservato. Col tempo, sorte nuove urgenze, la santità dei giuramenti si dimenticava; ed un ordine del governatore «tagliava» il bilancio ad un certo punto; cosicché tutte le spese ed i debiti elencati dopo quel punto nuovamente cadevano in «atrasso». Piativano i creditori defraudati a Madrid ed a Vienna; e talora mandavano messi, forniti di danaro, per cattivarsi l’animo dei membri del consiglio supremo d’Italia, e distoglierli dal favorire altri creditori; sicché si assiste a curiose lotte di montisti contro assentisti, reddituari camerari contro reddituari di redenzione, creditori di giustizia contro creditori di grazia. Ed il malcontento dei creditori e dei contribuenti era fomentato da taluni amministratori cittadini, i quali pensavano che, quanto più le finanze dello stato erano guaste e quanto più alte erano le querele di coloro che dovevano versare somme al pubblico erario o ne dovevano riscuotere, tanto minore sarebbe stata la forza delle corti dominanti nel pretendere tributi. Ma già tra i migliori amministratori e cittadini diffondevasi l’opinione che l’ostentazione della miseria poco giovava contro le prepotenze straniere, finché l’insofferenza del disordine e l’interesse di principi illuminati non schiusero l’era delle riforme, che diedero fama ai Neri, ai Carli, ai Verri, ai Beccaria e mutarono in breve tempo faccia alla Lombardia. Il volume del Pugliese fissa in modo definitivo il quadro economico e sociale della Lombardia preteresiana e merita perciò di prender posto. tra i libri destinati a spiegare le origini dei rivolgimenti, i quali condussero poi alla unificazione italiana.

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