Esame critico della finanza bellica in Italia

Tratto da:

Il problema della finanza post-bellica

Data di pubblicazione: 01/01/1920

Esame critico della finanza bellica in Italia

Il problema della finanza post-bellica, Fratelli Treves, Milano 1920, pp. 1-25

 

 

 

 

Iniziando questo breve corso di cinque lezioni intorno al problema della finanza post-bellica debbo innanzitutto premettere una dichiarazione sull’indole del corso medesimo. Esso non vuole essere una trattazione approfondita del problema, quale potrebbe formare oggetto di una monografia avente carattere prettamente scientifico o di una relazione avente per iscopo di dimostrare la opportunità e la giustizia di nuove norme che si vorrebbero introdurre nella nostra legislazione. Il corso vuole invece essere una semplice esposizione di alcuni fatti essenziali e di alcune principali correnti dottrinarie e legislative le quali si sono manifestate in Italia e all’estero sul problema attuale e vivo della finanza nel periodo post-bellico.

 

 

Neppure sosterrò una tesi particolare, una soluzione contro le altre; ma pur non nascondendo le mie predilezioni e convinzioni, cercherò di mettere dinanzi a voi come si ponga il problema tributario post-bellico, quali soluzioni furono proposte, quali le argomentazioni, pro e contro di esse. Più che una soluzione del problema, vorrei indicare i mezzi ed i dati con cui ognuno possa riflettere sul problema e trovare da sé le vie della soluzione più confacente alle proprie inclinazioni intellettuali, alle proprie convinzioni economiche, sociali e politiche.

 

 

Diceva l’Edgeworth in una recente occasione parlando dalla cattedra di Oxford, fondata nel 1827 dal signor Drummond, che forse questi errava per entusiasmo supponendo che le conclusioni a cui poteva giungere la scienza economica fossero così sicure come quelle dell’astronomia. A tal punto di certezza non è giunta la scienza economica e neppure quella finanziaria. Più che a conclusioni sicure ed a previsioni attendibili noi possiamo ambire a rimuovere ambiguità ed a definire esattamente i problemi da discutersi. Le soluzioni potranno essere poi determinate da fattori contingenti, politici, sociali, imponderabili che in questa sede non si potrebbero neppure discutere e non si possono prevedere esattamente. Ciò che importa, si è che ad una soluzione si venga con una chiara visione dell’importanza e del contenuto del problema.

 

 

Naturalmente, nel compiere l’opera mia, dovrò valermi di una certa facoltà discrezionale nella scelta dei punti da trattare. Non cinque, ma trenta lezioni sarebbero a mala pena sufficienti per discutere adeguatamente tutti gli intricati e complessi problemi che la finanza post – bellica fa sorgere. Non un limitato spazio di tempo per ogni lezione, ma l’ampiezza illimitata della carta su cui si tracciano i pensieri farebbe d’uopo per non dimenticare nulla che paia essenziale. Una scelta perciò s’impone e sarà necessariamente tale da lasciare insoddisfatti coloro che non vedranno trattato quel punto o quegli aspetti che ad essi sembravano essenziali, più essenziali di quelli che a me sarà parso necessario mettere in luce. Ma è questa una mancanza inevitabile, per la quale voi mi dovrete concedere venia.[1]

 

 

Una esclusione intanto vuole essere qui senz’altro affermata. Per ragioni di tempo mi limiterò esclusivamente alla politica tributaria. Rimane escluso ogni accenno alla politica dei debiti pubblici sia durante che dopo la guerra e quindi non si fa alcun accenno di quel problema dominante in questa materia che è il debito acceso per mezzo di emissioni di carta-moneta. Suppongo cioè, per pure esigenze di esposizione e per non imbrogliare continuamente la trattazione con referenze a questo elemento perturbatore, che la circolazione cartacea rimanga nell’immediato periodo post-bellico al livello comparativo a cui è giunta oggi. Ossia suppongo che la potenza acquisitiva della moneta rimanga, come è oggi, per fatto del tesoro italiano, bassa e che quindi prezzi e redditi, per quanto tocca il governo della circolazione, rimangano elevati. Ciò non impedisce che per altre cause i prezzi possano ribassare. L’ipotesi fatta si limita ad escludere che il tesoro di sua iniziativa, accendendo un debito apposito o profittando di eventuali – improbabilissimi – avanzi di bilancio, riduca la circolazione cartacea. Non voglio, ciò supponendo, menomamente pregiudicare la questione se sia opportuno o meno una riduzione della massa cartacea circolante. Una trattazione speciale sarebbe necessaria all’uopo. Voglio fare solo un’ipotesi a scopo di esemplificazione didattica. Può darsi che l’ipotesi fatta risponda a quella che è la maggiore probabilità rispetto alla politica che di fatto sarà seguita dal tesoro. E non è inopportuno che l’ipotesi semplificativa non contraddica alla situazione di fatto quale si viene delineando.

 

 

La prima, fondamentale domanda che noi ci dobbiamo mettere è la seguente: quale è il fabbisogno a cui occorre provvedere in conseguenza della guerra? Una risposta precisa, alla lira, è impossibile dare. Bisogna contentarsi di approssimazioni per centinaia di milioni. Finora due valutazioni soltanto sono state fatte, ambedue autorevoli; l’una del senatore Wollemborg in uno studio sulla Nuova Antologia, l’altra dalla sezione VI per i provvedimenti finanziari della commissione del dopo-guerra. Ambedue, nelle grandi linee si accordano nel ritenere che il bilancio delle spese il quale nel 1913-14 fu di 2687 milioni di lire e per le entrate effettive si aggirava sui 2500 milioni dovrà recarsi all’incirca al limite dei 7000 milioni.

 

 

Il calcolo pare a me dotato di quella certa esattezza di approssimazione che in questa materia è ragionevole di pretendere. A circa 4500 milioni ammontano al minimo le maggiori spese a cui dovremo far fronte. Il debito fruttifero nuovo alla fine del 1919 sarà poco meno di 55-60 milioni di lire, tra quello interno e quello estero, a cui risponderà una spesa annua di forse 2800 milioni di lire. Più di 300 milioni di lire all’anno ci costeranno, all’aggio medio del 25 per cento, i pagamenti che per 1200 milioni circa dovremo fare all’estero. Né è esagerato calcolare quasi un altro miliardo e mezzo per le varie spese di pensioni di guerra, di aumenti di stipendio agli impiegati, di assicurazioni sociali, di riscossione delle nuove imposte. Probabilmente, in definitivo, il totale supererà i 4500 milioni. Ma, siccome sarà già impresa ardua provvedere subito a questa somma, non pare necessario ingrossarla con ipotesi, le quali non si sa quanto siano attendibili.

 

 

A quale parte del fabbisogno nuovo di 4500 milioni derivante dalla guerra abbiamo sinora provveduto? Anche qui fa d’uopo procedere per approssimazione e per grandi linee. Un calcolo preciso è quasi impossibile. Apparentemente l’aumento ottenuto nelle entrate effettive sarebbe quasi uguale al fabbisogno. Invece di 2523,7 milioni di lire nel 1913-14, le entrate effettive ammontarono a 7680,2 milioni nel 1917-18; ed aumenteranno probabilmente a cifre ancor maggiori nell’esercizio corrente. Ma una notevolissima parte dell’incremento ha carattere transitorio. Sono ingrossate per quasi 2800 milioni le partite delle entrate minori e dei proventi e ricuperi, in cui ha gran parte il lucro che il tesoro ottiene rivendendo in lire ed a corsi accresciuti dal cambio le divise estere ottenute in prestito dai governi esteri. Anche nelle entrate tributarie propriamente dette, il provvisorio ha gran peso. Che cosa sarà del provento dell’imposta sui sopraprofitti di guerra nel periodo post-bellico? Quid degli incassi per tasse di registro e bollo sui contratti conchiusi con le amministrazioni militari? La privativa del tabacco, col congedamento di grandi masse di soldati conserverà l’attuale inopinato livello? Gran tagli occorre fare per avere una valutazione prudente e ragionevole dell’incremento permanente delle entrate effettive. La sezione VI della commissione del dopo guerra avrebbe tracciato il seguente schema di previsioni, confrontato con le entrate effettive ottenute nei due ultimi esercizi di guerra e di pace (in milioni di lire):

 

 

   

 

1913-14

 

1917-18

Previsioni per il dopo guerra

Imposte

sui consumi

537.7

968.7

930

»

su privative

547.1

1129.2

1062

»

sugli affari

293.9

588.6

555

»

dirette sui redditi

540.7

1919.4

1525.8

4212.3

852

3399

         
Entrate ferroviarie (tasse sul movimento ferroviario)

71.5

 

101.7

80

Servizi pubblici (poste, telegrafi e telefoni)

170.4

282.4

274

Entrate minori e varie (comprese nel 1913-14 83.6, milioni di dazio sul grano)

362.3

3083.6

297

   

2523.6

7680.0

4050

 

 

La previsione non tiene conto del presumibile gettito dei monopoli, i quali furono annunciati, in parte poi sospesi, come quello sul carbone, e non ancora attuati. Ed è, a quanto è possibile giudicare in materia così opinabile, prudente. Forse si può dire che il gettito di 4050 milioni di lire è quello minimo che i tributi esistenti gitteranno nel prossimo avvenire. Di guisa ché si può concludere che i provvedimenti finanziari annoverati dal principio della guerra sino ad oggi sono fecondi di circa 1500 milioni di lire al minimo di entrata permanenti per il tesoro. È una somma cospicua; ma ben lontana dal poter far fronte al fabbisogno di 4500 milioni quale si prospetta dinanzi ai nostri occhi.

 

 

Come si ottennero i 1500 milioni? Per la maggior parte con inasprimenti ed integrazioni e ritocchi delle imposte esistenti; per la minor parte con imposte nuove. Se dovessi enunciare in cifre riassuntive la ripartizione del cresciuto reddito tra le due fonti, metterei innanzi le cifre di 1200 e 300 milioni. «Metterei» – dico – perché nulla è più difficile di sapere se una imposta sia nuova o vecchia. Per non diminuire troppo il peso delle imposte nuove, ho messo fra queste anche il centesimo di guerra, che nella sua parte permanente, della quale soltanto qui si tratta, è una semplice addizionale alle tre imposte dirette sui redditi.

 

 

Questa prima constatazione ci autorizza a fare un rilievo: che cioè nella finanza è molto Più facile inventare dei nomi nuovi, che creare veramente cose nuove. È una illusione frequente quella di sperare di trovare qualche nuova materia imponibile. Ma la materia imponibile è una sola: il flusso delle ricchezze nuove annualmente prodotte; ed ogni immaginazione fiscale non può dar corpo all’ombra di una fonte imponibile diversa da questa. Se volessimo classificare da un altro punto di vista le entrate nuove ottenute, si potrebbero enunciare quest’altre cifre:

 

 

   

Milioni di lire

 

Tributi

sui redditi…………..

300

»

sugli affari…………

250

»

sui consumi e monopoli…………..

950

   

1500

 

 

Il peso grava maggiormente sui consumi che non sui redditi. Ma ricordisi che nei 1500 milioni non sono comprese le entrate transitorie – che pure si riscossero durante la guerra – le quali invece si riferiscono massimamente ai sopraprofitti ed agli affari. E ricordisi ancora che il grosso del maggior gettito dei tributi sui consumi è dato dai tabacchi, dai fiammiferi, dalle bevande alcooliche, e da altre imposte sui consumi di carattere voluttuario, sicché il concorso chiesto ai consumi necessari (sale, zucchero, petrolio) appare di scarsa importanza. In complesso il nuovo peso tributario appare orientato prevalentemente a colpire coloro che hanno reddito o che spendono somme superiori al minimo necessario per la esistenza fisica. Epperò il giudizio nelle grandi linee vuole essere favorevole.

 

 

Non così recisamente favorevole è il giudizio se discendiamo all’esame dei particolari. Pur senza assumere imposta per imposta si possono qui elencare alcune caratteristiche della nostra finanza di guerra.

 

 

Essa è stata segnalata da un lodevole zelo nel procacciare al tesoro le somme necessarie per fare il servizio dei prestiti di guerra. Questa è stata la preoccupazione massima dei ministri del tesoro e delle finanze. Preoccupazione sana e lodevole, senza dubbio. Solo così il credito si mantiene e lo Stato poté ottenere a prestito le gigantesche somme di cui aveva bisogno per la condotta della guerra. Ma la preoccupazione condusse ad avere gran fretta e ad affastellare imposte su imposte, pur di far cifra e pur di far vedere che ad ogni 1000 milioni di debito nuovo si avevano 50 milioni di nuove imposte annue sufficienti a fare il servizio del debito. Ma non è ancora firmata la pace e già si vede che il problema non è risolto; perché molte di quelle imposte hanno carattere temporaneo ed altre devono essere abolite o radicalmente trasformate.

 

 

Alcune furono già abolite. Citerò un disgraziato diritto di guerra sulla riscossione degli affitti che durò soltanto per il 1917 ed era un’aggiunta alla vecchia imposta sui fabbricati, con questa differenza in peggio, che lasciava esenti i proprietari abitanti in case proprie, dai quali nessun affitto viene riscosso ed imponeva un lavoro non piccolo di compilazione di ruoli e di avvisi e registrazioni ad uffici esecutivi tributari oberati di altri lavori ben Più importanti.

 

 

Ricorderò ancora quella parte del tributo del centesimo di guerra, la quale colpiva non i redditi, e per questa parte trattasi, come dissi, di una semplice addizionale ai tributi diretti, ma i pagamenti fatti dallo Stato, dalle province e dai comuni. Imposta assurda, perché «pagamento» non è «reddito» e non è nemmeno indizio ragionevole per la misurazione del reddito; potendo Tizio, fornitore dello Stato, ottenere un reddito netto di 10 lire per ogni 100 lire di prezzo pagatogli dalla fornitura; e ritirando Caio, creditore dello Stato, semplicemente le 100 lire mutuate allo Stato in un momento anteriore, senza neppure il lucro di un centesimo. Imposta inutile, perché dopo il primo momento di sorpresa, i fornitori inclusero nel preventivo del costo, anche il tributo dell’1 per 100, accrescendolo per prudenza al 2, al 3, al 5 per 100; ed invano il fisco lo crebbe successivamente al 2 ed al 3 per 100, ché il privato seppe correre Più di lui, annullando praticamente ogni portata benefica del balzello per l’erario.

 

 

Con tributi siffatti non si provvede al servizio del debito di guerra: come pure non ci si provvede con imposte manifestamente scorrette le quali dovranno essere abolite: ad esempio l’assoggettamento all’imposta di ricchezza mobile dei redditi derivanti da condominio o dominio diretto. La legislazione vigente in questo caso faceva eccezione ad una ingiustizia stridente, lamentata da studiosi e da uomini politici, per cui non si concede la detrazione dei debiti per i redditi dei terreni e delle case. Tizio paga intiera l’imposta sui terreni, anche se dal reddito di 1000 lire deve prelevare 500 lire per pagare interessi al creditore; e le 500 lire sono inoltre tassate dall’imposta di ricchezza mobile a mani del creditore. Per eccezione, sfuggiva a questo giusto rimprovero di doppia tassazione il trattamento fatto ai canoni, principalmente enfiteutici, derivanti da condominio o dominio diretto. Perché, in tal caso, si supponeva, come è vero, che il reddito di 1000 lire derivante dal fondo fosse uno solo e non due; ed era colpito da un’unica imposta, quella fondiaria sui terreni, pagata dall’enfiteuta alla finanza. Alle parti veniva lasciata la divisione dell’imposta tra di loro a seconda degli interessi relativi. Che se il colono rinunciava per lo più al diritto di rivalsa sul dominio diretto, della rinuncia s’era naturalmente tenuto conto nel fissare le condizioni del contratto e l’ammontare del canone. Tale giusto trattamento fu turbato dal legislatore di guerra, il quale assoggettò ad imposta di ricchezza mobile i canoni enfiteutici, commettendo lo stesso errore di doppia tassazione che si lamenta per gli interessi dei debiti gravanti su terre e case. Ed il nuovo tributo deve perciò essere prontamente abolito, come invero propone il recente disegno di legge di riforma dei tributi diretti, presentato dall’onorevole Meda.

 

 

Altre imposte nuove dovranno essere profondamente trasformate, per potere essere accolte stabilmente nel nostro sistema tributario. Appartengono a questa categoria il tributo per l’assistenza civile e quello sui locali goduti, l’altro sulle esenzioni dal servizio militare, il contributo personale straordinario di guerra, l’imposta complementare sui redditi superiori a lire 10.000, il contributo sui terreni bonificati e quello sulle riserve di caccia. Tutti questi tributi rispondono ad un concetto sano di tassazione. Lodevole fu l’idea che li inspirò. Deficiente la applicazione, come un rapidissimo esame basterà a chiarire.

 

 

Il contributo straordinario per l’assistenza civile ha per iscopo di venire in soccorso ai comuni oberati da spese ingenti per assistenza alle famiglie ed agli orfani dei richiamati, ai profughi, alla popolazione povera afflitta dal caro viveri. Ma l’applicazione fu pessima, perché l’imposta graduata del 5 al 30 per 100 fu stabilita non sui redditi dei contribuenti, ma su una somma incoerente delle imposte, tasse e sovrimposte pagate o supposte dover essere pagate dal contribuente al comune, alcune delle quali sono un duplo l’una dell’altra e tutte sono tra di loro non paragonabili. Esenti naturalmente i contribuenti che hanno redditi non iscritti a ruolo, e tassati per ritenuta o rivalsa od esenti.

 

 

Un passo indietro è il nuovo tributo sui locali goduti, immaginato dal sindaco di Bologna. Esiste una imposta sul valor locativo, la quale ha il solo difetto di avere fissate le aliquote (proporzionale del 2 per 100 o progressiva dal 4 al 10 per 100) in modo troppo rigido, non equo e poco produttivo. Invece di migliorare questa, come si accennerà poi, si preferì inventare, per la solita mania di dare nomi nuovi ad imposte vecchie, un sedicente nuovo tributo sui locali goduti, il quale sostituisce al fitto – elemento mobile, elastico, esatto del valore della casa goduta – il numero dei locali goduti, che, per quanto si adottino classificazioni minute, è elemento grossolano e sperequato. Mentre l’imposta sul valore locativo può crescere progressivamente col valore del fitto, quello sui locali lo può assai meno. Mentre la prima non produce altro effetto se non quello generico che hanno tutte le imposte della riduzione del consumo della cosa colpita, la seconda ha l’effetto specifico di dare un premio a coloro che stanno in pochi locali; quindi affastellamento di famiglie in una stanza grande, ma non troppo per non passare in una classe superiore, invece che in due o tre Più piccole. Finalmente l’imposta sul valore locativo colpisce solo gli appartamenti destinati ad abitazione, perché il fitto è indice del reddito goduto dalla famiglia. Invece l’imposta sui locali goduti colpirà, oltre questi, anche i locali destinati a bottega, ufficio, magazzino, industrie, ed è quindi un duplicato antiquato e sperequato dell’imposta di esercizio e rivendita e dell’imposta di ricchezza mobile. Un aborto, a cui manca qualsiasi giustificazione dottrinale e pratica; a cui dovrà sostituirsi un perfezionamento della imposta sul valore locativo.

 

 

Ottimo era il concetto informatore dell’imposta sulle esenzioni dal servizio militare. Coloro che non servono la patria colla persona, siano obbligati a pagare uno speciale tributo compensatorio. Ma l’imposta prese la forma di un testatico di 6 lire per contribuente, con l’aggiunta di un tributo graduato da lire 6 a lire 3000, a seconda dell’ammontare del reddito. Saltellante perciò l’aliquota da classe a classe ed entro i limiti della stessa classe, senza criterio né di proporzionalità né di gradualità. Tassati solo i contribuenti alle imposte dirette per ruoli ed esenti coloro che, pur avendo redditi, sono tassati per ritenuta e rivalsa, o sono esenti dalle imposte sul reddito. L’imposta fu dovuta sospendere, perché il succedersi delle chiamate di classe aveva scemato grandemente il numero dei colpiti, costringendo gli uffici ad un defaticante ed improduttivo lavoro di investigazione. Fu sostituita con il contributo straordinario di guerra, vigente per il 1918 ed il 1919, il quale colpisce coloro che non prestarono servizio militare durante la guerra e non ebbero figli o coniuge o genitore sotto le armi. L’aliquota fu fissata al quarto dell’imposta erariale pagata da coloro che sono contribuenti per ruoli allo Stato per più di 300 lire d’imposta sui terreni, per più di 500 d’imposta sui fabbricati, per più di 400 lire delle categorie A, B e C dell’imposta di ricchezza mobile e per più di 275 lire dell’imposta sui proventi degli amministratori e dirigenti di società commerciali. Anche qui il concetto buono è guasto dalla parzialità dell’imposta che colpisce solo alcuni contribuenti, quelli già iscritti a ruolo e lascia immuni gli altri, salvo il correttivo insufficiente della tassazione di coloro che paghino un’imposta di famiglia o sul valor locativo per somma superiore a lire 80 o 150 all’anno a seconda che si tratti di comuni sotto o sopra i 100.000 abitanti.

 

 

Lo stesso difetto travaglia la recentissima imposta complementare sui redditi superiori a lire 10.000, la quale si inspira al principio di colpire coloro i quali hanno un reddito superiore ad una data cifra, con una imposta complementare progressiva dall’1 all’8 per 100. È il medesimo concetto, approvabile, che inspira la proposta di riforma presentata dall’onorevole Meda e che esamineremo nell’ultima lezione. Ma l’anticipazione non fu felice. Esenti al solito i non tassati per ruoli, detratti gli interessi dei debiti in maniera inadeguata e complicata, confusi insieme nella tassazione gli individui e gli enti, cosicché l’imposta non conserva affatto carattere personale e sono sovratassate le società – aggravate inoltre da un balzello speciale del 2 per 100 sugli interessi e dividendi – anche se composte di numerosi soci di modesta condizione di fortuna, male graduata l’aliquota, che ai margini della classe fa gran salti acrobatici non giustificati, non detratte le imposte e le sovrimposte gravanti sul reddito, sicché proprietari indebitati e fortemente tassati vengono spogliati a caso.

 

 

Ottimo altresì il concetto che inspirò il legislatore a introdurre il contributo sui terreni bonificati e l’altro sulle riserve di caccia. Inteso il primo a colpire i terreni di bonifica per cui sia trascorso il ventennio di esenzione concesso dalle leggi vigenti ed in ogni modo il ventennio dal compimento della bonifica e dal verificatosi aumento del reddito fondiario. Avente per iscopo il secondo di colpire un consumo di lusso, di coloro che traggono godimento dalla caccia condotta in terreni riservati a tale scopo esclusivo. In ambi i casi difettosa l’applicazione; perché amendue i tributi vennero fissati nella cifra di 2 lire per ettaro. Somma che non ha rapporto col vero reddito o godimento; e produce l’effetto di impedire nelle regioni di montagna la utilizzazione dei terreni a scopo di caccia, essendo l’imposta di gran lunga superiore al ricavabile frutto. Con danno dei comuni, grandi possessori di siffatti terreni; dei privati che non hanno modo di cavar partito e di curare tali terreni; e della fauna, che nessuno ha più interesse a proteggere contro i cacciatori liberi, i quali ben presto la distruggeranno.

 

 

Non vorrei che il mio discorso sembrasse troppo duro verso i ministri che si sono succeduti al potere durante questi anni di guerra. Il loro compito fu difficilissimo; spesso sovrumano. La colpa maggiore non è di chi adoperò imperfettamente, come l’urgenza richiedeva, lo strumento esistente. Qualcosa di meglio avrebbe potuto farsi; qualche errore, tra quelli ricordati (invenzione di tributi nominalistici, doppie tassazioni, non detrazioni di passività e di imposte, aliquote difettosamente congegnate, amalgama di basi imponibili incoerenti, ecc.), avrebbe potuto essere evitato. Ma non dimentichiamo, per debito di studiosi, che lo strumento era imperfettissimo e non si prestava ad un uso savio e coraggioso.

 

 

La colpa massima, imperdonabile è di chi ha condotto il paese alla vigilia della guerra, senza alcuna preparazione finanziaria e tributaria; di chi governò negli anni che volsero dal 1900 al 1912, quando i bilanci si saldavano in avanzo, quando le imposte davano un gettito crescente e quando ogni Più ardita riforma tributaria si sarebbe potuto osare. Non mancarono allora le voci insistenti di coloro che richiesero la riforma preliminare, quella veramente fondamentale che è la riforma degli accertamenti. Ma furono voci predicanti nel deserto. Nulla si fece; si sciuparono in piccole spese, senza costrutto e aventi carattere elettorale, gli avanzi succedentisi. Fu sciupata irreparabilmente una magnifica situazione di bilancio. Allo scoppio della guerra, mentre la Germania, la quale possedeva già l’inventario dei redditi, assoggettati con uniformità di criteri e con rigidità di accertamenti all’imposta sul reddito, aveva compiuto al 31 dicembre 1913 l’inventario dei patrimoni per assoggettarli all’imposta straordinaria di guerra di un miliardo, noi ci trovammo completamente impreparati, senza inventario né dei redditi né dei patrimoni. Indagini predisposte dall’onorevole Rava al ministero delle finanze avevano condotto alla melanconica conclusione, che noi non sapevamo né quali, né quanti, né come ripartiti fossero i redditi degli italiani. Le schede raccolte davano un totale di redditi noti e tassati in tutta Italia di poco più di un miliardo di lire all’anno: una metà di quanto già allora si incassava come imposta, una piccola parte di quanto occorrerà avere nel dopo guerra a titolo non di reddito ma di imposta.

 

 

Nulla sapendosi della base imponibile, essendo le vecchie imposte sperequate e non paragonabili tra di loro, come era possibile si facesse una buona politica tributaria durante la guerra? Mancava la preparazione; l’amministrazione era abituata a correre sulle vecchie rotaie, tassando sempre gli stessi imponibili, con moderate variazioni nel solo campo della ricchezza mobiliare. Eccezionali le visioni dirette dei libri, generalizzata la evasione e la condiscendenza Più lata nella stima dei redditi. In questo ambiente di marasma, di oscurità, di evasioni cadde la guerra ed aggravò i mali antichi. I vecchi tributi divennero Più sperequati che mai, coll’inasprirsi delle aliquote; i nuovi furono un incoerente tentativo di colpire certi contribuenti o Più ricchi o più degni di imposta. Tentativo non riuscito, perché non poteva riuscire, mancando la esatta conoscenza della base imponibile.

 

 

All’insuccesso fatale, necessariamente determinato dai precedenti, fecero eccezione solo quelle imposte le quali si trovarono in un terreno nuovo, vergine; sgombro dalla eredità del vecchio regime. Voglio accennare al terreno nuovo dei redditi determinati dalla guerra. Qui almeno non v’erano più i vecchi accertamenti ad ingombrare la via, ad impedire il passo innanzi. Prima non v’era nulla, non esistendo neppure la base imponibile. Anche chi è contrario alla permanenza dei nuovi tributi nel dopo guerra, deve affermare che l’amministrazione finanziaria nostra, essendosi trovata su un campo vergine e sgombro dalle macerie del passato, vi si mosse molto più liberamente e risolutamente. Astrazione fatta dal fatto contingente, il solo purtroppo il quale sembri interessante al pubblico, del gettito delle imposte sui nuovi redditi, si cominciarono ad avere accertamenti compiuti sul serio, si cominciò ad usare severità; si cominciò veramente a vedere che cosa volesse dire pagare imposte. L’applicazione, essendo innestata sul vecchio tronco della imposta di ricchezza mobile, si risentì delle imperfezioni di questa, specie per la imperfetta detrazione delle spese; ed accadde perciò in non pochi casi che l’imposta superasse il reddito, con gravissimo pericolo delle imprese ingiustamente sovra-tassate. Ma, nel complesso, il perfezionamento nei metodi di accertare i redditi fu grande. Questo è il vero frutto finanziario della guerra. Importa però che il ringiovanimento dei metodi duri e che non si torni agli antichi metodi politici ed addormentatori della finanza pre-bellica. Altrimenti, sarà vana ogni speranza di ridare l’equilibrio al bilancio italiano.

 



[1] Venia debbono dare ora anche i lettori del corso, che qui si stampa, quale lo stenografo lo raccolse dalla viva parola, senza altre mutazioni se non alcune accidentali di forma. Avrei potuto integrare, ampliare, modificare, corredare di citazioni. Ma tutto ciò avrebbe reso il testo delle lezioni diverso da quello che le lezioni furono. Il che le avrebbe compiutamente snaturate.

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