Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Evitare le vie senza uscita

«Corriere della Sera», 2 novembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 426-429

 

 

 

La controversia tra le due Confederazioni dell’industria e del lavoro, nonostante l’accordo raggiunto a Milano fra i metallurgici, va incamminandosi su una via senza uscita, in fondo alla quale non sarebbe impossibile spuntasse qualche applicazione sciagurata di un concetto nebuloso come quella del controllo delle industrie inventato l’anno scorso al tempo dell’occupazione delle fabbriche.

 

 

È incredibile quanto sia grande la forza delle parole nel determinare situazioni imbrogliatissime, che il tempo e il buon senso e l’esperienza soltanto possono risolvere. La parola «inchiesta» venuta fuori inopinatamente è una di queste. Chi la pronunziò per la prima volta probabilmente non ne aveva pesata la portata, così come nessuno aveva un concetto ben chiaro di quel controllo il quale per un momento parve la parola d’ordine, di vita e di morte, del mondo operaio italiano.

 

 

Ci sono dei fatti i quali potrebbero essere soggetti utilmente ad inchiesta, se questa non si fosse già svolta e se oramai non fosse giunto il tempo di muovere all’azione. Giustamente la Confederazione del lavoro rileva che, mentre all’estero i prezzi sono stazionari o in discesa, o se anche, per il risolversi parziale della crisi, seguono un rialzo, sono tuttora ad un livello notevolmente inferiore a quello massimo toccato dopo l’armistizio, in Italia, invece, qua e là, vi sono indizi di ripresa violenta; sovratutto nelle industrie che meglio e più presto poterono avvantaggiarsi delle barriere doganali fantasticamente rialzate con la tariffa Giolitti-Alessio. Ma c’è forse bisogno di un’inchiesta per constatare questi farti e questa connessione? Non è più tempo d’inchieste: abbiamo i 30 e più monumentali volumi della commissione reale; abbiamo la relazione generale della stessa commissione; abbiamo la smilza relazione Alessio. L’istruttoria è completa – nei limiti, s’intende, in cui possono essere complete le istruttorie di questo genere; ossia mancanti dei dati essenziali, che è impossibile ottenere per mezzo di inchieste -. V’è quanto basta – e largamente – nei volumi dell’inchiesta per consentire ai rappresentanti della Confederazione del lavoro alla camera di muovere all’assalto del decreto Alessio. Qual necessità vi è di rifare l’inchiesta, perdere mesi per venire in possesso suppergiù degli stessi elementi di critica alla tariffa doganale che sono posseduti già ora? Dal dilemma non si sfugge: o si vuol dar battaglia sul serio alle tariffe ed allora l’inchiesta è inutile o provocatrice. Ovvero si vuol servirsi dell’argomento anti-protezionista solo per minacciare gli industriali e venire ad un compromesso per dividere la torta a danno dei consumatori, ed in tal caso si faccia l’inchiesta, terza o quarta, ma sia lecito agli osservatori imparziali di rimanere scettici sull’entusiasmo anti-protezionistico dei capi del proletariato.

 

 

Rimane l’inchiesta propriamente detta sulla situazione non dell’industria in generale, ma delle singole industrie o meglio imprese in particolare. E qui si torna a ripetere che, per essere seria, una inchiesta di questo genere deve essere precisa, fatta da competenti, anche in contabilità, e deve durare un tempo adeguato. In un mese di tempo, come pare voglia il governo, non si conclude nulla. Si tratta di una pura farsa politica, in fondo alla quale si troverà un compromesso, il quale, se non sarà accettato dalle due parti, non potrà essere applicato. Come potrà il governo imporre, con un atto d’imperio, la conservazione dei salari attuali o il loro rialzo o ribasso per percentuali generali? Il comando sarebbe disadatto alle singole industrie e quindi disastroso e inapplicabile.

 

 

Gira e rigira, si viene a concludere che l’inchiesta può avere solo un significato qualora sia fatta industria per industria, anzi per industria e per regioni. Ma, in tal caso, inchiesta è un nuovo nome per indicare una cosa vecchia: ossia «trattative fra organizzazioni padronali ed organizzazioni operaie, con l’intervento di un presidente o di parecchi estranei imparziali e periti, allo scopo di risolvere una controversia in corso». Oggi si discute, in parecchi rami di industria, non pare in tutti, sulla necessità od opportunità di diminuire i salari. È logico che la discussione verta intorno al costo della vita per gli operai, da un lato, ed alla possibilità dell’industria di pagare, dall’altro. Sono i due poli opposti intorno a cui sempre si concentrarono le discussioni di questo genere. Uno studio, o, se così si vuol chiamarla, una inchiesta sui dati di fatto, variabili da industria ad industria, in base a cui deve impostarsi la discussione, è certamente utile.

 

 

Giova all’inchiesta che essa sia nazionalmente ordinata, con l’intervento di una commissione unica nominata dal governo? Sembra di no; e l’esperienza interna ed estera legittima i dubbi. Il prof. Cabiati ha ricordato a questo proposito le inchieste che si conducono in Inghilterra per determinare la scala mobile dei salari nell’industria del cotone, con metodi che da un trentennio assicurano il vigoroso sviluppo dell’industria e il benessere dei lavoratori. Ma bisogna aggiungere che non si tratta di inchieste governative, né di inchieste propriamente dette. In seguito a trattative ed esperienze annose, fu riconosciuto che nell’industria del cotone, per circostanze speciali, che non esistono in altri campi – ed infatti il sistema della scala mobile ha un’applicazione assai limitata – potevasi automaticamente far variare il salario degli operai secondo un certo rapporto fisso col variare del prezzo dei filati o dei tessuti. Di solito, la variazione è automatica ed implica la semplice constatazione di listini delle borse dei cotoni, ossia di dati pubblici, accessibili a tutti. Col passar degli anni, il vecchio rapporto tra prezzi e salari non funziona più bene. Occorre trovarne un altro, in rapporto alle nuove condizioni della tecnica od al mutato livello dei costi e dei prezzi; ed allora si radunano conferenze tra le due organizzazioni, in cui tutti gli elementi del problema sono vagliati per venire alla determinazione di un nuovo rapporto.

 

 

Se oggi in Italia si crede opportuno di adottare sistemi di scala mobile o di salari a cottimo od a compito od in genere di fissare criteri, rigidi od elastici, per determinare le variazioni dei salari, avrebbero torto le organizzazioni padronali a rifiutare alle organizzazioni operaie la conoscenza dei dati di fatto su cui fondare una decisione. Perché, tuttavia, si giunga ad una decisione, occorre la buona fede nelle trattative, la cordialità nei rapporti reciproci e nelle discussioni, la volontà di fare il bene dell’industria in generale. Quando queste condizioni esistono, in Italia, come in Inghilterra, non hanno mai difettato i dati su cui fondare una decisione equanime. Le condizioni dell’industria italiana – è questa l’impressione di molti – stavano appunto migliorando, non per il rialzo dei prezzi o per il ribasso dei costi, non per una maggiore facilità di vendere o per minori esigenze del fisco; miglioravano perché un’atmosfera nuova di cordialità e di mutua comprensione si andava ristabilendo fra industriali ed operai. Si torna a lavorare negli stabilimenti; non vi si fanno più comizi e non si sospende più il lavoro per inezie di poco conto. Se questa nuova atmosfera si consolidasse, saremmo al principio della vittoria, e le inchieste e le discussioni e le risoluzioni sarebbero facili. Che significato ha, in questo momento, la grande offensiva confederale per una inchiesta nazionale contro la cosidetta offensiva padronale per il ribasso dei salari? Fondato è il timore che essa abbia per iscopo di annebbiare l’orizzonte, e tenda a riaprire l’era dei comizi e della discordia. Se è così, stiamo attenti ai primi passi.

 

 

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