Esiste in Italia un problema della popolazione? Il mal francese dei due figli attraverso le alpi

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 30/08/1913

Esiste in Italia un problema della popolazione? Il mal francese dei due figli attraverso le alpi

«Corriere della sera», 30 agosto 1913

 

 

 

È curioso il cammino percorso delle idee nel campo dei fatti economici e sociali. Diventano popolari e suscitano discussioni vivissime e provocano provvedimenti di governo e tentativi pratici, lunghi anni dopo che esse erano state primamente intravvedute e poi esposte dai teorici e dagli studiosi. I quali, quando oramai tutti parlano e quando i politicanti diventano popolari pel fondo delle idee che un tempo furono loro patrimonio, più non se ne occupano, e già pensano a scrutare gli albori di nuovi fatti, che gli altri non vedono e che forse giganteggeranno fra breve e domani occuperanno di sé giornali e parlamenti, comizi e discorsi.

 

 

Quindici o vent’anni fa, ben scarso era il manipolo di coloro che si occupavano di emigrazione e di colonie all’estero: pochi studiosi, a cui capo stava il lungiveggente Bodio e qualche raro uomo politico. Conobbi allora uomini, come il Malnate, che più operarono sul serio a vantaggio degli emigranti nostri, in silenzio, senza aiuti ufficiali e scrissero pagine dense di fatti e di carità umana ed oggi a torto sono dimenticati.

 

 

Rarissimi coloro che si occupavano di espansione italiana all’estero. Oggi, le idee che i pochi di allora avevano divulgato sono diventate patrimonio di tutti. Esiste una enorme macchina ufficiale, il Commissariato dell’emigrazione, esiste un Ministero delle colonie, vigoreggiano «Istituti coloniali»; e gli studi sull’emigrazione italiana e sull’espansione coloniale sono divenuti di moda. A guardare dall’esterno tutto questo fermento di idee, di opere, di produzione libraria, di organizzazioni libere e statali, parrebbe che oggi soltanto l’Italia si apparecchi a diventare un grande paese colonizzatore.

 

 

Può darsi. Ma non è da trascurare che il grande balzo dell’emigrazione italiana, da 56.511 in media nel quinquennio 1891-95 a 554.060 nel quinquennio 1901-906 si verificava quando la questione non era ancora diventata di moda; e che assai più tenue appare proporzionatamente l’aumento successivo, a 651.288 nel quinquennio 1906-910, susseguito da una stasi negli anni successivi. E viene in mente la Germania in cui gli anni di maggior fervore espansionista e coloniale segnarono l’inizio del decrescere prima e dello scomparire poi della emigrazione di tedeschi all’estero. A parte queste che possono essere analogamente infondate, è suggestivo il fatto che, mentre tutti parlano di espansione e di emigrazione, come se il flutto delle nuove genti italiane dovesse fluire incessante verso l’estero, hanno cominciato alcuni pochissimi studiosi a discorrere di un altro, ben diverso, fenomeno: lo spopolamento. L’incubo dello spopolamento e l’Italia è il titolo di un suggestivo discorso inaugurale del prof. Mortara all’Università di Messina; di un «pericolo demografico» dell’emigrazione italiana parla il prof. Corrado Gini in un bellissimo libro su «I fattori demografici dell’evoluzione delle nazioni» (Torino, Bocca), che meriterebbe di essere largamente letto; ed infine di un «Problema della popolazione in Italia» discorre un egregio studioso, il dott. Achille Necco, in uno studio, ricco di dati serenamente discussi, comparso sulla mia Riforma Sociale (fasc. 6-7 del 1913). Di questi ultimi dati mi varrò per un breve riassunto, che non vuole naturalmente, per il rigore dello spazio, essere una trattazione adeguata dell’argomento, ma vuole porre soltanto il quesito: il problema dello spopolamento è destinato forse ad essere il problema del domani in Italia?

 

 

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Per ora sono accenni oscurissimi, vaghi bagliori. Ma chi si preoccupi dell’avvenire più che del passato deve scrutare in fondo a questi vaghi segni delle cose che forse saranno.

 

 

Intanto la natalità generale italiana non è eccezionalmente alta: nel 1901-910 fu di 32.49 nati per mille abitanti, superata dai 32.99 della Germania, dai 34.79 dell’Austria, dai 37.07 dell’Ungheria, dai 34.12 della Spagna, per non ricordare i 45.97 della Russia. L’eccedenza dei nati sui morti è dell’11.02 per mille in Italia; ma è del 14.31 in Germania, dell’11.44 in Austria, dell’11.38 in Ungheria, dell’11.38 in Inghilterra, dell’11.60 in Scozia, del 13.26 in Norvegia, del 15.47 in Olanda, del 16.59 in Russia. Tutto ciò è ancora poco rilevante, se si pensa che l’Italia, dal 1870 in qua, ha diminuito la mortalità ben più rapidamente della natalità, cosicché l’eccedenza dei nati sui morti, se non è superiore alla media europea, è maggiore di quanto non fosse da noi 40 anni fa. Infatti, se i nati vivi da 36.8 per mille all’anno nel 1872-75 diminuirono a 32.3 nel 1906-909, i morti scemarono da 30.5 nel 1872-75 a 20.8 nel 1906-909, cosicché l’eccedenza dei nati sui morti aumentò da 6.3 ad 11.5 per mille tra questi due periodi. Fu questo grande incremento nell’eccedenza dei nati sui morti, il quale, non trovando sfogo in Italia, produsse il movimento imponente della nostra emigrazione all’estero e cagionò prima il teorizzare degli studiosi e poi l’operare dei pratici.

 

 

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Potremmo vivere tranquilli sulla fecondità di nostra gente, se, analizzando più a fondo i dati, non si scorgesse una macchia nera, la quale contrasta colla tinta rosea delle altre regioni italiane. La macchia nera è data dal Piemonte e dalla Liguria. Mentre nelle altre regioni italiane la natalità diminuiva bensì, ma ancora nel 1906-909 superava quasi dappertutto il 30 per mille, in Piemonte tra il 1872-73 ed il 1906-909 la natalità scemava dal 34.9 al 25.7 ed in Liguria dal 33.6 al 25.6 per mille abitanti. Sono saggi assai bassi, che vengono, in Europa, subito dopo i bassissimi della Francia (20.56%.) e dell’Irlanda (23.27). Decrebbe, è vero, la mortalità dal 26.8 al 18.8%. in Piemonte e dal 27.6 al 18.8 in Liguria; ma poiché decrebbe meno od all’incirca come la natalità, accade che, mentre nel Regno l’eccedenza dei nati sui morti quasi raddoppiava, passando da 6.3 ad 11.5 per mille, in Liguria progrediva appena dal 6.3 al 6.8 ed in Piemonte addirittura ribassava dall’8.1 al 6.9 per mille abitanti. Se si pensa che in Lombardia l’eccedenza dei nati sui morti passava da 6.6 nel 1872-75 ad 11.7 per mille abitanti all’anno nel 1906-909, nel Veneto da 8.4 a 17.1, nell’Emilia da 4.6 a 12.8, nella Toscana da 3.5 a 9.9, nelle Marche da 4.1 ad 11.7, nell’Umbria da 4.3 a 10.8, nel Lazio da 0.7 a 10.4, negli Abruzzi da 3.9 ad 11.4, nella Campania da 4.8 a 10.3, nelle Puglie da 7.5 a 14.6, nella Basilicata da 3.1 ad 11.8, nelle Calabrie da 4.8 a 13.9, nella Sardegna da 6.9 a 12 e nella Sicilia si fermava al tasso discreto del 10.8 per mille, vi è da rimanere pensosi intorno al contrasto ligure-piemontese. Per dare un’idea più chiara dell’importanza del fenomeno, trascriviamo dallo studio del Necco alcune cifre significanti, limitando i raffronti alle due regioni della macchia nera, alla Lombardia che è ad esse vicinissima ed al Regno:

 

 

Nati vivi esclusi i nati-morti

Morti

Eccedenza dei nati

Piemonte
1862-1865

102.621

79.810

22.811

1906-1909

88.387

64.515

23.872

Liguria
1862-1865

28.923

21.699

7.224

1906-1909

30.007

22.011

7.996

Lombardia
1862-1865

124.115

98.611

25.504

1906-1909

155.782

102.836

52.946

Regno
1862-1865

954.722

747.895

206.727

1906-1909

1.106.473

717.636

388.837

 

 

Nel Regno nascono oggi circa 150 mila bambini di più ogni anno che subito dopo l’unificazione; e poiché muoiono 30 mila persone di meno, così l’eccedenza annua dei nati sui morti è salita da 206 a 388 mila individui.

 

 

In Lombardia, dove l’incremento della popolazione fu rapido, i morti, per la grande quantità di bambini, sono alquanto cresciuti, ma i nati in più essendo ben 31 mila, la popolazione cresce oggi ogni anno di quasi 53 mila persone contro un incremento di 25 mila verso il 1860. Viceversa il Piemonte, il quale allora aveva un’eccedenza quasi uguale a quella della Lombardia (22.8 mila), oggi con una eccedenza di neppure 24 mila persone cresce neppure della metà di quanto cresca la Lombardia. E ciò perché, se sono diminuiti i suoi morti da 79 a 64 mila, sono diminuiti anche i nati da 102 ad 88. La Liguria resta suppergiù stazionaria. Cosicché, non tenendo conto della immigrazione e della emigrazione, le regioni piemontese e ligure tenderebbero a rimanere indietro allo sviluppo demografico della Lombardia e del complesso del Regno.

 

 

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Osservazioni del pari interessanti si possono fare confrontando le variazioni della natalità e della mortalità di quinquennio in quinquennio.

 

 

Nel Regno, negli ultimi quinquenni, la diminuzione dei nati è minore della diminuzione dei morti, onde l’eccedenza può mantenersi ed aumentare. Così dal 1881-85 al 1906-909 i nati vivi scemano da 37.88 a 32.49 per mille abitanti, ma poiché scemano i morti da 27.24 a 21.07 l’eccedenza può crescere da 10.64 ad 11.42. Ed in Lombardia ugualmente l’eccedenza passa da 10.48 ad 11.47. Ad ogni diminuzione nella natalità risponde una diminuzione nella mortalità, così da conservare o crescere il tasso d’incremento naturale della popolazione.

 

 

In Piemonte e in Liguria non più. I nati superano ancora i morti; ma li superano sempre meno. I morti diminuiscono, ma i nati diminuiscono ancor di più. Così dal 1896-900 al 1901-905 la media dei morti in Piemonte ribassò da 20.81 a 19.73 per mille, ossia dell’1.08 per mille: ma la media dei nati ribassò da 29.78 a 28.20, ossia dell’1.58 per mille, sicché l’eccedenza, che era nel primo quinquennio dell’8.97, divenne dell’8.47 per mille. Nel quinquennio successivo ribassano i morti dello 0.67 per mille: ma i nati cadono da 2.12 per mille, onde l’eccedenza diminuisce ancora dall’8.47 al 7.05 per mille. Così pure sono quattro quinquennii che in Liguria l’eccedenza ribassa dall’8.53 all’8.11, al 7.80 ed al 6.91 per mille abitanti.

 

 

La mortalità sta diventando in codeste regioni bassissima (del 19.03 e 19.02 per mille abitanti nel 1906-909), per il progresso dell’igiene e del tenor di vita, e può ancor diminuire, ma sempre di quantità minori e più faticosamente; mentre la natalità, dipendendo dalla volontà dell’uomo, seguita a scemare rapidamente. Se il movimento dura, in pochi quinquenni Piemonte e Liguria saranno giunti al livello della Francia, ed avranno una mortalità bassissima, ma una natalità ancor più bassa. Piemonte e Liguria stanno diventando regioni con tendenza allo spopolamento: i cui vuoti interni dovranno essere colmati dall’immigrazione delle altre regioni d’Italia, rimaste feconde.

 

 

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Difficilissimo scrutare la causa del fatto: non la diminuzione dei matrimoni, poiché sono le nascite per ogni matrimonio che sovratutto ribassano (3.45 nascite legittime nel 1906-909 per ogni matrimonio in Piemonte, 3.88 in Liguria, contro 4.41 in Lombardia e 4.02 nel Regno), non la più alta età media degli sposi. Il Necco, che all’argomento ha dedicato analisi sottili, additerebbe fra le cause, in Piemonte la diffusione della piccola proprietà e della ricchezza, che rende gli uomini avari di prole, desiderosi, come in Francia, di non dividere il poderetto fra troppi figli e ansiosi di accrescere la propria fortuna, risparmiando nel costo di allevamento dei figli. In Liguria contribuirebbe all’uopo la concentrazione delle genti nelle città, che alle classi industriali e commerciali ivi prevalenti accresce il costo della famiglia e rende gli uomini meno propensi ad allevar famiglie numerose.

 

 

A queste cause il Necco aggiunge una forma specifica di contagio del male, che si direbbe francese, delle famiglie scarse e la rintraccia nella emigrazione in Francia, fortissima in Piemonte e Liguria, più che nelle altre regioni italiane. Su una emigrazione enorme media per l’Europa di 1030 persone per 100.000 abitanti nel 1906-909 in Piemonte 534 andavano in Francia, su 176 in Liguria 90 prendevano la stessa via, mentre in Lombardia solo 122 su 928 si recavano nel vicino paese dei due figli. Delle due province liguri, il ribasso della natalità fu massimo in quella di Portomaurizio : del 31.8 per mille alla proporzione, che si direbbe francese, del 21.6 per mille abitanti; ed in quella provincia sono vivissimi i rapporti con la Francia, con una emigrazione per il vicino paese variabile dai due terzi ai nove decimi della totale emigrazione in Europa. Nel Piemonte le zone a natalità più ristretta sono la provincia di Torino (23.4 per mille), i circondari di Biella (21.78), Varallo (22.16) e Vercelli (23.64) della provincia di Novara ed i due circondari di Alessandria (24.84) e Casale (26.18) della provincia di Alessandria. Si direbbe che l’uso di limitar la prole invada, come un contagio, le località contigue alla Francia: diffondendosi specialmente a nord ed a sud delle provincie di Cuneo. Le nuove generazioni di emigranti temporanei in Francia sembra vi assorbano le abitudini, così largamente praticate anche nelle classi popolari, della limitazione della prole. «Noi abbiamo» – scriveva il signor M. de S. all’Economiste français del 20 luglio 1912 – «da 60 ad 80 italiani nel nostro villaggio. Quella gente arriva con prole numerosa, ma la generazione che si sposta nel nostro paese, prende le abitudini locali, ed i figli si fanno rari in mezzo ad esse. Pare che l’ambiente francese renda sterili coloro che vi si stabiliscono».

 

 

Sembra anche che, per contagio, il male francese, recatovi dagli emigranti temporanei si diffonda via via dalla Francia nelle provincie italiane più vicine; e qui acquisti una virtù propria, la quale va col tempo crescendo. Andrà allargandosi la macchia scura della bassa natalità del Piemonte e della Liguria alle altre regioni italiane? Quali mutazioni apporterà questo fatto nelle correnti dell’emigrazione italiana verso l’estero? Non potrà darsi che a poco a poco l’Italia del nord diventi un paese di immigrazione per le genti esuberanti del sud? Sono problemi che appena appena si possono oggi porre; ma non è inopportuno richiamare l’attenzione pubblica, oggi persuasa che il crescere delle genti italiane debba continuare indefinito nel tempo, allo studio di quest’altro problema, ben diverso e più grave: la diminuzione della natalità e l’incubo dello spopolamento.

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