Entrate e spese delle città italiane

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/09/1908

Entrate e spese delle città italiane

«Corriere della sera», 19 settembre 1908

 

 

 

Gli studiosi dei problemi sociali ed economici possono oramai allietarsi di avere anche in Italia, alcuni di quegli annuari che abbondano nei paesi tedeschi ed anglosassoni e pongono sottomano all’indagatore, già radunati e parzialmente elaborati, i principali dati relativi alle più discusse questioni del giorno. Ieri veniva alla luce, accolta con plauso, la seconda annata dell’Italia economica, dove i signori Pinardi e Schiavi raccolsero una miniera preziosa di informazioni utili. Oggi è l’Annuario statistico delle città italiane che esce per la seconda volta (anno 1907-908, Firenze, Alfani e Venturi) per le cure infaticate del prof. Ugo Giusti, capo dell’ufficio statistico del Comune di Firenze. Il volume è edito dall’«Unione statistica delle città italiane», ed è veramente utilissimo perché raccoglie molteplici dati relativi alla meteorologia, al territorio, alla popolazione, all’attività edilizia, al prezzo dei terreni e degli affitti, alle case popolari, alle strade, ai giardini pubblici, alla illuminazione e altri servizi pubblici, ai consumi, alle finanze, agli impiegati, alla assunzione dei pubblici servizi, ecc., ecc., delle maggiori città italiane. Il volume non è perfetto, per la malavoglia ed il ritardo di parecchi Comuni a fornire i dati; ma andrà migliorando col tempo e frattanto riesce di prezioso sussidio a chiunque voglia occuparsi della vita comunale, che è tanta parte della vita di tutti.

 

 

Se, ad esempio, noi ci indugiamo sulle pagine che toccano delle finanze delle città italiane, leggiamo notizie che potrebbero dar materia a riflessioni di gran peso. Fra l’altro la grandiosità delle spese pubbliche.

 

 

Vi sono bilanci di grandi Comuni italiani del 1907 che stanno a paro di quelli che un giorno erano bilanci di Stati non piccoli. Viene in testa la città di Milano con 53 milioni di spese; e seguono le città di Roma con 34 milioni, di Napoli con 29, di Genova con 24, di Torino con 23, di Palermo e di Firenze con oltre 18, di Venezia con quasi 9 e di Bologna con quasi 8.

 

 

Relativamente alla popolazione viene sempre prima Milano con L. 93.38 di spese per abitante, seguita da Genova con L. 90, da Firenze con L. 78.56, da Verona con L. 72.90, da Reggio Emilia con L. 72.58. Non tutti i Comuni spendono nella stessa maniera. Accanto a Roma con L. 15.66, a Genova con L. 12.90, a Napoli con L. 11.35 per abitante destinate al pagamento degli enormi debiti comunali che opprimono quelle città (214, 68 e 159 milioni di lire) vi sono Treviso, Chioggia e Trani che spendono appena, per lo stesso scopo, da L. 0.43 a 0.57 per abitante. Imola, Firenze e Milano sono le tre città che spendono di più, per abitante, nella polizia ed igiene (L. 21.98, 17.96 e 14.59 rispettivamente); mentre Chioggia, Lucca e Massa spendono dei minimi dal L. 1.77 a 2.30 per abitante. Nell’istruzione pubblica Rovigo (L. 13.42 per abitante), Padova (lire 12.16), Torino (L. 11.56) vengono prime; mentre Chioggia (L. 1.60), Caltanissetta (L. 2.46) e Lucca (L. 2.77) vengono in coda. Per i culti le cifre sono appena le minime; poiché i Comuni che più spendono sono Palermo con L. 0.53 per abitante, Caltagirone con L. 0.53 e Cagliari con L. 0.41.

 

 

Egualmente interessante è la statistica dei tributi comunali. La proporzione in cui le città italiane ricorrono al dazio consumo, alle sovrimposte sui terreni e fabbricati ed ai tributi comunali (tasso di famiglia e valor locativo, tasso su vetture, domestici, bestiame, cani, velocipedi, spettacoli, esercizi e rivendite, ecc., ecc.), è variabilissima. Per darne una qualche idea chiediamo venia se qui sotto compiliamo una breve tabella relativa alle città che hanno un provento totale, per quelle tre categorie di tributi, maggiore di 5 milioni di lire:

 

 

CITTÀ

Entrata totale di milioni di lire

Per ogni 100 lire di entrata

Quota per abitante

Dazio consumo

Sovrimposta

Milano

24.-

62

22

16

41.88

Roma

21.1

72

17

11

39.51

Napoli

15.4

66

28

6

25.97

Genova

13.-

79

17

4

55.80

Torino

12.5

81

15

4

33.76

Firenze

9.-

60

29

11

39.59

Palermo

8.1

83

13

4

24.72

Venezia

5.6

84

10

6

28.88

Bologna

5.1

64

20

16

30.63

 

 

Lo specchietto mette in luce tutta la difficoltà somma del problema tributario comunale. Le grandi città non potrebbero in alcun modo fare a meno del dazio consumo, il quale fornisce loro la miglior parte delle entrate; né sarebbe giusto vi rinunciassero, poiché molte voci sono di consumo tutt’altro che necessario e quella tassazione è l’unico mezzo per far contribuire alle spese comunali masse di cittadini che altrimenti vi sfuggirebbero. Ma è innegabile che parecchie città vi ricorrono oltre misura (una percentuale superiore al 60% sembra davvero eccessiva), non tanto perché non sappiano colpire colla sovraimposta i terreni ed i fabbricati – anch’essi aggravatissimi, con non felici ripercussioni sull’altezza dei fitti – quanto perché scarsamente ricorrono ai tributi comunali. Il rimedio sarà difficile trovarlo in imposte generali sul reddito, che in parte riuscirebbero un duplicato delle sovrimposte, e dovrà cercarsi in più acconci modi di tassare i redditi mobiliari e professionali, i quali ora sfuggono alla tassazione comunale. La consapevolezza dell’ingiustizia sostanziale che sarebbe insita in una adozione apparentemente equa delle tasse di famiglia e sul valor locativo è forse quella che trattiene molti Comuni dall’impiegare questi strumenti di tassazione. La partecipazione dei Comuni e delle Provincie all’imposta di ricchezza mobile, migliorata e resa più efficace e nello stesso tempo meno oppressiva, toglierebbe questa ingiustizia e metterebbe le grandi città in grado di ridurre i dazi consumo senza crescere i fitti attraverso l’aumento della sovrimposta edilizia.

 

 

Altre notizie interessanti si leggono ancora nell’Annuario a proposito dei tributi. Singolarissima, a cagion d’esempio, è la diversità delle spese di esazione del dazio consumo. Si va da Marsala, dove il 43.3% della entrata del dazio si disperde inutilmente in ispese di esazione, a Terranova di Sicilia che spende il 35.1% del reddito del dazio per esigerlo, a Pistoia col 31.7, a Rovigo col 30.9, ad Acireale col 30.7, a Ravenna col 30.1; discendendo sino ai minimi di Cagliari (10.8%), Cuneo (10.4), San Remo (9.5), Torino (9.5), Verona (8.5), Milano (7.1). Influiscono sull’altezza di tali spese di esazione, è vero, la presenza o la mancanza di una cinta da sorvegliare, la lunghezza di questa cinta, il numero delle aperture o barriere che vi sono praticate, la complessità delle tariffe, il carico delle pensioni. Ma dal minimo milanese del 7.1% al massimo di Marsala del 43.3% vi è così forte divario che fa sospettare di una non efficace esazione del denaro pubblico. L’Annuario delle città italiane, che richiama l’attenzione del lettore su questi suggestivi confronti, dovrebbe spingere altresì il Governo e le amministrazioni comunali a scoprire i difetti e indicare i rimedi alle situazioni meno buone. Non sarà questo il minore dei servigi che la nuova utile pubblicazione avrà reso al paese.

 

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