Emanuele Sella

Tratto da:

Rendiconti dell’Accademia nazionale dei Lincei

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Emanuele Sella

«Rendiconti dell’Accademia nazionale dei Lincei» 1956, fasc. I, pp. 7-10

 

 

 

Il cinque di ottobre del 1946, in Milano nella casa del fratello, a 65 anni, poneva termine al suo transito su questa terra Emanuele Sella. Fu, negli anni della giovinezza al termine del secolo scorso, per breve tempo corrispondente da Ginevra e collaboratore della Stampa di Torino. Poi si aggregò alla confraternita degli economisti ed insegnò la scienza che trae e respinge (non saprei tradurre altrimenti la «dismal science» di Tommaso Carlyle) a Perugia, a Cagliari, a Parma ed a Genova. Nei 45 giorni, e di nuovo dopo la liberazione, fu rettore dell’università di Genova. Quando Pasquale Jannaccone, raggiunti i limiti d’età, dovette lasciare la cattedra economica torinese, proponemmo, lui ed io, che il Sella fosse chiamato a succedergli, e Jannaccone volle dettare egli stesso con parole scultorie le ragioni della chiamata. Ma la proposta della facoltà torinese non fu accolta a Roma; ché il Sella era un ribelle e troppi zelanti servitori avevano preso nota delle sue critiche alla scempia condotta politica ed economica della banda fascistica.

 

 

Emanuele Sella apparteneva ad uno dei rami della famiglia che ha dato all’Italia uno dei suoi maggiori statisti e numerosi industriali della lana, banchieri, eruditi e uomini amanti delle lettere. Tra i Sella, egli stava a sé. Credo che i biellesi lo amassero ed insieme lo guardassero con un certo vago sospetto, come se non appartenesse in tutto alla loro gente. Gli economisti lo collocavano del pari un po’ al margine della loro confraternita. Non era infatti un sistematico, non osservava le regole del gioco, argomentando spesso più da San Tommaso d’Aquino, dai Santi Padri e dal Vangelo che non dai libri classici della scienza pura.

 

 

Lo conobbi quando egli era ancora studente di liceo e lo ricordo giovinetto sottile (negli ultimi anni il cuore affaticato reprimeva a stento la vivacità irrequieta delle mosse di un corpo alquanto appesantito) ed elegante, prendere la parola in folte adunanze operaie nel grande salone della Camera del lavoro in Torino e parteggiare, con Guelpa e Rondani, a pro degli operai durante i celebri scioperi del Biellese sul finire del ‘900. Il trascorrere degli anni e gli obblighi accademici non avevano spento l’ardore per il bene; l’avevano trasformato nell’abito del ricercatore, non mai contento, di nuove verità che, non appena scoperte e quasi soltanto intuite, erano da lui bandite ad alta voce nella scuola, per la strada, al caffè e nelle conversazioni tra amici. Il vero era da lui cercato non tanto nelle pagine tecniche degli economisti professionali, verso le quali temo fosse non di rado serenamente indifferente, quanto in quelle dei fisici, dei chimici e dei fisiologi, da cui traeva sorprendenti illuminazioni dei fatti economici.

 

 

Poiché egli esponeva queste illuminazioni con linguaggio inconsueto, i professionali affettarono talvolta noncuranza. A gran torto; ché Sella lasciò talune pagine degne di meditazione. Fu lui a scrivere un libro imperniato sull’idea che la ricchezza è vita. Tradussi, forse indipendentemente, quell’idea in lingua volgare affermando che il capitalista è il servo sciocco della società contemporanea. Che cosa c’è di più vero della sentenza che la ricchezza non consiste nelle cose materiali, nelle case, nelle terre, nelle macchine, nelle strade, nell’oro, nei titoli pubblici e privati? Che cosa c’è di più falso della credenza comune che certi popoli, che gli inglesi, che gli americani sono ricchi perché hanno denaro, perché hanno quattrini e miniere e navi e fabbriche, della credenza che certe terre sono ricche perché nel sottosuolo o nel soprasuolo esistono carbone, ferro, foreste e simiglianti cose? Sella affermò invece che la ricchezza esiste perché e finché è viva e descrisse le vicissitudini della vita della ricchezza in pagine scintillanti di paragoni impensati e di paradossi pensosi.

 

 

Gli economisti erano propensi a reputarlo perciò un poeta. Ed era giudizio che egli non ricusava; ché cesellò poesie finissime nelle quali forse non cantava lo spontaneo bisogno di dire ingenuamente altrui i propri sentimenti, ma rifulgeva una tecnica preziosa di elaborazione di pensieri meditati e di sensazioni a lungo godute. Poeta, coll’intuizione vedeva subito la verità astratta che altri poi esponeva in austero linguaggio tecnico. Quel suo principio che la ricchezza è vita, che la ricchezza materiale non è nulla se non è fatta viva dall’uomo; che la ricchezza vive e perciò muta continuamente e si serba se e perché muta per mano dell’uomo, era stata intravista al rovescio da chi aveva scritto macchinosi volumi sulla società come organismo; concezione falsa, perché l’organismo sociale non si può analizzare come se fosse una cosa ferma, che «sta» in un certo modo; ma esiste solo in quanto vive e continuamente muta. Vennero poi i tecnici e parlarono di dinamica economica; ma si sono fermati alle prime approssimazioni, promesse allettanti di future conquiste. Per ora, al di là delle prime approssimazioni, bisogna ancora ricordare, con Sella, che la ricchezza è vita, ossia esige la conoscenza dell’uomo vivo, dell’uomo intero con tutte le sue passioni, con i suoi sentimenti, le sue virtù ed i suoi vizi.

 

 

Oggi molto si parla di moneta, di stabilizzazione, di svalutazione; e gli uni temono e gli altri rassicurano. Sella aveva inventato una teoria che chiamò del «punto critico»; teoria generale, valida anche al di là del mero campo economico. Vi è un punto, sino al quale l’andamento delle cose è in un certo senso che noi possiamo approssimativamente descrivere e prevedere.

 

 

Ma giunge un momento, un punto nel quale il senso si inverte ed avviene una rottura violenta nella tendenza dei fatti. Sino a quel momento, la condotta degli uomini può essere regolata, può essere secondata, frenata, accelerata. Al di là di quel punto, lo sforzo consapevole degli uomini a dirigere a frenare a secondare è inutile. Deve avvenire la catastrofe. Dopo, gli uomini potranno nuovamente decidere e volere qualcosa. Per un tratto, temporaneamente, domina il dio Fato. Le tenebre si addensano e solo quando esse si saranno diradate, i sopravvissuti potranno nuovamente operare secondo ragione. Se non vogliamo la catastrofe, bisogna fare ogni sforzo per non avvicinarsi al punto critico. La guerra ed il dopo guerra avevano acuito il pessimismo nato in Sella dopo il 1914.

 

 

L’erudito, il quale aveva ristampato diligentissimamente in bellissima edizione critica le Cronache di Biella del Mullatera, il cultore innamorato delle cronache locali delle sue terre (l’introduzione al volume di Pietro Torrione e di Federico di Vigliano su La Rocca di Zumaglia è testimonianza di questo suo amore), il giardiniere che aveva costrutto dinnanzi alla casa avita di Valle Mosso un capolavoro nell’arte difficile del giardinaggio in brevissimo spazio e sperava di averlo costrutto per il godimento di molte generazioni a venire, volgeva in mente visioni apocalittiche.

 

 

Accade non di rado agli innamorati delle cose vecchie, ai custodi delle tradizioni minute locali di disperare dell’avvenire. Poco prima morisse avevo avuto occasione di scrivergli ricordandogli una mia lugubre previsione della primavera del 1940, innanzi all’entrata in guerra dell’Italia e degli Stati Uniti, nella quale affermavo a chi me ne chiedeva per gli Annali di un’Accademia di Filadelfia: «Questa è una guerra di religioni e non può finire se non collo sterminio di una delle due opposte fedi».

 

 

Ed aggiungevo che, essendo rimasti vivi, mutate le parti, l’uno contro l’altro, i due contrastanti ideali religiosi, la guerra continuava. Egli rispose ancora più lugubremente. Non la guerra di religione, sebbene certa, lo turbava; non la guerra atomica. Tutt’al più, questi tipi di guerre possono condurre alla fine dell’umanità e della terra medesima; restando così risoluto per definizione e per sempre il problema della guerra e della pace. No. Questo non è il pericolo maggiore a cui va oggi incontro l’umanità. Il pericolo massimo sta nella degenerazione dell’umanità.

 

 

Già gli hitleriani avevano dato inizio alla fabbricazione artificiale, con scelte di coppie riproduttrici compiute con rigore scientifico, di una razza eletta, destinata a dominare su una maggioranza di iloti. Il tentativo fu interrotto dalla sconfitta tedesca. Ma la scienza continua nel suo lavoro di scoperta; ed in alcuni articoli del prof. Remotti sull’Osservatore Romano si sono lette, in linguaggio severamente scientifico, notizie terrificanti intorno alle possibilità di incroci e di fabbricazione artificiale di nuovi esseri viventi. Chi ci può assicurare contro il pericolo che in un avvenire forse non lontanissimo un gruppo politico dominante non ritenga a sé stesso conveniente la creazione di una razza di «ominidi» destinati a servire, senza ribellarsi, ai signori della terra? Chi ci assicura contro i progressi della biologia? Emanuele Sella era un veggente, il quale amava i paradossi. Auguriamoci che quest’ultima visione dell’amico indimenticabile rimanga per sempre nel regno dei sogni. Il dubbio atroce tuttavia rimane.

 

 

Tra le opere di Emanuele Sella, tralasciando i numerosi volumi di poesia, si ricordano:

 

 

Le memorie di Biella, Torino 1902.

 

 

La speculazione e le crisi di produzione, Torino 1905.

 

 

Le affittanze collettive, Roma 1906.

 

 

Le trasformazioni economiche, Genova 1906.

 

 

Le trasformazioni economiche del capitale fondiario, Torino 1907.

 

 

La vita della ricchezza, Torino 1910.

 

 

La concorrenza, Torino-Milano-Roma 1914-1916.

 

 

Dottrina dei tre principii, Padova 1930.

 

 

Dottrina del valore, Padova 1931.

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