Fatti e commenti. La superstizione degli orari lunghi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/02/1923

Fatti e commenti. La superstizione degli orari lunghi

«Corriere della Sera», 8 febbraio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 86-88

 

 

 

Anni or sono, ho scritto su queste colonne un articolo contro gli orari lunghi nelle scuole secondarie. Quei poveri ragazzi obbligati per cinque, sei e talvolta più ore al giorno a vedersi passare dinnanzi, come su uno schermo, professori di materie differenti e slegate, mi sono sempre parsi dei martiri. Finora, potevano manifestare le loro predilezioni, naturali o acquistate per simpatia verso un docente animatore raggiungendo durante l’anno una buona punteggiatura in una disciplina e, scansando così il rischio dell’esame, potevano riservare questo alle materie meno conformi alla propria intelligenza o fornite da un professore più severo. Adesso non più. Un disgraziato ragazzo, il quale ottenga otto o nove in italiano, latino e greco, ma rimanga al sei in matematica o fisica o storia naturale o viceversa dovrà dare tutti gli esami. Pare che li debba dare anche se il sei è di ginnastica o, nelle scuole normali, di lavori femminili! Un metodo migliore per scoraggiare i volonterosi difficilmente si poteva immaginare.

 

 

Finora, dalla lebbra degli orari lunghi, quantunque non purtroppo da quello dello spezzettamento delle materie, si erano salvate le università. Lo studente studioso, uscito dal liceo, poteva rifiatare. A cinque o sei corsi all’anno da seguire, di tre ore l’uno, ossia a tre ore in media di lezione al giorno, il giovane poteva andare in biblioteca, leggere a casa i libri magni di cui sentiva parlare in scuola, compulsare le fonti. Tutti noi dobbiamo le più belle ore spirituali della nostra giovinezza studiosa a questa liberazione dai banchi della scuola, a questa possibilità di gettarci, colla mente fresca, sui libri dei grandi maestri, per divorarli ansiosamente ed assimilarceli col cervello in tumulto. C’era del disordine in questo lavorio intellettuale; ma c’era anche della gran gioia di scoprire terre nuove, di entrare in foreste vergini.

 

 

Ora non più. Per avere il pretesto di dare ai professori universitari, che le meritavano e ne avevano bisogno, 6.000 lire all’anno di più, i professori furono invitati a fare un cosidetto corso di esercitazioni, ossia un altro corso di tre ore, in aggiunta al corso ordinario. Credo che nessuna invenzione più maligna sia mai germogliata nella testa non si sa di chi. L’associazione dei professori doveva essere persuasissima dei danni della proposta che fu sua; ma dovette ricorrervi perché altrimenti non sarebbe riuscita a strappare al governo ed al parlamento il consenso alle doverose 6.000 lire, senza di cui molte famiglie di insegnanti universitari non potevano decentemente vivere. Ed il parlamento si divertì a peggiorare l’idea, rendendo incompatibili le 6.000 lire con qualunque ulteriore incarico di insegnamento sia nella università medesima sia fuori. Lavori inutili e forzati da una parte e reato di insegnamento dall’altra. Professori i quali da vent’anni coprivano, oltre il proprio, incarichi di insegnamento di una materia affine, oggi vi rinunciano e resistono ad ogni sollecitazione di conservarlo, allegando una improvvisa incompetenza, perché la legge fa divieto di tenere più di un secondo corso in aggiunta a quello principale; e tutti preferiscono il corso di esercitazioni, meno oneroso, all’incarico di un’altra materia, la quale richiede maggior fatica di preparazione. Cresce la spesa per l’erario, il quale deve provvedere, con insegnanti improvvisati, alle materie prime insegnate per incarico dai professori ordinari. È resa difficile la sistemazione finanziaria di istituti autonomi, come l’istituto superiore di scienze sociali di Firenze, l’accademia navale di Livorno, l’università commerciale Bocconi e l’università cattolica di Milano, le quali minacciano di essere disertate dai professori universitari, in maggioranza propensi ad optare per il corso di esercitazioni. Sovratutto si reca noia infinita agli studenti. I quali di punto in bianco si vedono raddoppiare da tre a sei le ore di ogni corso, e in media l’orario quotidiano. Addio libri! Addio biblioteca, dove si conversa con quegli amici silenziosi e fedeli, che hanno nomi grandi nella storia della scienza. Il volto del professore, che era simpatico, finché lo si vedeva tre volte per settimana, diventa fastidioso quando occorre riguardarlo monotonamente per altre tre ore. Quell’aureola di sapienza e di distacco dalle cose terrene, di cui i giovani amano circondare il capo dell’insegnante universitario viene meno quando si vede in lui il povero uomo obbligato a raddoppiare l’orario antico per la necessità di riscuotere 6.000 lire lorde di più alla fine dell’anno. Nei due anni scorsi c’era già stato un cominciamento; ma aveva dato meno fastidio, perché le ore di esercitazioni erano in minor numero. Ma quest’anno è il diluvio; e gli studenti sentono che, per non si sa quali recondite ragioni economiche e disciplinari, i professori ci tengono a far tutte le ore prescritte dal calendario. Il che era ottima cosa, quando le ore erano tre; ma oggi sono diventate sei; e lo studente ne esce asfissiato, incapace di pensare e di leggere colla propria testa. Pare che si sia voluto scimmiottare le consuetudini germaniche od inglesi dei seminari o laboratori. Ma le esercitazioni di seminario non si tengono ad ora fissa nelle solite aule; ma in dati giorni nelle quiete sale di una biblioteca. Esse vivono per il fuoco sacro degli insegnanti; vivono perché hanno mezzi, libri ed assistenti. Da noi invece le esercitazioni hanno cresciuto solo la vociferazione e resa più pestilenziale la mania degli orari lunghi.

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