Esegesi delle fonti[1]

Tratto da:

La Rivoluzione liberale

Data di pubblicazione: 10/04/1923

Esegesi delle fonti[1]

«La Rivoluzione liberale», 10 aprile 1923, p. 39

 

 

 

L’articolo di Carlo Rosselli e la postilla di Tullio Liebman nell’ultimo numero di «Rivoluzione liberale» mi fanno pensare: perché l’esegesi delle fonti non è altrettanto in onore nelle scienze economiche e sociali come lo è nel diritto romano o nella storia dell’evo antico e medio?

 

 

Non entro nel merito dei problemi trattati dai due scrittori; ma è evidente che in certi casi la forma ed il metodo decidono il merito della controversia.

 

 

Il metodo tenuto da Liebman per criticare la critica di Mosca a Marx pare sia il seguente: – il materialismo storico è una teoria diversa da quella esposta da Mosca; non dice che il fattore economico sia la causa dei fattori giuridici, politici e morali (proposizione A) – esso dice invece che nessuno dei varii fattori è la causa unica o principale degli altri, ma che indubbiamente il fattore economico è il meglio atto a lumeggiare gli altri fattori (proposizione B) e quindi la comprensione delle variazioni del fattore economico è atta a far comprendere («comprendere» e non «cagionare») le variazioni del fattore politico o giuridico (proposizione C).

 

 

  • Quindi Mosca perde il tempo a confutare A ché il materialismo storico è B e C. A è meccanicistico e superato, e sepolto; e B e C, che sono le vere essenze del materialismo storico, non sono affatto materialistici.

 

 

Osservo: Mosca critica il materialismo di Marx e non quello di coloro che lo hanno superato e sepolto. Per criticare Mosca con fondamento, occorreva dimostrare che Marx non espose la proposizione A, ma quelle B e C. Badisi bene che tale dimostrazione occorre sia data coi testi alla mano; i testi di Marx e non quelli dei superatori e seppellitori. Testi citati non a memoria, ma con i brani precisi e le pagine ed i volumi; confortati, occorrendo, con le citazioni di altri squarci e pensieri dello stesso Marx o dei suoi contemporanei.

 

 

Fino a che questa esegesi delle fonti non sia fatta, la postilla di Liebman si potrebbe tradurre così:

 

 

1)    Marx espone una proposizione A.

 

2)    Molti scrittori confutano questa proposizione A; ma poiché la proposizione A ha la vita dura, Mosca aggiunge ora un suo contributo a tale confutazione;

 

3)    Constatato che la proposizione A è infondata, altri scrittori, i quali amano, pur superando e seppellendo, di dirsi ancora materialisti storici, mutano la proposizione A in altre B e C.

 

4)    Operata la trasformazione, tali scrittori guardano dall’alto in basso coloro che seguitano a confutare A; e dicono: «quanto siete ingenui ad uccidere un morto!». Non è più elegante fare come faccio io; ossia copiare la vostra confutazione, farla mia, e ripresentarla, sotto la veste di B e di C, col titolo di «vero» materialismo storico?

 

 

Nella titolografia accademica il metodo è noto: il candidato ai concorsi, che non ha la forza di creare da sé una dottrina nuova, se la appropria, le cambia faccia e poi sputa nel piatto dove ha mangiato, assalendo in malo modo l’autore derubato. Non vorrei che Liebman, il quale probabilmente è un giovane studioso, cadesse, senza volerlo, per bramosia di ragionamento, in uno dei più brutti peccati della nostra vita accademica.

 

 

Rosselli vuole mettere in contraddizione gli economisti liberali; i quali constaterebbero certi fatti in materia di unionismo operaio (tendenza al monopolio, alla lotta di classe, all’egoismo) e predicherebbero certe massime tutte diverse (collaborazione col capitale, difesa degli interessi collettivi, critiche dell’unitarismo legalistico, ecc., ecc.), e cadrebbero in siffatte contraddizioni perché costruiscono la scienza sulla base di un dogma fondamentale, quello della libera concorrenza, elaborato più che cento anni fa da menti sovrane al primo sbocciare della economia capitalistica.

 

 

Anche qui dico: fuori i testi!

 

 

I testi autentici degli scrittori in cui il dogma è esposto per la prima volta e poi ampliato e applicato; i testi da cui risulta che la scienza economica si fonda sul «dogma» della libera concorrenza; i testi da cui sia spiegata la ragione per cui, secondo gli economisti, darebbero «non fatti» o «non teorie» i monopoli, i sindacati e non esisterebbe una teoria del prezzo di monopolio o questo sarebbe «condannabile» o «biasimevole» in confronto ai prezzi di concorrenza. È probabile si possa dimostrare che alcuni o molti economisti, dopo aver constatato scientificamente, ad es., che i dazi protettivi conducono ad uno sperpero di ricchezza (tesi scientifica) non si acquetano alla constatazione del «fatto» che il mondo è invece protezionista e lottano per sostituire, come talvolta sono riusciti, un regime liberistico ad uno protezionistico (atteggiamento pratico); ma sarebbe interessantissimo trovare i testi dai quali risulti che gli economisti, non contenti di affermare la tesi scientifica (costo dei dazi) negano l’esistenza del fatto protezionistico o si rifiutano a cercarne la genesi (tesi storica). È probabile che si trovino dei testi nei quali sia dimostrato che in date circostanze una diminuzione delle leghe operaie cagiona una diminuzione dei redditi della classe operaia nel complesso; ma sarebbe curioso trovare i testi nei quali si neghi che nelle stesse circostanze quella stessa azione possa provocare, pro tempore, un aumento di salari alla speciale categoria operaia interessata.

 

 

La esegesi delle fonti – quelle originali, genuine, non quelle riportate o lette o indovinate di seconda o di terza mano riserva talvolta curiose sorprese anche a scrittori di grido. Non è stato forse di moda, fra gli scrittori della scuola storica dell’economia, – e cito Schmoller, Knies, Brentano, Held, Hildebrand, – affermare che gli economisti classici non tenevano conto delle condizioni di civiltà, di tempo, di luogo, assumevano l’egoismo individuale come unico movente delle azioni umane, reputavano che il libero sviluppo dell’interesse individuale coincidesse coll’interesse collettivo, predicavano il «laisser faire», favorivano una teoria puramente negativa e dissolvente dello Stato, negavano la opportunità di limitare la libertà individuale secondo le esigenze dell’interesse collettivo? Sono affermazioni che hanno una stretta aria di famiglia con la designazione di dogma fondamentale della scuola fatta dal Rosselli di un «libero gioco delle forze economiche». Ma è bastato che il dott. Riccardo Schuller scrivesse un aureo libretto sugli Economisti classici ed i loro avversari (trad. francese, pubblicata da Guillaumin, 1896) perché il castello di affermazioni crollasse. Schuller paragona le «ricostruzioni» fatte dai critici delle teorie degli economisti classici con le parole scritte da costoro; e, testi alla mano, dimostra che le «ricostruzioni» erano parto di fantasia e che gli economisti si erano espressi ben diversamente. Così sarebbe augurabile si facesse sempre. Quando si critica qualcuno, o si espone una teoria altrui, ci dovrebbe essere l’obbligo di non citar nessuno senza aver visto, con i propri occhi, la fonte ed averla attentamente studiata. Titolo, volume e pagina: pedanterie, forse; ma necessarie se non si vogliono combattere mulini a vento.

 

 

O dicasi chiaramente che è una propria concezione di cui si vuol parlare. È lecito scrivere: «io ritengo che gli economisti abbiano pensato così e così, o dovessero pensare così e così; e mi propongo di dimostrare l’erroneità di tale atteggiamento». Sarebbe chiaro che gli economisti possono non avere nulla a che fare con il discorso, e che può anche darsi si tratti di una mera esercitazione logica intesa a dimostrare, con la posizione di una tesi e di un’antitesi, l’ingegno dello scrittore.

 

 

Purtroppo, tutti abbiamo sulla coscienza gravi peccati di interpretazione delle fonti; e nessuno più di me probabilmente corre ogni giorno pericolo di combattere contro tesi avversarie malamente interpretate. Fin che ci si riesce, è preferibile perciò combattere la tesi dell’Avanti! di quel numero e di quel giorno, piuttosto che quella dei socialisti in genere. La ricostruzione del pensiero altrui è una fatica tremenda e può dare origine a vere creazioni. Forse è perciò che in Italia abbiamo alcuni gioielli di teoria economica e finanziaria; ma non abbiamo ancora nessuna Storia della nostra Scienza. Ed è dubbio se quella storia sia stata scritta altrove.

 

 



[1] A proposito dell’articolo di Carlo Rosselli, Per la storia della logica. (Economia liberale e movimento operaio) e della postilla di Tullio Liebman, Il materialismo storico, già apparsi nella stessa rivista (n. 6, 15 marzo 1923, pp. 27-28)

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