Gabelle e consumi in Italia

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/04/1910

Gabelle e consumi in Italia

«Corriere della sera», 19 aprile 1910

 

 

 

L’amministrazione delle gabelle ha pubblicato, con lodevole sollecitudine, il consueto rapporto annuo sulla sua gestione nel 1908-909, ed in esso abbondano i dati interessanti e suggestivi. Intanto è da notarsi che le entrate gabellarie, ossia le dogane, le tasse di fabbricazione ed i dazi interni di consumo, hanno dato un provento di ben 562 milioni, in aumento di 61 milioni sull’anno precedente e di 23 sull’esercizio 1906-907 che pure era stato il più fecondo di redditi cospicui (539 milioni) nella storia finanziaria italiana. Nessun altro grande gruppo di entrate pubbliche vanta l’incremento che ebbero le gabelle: non le imposte dirette che passarono da 435 a 451 milioni dal 1907-908, non le private che progredivano da 424 a 443 milioni, non le tasse sugli affari, regredite da 281 a 278 milioni di lire, non i redditi patrimoniali pure regrediti da 61 a 53 milioni, non i proventi dei servizi pubblici, passati da 149 a 157 milioni. Se noi indichiamo con 100 il provento del 1884-85, notiamo il seguente progresso nelle principali branche delle entrate dello Stato:

 

 

 

1884-85

1890-91

1900-901

1908-909

Dogane

100

111,3

123,4

161,2

Tasse di fabbricazione

100

113,3

368,8

570,4

Dazi di consumo

100

111,7

102,5

101,0

Totale Gabelle

100

111,6

137,1

178,1

Imposte dirette

100

106,2

123,6

115,1

Privative

100

97,7

101,8

131,7

Tasse affari

100

116,5

120,6

150,0

Totale gen. (comprese le altre entrate)

100

108,9

124,1

152,1

 

 

Questa tabella suggerisce varie considerazioni, ove si volesse qui fare uno studio sulla ripartizione delle imposte in Italia. Basti pel momento notare che mentre le entrate totali ascendono nell’ultimo quarto di secolo da 100 a 152.1, ossia del 52.1%, le imposte dirette sul reddito (terreni, fabbricati e ricchezza mobile) crescevano soltanto da 100 a 115.1%; anzi appaiono diminuite, dopo il 1900-901, da 123.6 a 115.1. Ma è diminuzione apparente, determinata dalla conversione della rendita 5% lordo in 3.75% netto, la quale produsse una diminuzione, puramente formale, di 80 milioni nel gettito dell’imposta di ricchezza mobile. Senza questa variazione, probabilmente le imposte dirette sarebbero aumentate da 100 a 130. L’altro grande gruppo di imposte sulla ricchezza acquisita, le tasse sugli affari, crebbero più velocemente il loro provento, del 50%, e l’aumento fu notevole sovratutto dopo l’inizio del secolo nuovo, in conseguenza del miglioramento della economia nazionale. Tra le imposte sui consumi, il gruppo delle privative (sali e tabacchi) crebbe in ragione più lenta della media: di appena il 31.7%, all’incirca nella stessa proporzione effettiva (non quella apparente, per la ragione detta sopra) delle imposte dirette sul reddito. Le sole gabelle si può dire siano cresciute assai più della media, passando da 100 a 178.1. Ma grandi differenze si riscontrano tra le diverse categorie che compongono il gruppo gabellario. I dazi di consumo, che più davvicino colpiscono i consumi popolari – sebbene il gettito massimo sia dato dal vino, che è bensì popolare ma non di prima necessità – rimasero stazionari; lo Stato ricavando da essi lo stesso provento di venticinque anni or sono. Crebbero assaissimo i redditi delle imposte di fabbricazione, le quali però colpiscono, più che il necessario, principalmente ciò che è gradevole e comodo: zucchero, spiriti, birra, polveri piriche, surrogati del caffè, glucosio, fiammiferi, gas-luce ed energia elettrica.

 

 

L’incremento appare straordinario, del 470.4%, sovratutto perché nel 1884-85 questa branca di entrate era quasi nuova e molte merci non potevano essere tassate perché non prodotte in paese, ma, provenendo dall’estero, pagavano il dazio alla frontiera. In realtà, l’aumento proporzionalmente forte nelle imposte sui consumi si ebbe nelle dogane, il cui provento crebbe del 61%; e tra le dogane si trovano appunto quelle imposte che, insieme col tributo sul sale (privative), colpiscono veramente consumi i quali, oltreché popolari, sono di prima necessità.

 

 

* * *

 

 

Nel gruppo delle dogane, attraggono principalmente l’attenzione il grano, il caffè ed il petrolio. Fedele alle sue oramai radicate consuetudini, il grano diede un provento notevolmente diverso dall’anno precedente. Nel 1907-908 ne erano stati importati 4.580.840 quintali con un reddito fiscale di 34.3 milioni di lire; nel 1908-909 invece l’importazione fu di 11.302.880 quintali, con un gettito di 84.6 milioni di lire. Il rapporto ufficiale chiama il grano il «protagonista» della gestione finanziaria italiana: e ben a ragione perché, a seconda della abbondanza o scarsità del raccolto interno, l’importazione dall’estero è scarsa od abbondante, con variazioni notevolissime nei proventi fiscali, i quali, nell’ultimo decennio oscillarono tra gli estremi di 94 e 34.3 milioni di lire. Importa osservare come il fattore massimo di perturbazione del bilancio italiano sia il grano tenero che, dal principio del secolo, nei successivi anni diede il reddito di 51, 48, 59, 28, 29, 52, 44, 10 e 40 milioni di lire, mentre il grano duro dava, salvo l’eccezionale annata 1907-908, un provento quasi costantemente crescente di 22, 20, 34, 31, 35, 40, 40, 24 e 44 milioni di lire. Egli è che l’importazione del grano tenero, di cui l’Italia è forte produttrice, dipende esclusivamente dal raccolto interno: mentre il grano duro, scarsamente prodotto in Italia, deve essere importato in quantità costanti e crescenti col crescere del benessere nazionale per provvedere ai bisogni dell’industria del pastificio. Il dazio sul grano tenero è essenzialmente protezionista, mentre è sovratutto fiscale quello sul grano duro.

 

 

Nuovo e confortante progresso ha segnato il dazio sul caffè. Il consumatore italiano, il quale acquistava 615 grammi a testa all’anno di caffè nel 1884-86 quando il dazio era di 1 lira per kg. ed il prezzo medio fuori dogana era di lire 1,60 (prezzo totale L. 2,60), erasi rassegnato a consumare solo 388 grammi nel 1893-94 quando il dazio era stato aumentato a L. 1,50 ed il prezzo d’origine era pure cresciuto a L. 2,50 (prezzo totale all’ingrosso 4 lire per kg.). In seguito, a partire dal 1900-901, il dazio fu ridotto da L. 1,50 a L. 1,30; il prezzo all’ingrosso fuori dogana, per la crisi di sovraproduzione nel Brasile, diminuì da L. 2,50 sino a L. 1 in media, cosicché il prezzo totale medio all’ingrosso oggi risulta solo di L. 2,50 al kg. Incoraggiato da queste diminuzioni di prezzo e, divenuto nel frattempo più ricco, il consumatore italiano crebbe via via il suo consumo, cosicché questo oggidì arriva a 679 grammi a testa. Il provento fiscale per lo Stato che nel 1893-94, col dazio a L. 1,50, era di 17.871.750 lire, fu nel 1907-908, col dazio a L. 1,30, di L. 27.995.000 e crebbe nel 1908-909 al massimo mai raggiunto di lire 30.334.000: dimostrando così che, se non volgono avverse le vicende economiche del paese, i dazi bassi arrecano spesso un cresciuto provento allo Stato.

 

 

Assai significativa è pure a questo riguardo la storia del petrolio.

 

 

Colpito da un dazio di 48 centesimi al kg. il petrolio, il quale fuori dogana ha appena un valore tra i 16 ed i 20 centesimi per kg., male poteva sopportare la concorrenza dei numerosi altri illuminanti più comodi e colpiti da tasse proporzionalmente minori, come il gas e la luce elettrica od esenti affatto, come l’acetilene. Il provento del dazio diminuiva regolarmente, collo scemare del consumo del petrolio: calando da 35.772.144 lire nel 1893-94 a 31.515.648 lire nel 1905-906. A nulla valeva il miglioramento nelle condizioni economiche generali del paese e la cresciuta capacità di consumo delle masse; l’alto prezzo, dovuto dal dazio esorbitante, consigliava ognuno ad abbandonare il petrolio. La provvida legge del 24 marzo 1907 venne fortunatamente in aiuto; con audacia che allora parve eccessiva, il dazio fu ridotto dal 1 aprile 1907 da 48 a 24 centesimi al kg. Passati alcuni anni, possiamo ora scorgere chiaramente i benefici effetti della legge. La perdita fiscale avrebbe dovuto essere della metà; e, poiché il reddito batteva sui 31 milioni e mezzo e tendeva anzi a scemare in media di 350 mila lire all’anno, nel 1908-909 il reddito avrebbe dovuto essere di 30,1/2 milioni col dazio a 48 cent. e di 15,1/4 col dazio a 24 cent. La perdita fu in realtà di gran lunga minore. Il consumo del petrolio invero, stimolato dal dazio ridotto, crebbe da 656.576 quintali nel 1905-906 a 947.648 nel 1908-909, ossia del 44 %. Il reddito fiscale, invece di poco più di 15 milioni, quale avrebbe dovuto essere se la diminuzione del dazio non avesse provocato un aumento nel consumo, fu di 22.571.412 lire. Lo Stato avrebbe dovuto perdere, un pò per la tendenza al regresso nell’uso del petrolio ed un po’ per la riduzione del dazio ben 16 milioni di lire; la perdita fu invece di soli 9 milioni, del 29 invece che del 52 %. È una riforma che fa onore al legislatore italiano: in nessun miglior modo potevano essere impiegati i frutti della conversione della rendita. Tutto lascia prevedere che, quando il dazio sarà, per effetto dal trattato con la Russia, ulteriormente ridotto da 24 a 16 centesimi al kg., la perdita dello Stato non sarà di un terzo dell’attuale reddito di 22 milioni e mezzo di lire, ma risulterà notevolmente minore.

 

 

* * *

 

 

Se nel campo delle imposte di fabbricazione eccellono gli zuccheri e lo spirito, per le discussioni a cui hanno dato luogo, riescono pure interessanti il gas luce e la energia elettrica, la birra, i fiammiferi, le polveri piriche, il glucosio, per i rilievi economici sul progresso dei consumi a cui danno luogo. Lo zucchero non ha compiuto nuovi progressi nel 1908-909 in confronto all’anno precedente, sopratutto perché questo già presentava un notevole miglioramento sul 1906-907. Erano quintali 1.079.300 consumati nel 1904-905, diventarono 1.181.083 nel 1905-906, per salire a 1.265.261 nel 1906-907, a 1.363.083 nel 1907-908 ed a quintali 1.379.552 nel 1908-909. La produzione era stata nell’ultimo esercizio assai abbondante: di 1.653.116 quintali, a cui aggiungendo gli stocks esistenti al principio dell’anno (196.557 quint.) e l’importazione dall’estero (88.924 q.) si arrivava ad una provvista complessiva di quintali 1.938.597. Essendo il consumo di tanto inferiore alla provvista e non essendo conveniente l’esportazione all’estero a causa della convenzione di Bruxelles, gli zuccherieri chiusero l’anno con una giacenza di ben 559.045 quintali. A spiegare l’eccezionale abbondanza della produzione zuccheriera, giova ricordare che la superficie coltivata a barbabietole salì da 41.462 ettari nel 1907-908 a 51.193 ettari nel 1908-909, con un incremento nel raccolto della barbabietola da 12.378.240 a 15.926.960 quintali.

 

 

Miserevoli furono i risultati finanziari della imposta sugli spiriti. Più che le parole valga a dimostrarlo il seguente specchietto:

 

 

Spirito ottenuto (a 100 gradi):

1906-907

1907-908

1908-909

dalle sostanze amidacee Ett.

81.660

57.540

32.412

dalle vinacce

72.162

106.922

128.834

dal vino

2.912

115.869

501.314

dalle altre materie

120.700

183.047

137.977

Totale Ett.

277.434

563.378

800.537

Reddito fiscale in milioni di L.

38.900

30.151

14.398

 

 

Più cresceva la materia tassabile, più diminuiva il reddito fiscale: paradosso facilmente spiegabile ove si rifletta al crescere vertiginoso dello spirito prodotto colle vinacce e col vino che godono normalmente di larghi abbuoni di tasse e godettero negli ultimi anni, allo scopo di portare un qualche rimedio alla crisi vinicola, di abbuoni straordinari oltre alle facilitazioni eccezionali ai cognacs e pseudo-cognacs. Il pericolo alla pubblica finanza ed alla salute dei consumatori di bevande alcooliche divenne così grave che una legge dell’anno scorso dovette frenare gli abusi più gravi. È da temere assai che qualche falla sia rimasta aperta e che il reddito fiscale abbia a durar fatica a ritornare, come pur dovrebbe, verso i 40 milioni.

 

 

Le altre merci soggette ad imposta danno luogo a liete constatazioni. Della birra il consumo interno crebbe da 194.574 ettolitri nel 1899-900 a 300.168 nel 1904-905 ed a 684.802 nel 1908-909. In quest’ultimo anno 87.000 ettolitri vennero dall’estero e 547.802 furono prodotti in paese, dando, questi ultimi, un provento di lire 7.953.000 al tesoro. La cicoria diede nel 1908-909 un reddito di 2.210.000 lire allo Stato; se ne consumavano nel 1899-900 quintali 30.197, i quali crebbero sino a 43.533 nel 1908-909. Di glucosio se n’erano venduti 25.644 quintali nel 1894-95 e se ne vendettero 56.864 nel 1908-909, con un reddito per il fisco di 1.094.000 lire. Le polveri piriche e gli altri prodotti esplodenti sono incamminati su una rapida via ascensionale. Erano chilogrammi 2.244.356 nel 1904-905 per un reddito di L. 1.968.414; diventarono chilogrammi 3.380.599 nel 1908-909, i quali diedero al fisco un provento di ben 3.167.256 lire. Si noti che nell’ultimo anno vennero inoltre fabbricati 588.294 chilogrammi di prodotti non soggetti a tassa, perché destinati ai Ministeri della guerra e della marina od all’esportazione all’estero.

 

 

Tra le più produttive imposte di fabbricazione è quella sui fiammiferi.

 

 

Nel 1899-900 si producevano 47.244 milioni di fiammiferi; nel 1908-909 la produzione salì a 68.258 milioni, da cui deducendosi 18.559 milioni esportati all’estero ed aggiungendo invece 16 milioni importati dal di fuori, si ottengono i 49.715 milioni rimasti al consumo interno e soggetti a tassa. La quale rese al fisco 10.559.208 lire, egregia somma, che si comprende agevolmente interessi al fisco difendere contro la concorrenza delle macchinette automatiche accenditrici. Né meno mirabile è il progresso del consumo del gas luce e dell’energia elettrica. Erano metri cubi 132.822.036 consumati nel 1899-900: diventarono metri cubi 232.556.063 nel 1908-909. Gli ettowatt-ore di energia elettrica passarono nel tempo medesimo da 267.712.565 a 1.129.204.099. Lo Stato incassò, a titolo di imposta, 11.853.000 lire nel 1908-909. Le statistiche provano in questo caso la verità dell’osservazione comune, secondo cui i nuovi ritrovati spesso non distruggono l’utilità ed il consumo dei vecchi prodotti. Il trionfo della illuminazione elettrica non ha distrutto le officine a gas. Sembra quasi che abbia loro apprestato nuove e validissime schiere di consumatori.

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