Fiducia contro forza

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/04/1922

Fiducia contro forza

«Corriere della Sera», 11 aprile 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 660-662

 

 

 

Il mondo, sebbene stanco, come ha detto il signor Barthou, di vane parole, di dichiarazioni solenni e di declamazioni sterili, ha tuttavia ascoltato altre dichiarazioni di principio, solenni, ammonitrici; e non ne è stupito. Il discorso del presidente italiano della conferenza è la promulgazione alle folle delle verità che da qualche anno i veggenti dell’Europa andavano dimostrando al numero ristretto di coloro i quali leggono, pensano, meditano. Le moltitudini, dinanzi allo spettacolo del lavoro che cessa, delle macchine che si arrestano e del rincaro degli alimenti e delle cose necessarie all’esistenza, sono troppo propense a credere che il male sia dovuto alla distruzione materiale operata dalla guerra. La guerra ha rovinato le ferrovie, ha portato la desolazione su territori immensi, ha sprofondato nel mare milioni di tonnellate di navi, ha riempito d’acqua le miniere, ha ucciso milioni di lavoratori validi ed ha stroncato milioni di altri. Ecco la causa della miseria e della desolazione!

 

 

Eppure, non è così! I discorsi di Genova affermano, con l’autorità che deriva dall’essere pronunciati da capi di stato, che il mondo e l’Europa non soffrono per la mancanza di cose materiali. Se si trattasse soltanto di miniere, di carri, di rotaie, di navi, di campi arati, il dolore degli uomini sarebbe terminato da gran tempo; poiché non del difetto di cose materiali possiamo oggi dolerci, ma della loro sovrabbondanza; quando Francia ed Italia non sanno come ritirare le loro tangenti di carbone tedesco, e gli agricoltori dell’Argentina e del Canada sono inquieti dinanzi al grano che non sanno come vendere e le navi giacciono a migliaia inoperose nei porti. Il mondo non soffre di una malattia materiale. Il male è più profondo e sottile, perché è un male morale e spirituale. Gli uomini non hanno più o non hanno ancora fiducia gli uni negli altri. La guerra ha rotto quei fili invisibili che facevano muovere il meccanismo sociale e si chiamavano «credito», «sicurezza», «giustizia», «costanza dei rapporti monetari». In virtù di quei fili invisibili gli uomini producevano e consumavano; perché i produttori erano pronti a vendere senza essere pagati, ed i consumatori erano sicuri di essere approvvigionati, attraverso ai meccanismi misteriosi che i secoli avevano creato e perfezionato.

 

 

Lloyd George, ribadendo le idee che Facta aveva lumeggiato, ha insistito sui principii fondamentali che si devono supporre accettati dai popoli convenuti a Genova. La macchina produttiva del mondo non potrà agire di nuovo con pienezza di risultati, ove non sia fiaccata l’idea della forza superiore al diritto. Non la guerra è la causa della irrequietudine, della miseria e del malcontento; ma l’idea che otto anni fa produsse la guerra: l’idea che la forza bruta possa governare il mondo. Quell’idea condusse ad un tentativo, tra i maggiori della storia, di affermare un’egemonia nel mondo. Oggi quell’idea continua a spargere attorno a sé desolazione e rovina. In virtù di essa, i popoli d’Europa insospettiti mantengono eserciti costosissimi; in virtù di essa metà dell’Europa è sottratta al commercio col resto dell’umanità perché ritenne che il possesso del potere da parte dei credenti in un verbo bastasse a costruire una società nuova sulle rovine dell’antica.

 

 

Bisogna combattere a fondo quell’idea, dice Lloyd George. Quando egli vividamente parla dei «clamori canini» di cui l’Europa è piena, quando afferma risolutamente che le nazioni convenute a Genova hanno accettato il principio del rispetto assoluto alle istituzioni ed al territorio di tutte le altre nazioni, egli ha rimesso sul tappeto della conferenza la questione del pericolo e del danno delle dimostrazioni di forza, degli armamenti eccessivi, della politica di violenza. Il tema della limitazione degli armamenti, della necessità di inspirare a tutti gli stati, con l’esempio della moderazione dell’armarsi, la fiducia nel rispetto reciproco; questo tema appassionante rientra nell’ordine del giorno, in cui formalmente non è iscritto.

 

 

La prima avvisaglia tra la delegazione russa e quella francese, che ha un po’ turbato la solenne serenità della seduta inaugurale, dimostra quanto questo punto sia vivo e scottante. Barthou, all’accenno di Cicerin per il disarmo, ha risposto col più reciso diniego, come già fece Briand a Washington. È da sperare però lo scoglio sia superato e che alla lunga le nazioni, in uno sforzo concorde, sappiano trovare il giusto termine che concili l’indiscutibile diritto francese alla sicurezza nazionale, col più nobile e ardente desiderio del mondo: quello di facilitare e affrettare l’avvento della vera pace in Europa.

 

 

Come il militarismo aggressore, così la superstizione della violenza politica è fatale alla pace ed alla ricostruzione. Tutti gli stati intervenuti a Genova, proclama ancora Lloyd George, hanno, con l’intervenirvi, accettato il principio che la santità dei contratti e la giustizia imparziale sono due colonne fondamentali della vita civile. La conquista del potere non assolve il potente dall’obbligo di mantenere fede ai contratti stipulati e di osservare le norme di giustizia verso forestieri e nazionali. Ammonimento forse rivolto ai bolscevichi, ma solenne per tutto il mondo. In tutti i paesi ci siamo un po’ dimenticati che le promesse devono assolutamente essere mantenute. I precetti del decalogo: non rubare la roba d’altri, non rinnegare la fede giurata, anche quando tu hai in mano la forza per fare il tuo libito, devono essere rimessi in onore. Cambi, moneta, bilanci! importantissime cose sicuramente, ma piccolissime cose di fronte alla restaurazione della fiducia, la quale nasce dalla restaurazione delle idee del dovere, dell’obbligo, della sicurezza. Quando la fiducia sarà rinata, sarà agevole impresa risolvere le questioni tecniche; ma fino a quel giorno i tecnici costruiranno sulla sabbia.

 

 

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