Opera Omnia Luigi Einaudi

Gerarchia nel programma

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 01/07/1944

Gerarchia nel programma

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 1 luglio 1944

Paolo Soddu (a cura di), Riflessioni di un liberale sulla democrazia 1943-1947, Firenze, Olschki, 2001, pp. 51-59

 

 

 

 

Giungono alla redazione di questo foglio lettere e voci le quali chiedono; perché non parlate della riforma agraria o della socializzazione delle grandi imprese o del piano Beveridge o dei progetti inglesi, americani o canadesi di nuove monete internazionali o del problema della unità o libertà sindacale o della partecipazione ai profitti, dell’azionariato operaio, delle commissioni di fabbrica ecc. ecc.? Che cosa dicono i liberali di questi ed altri problemi, i quali figurano come punti nei programmi dei diversi partiti?

 

 

Il mito Beveridge

 

Ecco: io non so perché i liberali debbano condiscendere al brutto vezzo di elencare in una teoria interminabile tutti i punti dell’umano scibile i quali possano avere una qualche importanza nella vita politica e sociale italiana nell’immediato futuro.

 

 

Accadrà domani quel che è accaduto in passato ed accade oggi in tutti i paesi aspiranti ad un minimo di ragionevolezza: esiste un massimo di cose che i governanti possono fare bene. A voler far tutto, a voler descrivere fondo all’universo, si fanno certamente solo malanni; si fa del disordine, dello spreco, dell’improvvisazione. Se si vuol far bene, bisogna scegliere.

 

 

E qui, innanzitutto, vorrei limitarmi alla scelta delle cose nuove che si debbono fare. Va da sé che si deve seguitare a fare ed anzi a far meglio quel che di buono si faceva prima. Perciò, non iscriverò nell’elenco dei punti nuovi di un programma liberale il cosidetto piano Beveridge, perché, a meno che io abbia le traveggole, quel piano, a quel che ho capito dopo avere letto attentamente tutte le 300 fittissime pagine, d’una scrittura minuta, affascinante per gli occhi, del rapporto in cui esso è spiegato, altro non è se non il coordinamento e il perfezionamento di quel che si fa già oggi in Inghilterra e si fa da anni in materia di assicurazione e di assistenza contro gli infortuni sul lavoro, le malattie, la vecchiaia, l’invalidità, la maternità, la disoccupazione e per gli assegni famigliari o di vedovanza o di funerali.

 

 

Poiché in Italia, salvo forse che per la vedovanza ed i funerali, esiste da tempo più o meno lungo, e nella più parte dei casi da prima del 1922, una legislazione in materia di tutte queste assicurazioni sociali non meno estesa di quella britannica; anche fra noi il problema non è quello del novum da fare, ma del vecchio da sfrondare, arricchire, coordinare, ecc. Vulgus vult decipi, con quel che segue.

 

 

Anche fra noi, come in Inghilterra, converrà forse che un economista, ansioso di emulare Sir William Beveridge, crei un nuovo mito intitolato al suo nome e faccia credere al pubblico trattarsi di una grande novità atta a mutare le sorti delle moltitudini. Converrà che egli si circondi di uno stuolo di periti e studi attentamente i complicati problemi statistici ed attuariali di un perfezionamento e di un coordinamento che, se vorrà essere qualcosa, dovrà essere squisitamente tecnico. Nulla di male ed anzi forse molto bene se qualcuno, fornito della necessaria competenza, si accingerà all’opera non facile.

 

 

Potrà darsi che in certi rami, come quello infortunistico, ci si accorga che in Italia si è elaborato un corpo di dottrina e di pratica giurisprudenziale e medica non inferiore a quello degli altri paesi più progrediti in materia; e potrà darsi che per altri rami il tecnico concluda essere una delle opere principali da intraprendersi quella della eliminazione di falsi conti, della falcidia delle incrostazioni amministrative parassitarie ecc. ecc.

 

 

Non vedo come questo lavoro paziente di revisione e di perfezionamento possa, a meno di voler gettare, coll’invenzione di un mito, polvere negli occhi al pubblico, fornire argomento a dibattiti di tendenze politiche e sociali. A meno che taluni liberali, ed io sono tra quelli, non abbiano il coraggio di affermare che le assicurazioni sociali, delle quali la paternità viene oggi con tanto conclamata ingiustizia attribuita al mito «piano Beveridge», sono un povero, se pur inevitabile, surrogato di una diversa organizzazione sociale, nella quale si possa far a meno di questo misero spediente, il quale «assicura» bensì, ma a prezzo di trasformare il cittadino in pensionato pubblico.

 

 

La società liberale

 

Quel che noi, liberali, vogliamo è creare una società nella quale il numero degli impiegati e dei pensionati pubblici non superi il punto critico, al di là del quale comincia fatalmente l’asservimento al tiranno, che rimane tiranno qualunque sia il nome che gli si dà e qualunque sia il mito al quale fa appello per rinsaldare la sua dominazione; una società nella quale sia preponderante ma, s’intende, non esclusivo, il numero degli uomini la cui vita economica è indipendente dallo Stato; una società nella quale non esistano disparità troppo stridenti di fortune e le punte altissime dei redditi e quindi dei patrimoni siano eliminate e non si abbia nessuno – salvo i deficienti morali, psichici e fisici ai quali si deve provvedere altrimenti – al quale sia negata la possibilità di condurre, lavorando, una vita degna della civiltà moderna ed eventualmente di elevarsi nella scala sociale; una società, infine, nella quale esistano stimoli siffatti alle iniziative pubbliche e private da favorire un continuo incremento del livello del reddito medio, in quanto questo incremento significhi elevazione morale e spirituale del numero massimo possibile degli uomini viventi in società.

 

 

La società, che i liberali auspicano, non è composta di una sola classe né di due, perché essi non vogliono né il formicaio né lo scannatoio; ma si compone di molte classi sociali, ricche ognuna di vita propria, intercomunicanti con passaggi graduali, feconde di emulazione reciproca, di cui nessuna sia tanto numerosa da sopraffare le altre, né tanto chiusa da convertirsi in una oligarchia. La società liberale non si identifica con una società composta solo di ceti medi; e non adopero l’aggettivo «borghesi» perché tale è la confusione indicibile delle idee venute fuori intorno alla parola «borghesia» da rendere necessario di escluderla dal novero delle parole adoperate dalle persone decise a non imbrogliare il prossimo.

 

 

Una società viva è solo quella nella quale i ceti medi sono continuamente arricchiti dagli uomini energici i quali dal basso entrano nel loro seno e continuamente depauperati da coloro che ne escono per diventare i capi, gli iniziatori, i promotori. Se la si vuol definire, essa è la società degli uomini; che non sono servi di nessuno, né della collettività, né della folla, né degli oligarchi, perché essi hanno una riserva alla quale possono ricorrere per rispondere no a chi li voglia dominare.

 

 

Questa «riserva» è variabilissima e va dallo «stato giuridico» il quale assicura l’impiegato contro le prepotenze del superiore o l’arbitrio del ministro e dal diritto ad una carica non suscettibile di promozione, che fa del giudice o del professore di università un sovrano capace di tener testa ai potenti del mondo, sino al possesso di una casetta con orto e con libretto di cassa di risparmio che fa dell’operaio un uomo atto ad aspettare il momento migliore per concludere l’ottimo tra i contatti di lavoro a lui accessibile.

 

 

La via più lunga è la più breve

 

Ma i liberali sanno che l’ideale di una società di uomini liberi non si raggiunge per decreto. Come la via più rapida fra due città separate da una montagna non è la via diritta che pretende di scavalcare il monte, ma la via lunga, la quale lo aggira nella valle; così la via più rapida per toccare la meta, la quale è, ripetesi, la eliminazione degli oligarchi, dei troppo ricchi, e l’innalzamento dei più umili, cosicché a tutti sia assicurato un minimo di esistenza ed il reddito «medio» si innalzi non è il tagliar la testa ai primi e distribuire a tutti la pensione universale di Stato. Non avremmo, con la via diritta, fatto altro se non sostituire l’una oligarchia all’altra, l’una oppressione all’altra; e nel mutamento scapiterebbero sopratutto gli umili.

 

 

Quali le vie lunghe ed indirette, camminando lungo le quali si può sperare di giungere a quella società di uguali in diritto e di moderatamente disuguali di fatto che è la sola società viva e duratura? Se dovessi compilarne l’elenco, lo vorrei far breve e limitato a quelle esigenze le quali sono attuabili o la cui attuazione può essere iniziata efficacemente in un tempo non troppo lungo, tenuto conto delle energie fattive limitate disponibili non solo nel nostro ma in qualunque paese per i fini veramente grandi.

 

 

E poiché un tentativo di elenco, anche imperfetto, val meglio di qualunque più diffusa esposizione dei criteri con i quali l’elenco dovrebbe essere compilato, ecco il mio elenco, informato, ripeto, al criterio di promuovere la formazione di una società di italiani, ciascuno dei quali sia re nella propria casa, nessuno sia servo di alcun tiranno o di alcun oligarca, e nessuno, salvo i mentecatti ed i criminali, sia povero. Le singole esigenze sono, nell’elenco, collocate nell’ordine della efficacia che io ad esse assegno per il raggiungimento della meta.

 

 

L’ordine delle riforme

 

1)    Dare indipendenza alla magistratura; epperciò abolire assolutamente ogni carriera nella magistratura medesima. Questa è la prima fondamentale esigenza della nuova vita nazionale, perché mai come oggi justitia fundamentum regni.

 

2)    Ridare indipendenza alle università. Ridare, perché già le università avevano conquistato questo supremo bene, che fu ad esse tolto e grazie al quale esse avevano raggiunto un grado tra i più alti in mezzo alle loro pari. Se l’università ritornerà indipendente, sarà rinnovato il corpo insegnante medio ed elementare e sarà anche rinnovata tutta la classe politica ed economica dirigente.

 

3)    Ricreare, fuori di quella che sia dichiaratamente espressione di partiti e di associazioni e gruppi politici ed economici, una stampa libera ed indipendente. L’avevamo ed era forse la prima del mondo. Come ricrearla, è uno dei problemi più gravi del tempo presente. L’indipendenza della magistratura darà alla stampa libera il senso del rispetto alla sua propria grandissima responsabilità.

 

4)    Abolire il prefetto, questo simbolo della macchina amministrativa accentrata, la quale ha fatto sì in passato e farà mai sempre in avvenire, sinché durerà, che liberalismo e democrazia siano una turpe menzogna. Parlamenti, costituenti, elezioni saranno sempre lugubri farse, strumenti in mano a gruppi di uomini o ad un uomo solo ben decisi a mettere le mani sulla leva di comando del ministero dell’interno, sicché al posto dell’accentramento preesistente al 1922 ed aggravato poscia noi non avremo creato nei comuni, nei collegi (circoscrizioni naturali poste attorno al centro più grosso e corrispondenti suppergiù agli antichi collegi elettorali) e nelle regioni una vita locale, fornita di compiti proprii e del tutto indipendente dallo Stato.

 

5)    Rinunciare all’idea nefasta, assurda ed anacronistica della sovranità assoluta dello Stato, inserendo l’Italia in una federazione europea. Il che vuol dire, per essere chiari, rinunciare al diritto di avere proprie forze armate e al diritto di regolare e di limitare in qualsiasi modo i rapporti di commercio, di trasporti e di comunicazione fra Stato e Stato federato. Solo così salveremo i nostri figli dal massacro spaventoso e totale che cadrà sull’Europa fra un quarto di secolo ad opera di un uomo più forte e più abile deciso ad ottenere con la forza quel risultato necessario ed inevitabile dell’unità europea, che gli uomini non avessero il coraggio di volere concordemente oggi. Solo così l’Italia potrà dedicare tutte le sue forze alla propria ricostruzione ed alla propria elevazione, libera dal peso morto di guerre, che oggi sono vere guerre civili, e dal peso ancora più morto delle distruzioni di ricchezza, che chiamansi autarchie, auto sufficienze economiche e altrettali insensatezze.

 

6)    Frattanto, ed a guisa di preparazione ad una rinuncia, la quale non dipende solo da noi, abolire senz’altro e subito, e senza pretesa di compensi che sono schiaffi, ogni specie di dazi protetti, di vincoli al commercio estero ed intorno ed alla creazione di nuovi impianti industriali. Ed abolire altresì tutta la tirannica legislazione sindacale italiana, la quale stava trasformando la nostra in una società ossificata a guisa di caste indiane asservite al governo centrale. Ridar cioè ad operai e contadini la piena assoluta libertà sindacale, che è scuola di responsabilità e strumento di elevazione morale e materiale; ma reprimere nel tempo stesso con energia ogni tentativo delle leghe operaie stesse ed insieme e in primo luogo delle leghe padronali, dei consorzi, cartelli e trusts di ogni specie a creare monopoli sul mercato delle merci e del lavoro a danno della collettività.

 

7)    Frattanto ancora, sinché non sia creata un’unità monetaria europea, ricreare una unità monetaria stabile, che chiameremo lira o, se questa sarà divenuta impalpabile per la sua piccolezza, scudo o fiorino. Una unità monetaria certa, ragguagliata ad un peso noto d’oro fino, deve essere ristabilita se si vuole che cessi il caos e la vita riprenda. Ma ciò non si fa con un decreto; bensì riparando il bilancio statale e mettendo un punto fermo ad ogni ricorso dello Stato al torchio dei biglietti.

 

8)    Affinché il bilancio statale risani, occorre avere il coraggio di menar la scure nella folta selva selvaggia delle imposte che oggi turbano la produzione della ricchezza e la sua circolazione. Aboliti i dazi protettivi, residueranno una ventina di voci daziate sulle forse 10 mila oggi esistenti; ed insieme con quei dazi dovranno essere spietatamente eliminati nove decimi delle tasse di registro e bollo e delle imposte sulla fabbricazione e sulla circolazione (grottescamente era detta, sull’entrata) delle merci le quali oggi distruggono cento per dare allo Stato dieci. Parrà aprirsi l’abisso dinnanzi al tesoro dello Stato; ma con gli alcuni dazi e le corrispondenti imposte sui consumi e larghissima volontaria base rimasti (tabacco, spiriti, vino ecc.) e con le imposte sui redditi e sulle successioni l’abisso sarà colmato; e le imposte saranno nel tempo stesso, se si adotteranno metodi di accertamento non inquisitori, strumento di decapitazione degli altissimi papaveri e di avvicinamento tra le classi.

 

 

Monopoli e socializzazioni

 

Le quali cose fin qui noverate sono le più efficaci al raggiungimento della meta alla quale esse sono ordinate e dovranno per ciò essere intraprese subito. Sono, gli elencati sopra, istituti nocivi da distruggere ed istituti buoni da ricercare.

 

 

Non ho accennato alle socializzazioni o municipalizzazioni, che figurano largamente nei programmi odierni, per due ragioni: la prima delle quali si è che le socializzazioni si imporrebbero per le industrie a carattere monopolistico. Ma chi è persuaso, al par dello scrivente, dovere la maggior parte dei monopoli la loro origine alla volontà dello Stato, deve volere non nazionalizzare o socializzare il latrocinio (monopolio dovrebbe essere nel dizionario del Tommaseo sinonimo di latrocinio pubblico, ma sopprimere latrocinio e ladroni. Coloro i quali propugnano socializzazioni di questa roba si fanno, senza scrupolo, complici dei ladroni.

 

 

La sola politica degna dei liberali è: giù le mani! e si aboliscano le leggi, i provvedimenti, gli istituti che hanno consentito il furto a danno della collettività. Restano – e qui viene la seconda ragione del non avere collocato nell’elenco le socializzazioni – i monopoli i quali non derivano da leggi e non possono quindi essere tolti di mezzo coll’abolire le leggi che vi diedero origine; e sono solitamente definiti come servizi pubblici (ferrovie, tranvie, gas, acqua potabile, imprese elettriche ecc.) o come imprese di armamenti o come industrie le cui dimensioni sono tali da rendere assai difficile la concorrenza. Qui sia consentito di ricordare che tutti coloro i quali da almeno mezzo secolo si sono resi colpevoli del reato di scrivere in Italia trattati di finanza e di politica economica hanno cercato di far del loro meglio per definire i metodi ed i limiti delle socializzazioni; e, quel che merita assai più, che l’Italia era davvero la terra classica degli esperimenti in materia di socializzazioni.

 

 

A partire dalla legge Bonomi, la quale un quarto di secolo fa nazionalizzava tutte le forze idrauliche esistenti nel nostro paese e faceva ricadere a pro del demanio dello Stato gratuitamente, e cioè senza un soldo di indennità, tutti gli impianti elettrici costrutti a spese di privati ed esistenti nel nostro paese dopo 60 anni dalla loro iniziale utilizzazione, a partire, ancor prima, dai canali Cavour e poi dall’Acquedotto pugliese e da quello monferrino, e dal Consorzio del porto di Genova, giù giù sino alle numerosissime imprese municipalizzate di gas, luce elettrica, acqua potabile; e, risalendo nell’importanza, alle Ferrovie di Stato, la cui statizzazione Cavour aveva voluto e in gran parte attuata e Spaventa aveva propugnata nel 1876 e nel 1905, dopo varii contrastanti esperimenti, fu definitivamente stabilita, quante nazionalizzazioni e con qual ricca varietà di tipi, adatti ai singoli casi, si possono elencare in Italia!

 

 

Qui non si tratta davvero di novità; ma di riprendere una tradizione costante alla quale collaborarono uomini di destra e di sinistra, conservatori e socialisti; una tradizione la quale potrà essere arricchita e perfezionata ma ad arricchire e perfezionare la quale non gioverà l’ira di parte, che nega agli altri la volontà di fare il bene, ma gioverà solo la risolutezza nel non fare il male. Ed il male è socializzare per socializzare, anche quando la socializzazione non è il mezzo adatto per conseguire il bene comune ed anche quando, invece di rendere complice lo Stato del latrocinio a danno del pubblico, importa sopprimere il latrocinio.

 

 

I beni pubblici gratuiti

 

Né, finalmente, parlai di un altro campo che si apre all’opera di tutte le specie di enti pubblici: e più che a quella dello Stato, all’opera delle regioni, dei collegi, dei comuni, delle istituzioni di pubblica beneficenza, degli enti morali e delle fondazioni private; dico della fornitura di beni gratuiti agli uomini viventi in società. Non è in un paese, che si gloria di fondazioni come l’Ospedale Maggiore di Milano, il San Giovanni ed il Cottolengo di Torino, Santo Spirito di Roma o l’Ospedale della Carità di Napoli, che si può parlare di novità in questo campo. Moltissimo resta da fare: dalle scuole d’ogni specie, disseminate nei più umili borghi rurali e dotate di palestre, campi di gioco, refezioni scolastiche, ai piani regolatori, oltreché delle città antiche, dei borghi e delle cittadine da far sorgere nelle campagne con senso d’arte; e piano regolatore non vuol dire linee disegnate su una carta, ma strade costruite a spese pubbliche e marciapiedi e fognature e illuminazione e chiese e case comunali e servizi pubblici, e giardini e parchi aperti a tutti.

 

 

Ma qui pongo termine all’elenco: perché colui il quale sia liberale sa che le possibilità che

il progresso tecnico apre all’elevazione materiale dei popoli sono pressoché infinite; sa che verrà il giorno nel quale nessun mortale vivrà più in quelle orrende prigioni che sono le case cittadine ad appartamenti, con scale comuni e cortili chiusi e balconi con la biancheria distesa ad asciugare all’ombra e tutti potranno, volendo, vivere in una casa propria aperta sul verde ed inondata dal sole; ma sa anche che non si deve donare la casa, né il cibo, né il vestito, perché una società nella quale lo Stato largisca alle moltitudini panem et circenses è destinata alla morte e quelle moltitudini alla schiavitù.

 

 

Noi non vogliamo folle plaudenti, ma uomini diritti. L’ente pubblico sopporterà, preparando le aree, i piani regolatori, i servizi pubblici e cooperando a ridurre i costi di costruzione ad un minimo, la più gran parte del costo della casa; ma l’uomo, che sia un cittadino, avrà sempre l’orgoglio di dire ai suoi figli: questa casa l’ho costruita io, col frutto del mio lavoro!

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