Finanze locali ed elettorato amministrativo

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 24/10/1900

Finanze locali ed elettorato amministrativo

«La Stampa», 24 ottobre 1900

 

 

 

Le finanze locali da lunghi anni offrono argomento a progetti, a discussioni vivaci fra tutti coloro i quali credono che il sistema attuale sia antiquato, difettoso ed ingiusto. Vi è chi vorrebbe accentrare nuove funzioni, come l’istruzione elementare, nello Stato e sgravare così i Comuni di un pesantissimo onere finanziario. Altri vorrebbe dare invece maggiore importanza ai Comuni, col decentramento e con la municipalizzazione dei cosidetti servizi pubblici.

 

 

In fondo si tratta di una contesa, antica e destinata a durare ancora a lungo, tra lo Stato ed i Comuni, tra l’Autorità governativa che assorbe lentamente i più produttivi cespiti di imposta e rigetta sempre servizi nuovi sugli enti locali ed i Comuni, i quali devono rifarsi con imposte vessatorie, coi dazi consumo, coi centesimi addizionali, ecc., sui già vessati contribuenti.

 

 

Notevole contributo allo studio di questa lotta incessante tra Stato e Comuni si è il libro di Umberto Govone: Sulla finanza locale nei progetti di discentramento, nel quale è esposto un piano di riordinamento delle finanze locali inteso a mettere termine alla fastidiosa contesa sui limiti e sulle forme dei sistemi tributari, centrale e locale.

 

 

Ma non è su questo progetto di riordinamento che noi vogliamo oggi richiamare l’attenzione: bensì su una fra le condizioni indispensabili affinché ogni ragionevole assetto amministrativo e tributario locale possa svolgersi con costanza, senza dar adito ad abusi, a correzioni, a spese eccessive ed a malversazioni pubbliche.

 

 

La condizione a cui si vuole accennare è il sistema di elezione degli amministratori locali. A nulla giova l’avere architettato un magnifico sistema tributario, l’avere con assidua cura tolto ogni motivo di contrasto e di reciproca invasione fra potere centrale e poteri locali, se le Province ed i Comuni cadono in balia di amministratori inesperti, spenderecci, pronti a tartassare i contribuenti perché essi non dai contribuenti sono eletti, ma da persone le quali non risentono il gravame delle imposte. Il Govone, a togliere i mali ora accennati, auspica il momento in cui gradatamente le imposte indirette sui consumi possano abolirsi nei Comuni ed in cui i cittadini contribuiscano alle spese cittadine in proporzione ai redditi, in virtù di un congegno completo di imposte reali su tutte le fonti della ricchezza, sia immobile che mobile, e si dichiara quindi favorevole ad una rappresentanza comunale basata sul pagamento delle imposte, a somiglianza del sistema, adottato nelle città prussiane, delle tre classi.

 

 

Il carattere essenziale del sistema consiste nella ripartizione degli elettori, sulla base delle imposte dirette pagate, in tre Collegi, ciascuno dei quali rappresenta un uguale ammontare di tributo, e a ciascuno dei quali è assegnato un uguale potere nelle elezioni. In pratica si procede nel modo seguente: si fa anzitutto la designazione degli elettori per parte di ufficiali dello Stato, tenendo conto delle imposte pagate al Comune e allo Stato; si prende quest’ultima per base ove manchino tasse municipali. La lista degli elettori è redatta per ordine dell’importo delle tasse pagate da ciascuno a cominciare dalle più alte quote. Quindi, calcolato l’ammontare complessivo delle imposte, si sommano a cominciare dall’alto le singole quote d’imposta sin che si giunga al terzo dell’importo complessivo. Tutti quelli che sono compresi in questa frazione della lista compongono la prima sezione.

 

 

Nello stesso modo si procede per comporre la seconda. La terza raccoglie tutti gli altri, compresi quelli che non pagano imposta locale.

 

 

Ogni sezione elegge un terzo dei consiglieri o degli assessori municipali. I risultati del sistema delle tre classi sembrano eccellenti. Il Governo locale affidato ai contribuenti, ossia a coloro che hanno il massimo interesse alla corretta ed economica amministrazione dell’azienda pubblica, ha condotto gli elettori a fare delle ottime scelte. Specialmente i grossi contribuenti della prima classe, i quali non hanno tempo o voglia di dedicarsi personalmente alle carte pubbliche, eleggono a consiglieri uomini esperti e pratici dei varii rami di amministrazione, economi ed abili a gerire l’azienda comunale.

 

 

Codesti uomini disdegnerebbero di cattivarsi, con arti popolaresche, il favore degli elettori a suffragio larghissimo; e sono indotti ad entrare nei Consigli municipali per la considerazione da cui gli uffici pubblici sono circondati e per gli onorari non indifferenti con cui si rimunerano gli assessori ed i borgomastri. Le varie città si contendono il servizio degli assessori e dei borgomastri più rinomati per la loro capacità amministrativa.

 

 

Dal punto di vista della giustizia tributaria, il sistema delle tre classi ha dato risultati migliori di quelli che si ottennero con altri sistemi apparentemente più democratici. Non solo nelle città prussiane mancano del tutto le imposizioni sui consumi, ma le stesse imposte dirette sono ristrette inferiormente da limiti d’esenzione abbastanza alti. Le città non impongono in generale tasse sui redditi inferiori a 900 marchi, per non allargare troppo il diritto di voto.

 

 

Nelle città francesi, invece, a suffragio universale, senza limiti e senza gradi, con le Amministrazioni in mano dei radicali e dei socialisti, non solo i dazi rimangono principale nerbo dell’entrata locale, ma l’imposta personale e mobiliare è ridotta ad un semplice testatico ingiusto e sperequato. La prodigalità e lo spreco hanno condotto molti dei Municipii francesi sull’orlo della rovina finanziaria.

 

 

Il confronto non è certo lusinghiero per il sistema di suffragio vigente in Francia ed anche da noi; ed è tale da far meditare seriamente tutti quelli che non si lasciano commovere molto dalle vane formule, ma guardano alla sostanza delle cose.

 

 

È certo che nel riordinamento delle imposte locali occorre mirare eziandio alla costituzione di Corpi amministrativi efficaci ed operosi. A nulla varrebbe costruire il più grazioso congegno fiscale per togliere i quattrini dalle tasche dei contribuenti, qualora i proventi delle imposte dovessero essere malamente sprecati.

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