Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Ed ora all’opera!

«Corriere della Sera», 24 febbraio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 44-47

 

 

 

Finalmente il disegno di legge sul pane è stato approvato dalla camera, ponendosi così graduale riparo a una delle più grosse falle del nostro bilancio. La soddisfazione di vedere avviato questo problema alla sua naturale soluzione è così grande che può far passare sopra a qualche inquietudine, la quale sembrerebbe naturale ove si pensi ai punti rimasti insoluti e capaci di annullare in tutto o in parte la soluzione conseguita. E invero il prezzo del pane viene ora stabilito, tenendo conto dei prezzi di vendita per la forma grossa e per quella piccola, a un livello medio non superiore al costo del frumento nazionale. È un grande passo, che giova sperare sia tutto e fa d’uopo fare ogni sforzo perché non si riduca a nulla. È dovere del governo, del parlamento e dell’opinione pubblica tener sempre fisso lo sguardo su questa speranza e insieme su questo pericolo.

 

 

La speranza che la soluzione sia completa esiste ed è fondata. Il prezzo medio di requisizione del frumento nazionale nell’anno agrario 1921-22 sarà di lire 160 al quintale. Se il prezzo di acquisto di 35 milioni di frumento estero non sarà superiore a 160 lire, il problema del pane potrà dirsi interamente risoluto. L’erario non perderà più nulla per la gestione frumentaria; e anzi potremo passare senz’altro alla libertà del commercio, risparmiando le centinaia di milioni all’anno che l’organizzazione del commissariato agli approvvigionamenti e dei consorzi agrari costa al paese (un miliardo sino alla fine del 1920 per confessione ufficiale del governo alla giunta generale del bilancio!)

 

 

Non basta tuttavia nutrire siffatta speranza. È necessario aver sempre davanti agli occhi il pericolo imminente che il prezzo del frumento estero sia ben più alto di 160 lire e le perdite dell’erario continuino ad essere imponenti. Oggi il prezzo estero è di circa 220 lire; e l’erario, perdendo la differenza fra 160 e 220 lire, scapiterebbe nel 1921-22 ancora di ben 2 miliardi e 100 milioni di lire. Disavanzo incomportabile come quello che si aggiunge ad altro disavanzo di 6-7 miliardi di lire che per cause diverse tuttora grava sul bilancio italiano. Bisogna ad ogni costo che quel disavanzo scompaia. Non basta all’uopo fare affidanza sul ribasso dei prezzi all’origine e sul ribasso dei noli e dei cambi. I noli sono siffattamente ridotti che, pure non escludendosi ribassi ulteriori, da parecchi pratici si reputa non lontanissima una ripresa. Sui prezzi all’origine non si può far alcuna congettura certa, molto dipendendo dalle vicende delle stagioni. Il ribasso dei cambi è possibile che in parte potrà essere una conseguenza della soluzione medesima data al problema del grano. Ma, sovratutto nei rispetti del cambio, non dimentichiamo mai che il suo ribasso non dipende dalla fortuna, né dalla benevolenza degli stranieri, ma esclusivamente dall’opera nostra. Finché noi non ci metteremo con rinnovata lena al lavoro, finché i commovimenti sociali non avranno termine, finché sulle industrie penderà la spada di Damocle di progetti di controllo, finché si seguirà una politica tributaria di persecuzione contro il capitale, contro il risparmio, contro gli uomini i quali si trovano a capo delle industrie italiane, il pericolo di un rialzo ulteriore del cambio sarà sempre lì alle porte, minaccioso ed imminente.

 

 

Il governo dell’on. Giolitti ha avuto il grande merito di risolvere le due questioni più gravi del momento, quella adriatica e quella del pane.

 

 

Questo giornale, che non è amico di nessun uomo politico ed è unicamente ossequente alle verità e inquieto delle sorti del paese, rende al ministero il dovuto omaggio; ma ricorda ad esso e a tutti gli uomini politici italiani che il paese non è ancora uscito dal travaglioso periodo del suo risanamento. I frutti conseguiti possono andare ancora dispersi, se la follia demagogica abbia il sopravvento. Forse l’anno che sta dinanzi a noi è il più pericoloso dal punto di vista economico. La crisi dei prezzi iniziata all’estero sta avvicinandosi all’Italia; e crisi di prezzi vuol dire disoccupazione, ribassi di salari e malcontenti operai. Se in queste contingenze delicatissime, il governo dell’on. Giolitti, supponendo che superi l’attuale burrasca parlamentare, pretendesse di mantenere intatto il suo programma di controllo sulle industrie, di persecuzione fiscale contro gli organismi produttivi, di tolleranza verso l’attuazione insidiosa di fantasiosi disegni di socializzazione delle acque, delle miniere, delle ferrovie e tranvie secondarie, e di acquiescenza verso le invasioni di terre coltivate, il cambio non ribasserà e potrà invece inasprirsi.

 

 

Bisogna fare macchina indietro. Non rinunciare a nulla di ciò che è vera conquista sociale e abbandonare tutto ciò che è puramente demagogia captatoria dei voti popolari. Il momento di rinsavire è ormai giunto; e ogni ritardo a fare del bene verso il popolo potrebbe essere funesto. Purtroppo, il passato dell’on. Giolitti non dà su questo punto affidamenti bastevoli. Troppo egli è persuaso di essere stato negli anni trascorsi cagione del grande innalzamento verificatosi nelle masse operaie nell’ultimo ventennio; troppo l’animo suo è lontano da quella comprensione dei compiti della industria moderna e insieme delle condizioni del suo funzionamento perché si possa fondatamente sperare che egli abbandoni il suo vecchio bagaglio intellettuale, che è, tutto sommato, quello dell’uomo di governo, il quale ritiene di poter risolvere con mezzi politici problemi economici. Abbiamo veduto tuttavia nel passato rivolgimenti maggiori e giova non disperare neppure di questo.

 

 

Le classi dirigenti dell’industria, del commercio e dell’agricoltura sono ben meritevoli che, dopo tanto frenetico discorrere e tanti progetti e atti distruttivi, l’opinione pubblica si persuada che esse parlano nell’interesse della nazione. La loro condotta nell’occasione presente non è stata degnamente apprezzata. Mentre infieriva il rabbioso ostruzionismo socialista, mentre per mesi e mesi si scatenava l’eloquenza volgare, distruggitrice di decine di milioni di lire al giorno, la media e l’alta borghesia italiana tacevano, pure sapendo che l’approvazione del disegno di legge sul pane voleva dire approvazione nel tempo stesso di progetti insani di inasprimenti tributari, male studiati, sperequati, incidenti a casaccio su questa o su quella specie di reddito, e sovratutto persecutori della gente che più lavora e rischia e intensamente opera a pro del paese.

 

 

Tacquero i borghesi italiani, un po’ per timidezza e più perché consapevoli che la salvezza dello stato è legge e necessità suprema e che i singoli si devono sacrificare affinché viva il tutto. Una classe che così pensa e opera non è morta. È ben viva e più viva di coloro che, con parole retoriche, la proclamano morente. Ma essa ha diritto, oggi, dopo aver dimostrato coi fatti di essere pronta a subire le più ingiuste persecuzioni, di dire ben altro che importa guardare all’avvenire. L’interesse non delle classi dirigenti, ma della nazione intera, richiede imperiosamente che lo stato cessi di ostacolare e di perseguitare coloro che veramente lavorano e producono.

 

 

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