Francesco Ruffini

Tratto da:

Nuovi saggi

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/03/1934

Francesco Ruffini

«La Riforma Sociale», marzo-aprile 1934, pp. 219-220

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 416-417

Francesco Ruffini, Comitato per le onoranze, s.l., C. Olivetti e C., 1954, pp. 15-17[1]

A vent’anni dalla morte. Francesco Ruffini, «Stampa», 24 ottobre 1954[2]

100 anni fa nasceva a Carrù Luigi Einaudi, «L’Unione monregalese», 28 marzo 1974, p. 7

Scritti di Luigi Einaudi nel centenario della nascita, Sansoni, Firenze, 1975, pp. 47-48

 

 

 

Di Francesco Ruffini anche una rivista di cose economiche ha ragione di tener ricordo, poiché egli contribuì alla costruzione del diritto tributario italiano alcune memorie, tra le quali piace ricordare principalmente quelle Sulla natura giuridica delle cosidette tasse di rivendicazione e di svincolo dei beni, dei benefizi e delle cappellanie soppressi (dal Filangieri, 1894) e su La quota di concorso, studio di diritto finanziario ecclesiastico (Milano, Soc. Ed. Lib., 1904). Per apprendere come da un giurista debbano essere trattate questioni di diritto finanziario fa d’uopo studiare queste due sobrie monografie del Ruffini. Chi non abbia mai letto i volumi su La giovinezza del Conte di Cavour, su La libertà religiosa e su La vita religiosa di Alessandro Manzoni, meraviglierà prima e poi si compiacerà nell’osservare il metodo tenuto dall’autore nello scrivere: da un piccolo capo, da una sentenza di corte, Ruffini svolge a grado a grado, in apparente disordine, la matassa della argomentazione, che è storica, dottrinale, giurisprudenziale; e l’una notizia rafforza l’altra, l’un argomento va in rincalzo a quello precedente, sicché alla fine le origini storiche dell’istituto, le sue successive trasformazioni, le prime dispute ed i chiarimenti seguenti, le conclusioni fermate dalla giurisprudenza, e le illazioni logiche che dal tutt’insieme si deducono appaiono quasi ovvie alla mente di chi legge e sforzano a dire: questo è un contributo bello e nuovo alla teoria del diritto tributario. Il che quanto sia raro ognuno sa il quale si sia avventurato in quel campo incolto ed impervio.

 

 

Se l’indole di questa rivista non me ne scusasse, avrei quasi vergogna di parlare di tanta piccola parte dell’opera scientifica del maestro. Per la venia per siffatta ragione accordatami, mi sia perdonato se io aggiungo qualche tratto, più vicino all’umile nostro campo, a quelli che della vita di lui come scienziato, come uomo politico e soprattutto come maestro altri dirà. Fu alienissimo dalle sollecitudini economiche e, come nella prospera fortuna serbò il tratto cortese di colui che, se non per censo, era nato signore per tradizione avita, così non protestò, come per ragion pubblica avrebbe potuto ed altri avrebbe reputato doveroso, quando, presidente durante la guerra del comitato di preparazione torinese, rimase solo a far fronte alle conseguenze finanziarie delle patriottiche nobilissime fatiche durate per tener saldo l’animo delle popolazioni contro la propaganda nemica e disfattista. Senza batter ciglio, si spogliò dell’intero patrimonio venutogli dal padre e dalla madre; e fu ventura che la casa avita ed i libri raccolti potessero essere acquistati da persona a lui carissima; sicché in quella e tra quelli poté trascorrere gli ultimi mesi della sua vita, innanzi che l’inesorabile morbo lo ricongiungesse ai suoi vecchi.

 

 

Parve, quel ritorno alla terra natale, col feretro portato a braccia su per le colline canavesane inghirlandate di vigne a pergolato, tra una folla silenziosa di amici e di compaesani, senza che, per volontà del defunto, alcuna onoranza di segni esterni o di parole gli fosse resa, quasi un tramonto. Ma forse quella era la vita vera, che egli sentiva e da cui traeva una indomata ottimistica visione della storia e della vita. Partiva per l’ultimo viaggio dalla casa che era stata dei suoi vecchi e sarà dei suoi nepoti: non villa ma casa di borgo campagnuolo accogliente ai compaesani che il padre, avvocato, consigliava ed egli seguitò a confortare nelle brighe quotidiane. La breve stanza a lui d’ora innanzi necessaria gli era sigillata dai tre ultimi sopravvissuti della sua stessa classe di leva, con la quale, quando le cure della vita pubblica non lo tenevano lontano, usava in vita famigliarmente trascorrere a lieto desinare un giorno ogni anno. Ed attorno, a salutarlo, uno stuolo di parenti, anzi una vera gente, condotta da un patriarca di più che novanta anni, canavesani tutti, e quei che nella gente si erano accasati da lungi emuli degli altri nel sentir paesano, attaccatissimi tutti alla terra che li aveva veduti nascere o li aveva poscia accolti. Perciò Francesco Ruffini era ottimista. Sapeva di aver fatto quanto in lui si poteva per rivivere le virtù dei suoi ed era consapevole di aver adempiuto quello che riteneva il proprio dovere. La sua numerosa gente lo amava; e lo amavano e lo veneravano i compaesani. L’autorità sua morale gli veniva, sì, dagli studi, dagli uffici coperti e dalla vita intemerata; ma anche dall’essere sempre stato legato alla terra che aveva visto nascere lui ed i suoi. Là dove il contadino è tenace nel conservare la casa avita e lo scienziato insigne cerca in essa il conforto degli ultimi anni e il riposo ultimo, non v’ha tramonto, ma perpetua rinascita.

 

 

Nato in Lessolo (Ivrea) il 10 aprile 1863, morto in Torino il 29 marzo 1934. Professore di diritto ecclesiastico a Pavia, Genova e Torino e qui rettore, socio e presidente della Accademia delle scienze di Torino, socio e vicepresidente della R. Deputazione di storia patria di Torino, membro del Consiglio dell’ordine mauriziano, senatore, ministro per la pubblica istruzione dal giugno 1916 all’ottobre 1917. L’elenco dei suoi scritti fu compilato dal can. E. Dervieux per il volume centenario della Deputazione di storia patria per le antiche provincie.

 



[1] Con il titolo Su Francesco Ruffini [ndr].

[2] Con il titolo Su Francesco Ruffini [ndr].

Torna su