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Il contribuente italiano

Finanza post bellica nelle proposte della Commissione

«Il Contribuente italiano», marzo 1919, pp. 3-7

 

 

 

Dare un giudizio compiuto delle proposte fatte della sezione VI della commissione del dopo-guerra per risolvere il problema della finanza italiana post-bellica è compito arduo, tanto svariati essendo i provvedimenti proposti e così differente il loro merito. Componevano la Commissione nove professori universitari di economia, finanza e statistica: Alessio, presidente e relatore della commissione, Benini, Della Volta, Flora, Gini, Graziani, Griziotti, Lorini e Tangorra; tre ex ministri delle finanze e del tesoro: Daneo, Tedesco e Wollemborg; un senatore: Rolandi-Ricci; un deputato: Da Como e tre alti funzionari (od almeno tale io suppongo anche il Fiorasi): Benettini, Fiorasi e Rossi. Era commissario anche il prof. De Viti De Marco, ma risulta dalla relazione non essere egli mai intervenuto alle sedute della Commissione e non portare quindi alcuna responsabilità pei suoi deliberati. Risulta altresì dalla relazione di dispareri fra commissari; ma i commissari dissenzienti non hanno ritenuto necessario di presentare relazioni di minoranza o riserve personali, e manca quindi il mezzo di giudicare dell’importanza del dissenso; né i brevi cenni che il relatore fa delle ragioni del dissenso, è bastevole ad apprezzarlo adeguatamente. Sicché, come in tutte le relazioni di Commissioni italiane, il pubblico vede in sostanza un lato solo del problema; né si corre il pericolo che esso prenda partito, come tante volte accadde in Inghilterra, per le argomentazioni, forse migliori, della minoranza. Questa in realtà, col metodo italiano, praticamente annulla se stessa e confonde la sua con la responsabilità della maggioranza.

 

 

La commissione si trovò dinanzi ad un problema formidabile: quello di provvedere ad un gigantesco disavanzo, che essa calcola in 2.663 milioni di lire all’anno. Qualunque critica si faccia delle proposte della commissione, non bisogna dimenticare il punto di partenza, ossia le necessità in cui i commissari credettero in trovarsi di scovar fuori tante entrate da fronteggiare quella cifra immane, probabilmente anch’essa ottimista ed inferiore al vero. I Commissari hanno aggravato il problema, già arduissimo, proponendo di ridurre, nel termine massimo di cinque anni, la circolazione di carta moneta, in guisa da risanare del tutto la circolazione. Con questa proposta, essi hanno sostanzialmente affermato che il ribasso di prezzi e di redditi, il quale dovrà essere la necessaria conseguenza della ripresa delle relazioni commerciali normali coll’estero, del ridursi del costo dei trasporti, della scomparsa dei rischi marittimi di guerra, dell’aumento graduale della produzione per consumi di pace, deve essere accelerato, riducendo la carta-moneta in circolazione ed aumentando la potenza d’acquisto della carta moneta residua. Anche chi ha combattuto, quando era il tempo, contro gli aumenti della circolazione ed è contrariissimo ad ogni aumento ulteriore, è costretto a riflettere che la proposta aggrava singolarmente il problema della finanza post-bellica. Perciò gli statistici insigni, che fecero parte della commissione, si sono veduti costretti a fare i loro calcoli su un reddito nazionale non troppo superiore a quello pre-bellico, di circa 16 miliardi di lire all’anno. Da quel reddito, distribuito inoltre, come calcola il Benini, per 7 miliardi tra coloro che sono provveduti di non più che 2.000 lire di reddito, e per altri 3,9 tra coloro che hanno redditi fra 2.000 e 6.000 lire, voler prelevare una massa di proventi fiscali di 7 miliardi, parrà ai più un proporsi la quadratura del circolo. Nessuna meraviglia che il problema, essendo, come fu posto, insolubile, abbia dato luogo a proposte siffatte da suscitare i più gravi dubbi.

 

 

Io elencherei così le proposte della Commissione:

 

 

Pacifiche.    
Riforma nelle imposte dirette

L. 470.000.000

Opportune o necessarie.

1) operazione finanziaria sulle pensioni

L. 150.000.000

2) Alienazione del materiale bellico

»    50.000.000

L. 200.000.000

» 200.000.000

Controverse.

1) Ricorso temporaneo al credito

L. 500.000.000

2) Contributo straordinario sui guadagni conseguiti dalla guerra

»  150.000.000

3) Monopolio d’acquisto all’estero del caffè

»  150.000.000

L. 800.000.000

» 800.000.000

Fantastica.

Monopolio del vino, esercitato a mezzo di un Ente nazionale per la fabbricazione e la vendita del vino

L. 1.200.000.000

L. 2.670.000.000

 

 

La commissione medesima tuttavia, riflettendo alle difficoltà di attuare il proposto monopolio del vino, per ragioni di «misoneismo» – dice essa – ha proposto in linea subordinata una imposta sui pagamenti, ossia all’incirca sulla spesa generale, la quale frutterebbe circa 1.100 milioni; ma, a detta della commissione stessa, dovrebbe essere classificata fra le proposte controverse.

 

 

Ho messo tra le proposte «pacifiche» la riforma nelle imposte dirette, perché essa è entrata oramai nella coscienza universale: non già perché mi sembrino in tutto accoglibili le proposte della commissione. Anzi, un giudizio preciso su queste proposte è difficile farlo, perché esse si limitano a concetti generalissimi – applicazione del contingente alle cat. B e C della ricchezza mobile e dei fabbricati, con detrazione delle passività; imposta normale sui patrimoni. Una discussione su queste generalità, che si leggono in tutti i programmi elettorali, non è feconda, il pregio di una qualsiasi proposta in siffatta materia consistendo esclusivamente nelle particolari norme di attuazione. La Commissione ha voluto spingere avanti sollecitamente i suoi lavori, desiderando, come si esprime il suo relatore, «far conoscere al potere esecutivo le sue tendenze, i criteri a cui l’opera sua erasi informata e i risultati più profittevoli di questa». Temo forte che il potere esecutivo ben poco costrutto potrà ricavare dei voti della Commissione del dopo-guerra, se tutte le sezioni, alla pari della VI, avranno voluto limitarsi ad enunciati generici, non dissimili da quelli che formano il patrimonio comune intellettuale di ogni candidato alla Camera in tempo di elezioni generali. Non devesi però passar sopra, pure in tema di genericità, al singolare rapporto che la Commissione vorrebbe istituito fra l’imposta sul reddito e l’imposta sul patrimonio, alla prima delle quali si chiederebbero, con aliquote non miti, ma neppure spaventevoli, 147 milioni, ed alla seconda, con aliquote enormi, ben 323 milioni di lire. Se non erro, è un rapporto singolare, che non trova riscontro in nessun paese del mondo, e che meritava di essere illustrato e spiegato, le ragioni di esso sfuggendo al lettore

 

 

compiutamente. Basti riflettere che un reddito di lavoro di 10.000 lire pagherebbe il 0,50 per cento, a titolo di imposta sul reddito, ossia 50 lire; mentre un reddito ugualmente di 10.000 lire, proveniente al 5% da un capitale di 200.000 lire, pagherebbe, oltre le suddette 50 lire, il 3 per mille del patrimonio, ossia altre 600 lire. Un reddito di lavoro di 30.000 lire pagherebbe a titolo di imposta sul reddito il 5%, ossia 1.500 lire; un ugual reddito di capitale, oltre le 1.500 lire predette, dovrebbe versare sul capitale di 600.000 lire un’imposta patrimoniale del 7% ossia di 4.200 lire. Che una differenziazione ci debba essere tra redditi di lavoro e redditi di capitale è indubbio; ma che essa debba giungere al rapporto di 50 a 650 lire, ovvero di 1.500 a 5.700 lire, è norma la quale non trova riscontro altrove e che sembra dettata da un professionista o da un impiegato, più curante dei propri interessi che di quelli della cosa pubblica.

 

 

Opportuni o necessari sono i risparmi di spesa o di ricuperi da ottenersi mercé una operazione, la quale dilunghi nel tempo l’onere immediato delle pensioni militari e mercé l’alienazione del materiale bellico. Controversi sono invece tutti gli altri provvedimenti. Anzi ho qualificato addirittura «fantastico» il provento di 1.200 milioni di lire sperabile da un monopolio del vino. Faceva parte della commissione il sen. Wollemborg, il quale aveva tempo addietro proposto una imposta sul vino. Oggi, la proposta, ragionevole e riconosciuta pratica dalla stessa commissione, è buttata a mare perché troppo scarsamente redditizia. Se ne spera poco più o poco meno dei 200 milioni, che bisognerebbe dare ai comuni per indennizzarli della abolizione del dazio consumo sul vino e della soppressione assoluta delle barriere daziarie. Nulla giustifica questa affermazione, essendo l’imposta sul vino o sulle uve o sulle superfici vitate suscettiva di rendere ben più di 200 milioni, e di renderli sul serio. Ma la commissione non vi pose mente, attratta da un progetto, che un tale da anni andava presentando ai successivi ministri delle finanze. Base di calcolo: 35 milioni di ettolitri. Organo incaricato: Un ente privato monopolistico, il quale comprerebbe le uve dai viticultori, le verificherebbe e le rivenderebbe ai consumatori al prezzo medio di L. 80. Utile minimo: 40 lire per ettolitro, che moltiplicate per 35 milioni danno 1.400 milioni, da cui deducendo i 200 milioni da assegnarsi ai Comuni, restano 1.200 milioni per lo Stato. Il calcolo va bene sulla carta. In realtà le cose andrebbero ben diversamente. Una macchina immane, semi-pubblica e semi-privata, con tutte le pressioni politiche pubbliche e tutti i sospetti privati. I viticultori sempre, come ora, malcontenti; ma in futuro non più contro le vicende atmosferiche, ma contro lo Stato. Rialzo inevitabile dei costi e difficoltà di mantenere a prezzi alti il «vino di Stato» specie in tempi di prezzi bassi, come quelli che la commissione vuole raggiungere in cinque anni. In conclusione, sono 1.200 milioni che vivono solo nella immaginazione del progettista e dei commissari che accolsero lo stravagante progetto.

 

 

La commissione ritenne che fosse indubbia la possibilità di ottenere 3 miliardi di lire – col risparmio di 150 milioni annui nel carico degli interessi del debito di guerra, che si legge nello specchietto sopra riportato – da un contributo straordinario sui guadagni conseguiti dalla guerra. Ritengo anch’io che il risultato finanziario sia possibile. La relazione non ci dà però nessun lume per risolvere i numerosi problemi che l’imposizione di tal tributo fa sorgere. Ne citerò alcuni: 1) come calcolare il guadagno conseguito dalla guerra, che è una differenza fra il patrimonio del contribuente all’1 agosto 1914 ed il patrimonio dello stesso contribuente, ad es., all’1 dicembre 1918 o al 31 dicembre 1919, se non si conosce il primo dato? Praticamente, l’imposta dovrà risolversi in una imposta addizionale sui lucri delle società, degli industriali e dei commercianti già colpiti dall’imposta sui sopraprofitti di guerra. Per questi si conosce il lucro di guerra; per tutti gli altri no, ed è impossibile conoscerlo, posto che è impossibile conoscere quale sia il patrimonio all’1 agosto 1914. Disuguaglianze atroci potrebbero sorgere, per l’impossibilità di rendere retroattiva al 1914 la nominatività dei titoli al portatore, tutti, privati e pubblici, che sarebbe la condizione necessaria di un inventario del patrimonio all’1 agosto 1914. In Germania è possibile un’imposta sui lucri patrimoniali, perché l’imposta straordinaria sul patrimonio, decretata prima dello scoppio della guerra, fornisce un inventario dei patrimoni al 31 dicembre 1913 e quindi è possibile il calcolo delle differenze in confronto ai patrimoni al 31 dicembre 1918 o 1919. La si rigiri come si vuole, un’imposta sugli incrementi patrimoniali presuppone una previa imposta sul patrimonio complessivo. Sarà possibile in avvenire; non è possibile ora, salvo che come addizionale all’imposta sul sopraprofitti, perché ivi esiste il calcolo della cifra del capitale investito nel 1914-15, e se ne può fare il paragone con il capitale che sarà investito o posseduto dal contribuente alla fine del 1919. La Commissione non fa cenno di questa difficoltà e si rimette agli accertamenti anteriori dell’imposta di ricchezza mobile – che non danno alcun lume al riguardo, riferendosi a capitali, punto ai contribuenti soggetti all’imposta sui sopraprofitti, – alla notorietà pubblica, ossia alle dicerie dei caffè e delle portinerie, che è enorme sia invocata in una relazione di così insigni uomini, ed al sistema del contingente, che è il toccasana di uno dei commissari, il prof. Griziotti, di cui sarebbe stato utile leggere la dimostrazione dei metodi precisi di applicazione nel caso concreto, formulati in articoli di legge. 2) Come si terrà calcolo degli aumenti fittizi, nominali di patrimonio, dovuti esclusivamente a quel rinvilio della moneta, che la commissione vuole togliere il più rapidamente possibile? Tizio ha un patrimonio di 200.000 lire invece che di 100.000 lire, che rende, non sempre, 10.000 lire invece che 5.000 lire. Come si spiega una tassazione sulla differenza, quando in realtà la potenza d’acquisto sia del capitale come del reddito di dopo è uguale, se non inferiore a quella di prima? E come potrà essere pagata l’imposta, se i prezzi e quindi i capitali ed i redditi dovranno ritornare, secondo vogliono i commissari, al punto di partenza? 3) Come potranno le imprese industriali e commerciali, a cui solo praticamente l’imposta sarà applicabile, sostenerla in tempi di prezzi calanti, di inventari che si contraggono e di margini disponibili sfuggenti? Lessi pagine magistrali su questo punto in relazioni inglesi ed americane. Nella relazione italiana neppure se ne fa motto. 4) Pur tenendomi lontano da ogni questione di principio – i commissari hanno ritenuto superflue tali discussioni e per brevità non ne parlo – non è possibile tacere un riflesso: tasseremo, insieme coi lussi di guerra, anche il risparmio che sul loro reddito, con gran fatica, fecero i professionisti, gli impiegati, gli industriali, i contribuenti in generale? Che cosa si risponderà a costoro, quando essi protesteranno di essere tassati, mentre sfuggivano ad ogni onere coloro che allegramente se la spassarono, consumando tutto il loro reddito? Quasi tutti i commissari parteciparono alle campagne per i prestiti nazionali, o scrissero incitando al risparmio durante il tempo di guerra per investimenti necessari alla condotta della guerra. Con qual coerenza essi oggi propongono di tassare coloro che ne seguirono i consigli, patriottici e sani, e di lasciare esenti coloro che egoisticamente irrisero agli inviti sani e si posero sotto i piedi amor di patria, senso civile, amor di famiglia? Perché non decretare un’imposta sul consumo dei patrimoni e dei redditi oltre lo stretto necessario compiuto durante la guerra, tripla o quadrupla di quella che si propone per l’incremento del patrimonio? Il tributo non riuscirebbe né più sperequato, né più duro a pagarsi di quello che leggermente la commissione suppone di equa e facile applicazione. Ad ogni modo, il tributo sulla spesa compiuta in disprezzo della patria durante la guerra soltanto potrebbe rendere onesto il tributo sul risparmio, fatto con vantaggio del paese e non di rado in obbedienza agli inviti dei reggitori della cosa pubblica durante la guerra.

 

 

Lo studio intorno al monopolio del caffè è forse la parte migliore della relazione. I commissari hanno respinto la proposta del monopolio completo del caffè, sia perché non c’è da fare assegnamento sulla riduzione o soppressione dell’utile e delle spese per la minuta vendita, certamente controbilanciata da cali, dispersioni, perdite e spese di rivendita dell’azienda fiscale, sia perché la differenza sul cambio, sull’utile dei grossisti e l’ammontare di L. 100 di contributo, ora versato dal consorzio, non paiono dare un utile sufficiente (appena 60 milioni di lire circa). Sovratutto pare alla commissione da respingere il monopolio, a causa del danno che ne subirebbe il porto di Trieste, a cui il caffè arriva nella misura di 803.549 quintali per un valore di 2.800 milioni di corone, e da cui il caffè è ridistribuito non solo nei paesi dell’ex monarchia, ma in Italia, in Egitto, in Turchia, in Rumania, in Grecia, in Bulgaria, in Russia, in Serbia ecc. Turbare questo grandissimo emporio del caffè, sarebbe impolitico e dannoso. Meglio, dice la commissione, sarebbe far acquistare al Governo nel Brasile e nelle altre piazze d’origine tutto il caffè necessario al consumo italiano, rivendendolo agli importatori ad un prezzo che assicuri, oltre l’importo del dazio e della tassa di consumo, un prodotto annuo non inferiore ai 100 milioni. La illazione non pare necessaria. Se lo scopo è di ottenere 100 milioni, qual necessità v’è di accollarsi i rischi e gli oneri dell’acquisto all’estero e della rivendita a Genova? O non sarebbe più semplice crescere la già esistente – e quindi non vietata dalle convenzioni col Brasile – tassa sul consumo per 250 lire per quintale?

 

 

L’imposta generale sui pagamenti è presentata dalla commissione in via subordinata, nel caso che «l’abituale scettico misoneismo» non consenta di accogliere la «geniale iniziativa» del monopolio del vino; e di essa si dice che «peserà assai sulla produzione e sul commercio, centuplicherà l’ultimo e definitivo prezzo dei prodotti e riuscirà molto incomoda alle parti nei loro dibattiti, sia negli acquisti sui mercati, sia nelle vendite e rivendite al minuto. Esigerà un grande servizio e in conseguenza una gran spesa per accertamento e per vigilanza, vincolando la libertà personale dei venditori e dei consumatori, con procedimenti, a cui il temperamento italiano è troppo facile a ribellarsi». L’imposta, che è così autorevolmente biasimata dai suoi proponenti, graverebbe in modo generale sui pagamenti di qualunque specie d’entità tranne: 1) quelli inferiori a lire dieci, e 2) quelli derivanti da ritiri di depositi presso Istituti di credito, Casse di risparmio e postali. Essa dovrebbe graduarsi con saggi «aumentati» non oltre il 4%; e dovrebbe percepirsi invece al saggio del 10% su ogni spesa o compensazione, non inferiore a L. 10, e farsi in alberghi, trattorie, caffè, bar e simili, classificati come stabilimenti di primo ordine o di lusso.

 

 

Confesso che, nonostante la condanna della commissione sia perentoria ed inconfutabile, io persisto a ritenere l’imposta sulla spesa idealmente l’ottima fra le imposte ed adattatissima in particolar modo al momento attuale, in cui l’esigenza massima è l’incremento della produzione, quindi del capitale impiegato produttivamente, quindi della quota del reddito conservata a risparmio. Anche senza risollevare questioni di principio, da cui nel presente articolo intendo fare astrazione, intorno alla esenzione dal risparmio, parmi indiscutibile che ogni imposta la quale tende a frenare le manie spenderecce, sia socialmente desiderabile oltreché finanziariamente utile. Il problema che la commissione non ha affrontato è: Quali spese devono essere tassate? Quali imposte sulle spese sono raccomandabili? Questo è il punto vitale del problema. La commissione vi è sfuggita, affrontando straccamente e di mala voglia una discussione infeconda sulla convenienza, indubbiamente negativa, di importare tra noi certi schemi di imposta generale sulle spese, che in Francia diedero cattivi risultati, che in Inghilterra furono proposti e poi lasciati in sospeso, e dei cui risultati in Germania non si sa nulla. La regola, che i commissari vollero seguire, di concludere rapidamente, impedì che il quesito fosse svolto a fondo. Come già ho detto per l’imposte sul reddito e sul patrimonio, l’assenza di proposte precise e concrete toglie qualsiasi interesse alle formulazioni generiche e vaghe della commissione. Non occorreva scomodare tanti valentuomini, per sentir ripetere cose che si lessero infinite volte in articoli di giornalisti e in discorsi di deputati generici. L’imposta sulla spesa generale è un posticcio pratico; l’imposta su certe spese può, se bene organizzata, essere feconda, così come le imposte sul reddito e sul patrimonio. Ma sul come organizzare bene questi nuovi tributi (tra i quali rientra quello sulla spesa per il vino, esatto in un dato momento produttivo, opportunamente scelto) nessun lume si ricava dalla relazione dei commissari del dopo-guerra. Se non erro, essi erano stati nominati per recar lumi, non per ripetere genericità.

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