Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Esiste un margine di bilancio?

«Corriere della Sera», 23 gennaio 1907

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 480-483

 

 

Nascondere gli avanzi di bilancio non è buona politica nel momento presente. La politica di grande prudenza poté essere utile in passato quando si preparava la conversione della rendita ed urgevano altri problemi. Oggi non più. L’unica ragione, che si potrebbe addurre per giustificare gli occultamenti degli avanzi, è il timore di fomentare la ressa degli aspiranti alla ripartizione del bottino. Il pericolo non si toglie con siffatto spediente, perché gli interessati ad ottenere un aumento di spesa sanno molto bene rifare i conti al ministro del tesoro; e questi, se non è assai forte moralmente e parlamentarmente, non diventa forte col raccontare bugie presto scoperte. Mentre non si ottiene l’effetto benefico desiderato, si raggiunge sicuramente l’altro di impedire una discussione serena, ampia, fatta a tempo e su dati sicuri, sui modi di disporre degli eventuali avanzi. Forse da molti governanti non si desidera l’intervento dell’opinione pubblica e della stampa, la pressione morale esercitata dal di fuori sulle deliberazioni del parlamento. Antipatia soverchia, che toglie ai governanti la forza, di cui avrebbero bisogno per raggiungere quella qualsivoglia meta, che un governo consapevole dovrebbe proporsi come fine della propria vita.

 

 

Questo preambolo abbiamo voluto fare per venire a discorrere di una noterella comparsa nell’ultimo numero della «Nuova antologia» e dovuta evidentemente alla penna di Maggiorino Ferraris. L’on. deputato di Acqui ha avuto ed ha dai suoi critici la taccia di visionario: ma ha avuto il merito di esporre un programma finanziario che nelle grandi linee già dichiarammo consono ai bisogni del momento presente, ed ha il merito di tenere desta su quel programma l’opinione pubblica con studi ed articoli sempre ricchi di dati e di considerazioni. Oggi egli in poche pagine espone il succo di quelle notizie che periodicamente la Stefani dirama intorno al gettito delle entrate dello stato e che ben pochi meditano. Nel primo semestre dell’esercizio corrente 1906-907 quasi tutte le imposte sono ancora in notevole aumento sull’esercizio passato 1905-906. Se si escludono infatti l’imposta fondiaria, che dà in meno lire 2.749.964, l’imposta fabbricati (- 18.109), ed il dazio consumo (- 116.455), diminuzioni prevedibili in massima parte perché dipendenti da leggi in corso di attuazione, tutti gli altri cespiti sono in aumento: le tasse sugli affari per lire 4.574.886, l’imposta di ricchezza mobile per lire 4.398.660, le imposte di fabbricazione per lire 5.514.905, le dogane ed i diritti marittimi per lire 15.743.354, i tabacchi per lire 3.752.230, i sali per lire 204.355, ed il lotto per lire 3.234.709. In tutto, un aumento di lire 34.508.580 nelle sole entrate principali dello stato. Se aggiungiamo lire 3.467.288 di aumento sulle poste e telegrafi e 3 milioni sulle entrate minori, abbiamo in cifra tonda un aumento di proventi per il solo primo semestre dell’esercizio di oltre 40 milioni di lire. Raddoppiando la cifra, si giungerebbe ad 80 milioni di maggior reddito per tutto l’anno; ma il Ferraris crede più opportuno tenersi modestamente a 55 milioni, di cui 40 già incassati nel primo semestre e 15 previsti pel secondo semestre. Siccome il consuntivo del 1905-906 diede un’entrata effettiva di 1945 milioni, l’aumento di 55 milioni porta l’entrata prevista per il 1906-907 a 2 miliardi in cifra tonda. Levando i 40 milioni di minor ritenuta per imposta di ricchezza mobile sulla rendita 5% (che nel secondo semestre 1906-907 diventerà già 3,75% netto), si avrà una entrata effettiva di 1.960 milioni. Le spese presentano maggiori difficoltà di valutazione: nel bilancio di prima previsione furono stimate a 1.773 milioni; per non errare in meno fissiamole pure a 1.900 milioni, con un aumento di 127 milioni sul preventivato, a causa di spese straordinarie, nuovi assegni, ecc. Dai 1.900 milioni dobbiamo dedurre i 40 milioni che non si incassano più nel secondo semestre come ritenuta per imposta di ricchezza mobile sulla rendita 5% , ma che neanche si dovranno calcolare più nella spesa, essendo, come si disse, ora la rendita iscritta al netto e non al lordo. La spesa effettiva totale risulta così di 1.860 milioni e l’avanzo effettivo di 100 milioni di lire.

 

 

Esagerazioni, si dirà; ma l’on. Maggiorino Ferraris risponde trionfalmente additando la serie degli avanzi degli anni scorsi, da lui sempre con tenacia meritevole di maggior fortuna predetti e sempre negati dai ministri del tesoro fino a che la pubblicazione dei consuntivi non veniva a dare ragione a lui e torto ai ministri. Infatti gli avanzi (differenza fra le entrate e le spese effettive) che erano di 9 milioni nel 1897-98, furono di 32 milioni nel 1898-99, di 38 nel 1899-900, di 68 nel 1900-901, di 64 nel 1901-902, di 99 nel 1902-903, di 8 nel 1903-904, di 75 nel 1904-905, di 8 nel 1905-906. Né l’avanzo probabile del 1906-907 può attribuirsi al dazio sul grano; ché anzi il grano entra per sole 101.000 lire nell’aumento di 40 milioni accertato per il primo semestre.

 

 

Una osservazione dobbiamo fare alle cifre della «Nuova antologia», ed è che l’avanzo di 100 milioni previsto per il 1906-907 e quelli accertati per gli anni scorsi, sono uguali alla differenza fra le entrate e le spese effettive. Ognun sa che il nostro bilancio novera, oltre questa delle entrate e delle spese effettive, altre tre categorie; di cui una, delle partite di giro, non ha influenza pratica nel caso nostro, ma le altre due, del movimento di capitali e di costruzioni ferroviarie, assorbono spesso una parte notevole dell’avanzo della categoria delle entrate e spese effettive. L’anno scorso, se non andiamo errati, più di 20 milioni sugli 8 di avanzo andarono a far fronte al disavanzo del movimento di capitali, cosicché l’avanzo netto si ridusse a quei 60 milioni circa che il Majorana propose di consacrare a spese straordinarie.

 

 

Comunque sia, rimane pur sempre una bella sommetta, e meritevole che se ne discorra. Quello che noi chiediamo è che si controllino le cifre del Ferraris e che i ministri del tesoro dicano la verità sempre e in qualunque tempo. Facendo pure la tara alle previsioni, si deve sapere quale margine presenti il bilancio, affinché un’opinione pubblica possa formarsi e ragionare sul sodo. Una decisione deve essere presa sugli sgravi e sulle opere riproduttive; ed è opportuno che il problema sia chiarito prima fuori del parlamento affinché i deputati facciano loro pro delle discussioni e sappiano che c’è chi saprà farsi render conto a ragion veduta dei loro voti.

 

 

L’osservazione che abbiamo fatto alla «Nuova antologia» ci dà agio di chiarire un altro punto. Dicemmo sopra che nel 1905-906 sugli 85 milioni di avanzo effettivo più di 20 furono assorbiti dal disavanzo della categoria «movimento dei capitali». A parlar chiaro, in modo da farsi capire da tutti, si sarebbe dovuto dire che più di 20 milioni furono impiegati a rimborsare debiti vecchi, rimborso che viene appunto inscritto nella categoria del «movimento di capitali». Non dunque a fare una spesa furono impiegati quei 20 milioni di avanzo, ma ad estinguere un debito; che è un uso ragionevole fra i tanti che si possono fare degli avanzi di bilancio. Qui si pone un altro problema: se è certo più ragionevole impiegare gli avanzi di bilancio nel pagar debiti che nel fare spese inutili, è davvero più ragionevole di quanto sarebbe una diminuzione dei tributi più eccessivi? Od almeno – se si vuole continuare, e noi non siamo certamente di parere contrario, ad estinguere quei debiti vecchi che siamo obbligati contrattualmente ad ammortizzare – perché noi, che siamo o ci reputiamo tanto ricchi da pagare cogli avanzi i debiti vecchi, perché non sentiamo il dovere con un’altra parte di quegli avanzi di assolvere il vecchio debito, assunto da molti ministeri e proclamato in parecchi discorsi dalla corona, di una diminuzione di imposte verso i contribuenti? Se questa cambiale, oramai giunta alla scadenza, la si vuole lasciare andare in protesto, si faccia pure; ma si affermi chiaramente che si vuole lasciarla protestare e non si cerchi dimostrare, con finzioni e sapienti maneggi di cifre, che non è giunto ancora per l’Italia il momento di fare onore alla sua firma.

 

 

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