Germanofili ed anglofili

Tratto da:

Gli ideali di un economista

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/04/1916

Germanofili ed anglofili

«La Riforma Sociale», aprile 1916, pp. 300-304

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 145-154

 

 

 

Mario Borsa, il quale, essendo vissuto dodici anni in Inghilterra ha amato quel paese ed a differenza di quasi tutti i suoi colleghi corrispondenti dei giornali italiani, ha cercato di penetrare dentro nella vita e nella storia del popolo britannico, si chiede, in un suo recente opuscolo (Italia ed Inghilterra, Milano, Società Editoriale italiana, 1916) quale sia la ragione «di quello strano e sottile spirito di diffidenza e di antipatia che si è infiltrato nel popolo nostro contro l’Inghilterra».

 

 

Mi sia consentito di aggiungere, a quelle acutamente osservate dal Borsa, un’altra ragione potentissima di antipatia; e sono gli anglofili italiani. Credo di avere il diritto di parlar male di costoro, prima che la marea ci soffochi. Siamo stati dei pochissimi in Italia, noi del gruppo degli scrittori di questa rivista, ad avere il culto dell’Inghilterra: non della ricchezza inglese e delle cifre grosse dei bilanci inglesi, ma delle idee inglesi e del modo di ragionare e del modo di concepire la vita, la libertà e la politica che si usa in Inghilterra. E poiché, dopo avere molto letto e studiato, eravamo persuasi di non sapere ancora nulla, ci sia lecito dire che quella dei nuovissimi ammiratori dell’Inghilterra è una fastidiosa e velenosa fugaia.

 

 

Costoro minacciano di diventare una peste peggiore dei tedescofili di non lontana memoria. Adesso, non si trova più un tedescofilo a volerlo pagare un occhio. Ma, se si guarda bene in fondo, si osserva senza meraviglia che essi si sono tutti tramutati in anglofili, e predicano la necessità di stringere intimi rapporti con quella che prima usavano chiamare “la perfida Albione”. Erano già insopportabili in qualità di germanofili; ma almeno non erano assurdi. Alcuni avevano viaggiato in Germania ed avevano “ammirato” la pulizia, l’ordine, il rispetto alle autorità, i treni in orario, le birrerie e la birra. Altri erano andati a visitare le fabbriche tedesche, ed erano rimasti stupefatti dinanzi alle enormi superfici occupate, alle macchine potenti, agli archivi sterminati dove tutte le esperienze chimiche, elettriche, ecc. sono catalogate, affiancate e messe in ordine e s’erano persuasi che i tedeschi fossero i soli genii organizzatori del mondo; e per poco non avevano immaginato che solo i tedeschi sapessero con la organizzazione costringere carbone e minerali di ferro a cacciarsi nel loro sottosuolo, od i fiumi a scorrere placidamente attraverso a pianure artefatte. Altri era andato a spendere l’importo del premio di perfezionamento nelle università germaniche ed era rimasto commosso per l’onore fattogli di un invito a pranzo da parte del direttore del laboratorio o di una collaborazione col “celebre” professore tedesco in una prima monografia sperimentale. Tutti costoro erano germanofili nati ed erano perciò grotteschi. Ma almeno erano stati in Germania ed erano divenuti ammiratori perché c’era qualcosa che aveva fatto colpo su di loro. S’erano persuasi, vedendo tutto grosso, enorme, colossale, potente, che il popolo provvisto di tutto questo ben di dio fosse destinato a dominare il mondo; ed, anime di servi, s’erano affrettati a predicare che gli italiani dovevano mettersi alla coda dei tedeschi, se volevano diventare anch’essi grossi, enormi, colossali, potenti ed avere, alla fine della guerra, Nizza, Corsica, Tunisia, Siria, e forse anche il Madagascar ed il Tonchino.

 

 

Ma almeno i germanofili erano stati in Germania; od avevano fatti affari con dei commessi viaggiatori tedeschi, od avevano comperato da essi buone macchine che lavorano magnificamente, od avevano venduto in Germania, con lucro, merci italiane.

 

 

Gli anglofili sono peggiori e più noiosi dei germanofili. Ho il vago sospetto che siano quegli stessi aspiranti professori, viaggiatori perditempo, clienti di commessi viaggiatori tedeschi di prima della guerra, che ora, dovendo per forza ammirar qualcuno, si sono fatti pedissequi dell’Inghilterra. La “perfida Albione”, è divenuta “l’antica e tradizionale amica dell’Italia”. Suppergiù questa frase è tutto ciò che gli anglofili italiani sanno dell’Inghilterra. Hanno sentito dire nei discorsi e letto sui giornali che Cavour, Garibaldi, Mazzini, Ruffini e gli altri apostoli e costruttori dell’Italia nuova erano vissuti in Inghilterra, ovvero ivi erano stati ammirati, incoraggiati ed aiutati; sanno che Gladstone scrisse un famoso opuscolo contro i Borboni; e con questo pesante bagaglio letterario sono divenuti ammiratori ed amici del paese che oggi è nostro alleato.

 

 

L’animo del servo e lo stupore dell’asino non sono però venuti meno. Coloro che un tempo manifestavano il loro servilismo e la loro ignoranza citando il signor Derselbe nelle dotte note del titolo da concorso, oggi che la guerra ha costretto anche i professori a scendere in piazza ad evangelizzare i popoli, spropositano comicamente nel discorrere dei loro nuovi amici inglesi. V’è un modo rapido, poco costoso, ma sicuro di individuare gli anglofili che non hanno mai letto nessun libro inglese e non sono neppure arrivati a scalfire la pelle della coltura inglese; ed è l’uso dei prefissi Mr., Sir, Lord. Gli anglofili reduci dalla germanofilia non sospettano neppure che lo scrivere “Lord Asquith” invece di “Mr. Asquith” è un delitto atto a far fremere nelle loro tombe i custodi delle più belle tradizioni politiche del partito liberale; e che un grammatico inglese potrà passar sopra ad un errore di sintassi, ma non perdonerà giammai a chi osi scrivere “Sir Grey” invece di “Sir Edward Grey”. Perché chi commette questi errori, come pure chi nello scrivere premette al nome di un deputato inglese l’adulatorio aggettivo italiano on. invece di far succedere al nome le lettere M.P. (member of parliament), o tratta correntemente con l’eccellenza i ministri inglesi, dimostra di ignorare, oltreché la grammatica, parecchie cose le quali non possono essere rimaste ignote anche al più modesto conoscitore della storia, delle consuetudini e delle tradizioni politiche inglesi od al più distratto lettore di romanzi di Dickens e di Walter Scott. Dimostrano i nostri anglofili di ignorare, per citare solo qualche esempio, che una grande tradizione vuole che il premier in un governo liberale, se già non appartenga per nascita alla nobiltà, non accetti titoli di nobiltà o cavallereschi: Gladstone volle sempre rimanere un semplice Mr. o signore e l’Asquith ne segue l’esempio.

 

 

E, s’intende, codesti anglofili, che conoscono così bene i caratteri più esteriori e noti della vita politica inglese, pretendono ad ogni altro giorno che l’Inghilterra debba in furia mettersi a studiare l’Italia. Poiché la caratteristica di codesti anglofili è la smania di insegnare agli inglesi che cosa sia l’Italia. Vorrebbero che gli editori inglesi cambiassero le loro guide, cosicché i viaggiatori britannici potessero visitare, oltreché le pinacoteche ed i musei ed i ruderi, anche le opere “pulsanti” della vita moderna; a rischio di far fuggire inorriditi i forestieri, i quali in Italia cercano sensazioni riposanti e tranquille e diverse da quelle, dopotutto assai noiose esteticamente, del fumo e dei camini e del baccano dei saloni delle moderne manifatture.

 

 

Sanno, anche, gli anglofili che l’Inghilterra è ricca. I discorsi del bilancio del signor Mac Kenna hanno dato loro alla testa. Vedono miliardi e sterline dappertutto. Al culto dell’”organizzazione” tedesca hanno sostituito il culto della “sterlina” inglese. Vorrebbero, perciò, codesti anglofili l’elemosina dall’Inghilterra. Si possono perdonare loro gli errori di grammatica, il seicentismo italo-tedesco nelle titolature verbali, la smania di far visitare fabbriche e bonifiche a chi vuol vedere quadri e monumenti; ma non si può perdonare loro la miserabile figura di pezzenti che ci fanno fare dinanzi agli

alleati.

 

 

Aumentano i noli, perché il tonnellaggio marittimo è ridotto alla metà; e perché da che mondo è mondo, quando una merce è rara, è impossibile impedire che i prezzi aumentino, o che, a prezzi uguali, la quantità sia razionata colla forza e che quindi, nel caso del naviglio, molta minor merce sia trasportata? E subito si chiede che l’Inghilterra debba assegnare, il che vuol dire regalare pro tempore, navi all’Italia a noli di favore. Crescono i cambi ed occorrono 32 lire italiane per comperare quella lira sterlina che prima ci comprava con 25 lire? E subito i soliti anglofili od adoratori della borsa inglese, come prima lo erano della borsa tedesca, gemono sulla sconoscenza da parte dell’Inghilterra della bontà della lira italiana; ed invocano non si sa che, essendo il loro linguaggio singolarmente vago, ma in sostanza vogliono che l’Inghilterra ci dia prova di amicizia accettando 25 lire soltanto in cambio della sua lira sterlina. Il che, in lingua povera e chiara, è un chiedere l’elemosina; ed è intollerabile per un paese come l’Italia il quale è entrato in guerra per il raggiungimento dei suoi ideali nazionali. Nessun popolo è capace di raggiungere un ideale quando nel tempo stesso si abbassa all’atto servile di chiedere l’elemosina di una merce a sotto prezzo. Noi dobbiamo, sì, chiedere all’Inghilterra di aiutarci con denaro e con navi e con carbone; noi abbiamo diritto di partecipare, insieme con gli altri alleati e pro rata, al limitato fondo di denaro, di carbone e di navi che gli Alleati, compresa l’Inghilterra, posseggono. È augurabile che un modo si trovi per ripartire prontamente, efficacemente denaro, carbone, navi fra gli Stati a norma dei loro bisogni militari; perché ciò è necessario al successo della causa comune. L’Italia non deve pagare nulla più del minimo prezzo corrente delle cose ad essa necessarie; ed è ragionevole che per scopi militari si cerchi di ottenere prezzi non superiori a quelli che possono essere considerati prezzi normali di costo. Ma l’Italia deve aver l’orgoglio di pagare, sui capitali ricevuti a prestito dall’Inghilterra, nulla di meno del tasso corrente di interesse; e di non accettare carboni e noli a prezzi di favore. L’Italia non sa che farsene degli anglofili che di volta in volta hanno bisogno di leccare gli stivali ad un nuovo padrone. L’amicizia si cementa coll’opera comune, collo sforzo per raggiungere ideali affini; si distrugge quando è basata su mal chieste ed a stento concesse elemosine.

 

 

In realtà ad essere anglofili sul serio è cosa ardua, come era cosa ardua essere prima veramente germanofili. Ma quando lo si è, si rimane tali, guerra o non guerra, per tutta la vita, perché l’essere germanofili od anglofili sul serio vuol dire soltanto che si è riconosciuto che nel pensiero o nella vita di un altro paese vi era qualcosa che meritava di essere appreso e meditato e trasformato in pensiero proprio ed in forza modificatrice della vita del proprio paese.

 

 

Io non sono mai stato – d’accordo, del resto, in ciò con la maggior parte degli studiosi italiani di scienze economiche – germanofilo. Ma non per odio irragionevole verso quel paese; o perché disconoscessi quali grandi contributi i tedeschi abbiano recato al progresso di altri rami scientifici. Bensì perché il contributo germanico al progresso delle scienze economiche è stato mediocrissimo, assai inferiore, per non parlar dell’Inghilterra, a quello dell’Italia, della Francia ed oggi anche degli Stati Uniti. Specialmente i massimi baccalari ufficiali viventi della scienza economica tedesca, i Wagner, gli Schmoller, a cui ora si può aggiungere il Sombart, mi erano sempre sembrati mediocri economisti. Perciò la cultura tedesca mi interessava poco ed i suoi scrittori più rimarchevoli mi erano sempre sembrati quelli che godevano minor fama nella loro patria e recavano meno spiccata l’impronta germanica. Ma comprendo perfettamente che i giuristi ammirassero e studiassero il Savigny, lo Jehring ed altri sommi, gli storici il Mommsen ed il Ranke, i filosofi la pleiadi di menti sovrane fiorite nella Germania del passato. In che cosa la guerra ha potuto mutare questo atteggiamento spirituale? I giuristi, almeno quelli degni di questo nome, se non gli scimmiotti dei Derselbe, seguiteranno a studiare ed a citare il Savigny, gli storici Mommsen, i filosofi Kant ed Hegel, ed i chimici ed i fisici, gli scienziati che hanno scoperto nuove verità nel campo loro. O che gl’italiani dovrebbero diventare ignoranti, scrivere degli spropositi, reinventare le verità già scoperte solo perché il popolo, a cui quei grandi appartennero, si è reso colpevole della guerra odierna? Io seguiterò a non studiare ed a non citare i Wagner, gli Schomoller ed i Sombart; ma non perché siano tedeschi, sibbene perché, a parer mio, scrissero cose di poco conto e fecero dell’economia e della storia economica di quart’ordine.

 

 

Per la stessa ragione – scarsa originalità e scarsa bellezza di sviluppo spontaneo – le istituzioni politiche e sociali germaniche hanno destato sempre in me scarso interesse. Il volgo può trovare ammirabile le “organizzazioni” politiche germaniche, perché il volgo ammira le cose regolari, gerarchiche, macchinose. Ma, in fatto di organizzazione politica centralizzata, qual cosa mai potevano i tedeschi aggiungere al meraviglioso organismo ricreato dalla mente geniale del primo Napoleone sulle traccie dell’opera dei Re di Francia? La macchina tedesca delle assicurazioni sociali può tutt’al più sembrare degna di interesse scientifico ad un amatore di regolamenti. Poiché, quando si sia deciso di obbligare alcuni milioni di uomini a fare certe cose, qualunque funzionario che abbia una perizia tecnica del piccolo problema da risolvere, può elaborare gli articoli di regolamento necessari all’uopo; e con regolarità meccanica i milioni di assicurati sussidiati, pensionati, indennizzati si allineano nelle colonne delle statistiche periodiche. Che cosa vi è di interessante in tutto ciò e di realmente utile al perfezionamento intimo dell’uomo?

 

 

Per contro, se anche la sventura avesse voluto che l’Italia dovesse trovarsi, per ipotesi assurda, o per potenza di triplicisti, in guerra con l’Inghilterra, avrei potuto cessare di essere un lettore appassionato, quasi monomaniaco, di libri inglesi, come sempre sono stato fino dai banchi dell’università? La guerra potrebbe forse far sì che non siano nati in Inghilterra Adamo Smith e Davide Ricardo e che insieme con essi una pleiade di grandi economisti non abbia fatto per il progresso della scienza economica più di quanto non poterono fare tutti gli scrittori delle altre nazioni presi insieme? Potrebbe forse la guerra distruggere la formazione storica della costituzione inglese e dell’impero britannico, di cui nulla di ugualmente meraviglioso si vide nel mondo fuor dello sviluppo storico della costituzione e dell’impero romano? E potrebbe forse la guerra distruggere il fatto che nessun paese può vantare, appunto a causa della sua formazione storica, una letteratura politica paragonabile a quella dell’Inghilterra? Ed io dovrei, solo perché capitassimo ad essere in guerra, preferire alla lettura di quei grandi capolavori la noia di dovermi sorbire le chiacchierate imperialistiche senza costrutto di qualche vanesio scrittorello italiano in cerca di novità? Di essere anglofili o germanofili o francofili non si può far a meno quando l’esserlo risponda ad un intimo bisogno dello spirito di conoscere e di assimilare il pensiero degli altri paesi. È grottesca la germanofilia dei cannoni da 420, della birra buona e delle fabbriche di colori; come è ridicola l’anglofilia delle miniere di carbone o delle dreadnoughts, o la francofilia della torre Eiffel; ma l’amore delle idee vere e delle cose belle non può essere distrutto neppure in tempo di guerra. E sarebbe un danno lo fosse. Perché vorrebbe dire che saremmo meno ricchi degli altri nel mondo delle idee, da cui alla perfine provengono quelle cose passeggere e senza importanza nella storia umana che sono le fabbriche di colori, le miniere di carbone e le torri Eiffel.

 

 

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