Tratto da:

Il Baretti

Esperienze meridionali

«Il Baretti», aprile 1928

 

 

 

Se si volesse dire quale dei problemi trattati nel bel volume di Giovanni Carano-Donvito su L’economia meridionale prima e dopo il risorgimento (Vallecchi, Firenze, di pagg. 530, lire 30), non sia più vivo oggi o sia destinato a perdere presto interesse, si durerebbe fatica. Problemi, come quelli dei tributi statali e locali, della protezione doganale, della distribuzione della terra fra pochi o molti, del credito agrario, e della moneta non sono mai risoluti perché si pongono nuovamente ad ogni generazione, sotto sembianze nuove e con la natura antica scarsamente mutata; ed ogni generazione li pone e tenta di risolverli secondo le idee e le passioni dominanti del momento.

 

 

Ma ad ogni volta, le nuove generazioni, se la storia servisse, come non è vero, a qualche cosa, potrebbero, arricchite dalle esperienze precedenti, tentare di non ripassare traverso ai medesimi errori, evitare di dire e fare le medesime sciocchezze che in passato avevano reso vano o meno fecondo lo sforzo delle generazioni passate.

 

 

Quale è, a cagion d’esempio, il grado di probabilità che qualcuno, in un avvenire vicino o remoto, quando si dovrà applicare una qualunque legge agraria, rilegga il verbale delle cinquantuno tornate della Commissione provinciale della Capitanata, nominata a vegliare all’applicazione dei decreti Visocchi – Falcioni sulla occupazione dei terreni incolti?

 

 

Quei verbali, in cui dal 26 giugno 1920 al 29 novembre 1922 alcuni uomini egregi, il cui nome – da quello del tecnico Adolfo Incudine al cattedratico Luigi Gramazio ed ai relatori avv. Nicola Giuliani e dott. Nicola De Meis – profusero tesori di intelligenza, buon volere, buon senso, conoscenza teorica e pratica dei problemi trattati, sono tra i documenti più significativi della crisi spirituale del dopo guerra.

 

 

Nessuno tuttora ci può assicurare che non risorgano le cooperative finte tra coloni e fittaioli costituite per rubare il terreno altrui, che gente provvista di un capitale di 200 lire si proponga di coltivare masserie per cui occorrerebbero anticipazioni di 150 mila lire, che pescatori si riuniscano in cooperative agricole per impadronirsi di laghi privati attorniati da terreni sedicenti incolti, che gente desiderosa di villeggiatura gratuita si attendi sotto annosi boschi e faccia domanda di occuparli, perché incolti, che contadini, calzolai e facinorosi generici si riuniscano in sindacato e col pretesto di promuovere la produzione nazionale si rechino a far baldoria su terreni altrui e pretendano alla fine della giornata di essere pagati. Se fatti di questo genere accadranno ancora, farà d’uopo rileggere i verbali di quella commissione od almeno, il riassunto che ne fornisce il Carano-Donvito in alcune pagine efficacissime. L’autore è un meridionale che insegna scienze economiche ed ha l’esperienza del proprietario di terreni; e per cagione della diffidenza innata negli economisti verso il più degli interventi statali e dello scetticismo radicato nei proprietari verso le parole che dovrebbero redimere la loro terra, non è entusiasta dei risultati degli aiuti forniti dallo Stato all’agricoltura.

 

 

Ricordo di avere scritto, in tempi oramai remoti, un articolo il cui titolo suppergiù era: «Il mezzogiorno che si redime da sé». Nel volume di Carano-Donvito si legge, sotto il titolo «un paese che si è redento da sé», la storia, in tre pagine toccanti, di Palagiano, comune di 6000 abitanti dell’agro tarentino, condotto alla rovina dalla mosca olearia, dalla siccità distruttrice dei raccolti cerealicoli e dalla scomparsa dell’industria armentizia.

 

 

Verso la fine del primo decennio del secolo presente, Palagiano si era salvato. Da sé, senza che nessuno accorresse in loro aiuto a disturbarli, quei contadini si erano accorti che esisteva una pianta chiamata «pomodoro», avevano imparato a conoscerla, a coltivarla, a difenderla, a selezionarla; e la terra erasi rinnovata e, con essa, erano divenuti diversi e migliori i suoi abitanti. Per fortuna, nessuno aveva loro né regalato né mutuato un centesimo epperciò, abbandonati a sé medesimi, si erano salvati. Quell’epperciò l’ho messo io, incoraggiato da quanto scrisse il Sonnino, conoscitore profondo dei problemi del mezzogiorno italiano: «Se i latifondi perdettero l’Italia antica, gli Istituti di credito fondiario, che si annunciarono come la redenzione dell’agricoltura meridionale, contribuirono costantemente a danneggiare il mezzogiorno», (pagina 140 del volume di Carano).

 

 

E Giustino Fortunato, nel discorso del 25 giugno 1893 alla Camera dei deputati, riconosceva dovere noi «essere compresi di dolore e di vergogna per l’enorme danno cagionato al nostro paese dall’esercizio abusivo di quel delicato strumento del progresso economico che è il credito, fatto segno, qui in Italia, a tante ingiurie di uomini e di cose».

 

 

Rincalzava, quindici anni dopo, la Commissione parlamentare di inchiesta sulle classi rurali nel mezzogiorno (relatore Nitti, Vol. V, cap. III, pag. 233 e 33): «Vi sono molti proprietari che lottano, tentano, osano: è la soluzione individualista. Vi è il proprietario, diremo così sociale: si occupa molto del credito, ha delle idee sull’azione dello Stato, preferisce che esso monopolizzi i concimi chimici, vuole che il deputato sia agrario. I risultati dell’azione individuale si vedono, quelli della sociale si gridano.

 

 

Abbiamo in tutti i nostri viaggi, durante l’inchiesta, trovato il proprietario individualista ed il proprietario, diciamo così, sociale. Il primo in generale vive sulla terra o almeno per la terra: si occupa poco dello Stato e teme solo le imposte nuove. Tenta per conto suo, organizza come meglio può la produzione, non crede o non da importanza al credito agrario e tratta, per convenienza economica, meglio che può i lavoratori. Il proprietario sociale vive poco in campagna, si occupa molto di politica, è apostolo dei benefici del credito, deplora sempre l’azione presente dello Stato, attende uomini politici con nuovi orizzonti. Segni caratteristici: in generale ha molti debiti».

 

 

Sapere perché talune soluzioni date in passato a problemi sempre vivi si palesarono imperfette od addirittura vane giova ad evitare errori nuovi e perdite di tempo e di fatica.

 

 

Con questo nuovo volume aggiunto alla ricca letteratura del Mezzogiorno, il Carano-Donvito ha dato un buon contributo a questa necessaria conoscenza delle esperienze passate.

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