Tratto da:

Prediche inutili

Gian Giacomo Rousseau, le teorie della volontà generale e del partito guida e il compito degli universitari[1]

Prediche inutili, Einaudi, Torino, 1957, pp. 195-201[2]

 

 

 

solum certum nihil esse certi

(da Plinio, sentenza iscritta

da Michele di Montaigne nella sua biblioteca).

 

 

Adempiendo oggi al gradito dovere di ringraziarvi per l’insigne onore della laurea honoris causa che la facoltà storico-filosofica mi ha voluto rendere in codesta antica celebre università, in questa città di Basilea, la quale si vanta di aver noverato tra i suoi figli un grandissimo storico e veggente politico, Jacopo Burckardt che or è un secolo prevedeva, contemporaneamente ad Alessio di Tocqueville, il fatale avvento di quel totalitarismo tirannico, che noi siamo stati poi chiamati a contemplare ed a soffrire, vorrei oggi aggiungere alcune parole per dirvi, dopo dieci anni trascorsi, fuori dell’insegnamento, in pubblici uffici, quanto io continui ad essere convinto che l’università è chiamata, in tutti i paesi liberi, anche e forse massimamente nei rapporti con i politici ed i pubblicisti, ad un compito suo proprio, altissimo compito, quello della perenne, continua non mai chiusa ricerca della verità in sé stessa considerata senza riguardo alle sue eventuali conseguenze. Troppo spesso i politici sono persuasi non solo di dover ricercare la verità, ed è persuasione giusta e feconda, ma di conoscere già «quella» verità, «una» verità, e di non poterne tollerare la negazione. E questo è pericolo mortale.

 

 

Non conosco una formulazione più spietata del pericolo a cui va incontro la civiltà di quella che un grande svizzero, Gian Giacomo Rousseau, riassunse nel contrapposto fra le volontà «particolari» del singolo cittadino e la volontà «generale» del corpo collettivo.

 

 

«Ogni individuo può invero, come uomo, avere una volontà particolare diversa dalla volontà generale che egli ha come cittadino. Il suo interesse particolare può consigliargli cosa tutta diversa dall’interesse comune; può fargli considerare ciò che deve alla causa comune come un tributo gratuito, la perdita del quale sarà meno dannosa agli altri di quanto non sia il sacrificio per lui» (Del contratto sociale, libro I, cap. 7).

 

 

La volontà generale non si identifica dunque con la volontà di tutti.

 

 

«La volontà generale è sempre diritta e mira sempre all’utilità pubblica; non segue tuttavia che le deliberazioni del popolo abbiano sempre la medesima dirittura. Si vuole sempre il proprio bene, ma non sempre lo si vede; non si corrompe mai il popolo, ma spesso lo si inganna ed allora solamente esso sembra volere il male» (II, 3).

 

 

La volontà generale è forse la somma algebrica delle volontà particolari o singole? Sì, se deliberano i singoli uomini; no, se i loro raggruppamenti.

 

 

In qual modo persuadere il cittadino ad ignorare, nel momento in cui delibera, gli interessi particolari suoi, i suggerimenti dei gruppi, i quali brigano per indurlo a votare in un modo piuttosto che in un altro?

 

 

«In qual modo una moltitudine cieca, la quale spesso non sa ciò che voglia perché raramente conosce quel che è bene per essa, potrebbe attuare da sé una impresa così grande e così difficile come un sistema di legislazione? Il popolo vuole sempre il bene; ma non sempre, lasciato a sé, lo vede. La volontà generale è sempre diritta; ma il giudizio, il quale la guida, non è sempre illuminato. Importa farle vedere le cose quali sono, talvolta quali debbono essere viste; indicare la buona strada che essa cerca, garantirla contro la seduzione delle volontà particolari, accostare ai suoi occhi luoghi e tempi, mettere in bilancia i vantaggi presenti ed evidenti ed i danni dei mali lontani e nascosti. I singoli vedono il bene che essi respingono; il pubblico vuole il bene che esso non vede. Tutti hanno parimenti bisogno di guide. Fa d’uopo obbligare gli uni a rendere le loro volontà conformi alla loro ragione, bisogna insegnare all’altro a conoscere ciò che esso vuole» (II, 6).

 

 

La necessità di una guida è tanto più evidente, in quanto essa deve convincerlo che egli si era ingannato scambiando per sua volontà quella che non era veramente la sua ragionata opinione.

 

 

«Quando si propone una legge nell’assemblea del popolo, non si domanda ad essi sostanzialmente se essi approvano o respingono la proposta; ma se essa è o non conforme alla volontà generale, che è anche la loro. Ognuno, votando, dice in proposito il suo parere e dal calcolo dei voti risulta dichiarata la volontà generale. Se perciò prevale il parere contrario al mio, ciò prova soltanto che io mi ero ingannato e che quella che io credevo essere la volontà generale, non era tale. Se il mio parere particolare avesse trionfato, avrei fatto cosa diversa da quel che volevo, e perciò in tal caso non sarei stato libero» (IV, 2).

 

 

Gli uomini non scoprono tuttavia da sé, spontaneamente, quel che è la loro volontà comune. Può accadere nelle piccole aggregazioni politiche, come quelle che esistevano nei cantoni svizzeri quando Rousseau viveva e in alcuni casi esistono ancora; dove gli elettori eleggono in assemblee pubbliche direttamente i magistrati e votano le leggi.

 

 

«Quando, presso il più felice popolo del mondo, si vedono gruppi di contadini regolare gli affari dello stato assisi sotto la quercia, pochissime leggi bastano. Quando diventa necessario promulgarne una nuova, la necessità è veduta da tutti. Il primo che la propone dice solo quel che tutti già sentono e non occorre brigare né parlare con eloquenza a prò di una legge, di cui tutti sono già persuasi, e attendono solo di sapere se gli altri sono dello stesso parere» (VI, I).

 

 

La democrazia diretta è tuttavia una eccezione propria dei piccoli stati, nei quali il popolo facilmente si aduna ed ogni cittadino conosce tutti gli altri; dove i costumi sono semplici e v’ha grande uguaglianza nei ceti e nelle fortune, dove in sostanza impera la virtù.

 

 

Nel più degli stati siffatte condizioni non esistono; e non v’ha sistema di governo più soggetto alle guerre civili ed alle agitazioni intestine di quello democratico, nel quale cioè il potere non spetti né all’uno né ai molti ma a tutto il popolo. Il governo democratico esiste solo là dove ogni giorno della sua vita il cittadino, armato di forza e di costanza, ripete a se stesso: Malo periculosam libertatem quam quietum servitium.

 

 

«Un governo così perfetto non è adatto agli uomini. Solo un popolo di dei potrebbe governarsi democraticamente» (III, 4).

 

 

La volontà generale non coincide dunque con la deliberazione presa a maggioranza dai cittadini e dai loro rappresentanti. Occorre che:

 

 

  • la deliberazione sia presa dai singoli, i quali votino gli uni indipendentemente dagli altri, senza subire le influenze dei gruppi, delle fazioni, dei partiti i quali siano o possano farsi paladini di interessi particolari;
  • ma poiché il cittadino vuole il bene, ma non lo conosce, egli deve essere istruito e guidato da chi conosce il bene comune;
  • il cittadino, così istruito, deve inchinarsi al risultato del voto, anche se egli è rimasto in minoranza;
  • ma egli non ha il diritto di continuare a propugnare quella che egli ritiene la verità e non ha diritto, ove riesca a persuadere altri, di volgere la minoranza in maggioranza e modificare la legge;
  • no; il risultato della deliberazione gli fa sapere soltanto che egli era nell’errore e non conosceva la verità. I votanti non hanno, col voto di una maggioranza, affermata una volontà generale. Essa preesisteva, ed essi l’hanno soltanto riconosciuta. Essa si impone colla evidenza dell’assioma;
  • l’uomo è veramente libero solo se si sottomette a quella volontà generale che egli non ha voluto ma ha semplicemente riconosciuto perché illuminato da coloro che sanno.

 

 

Questo il messaggio del cittadino di Ginevra. Non il voto dei cittadini, ma il riconoscimento degli dei afferma la volontà generale.

 

 

Rousseau forse non prevedeva che la sua dottrina sarebbe stata feconda di effetti tanto gravi. A decine gli dei sono comparsi ed hanno assunto l’ufficio di guide di popoli. Da Robespierre a Babeuf da Buonarroti a Saint-Simon, da Fourier a Marx, da Mussolini a Hitler, da Lenin a Stalin, si sono succedute le guide ad insegnare ai popoli inconsapevoli quale era la verità, quale era la volontà generale, che essi ignoravano; ma che una volta insegnata e riconosciuta, i popoli non potevano rifiutarsi di attuare.

 

 

I popoli hanno imparato che la libertà non consisteva nel discutere dapprima e nell’inchinarsi poi della minoranza al volere della maggioranza salvo il diritto di continuare a discutere e di ridurre la maggioranza a minoranza. Nel sistema degli dei e delle guide, che hanno scoperto la vera verità, gli uomini si sentono liberi solo quando la guida inviata dall’oracolo divino ha indicato la via della verità ed ha condannato l’errore. L’errore, la deviazione, l’opposizione al principio dichiarato nelle tavole fondamentali dell’uomo-guida, del partito-guida è illecito, è un delitto contro la volontà generale e deve essere eliminato.

 

 

Non ha importanza la formula, con la quale l’oracolo conduce gli uomini alla scoperta della verità. Per Rousseau e Robespierre essa prende il nome di «virtù», per Saint-Simon di religione della scienza, per Hitler di dominio del sangue e della razza, per Marx e Lenin di dittatura del proletariato. Le formule mutano e passano. La dottrina di una verità la quale, scoperta, deve essere riconosciuta ed ubbidita, rimane.

 

 

Fa d’uopo affermare che noi, che facciamo parte in una maniera o in un’altra, insegnanti o scolari, del corpo universitario, abbiamo il dovere di combattere l’idea che un uomo, un partito, un gruppo, un collegio, abbiano ricevuto da un oracolo, da se stesso, da una dottrina la missione di essere guida ai popoli? Fa d’uopo affermare che chiunque dica o scriva le terribili parole «Io so» – «Noi sappiamo» – «Questa è la verità» dichiara, così parlando, di essere fuori del mondo della scienza, di non appartenere alla mistica corporazione degli universitari docenti e discenti? Noi sappiamo una cosa sola: di non sapere; la nostra divisa è una sola: noi non conosciamo, ma cerchiamo la verità, noi non siamo mai sicuri di possederla e torneremo ogni giorno a ricercarla, sempre insoddisfatti e sempre curiosi.

 

 

Colui il quale dice «io so», sa le verità note, quelle le quali fanno parte del patrimonio accumulato da generazioni di pensatori, di indagatori, di studiosi del passato. Noi dobbiamo bensì conservare religiosamente quel patrimonio; ma non immaginare mai che esso sia sacro e invariabile. Le verità accettate e insegnate conservano valore solo se esse sono continuamente rivedute, corrette, perfezionate; se esse sono costituite da principi atti a spiegare un numero maggiore di fatti, a spiegarli in maniera più semplice. Fisici e chimici hanno veduto, nel giro di una generazione, mutata profondamente la materia medesima delle loro ricerche. Non vi è campo dello scibile umano nel quale non si siano verificate mutazioni notabili nei metodi di studio e nei risultati delle indagini compiute. Quale profonda mutazione contempliamo nel campo medesimo delle scienze economiche! Noi studiamo ancora i grandi economisti dei secoli scorsi; perché nulla di quel che è stato scritto fu detto invano; e Cantillon e Galiani, Turgot ed Adamo Smith, Ricardo e Malthus, Gossen e List, Gian Battista Say e Cournot, Roscher e Menger, Walras e Pareto, Bohm-Bawerk e Ferrara, Marshall e Keynes sono sempre vivi per noi. Ma, essendo stato costretto dalle vicende della vita a star per un decennio lontano dal contatto diretto dei nuovi libri e delle grandi riviste scientifiche, mi avvedo, al solo sfogliare queste ultime che non solo è mutato il metodo del discutere, ma è mutata la materia medesima del discutere. Solo il tempo dirà quel che nel nuovo è degno di sopravvivere; separerà il loglio dal frumento. Frattanto, certo è che si è discusso, che nessuna verità accolta è sfuggita alla critica e ad una attenta revisione. Solo così la scienza progredisce, rispettando le conquiste del passato, ma sottoponendole a continua critica spietata.

 

 

Noi non ci dobbiamo stancare mai di inculcare fuori di noi, tra i politici massimamente, la lezione di umiltà di cui diamo quotidianamente esempio. È giusto che i politici seguano a distanza le mutazioni accolte nel campo scientifico. Il governo dei popoli non può essere oggetto di sperimentazioni continue e mutevoli. È giusto che i politici si ispirino alle idee che nel campo economico e sociale dominarono una generazione addietro. Le idee nuove potrebbero essere erronee; potrebbero non reggere a lungo ai morsi della negazione. Il male politico e sociale nasce quando gli uomini d’azione sono persuasi di avere scoperta una verità, di possederla e di avere il dovere di attuarla. Gran parte delle idee, alle quali si ispira la politica economica odierna, risalgono non ad una generazione, ma a tre e forse più generazioni addietro. Il manifesto dei comunisti del 1848, le politiche nazionalizzatrici dei Fabiani del 1890 sono inspirate a dottrine proprie della età della pietra nella storia del pensiero in materia di politica economica. Dove esse sono state applicate, non hanno prodotto una elevazione nel livello materiale e spirituale dei popoli maggiore di quel livello che con altri metodi fu possibile toccare. Anzi quel livello è rimasto notabilmente inferiore a quel che fu il risultato di politiche concorrenti inspirate, con gli opportuni avvedimenti, alle tradizionali regole della economia di mercato.

 

 

L’università non ha per ufficio di proclamare la superiorità dell’economia di mercato su quella regolata: di una organizzazione liberale della società su una organizzazione socialistica. Il nostro compito è quello di ammonire: nessuno pretenda di farsi guida ai popoli; nessuno affermi di essere in grado di conoscere quella volontà generale, che i cittadini non sono chiamati a ricercare, ma solo a riconoscere e, riconosciutala ad opera degli dei-guide, ad attuare. L’autocritica rivolta a dichiarare l’errore delle proprie deviazioni nell’ambito della verità dichiarata dall’uomo-guida, dal collegio-guida, dal partito-guida; la critica chiusa entro confini stabiliti dall’uomo e dagli uomini che da sé si sono definiti sapienti, non è critica, è abietta sottomissione alla guida-tiranno. L’università dei docenti e dei discenti respinge questo tipo di critica. Il suo verbo è sempre e soltanto: la verità si conquista riconoscendo che ogni verità antica, che ogni principio accettato può essere l’errore. La verità vive solo perché essa può essere negata. Essendo liberi di negarla ad ogni istante, noi affermiamo, ogni volta, l’impero della verità.

 

 



[1] Parole pronunciate ad occasione della consegna del diploma di laurea honoris causa nella università di Basilea il 22 maggio 1956.

[2] Versione originale in francese: Jean-Jacques Rousseau, les théories de la volonté générale et du parti-guide et les tâches des universitaires, «Kyklos» (Basel), X, 1956, n. 3, pp. 289-295. [ndr]

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