Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Faccia il parlamento!

«Corriere della Sera», 5 giugno 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 201-203

 

 

 

È una frase che s’è sentita sulla bocca di qualche uomo politico, che si legge sulle colonne dei giornali; ma che per fortuna non è ancora stata fatta sua dal ministro del tesoro. Anche in occasione del problema degli impiegati, a taluno è parso che suprema prova della saggezza del governo sarebbe stato ascoltare i desideri degli impiegati, non accettarli né respingerli, ma farne un bell’elenco e trasmetterli al parlamento perché decida. Il governo è un mero organo esecutivo; non ha potestà di impegnare neppure per un centesimo l’erario dello stato. Sovrano è unicamente il parlamento. Spetta a questo decidere e specialmente alla camera dei deputati, depositaria dei denari dei contribuenti e tutrice degli interessi generali del paese.

 

 

Questa teoria, la quale vorrebbe rendere l’omaggio supremo alla sovranità popolare, non è costituzionale e non è conforme all’interesse generale. Accettarla, sarebbe per il governo venir meno al suo dovere; sarebbe per il ministro del tesoro rinunciare al suo ufficio principalissimo. E giova sperare che l’on. Bonomi, come non l’ha fatto sin qui, non accetti in avvenire la nefasta teoria del lavarsene le mani.

 

 

Se la politica di Pilato del «faccia il parlamento!» si affermasse nella pratica, sarebbe finita per lo stato. Nessun bilancio conserva l’equilibrio, ed ogni bilancio anche magnifico cade in disavanzo, quando ad ogni richiesta di aumento di spese, il governo vada dinanzi alla camera dicendo ai deputati: «fate voi; voi siete i sovrani, a voi il decidere». Sarebbe uno scatenarsi di appetiti, una corsa alla concorrenza fra i partiti che offrono di più; sarebbe la rovina a prossima scadenza. In tutti i paesi del mondo, le camere hanno dimenticato l’antica funzione di resistenza alle domande di spesa del potere esecutivo. I parlamenti sorsero a questo fine: per controllare e limitare le spese fatte dai governi e per concedere ai governi il diritto di mettere imposte solo entro i limiti delle spese assolutamente necessarie. Oggi non più. Il potere politico è passato nelle mani di coloro che non pagano imposte; ed i deputati nella loro grande maggioranza pensano a propiziarsi gli elettori promettendo nuove spese a carico dell’erario. Nessuno si preoccupa se potranno essere pagate le imposte all’uopo indispensabili.

 

 

Il solo organo costituzionale, il quale possa e debba mantenere l’equilibrio fra imposte e spese, è il ministro del tesoro. Trovandosi alla testa del ministero a cui fanno capo le domande di spesa ed a cui incombe il dovere di trovare i mezzi occorrenti a fronteggiarle, egli ha la responsabilità di trovare e segnalare il punto al di là del quale non si può andare, senza danno per il paese.

 

 

Né egli né il governo hanno il compito di negare o di accogliere. La deliberazione spetta alle camere. Ma il governo ha il dovere di formarsi un’idea precisa della situazione, di dichiarare fino a che punto essi si sentono di mantenere la responsabilità del potere. Il governo è il comitato esecutivo della maggioranza. Non può rimanere agnostico di fronte ai problemi del giorno. Espressione e delegazione della maggioranza, il governo deve avere idee proprie, deve essere guida alla maggioranza; deve dire a questa: «in questo senso ed entro questi limiti mi sento di governare a nome tuo. Non deve lasciarsi dettare il programma da nessuna commissione parlamentare; non deve far dipendere la sua azione di governo dal voto di nessuna commissione. Altrimenti, invece di uno, abbiamo due governi, di cui l’uno delibera accademicamente e l’altro esegue voti a cui non avrebbe consentito, nessuno avendo la responsabilità di niente.

 

 

Questi sono principii pacifici, che si vedono con soddisfazione accolti dal governo nel momento presente. La nomina della commissione parlamentare per la burocrazia fu un errore politico. Oggi sembra che il governo voglia, con i dovuti temperamenti di forma, ritornarvi sopra, attuando quella che è la vera pratica dei governi parlamentari. Il governo di maggioranza, secondo questa pratica, espone alle camere il suo programma sul problema degli impiegati; indica i limiti infrangibili di spesa entro cui sente di poter reggere il potere. Le camere sono libere di respingere il programma del governo. Ma in tal caso esse provocano una crisi e assumono la responsabilità delle sue conseguenze.

 

 

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